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Napoli. La sfida di formare la comunità al perdono PDF Stampa
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di Rosanna Borzillo

 

Avvenire, 12 settembre 2019

 

"Le ferite possono diventare feritoie di luce e di senso". La nuova sfida della Chiesa di Napoli parte dal carcere: "non luogo di detenzione per chi si è macchiato di una grave colpa, ma luogo teologico dove incontrare Cristo che ha scelto di abitarvi".

La sesta opera di misericordia "Visitare i carcerati" dà il titolo alla Lettera pastorale del cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli, ed è il filo conduttore del nuovo anno pastorale che inizierà domani. Ieri la presentazione presso il Centro di pastorale carceraria, diretto da don Franco Esposito, e che quotidianamente ospita detenuti in affido ai quali la diocesi offre la possibilità di imparare mestieri di artigianato, da poter esercitare urta volta rientrati nella vita sociale.

"La Chiesa di Napoli - scrive Sepe - sente l'esigenza di vivere questa dimensione della carità in particolare verso i crocifissi della vita", consapevole che "sono tante le catene che ci tengono imprigionati e che non sono solo quelle del carcere". Facciamo esperienza quotidianamente di tante schiavitù "che limitano la nostra autonomia e avviliscono la stessa dignità umana".

E tra di esse "l'assuefazione ai dispositivi elettronici, che contagia tanti nostri ragazzi come pure quella di quanti restano imprigionati dalle droghe, dal gioco, dal sesso, dalla maldicenza, dalla violenza". "La sesta opera di misericordia - sottolinea don Tonino Palmese, vicario episcopale per la carità - è la più disattesa perché facciamo fatica a convincerci che Gesù si sia potuto identificare con avanzi di galera".

Spetta a don Palmese ricordare che oggi le condizioni del carcere sono "disumane: si vive in un abbrutimento permanente, di umiliazioni e limitazioni di ogni genere. Eppure siamo convinti che ad ogni crimine debba corrispondere un'adeguata e severa punizione". L'arcivescovo invita però a ricordare il suggerimento di Gesù: "chi è senza peccato scagli la prima pietra" e ribadisce che "il perdono è un atto rigenerativo, avvia percorsi di riconciliazione, riporta sulla strada giusta, dischiude nuovi paesaggi. Non è un colpo di spugna per gli errori precedenti; è un colpo d'ala verso un'esistenza nuova". Su questo punta la Chiesa di Napoli chiede e suggerisce percorsi nuovi. "Perché - spiega don Palmese - la comunità ha una "responsabilità vicaria".

Ci verrà chiesto "Dov'è tuo fratello"? Dov'è il tuo fratello carcerato? Cosa fai per sostenerlo in questa difficile prova della vita?". Domande scomode e imbarazzanti". Perciò tutta la comunità ecclesiale è chiamata ad elaborare un progetto pastorale di ampio respiro, in cui Sepe individua come priorità "formare la comunità al perdono; provvedere ad un'anagrafe dei reclusi della propria zona pastorale; adottare un detenuto e la sua famiglia; coinvolgere i detenuti stessi nell'attività di evangelizzazione e di sostegno; sviluppare un piano decapale d'insieme con istituzioni, associazioni, privati".

La Chiesa - conclude Sepe - "non può sostituirsi alla società civile e alle istituzioni statali. Può tuttavia offrire una testimonianza profetica, indicare itinerari". In proposito Sepe cita san Giovanni Bosco e l'esperienza degli oratori, nata proprio a partire dalla sua esperienza nelle carceri minorili.

"Affiancandoci ai percorsi dei detenuti con rasserenante fiducia siamo convinti che, facendo loro percepire il senso della dignità personale, si possa ingenerare un effettivo cambiamento di vita. Più a monte, siamo chiamati ad educare la società ad essere inclusiva, a non accettare l'esistenza di "vite di scarto", a prevenire la devianza sociale prima che diventi reato, ad incontrare l'uomo prima che a farlo sia l'illegalità".

 

 

 

 

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