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Sovraffollamento. Centinaia di ricorsi in tutta Italia per detenzione disumana PDF Stampa
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di Mauro Lissia

 

La Nuova Sardegna, 11 luglio 2019

 

Superato grazie a un pronunciamento favorevole della Corte di Cassazione lo scoglio della prescrizione. Condannati a pene durissime, ma non per questo destinati a soffrire dietro le sbarre oltre i limiti stabiliti dalle legge e dal rispetto dei diritti umani.

L'orientamento dei giudici è chiaro, dopo il risarcimento riconosciuto all'anziano bandito ed ergastolano arzanese Piero Piras i tribunali sardi hanno dato ragione ad altri cinque ex detenuti e si preparano a valutare il ricorso dell'orunese Bernardino Ruiu, altro esponente di spicco dell'Anonima sequestri, colpevole del rapimento di Dino Mario Toniutti avvenuto il 26 dicembre 1978 e punito con 26 anni di carcere.

Superato grazie a un pronunciamento favorevole della Corte di Cassazione lo scoglio della prescrizione, è stato ancora una volta l'avvocato Pierandrea Setzu a rivolgersi al tribunale civile di Cagliari per ottenere un risarcimento riferito alla violazione delle norme europee sui diritti umani e dell'ordinamento penitenziario, in termini economici otto euro per ogni giorno trascorso in carcere senza spazio e condizioni di vita sufficienti.

Centomila euro. Il conto presentato al Ministero della Giustizia sfiora i 100 mila euro, la decisione del giudice arriverà in autunno ma non chiuderà il ciclo della protesta per vie giudiziarie: un altro centinaio di ricorsi sono stati depositati da Setzu in tutta Italia, 30 sono all'esame dei tribunali di Cagliari, Sassari e Nuoro a sostegno ideale di un'offensiva che si affianca alla recentissima protesta dell'Unione Camere penali contro il sovraffollamento carcerario in Italia e lo stop del governo alla parte di riforma che potenziava le misure alternative alla detenzione: "Finora le decisioni dei giudici civili sardi sono state tutte favorevoli agli ex detenuti - fa i conti il legale cagliaritano - e imperniate sul problema dello spazio netto all'interno delle celle, che non dev'essere inferiore ai tre metri.

I problemi però sono anche altri, la mancanza di attività interne al carcere, l'igiene, i parassiti, la distanza fra il luogo di detenzione e la residenza dei familiari che rende difficili le visite. Sono situazioni incompatibili con l'obbligo di riconoscere ai detenuti condizioni di vita umane". I numeri. Qualche numero aiuta a definire lo stato del sistema penitenziario in Italia e nell'isola: secondo il Ministero della Giustizia al 30 giugno scorso i detenuti nelle carceri italiane erano 60.522 a fronte di una capienza di 50.496. Secondo il responsabile sardo dell'Osservatorio carceri dell'Ucpi - Unione Camere penali - l'avvocato Franco Villa, il dato non rende però l'idea della situazione: "Una buona parte delle celle disponibili fa parte di sezioni chiuse per manutenzione - spiega il legale - quindi il sovraffollamento va oltre le percentuali diffuse".

Carceri sarde. Meno preoccupante la situazione della Sardegna, dove i detenuti distribuiti a fine giugno nelle dieci strutture di reclusione erano 2189 su una capienza ufficiale di 2706 posti, col solo carcere di Uta - 586 su 561 - al di sopra dei limiti. I suicidi. Ma rispettare le capienze non basta: "Quello di Uta, per fare un esempio, è un penitenziario moderno, costruito di recente - avverte Villa - eppure si registra un numero abnorme di suicidi, legato non solo alle condizioni di detenzione ma soprattutto allo stato di salute psichica dei detenuti. Basta un dato, un terzo dei reclusi a Uta ha problemi psichici, il 35 per cento sono tossicodipendenti".

Allargando l'analisi alla penisola, secondo l'Ucpi nel 2018 sono morti in carcere 148 detenuti, i suicidi sono stati 67. Nel 2019 i morti sono finora 60 e i suicidi 20. Numeri a dir poco spaventosi. Misure alternative. Insomma, non è solo una questione di spazi e di affollamento: "Come Ucp abbiamo chiesto e continueremo a chiedere investimenti sulle misure alternative al carcere - insiste Villa - e la ragione della nostra richiesta è contenuta in un dato: il 68 per cento dei condannati che espiano la pena il carcere ritorna a delinquere, fra quelli che hanno beneficiato di una misura alternativa la recidiva cala al 19 per cento".

Come dire che il carcere non aiuta, non rieduca, produce soltanto sofferenza e costi sociali. "Eppure - sostiene l'avvocato Villa - i governi continuano a privilegiare gli interventi sulla sicurezza, piuttosto che quelli sul trattamento dei reclusi e sulla loro salute. L'ultima riforma purtroppo conferma questa tendenza, il cuore del testo, l'allargamento dell'accesso alle misure alternative, è stato affossato". I risarcimenti. I risarcimenti economici sono quindi semplici palliativi, che però confermano l'esistenza di un problema sempre più grave che si stenta ad affrontare.

 

 

 

 

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