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Avellino: "in carcere il tema della salute è centrale, l'Asl se ne faccia carico" PDF Stampa
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finok.eu, 18 luglio 2019

 

L'appello del Garante per i diritti dei detenuti. Le questioni messe in luce nella lettera dei detenuti all'interno della Casa Circondariale "Antimo Graziano" di Bellizzi erano note al Garante Provinciale per i Diritti, Carlo Mele, che le ha più volte segnalate. Da due anni il Tribunale di Sorveglianza convoca in maniera costante un tavolo specifico con i dirigenti dell'Asl e i direttori sanitari dei quattro istituti in provincia di Avellino (Ariano - Sant'Angelo - Bellizzi e Lauro che ospita detenute madri) e la direzione delle Case Circondariali, sul tema della salute in carcere che risulta essere una assoluta priorità.

Prima di tutto comprendere le condizioni di chi vive la pena detentiva e poi cercare di valutare in che modo può essere assicurato un servizio, purtroppo sia ben lontani dall'applicare questo metodo. Ce lo conferma Carlo Mele che è stato a Bellizzi qualche giorno fa per svolgere il suo ruolo di Garante: "I Magistrati sono interessati a passare la pratica in Procura. Capisco che la necessità dell'Asl sia assicurare i servizi ai detenuti con lo stesso criterio che assegna i servizi ai cittadini, però c'è una differenza sostanziale: i cittadini possono anche andare a curarsi altrove, i detenuti no. Ci sono ritardi nelle visite, nella somministrazione dei farmaci, non c'è uno psichiatra per il carcere che garantisca una continuità.

A questo si aggiungono i disagi delle famiglie nel raggiungere Sant'Angelo o Ariano, visto che la maggior parte dei detenuti non è residente in provincia, sono giovani e spesso si ritrovano da soli. In più parte degli istituti ha dei problemi strutturali, alcune sezioni sono molto vecchie, fatiscenti. C'è ancora la questione del sovraffollamento, Bellizzi ha cento detenuti in più di quelli che potrebbe mantenere, il personale è sotto organico e poi la mancanza di acqua, sottolineata all'Alto Calore, perché non si tratta semplicemente di assicurare che ci sia, ma occuparsi delle cisterne che sono obsolete. Ad Ariano ad esempio non arriva l'acqua in infermeria e si va avanti con le bottiglie, le cisterne erano state costruite per strutture che all'inizio avrebbero dovuto ospitare 150 e 300 detenuti, oggi sono raddoppiati, serve una manutenzione per evitare che l'acqua si disperda".

Le mancanze segnalate dai detenuti sono anche altre, riguardano i percorsi educativi e sociali, nonché l'assenza degli operatori che dovrebbero aiutare nei corsi di formazione e nei laboratori del reparto dinamico trattamentale: "Anche su questo punto siamo intervenuti, l'educatore è spesso soltanto uno, sempre diverso, ce ne vorrebbero almeno cinque. La questione trattamentale deve essere seguita con attenzione, ci sono detenuti definiti incompatibili con il regime carcerario ma sono ancora in carcere. E qui decide la giustizia ed entriamo ancora in un altro problema, quello dell'assenza di difesa.

Gli avvocati d'ufficio la maggior parte delle volte non si vedono, appongono una firma senza nemmeno conoscere il detenuto e sono io come Garante con i miei collaboratori a fare consulenza legale, a spiegare come uscire dai meandri della giustizia e dalle lungaggini della burocrazia. Queste persone sono in carcere e non c'è chi ne ha cura su molti livelli, se parliamo di un luogo in cui è necessario fare trattamento, recupero e riabilitazione, bisogna svolgere queste attività per evitare che sia solo un luogo di segregazione, lo impongono le leggi che noi non siamo in grado di rispettare, perciò l'Europa bastona continuamente l'Italia".

Complessità molteplici, fratture nel sistema che sembrano insanabili: "In carcere bisogna andare e starci un po' di tempo per riuscire a rendersi conto di cosa significhi. Quando si invoca il carcere a vita non si ha idea di quello che si afferma, il carcere quello che ha lo restituisce. La pena finisce ad un certo punto, se non è stato fatto un percorso di reinserimento allora il carcere non è servito".

Da dove si parte dunque per garantire i diritti e migliorare in maniera sostanziale lo stato delle cose nelle carceri della nostra provincia? Carlo Mele non ha dubbi: "È il tema della salute ad essere centrale, quello dell'Asl è un presidio, il dipartimento locale deve considerare il carcere nella sua programmazione. Questa bagarre tra l'Asl e le direzioni delle strutture non aiuta, genera il malcontento degli uni rispetto agli altri. Per dire, lo psichiatra deve sapere che un intero giorno della sua settimana lavorativa sarà dedicato ai detenuti, a Bellizzi sono garantite soltanto 18 ore a settimana per 600 detenuti, perché la carcerazione in sé procura malattia mentale, causa sconforto.

I detenuti hanno necessità di parlare, piangono appena hanno la possibilità di sfogarsi con qualcuno. Abbiamo pensato alle cartelle cliniche informatizzate per far si che la farmacia fosse fornita rispetto alle necessità dei detenuti. C'è bisogno di più educatori e assistenti sociali, stiamo pensando - come ufficio del Garante - di proporre quest'attività di consulenza legale insieme alla Camera Penale e all'Ordine degli Avvocati, di implementare il sostegno ai detenuti col supporto di psicologi. Oggi purtroppo è tutto considerato in maniera superficiale, per questo c'è tanta rabbia da parte dei detenuti che si rivalgono sul personale penitenziario con cui, per forza di cose, non si riesce ad instaurare una buona relazione, un rapporto di comunicazione e collaborazione".

 

 

 

 

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