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Napoli. La foto sui social oltraggio alla vittima, ma i detenuti hanno diritto a sperare PDF Stampa
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di Samuele Ciambriello*

 

Il Mattino, 12 settembre 2019

 

I social possono far diminuire le distanze, allargare il fossato, essere spine nel fianco, sono la cassetta degli attrezzi per creare consenso, a volte per seminare divisioni ed odio. Nella nostra vita quotidiana l'utilizzo dei siti e delle applicazioni di social network è così rilevante, che oramai la consideriamo assodata, come vera e propria parte integrante della nostra quotidianità.

Ne siamo vittime e carnefici. Dall'altro giorno alcune foto apparse in rete e postate da una parente di un giovane recluso nel carcere minorile di Airola in provincia di Benevento sono al centro di interessi e commenti. Hanno sicuramente offeso il dolore dei familiari della vittima Franco Della Corte, ammazzato il 16 marzo del 2018. In primo grado i tre giovani minorenni accusati dell'omicidio sono stati condannati a 16 anni.

Uno di loro, Ciro, ha ricevuto l'autorizzazione dal giudice, un permesso trattamentale di poche ore per recarsi accompagnato dalla scorta in un ufficio parrocchiale, con il cappellano, a poche centinaia di metri dal carcere per festeggiare i suoi 18 anni con i propri familiari. Questo a luglio. Una cugina posta su Instagram una foto dell'incontro e si riaprono ferite e polemiche, poco prima, il 19 settembre che inizierà il processo di appello.

Vediamo come un errore (la pubblicazione) si possa mutare in opportunità di confronto e riflessione. Siamo davanti a un problema delicatissimo, in cui contano molto le sfumature, i dettagli. Per il giovane in carcere il diritto alla speranza è molto importante.

Ed è ancora più importante, come sottolineano leggi e la Costituzione, che non sia negato a priori. Il carcere serve a ricostruire la dimensione piena della sua dignità di vita, scontando la giusta pena per il suo reato. Il ravvedimento non può essere solo un fatto personale, quasi privato, intimo. Se hai ucciso, se hai fatto del male, io mi aspetto che tu mandi dei segnali che tu riporti un po' di speranza con i tuoi gesti, con i tuoi atti, con le tue parole.

Una giustizia che ti aiuti a ritrovare a ritrovarti. L'anagramma di carcere è cercare. Ecco perché i giudici, gli educatori, i volontari, il sistema carcere dà una chance ad detenuto, non un privilegio. Carcere, giustizia, tempi certi e dignitosi della detenzione viaggiano insieme. Certezza della pena e qualità della pena. A maggior ragione per i minori.

Allo stesso tempo abbiamo un debito di riconoscenza nei confronti di chi è stato assassinato e nei confronti delle famiglie, sono morti ma sono ancora vivi perché le loro speranze devono camminare sulle nostre gambe. Dobbiamo essere noi più vivi, più veri, più coraggiosi per costruire ancora più vita e vivere la solidarietà vera con chi ha perduto un familiare.

E non cadere nella trappola di chi vuole distorcere le notizie, di chi vuole speculare. Sapendo che invocare solo un carcere duro non restituisce né la vita né gli affetti ai familiari. I parenti invocano più carcere, meno atti di comprensione e permessi trattamentali e rieducativi per i loro carnefici, senza sconti di pena o scorciatoie.

È questa l'unica strada per elaborare il dolore e sentirsi risarciti da una giustizia responsabile? Sono anni che io nelle carceri invito i familiari delle vittime a portare la loro testimonianza, a parlare di giustizia riparativa. Sono dei veri percorsi di mediazione penale per far nascere dal sangue alberi di speranza.

*Garante dei detenuti della Campania

 

 

 

 

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