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Brasile. Lula parla dal carcere e lancia la sfida a Bolsonaro PDF Stampa
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di Andrea Muratore


insideover.com, 11 settembre 2019

 

Rinchiuso in una stanza di tre metri per tre, guardato a vista da due poliziotti, senza internet né televisione, l'ex presidente brasiliano Lula sta affrontando la sua condanna a dodici anni di galera. Tutto questo nonostante l'emersione di sempre nuovi dettagli, prima fra tutte l'inchiesta di The Intercept del giugno scorso, che danno credito alla tesi del "golpe giudiziario" funzionale alla condanna di Lula per corruzione nell'inchiesta Lava Jato. Lo si può affermare senza negare che, dallo scandalo Odebrecht in avanti, il sistema di potere del Partito dei Lavoratori brasiliano si sia dimostrato vulnerabile a corruttele, influenze criminali e commistioni col potere economico.

L'inchiesta però è andata oltre gli argini, portando prima all'impeachment della presidentessa Dilma Rousseff, non coinvolta direttamente dalle indagini, e poi all'incarcerazione di Lula nel momento in cui si preparava al ritorno in campo nelle presidenziali del 2018. Elezioni che hanno visto il suo Partito dei Lavoratori sconfitto da Jair Bolsonaro e dalla sua agenda securitaria, liberista e, soprattutto, giustizialista, al termine di una campagna costruita sulle accuse contro Lula e i suoi collaboratori. La nomina da parte di Bolsonaro dell'ex pm di Lava Jato, Sergio Moro, a "super-ministro" della Giustizia e della pubblica sicurezza rappresenta una sorta di saldatura tra vecchio corso giudiziario e nuovo corso politico.

Lula, incarcerato nel momento in cui la sua popolarità aveva raggiunto nuove vette record e in cui la sua vittoria alle presidenziali appariva scontata, è recentemente tornato a far sentire la sua voce in un'intervista a tre giornalisti che lo hanno incontrato in carcere: Mauro Lopes e Paulo Moreira Leite di Brazil 24/7e Pepe Escobar di Asia Times. Lula ha parlato a tutto campo del suo passato da presidente, delle sfide affrontate, degli incontri con i maggiori protagonisti della politica globale e, al tempo stesso, della sua diversità dall'attuale presidente. In una fase che vede la popolarità di Bolsonaro in costante calo e gli incendi amazzonici scoperchiare il vaso di Pandora del sistema industriale brasiliano, Lula va all'attacco e mira a ripresentarsi come leader di statura internazionale.

Lula rivendica le sue politiche

Escobar ha riassunto in una serie di articoli le sue conversazioni con l'ex presidente, focalizzandosi in particolare sui frangenti in cui Lula segna il suo distacco da Bolsonaro. Lula ha sottolineato il suo ruolo di riferimento al vertice della Conferenza delle Parti (Cop-15) sui cambiamenti climatici a Copenaghen nel 2009 e la sua ostilità ai fazendeiros che oggi sostengono l'establishment della destra brasiliana e si lanciano a viso aperto all'assalto dell'Amazzonia: "Non è necessario abbattere un singolo albero in Amazzonia per coltivare semi di soia o per il pascolo del bestiame. Se qualcuno lo sta facendo, è un crimine - e un crimine contro l'economia brasiliana". Non solo, ha raccontato la storia interna di come sono proseguiti i negoziati e di come è intervenuto per difendere la Cina dalle accuse statunitensi di essere il più grande inquinatore del mondo.

Lula ebbe un ruolo cruciale nell'ascesa dei Brics. Assieme a Russia, Cina, India e Sudafrica, il Brasile creò i Brics "non come strumento di difesa, ma come mezzo d'attacco" all'egemonia globale del dollaro statunitense. Questa l'idea di Lula che ha voluto attuare questo piano attraverso un progressivo affrancamento delle transazioni in biglietto verde - sentiero percorso oggi da Russia e Cina - e con la creazione di una banca di sviluppo autonomo, rintracciabile nelle strutture finanziarie che Pechino ha sviluppato a sostegno delle sue Vie della seta. Secondo Lula, le ragioni dello scoppio di Lava Jato, dell'impeachment del suo successore Dilma Rousseff e del suo arresto vanno ricercate nella volontà degli apparati politici ed economici statunitensi di evitare che Brasilia diventasse un centro d'influenza autonomo in America Latina, tanto che Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan avrebbero avvertito la Roussef dei rischi insiti in una sfida aperta al dollaro che il Paese non è mai riuscito a perfezionare.

L'intervista a Lula è un atto politico estremamente forte, un j'accuse esplicito all'amministrazione Bolsonaro, alla sua condotta di politica estera, interna ed economica: Lula difende il multilateralismo e uno sviluppo inclusivo contro la volontà di Bolsonaro di dare esclusiva priorità alle relazioni con gli Usa, demolendo decenni di buone relazioni a livello regionale e globale costruite dal Brasile grazie alla sua condotta diplomatica cauta, e di aprire il Paese al libero mercato e l'Amazzonia allo sfruttamento economico.

Gli autogol dei Lavoratori orfani di Lula. Uno scontro che segna la rinascita della dialettica politica in Brasile e mostra le faglie che attraversano un Paese grande e problematico come il gigante verde-oro. Dal carcere, Lula fa sapere al mondo che è tornato ed è il vero capo dell'opposizione a Bolsonaro. Pronto a mobilitarsi e a superare le ferite di quella che ritiene essere una cospirazione giudiziaria creata ad hoc contro l'ex presidente.

Caduto Lula, il successore Fernando Haddad è stato surclassato al ballottaggio presidenziale da Bolsonaro: dalla prigione, facendo sentire la sua voce a un elettorato molto favorevole alla sua liberazione, Lula potrebbe sia ricompattarlo che, in prospettiva, ghettizzarlo impedendo l'emergere di un sostituto all'altezza.

E l'attuale establishment della Sinistra brasiliana appare di ben altra pasta: la decisione del Presidente del Pt, Gleisi Hoffmann, di non presenziare all'inaugurazione della presidenza di Bolsonaro a gennaio, gettando un'ombra su quella che al di là del clima politico è stata un'elezione valida costituzionalmente, ma di recarsi pochi giorni dopo alla corte di Nicolas Maduro in Venezuela ha rappresentato un autogol clamoroso che Lula non avrebbe mai compiuto. Segno della difficoltà dell'attuale opposizione di sopravvivere politicamente alla caduta del suo patriarca che proprio nella scelta dei suoi collaboratori più stretti ha conosciuto i maggiori insuccessi.

 

 

 

 

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