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Edward Snowden: "Lotto perché Internet torni di nuovo libero. Zuckerberg? Si pentirà" PDF Stampa
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di Roberto Saviano


La Repubblica, 13 settembre 2019

 

Immaginate di aprire il vostro computer e di trovare sul desk un documento non redatto da voi che raccolga in ordine tutti i dati della vostra vita. Quando vi siete diplomati, la foto in cui siete allo stadio, il documento della patente, gli audio mandati su WhatsApp.

E poi, scavando, ogni singolo dettaglio: una foto di quando eravate ubriachi a una festa dieci anni fa, il dettaglio di un bacio dato alla moglie del vostro migliore amico che entrambi avete giurato di non raccontare e di non far accadere mai più.

E ancora: l'elenco di tutti i porno che avete visto, la mappatura di ogni commento stupido e sessista detto in una telefonata. Un selfie da nudi, la foto fatta al compleanno di vostra madre, un video al museo del Louvre. Ebbene, questo documento esiste. O meglio, potrebbe esistere e non è una fantasia distopica, né un'esagerazione: la persona che di tutto questo ha portato prova, documentazione, esperienza diretta ce l'ho davanti ai miei occhi ora ed è Edward Snowden.

Non cercate di catalogare in mente, andando a ritroso, le cose fatte o i file inviati che potrebbero esporvi; troppo tardi, è ormai cosa irrimediabile. E anche se aveste vissuto come un monaco trappista nelle alture del Golan, qualche elemento per mettervi in imbarazzo lo si trova sempre. Ah, sia chiaro, non ci sono reati in quest'elenco, nemmeno uno. E a ben vedere neanche immoralità, ma elementi personali, gusti, contraddizioni, errori, passioni di cui dovreste rispondere solo a voi stessi o a chi decidete di metterne a parte ma che, se finissero nelle mani di qualche "giornalista" pagato (o a qualche "tribunale", dipende dallo Stato in cui vivete) per fare killeraggio sulla vostra reputazione, comprometterebbero la vostra immagine pubblica e dovreste spendere tempo e energie a giustificarvi.

Non tutti abbiamo un profilo pubblico, potreste obiettare. Non siamo giornalisti, né volti della tv, non siamo politici né scrittori. Vero, eppure paradossalmente questo genere di informazioni, se rese pubbliche, fanno più danno alle persone comuni che, da sole, si trovano costrette a difendere il proprio privato all'interno di una comunità di persone in carne e ossa, che giudicano e stigmatizzano, e non di odiatori virtuali da social media.

Ora però calmate il respiro, nessuna paranoia. Non c'è nessuno che vi stia spiando. Nessuno con occhi voce orecchie; ma ci sono strutture tecnologiche che raccolgono tutto, con il consenso del vostro governo e all'occasione, se serve, se fate qualcosa che non va fatto, se diventate nemico di qualcuno, le informazioni disponibili su di voi verranno selezionate e consegnate a chi potrà servirsene in modo lecito o illecito, secondo arbitrio. Cosa avete fatto? Molto spesso nulla, ma è bastato spiarvi nella vostra normale vita di tutti i giorni per rendervi "mostri".

Snowden ha scritto un libro, Errore di Sistema, in cui racconta come sia riuscito a scoprire tutto questo e come la sua vita lo abbia portato a scegliere di svelare la più grande violazione di massa della privacy mai accaduta in una democrazia. Attendevo questo libro da anni e tra le mani ho non il diario di un esiliato, né il racconto di un testimone, ma la lucida analisi di un intellettuale al quale ho molte domande da porre.

 

Edward, quindi non c'è modo di difendere la propria privacy?

"Non puoi pensare che non ti interessa la privacy perché non hai nulla da nascondere, sarebbe come dire che non ti interessa la libertà di stampa perché non ti piace leggere o che non ti importa della libertà di culto perché non credi in Dio. La privacy è l'espressione individuale di un diritto collettivo. Ma quando costruiscono un sistema che cataloga, immagazzina, sfrutta gli scambi tra esseri umani, per usarli contro di noi, devi stare in guardia e chiederti: e ora cosa ci succederà?"

 

Snowden mi sta parlando da uno schermo, mi parla dal suo esilio lungo ormai sei anni. Da quando nel 2013 ha rivelato ciò che accadeva, gli Stati Uniti gli hanno revocato il passaporto e lo hanno denunciato per aver rivelato i programmi che la Nsa: questo è ciò che si sa di lui. Nel libro c'è tutto il resto. Il suo primo atto di hackeraggio lo fa a sei anni quando, per andare a dormire due ore dopo l'ordine della madre, cambia l'orario di tutti gli elettrodomestici di casa, riuscendo a ingannare la famiglia e ad andare a letto più tardi. La sua prima operazione importante risale ai suoi sedici anni, quando scopre che il sito di Los Alamos può essere "bucato" per trovare documenti ad uso interno. Chiamano a casa, la madre crede che abbia fatto danni, invece vogliono assumerlo, ma non sanno che è minorenne. Edward Snowden è il classico nerd che passa le giornate sul Web e con i videogiochi. Quando non è collegato, Edward pensa a quando si collegherà e nel suo libro racconta benissimo la trasformazione del Web.

"So bene quale luogo tossico e insano sia diventato oggi il Web, ma dovete capire che per me, quando ci sono entrato in contatto per la prima volta, Internet era qualcosa di totalmente diverso. Era come un amico, un genitore. Tutti indossavamo delle maschere, eppure questa cultura dell''anonimato attraverso la polionimia' produceva più verità che falsità, perché aveva un carattere creativo e cooperativo, più che commerciale e competitivo. Dopo la bolla... Le aziende capirono che le persone, quando si trovavano online, erano più interessate a condividere che a spendere, e che la connessione umana che Internet aveva reso possibile poteva essere monetizzata: dovevano semplicemente trovare il modo di inserirsi in questi scambi sociali e trarne profitto. Così è iniziato il capitalismo di sorveglianza, decretando la fine di Internet per come la conoscevo io".

 

Come è avvenuto, in concreto, questo passaggio?

"Le persone, attirate dalla maggiore facilità d'uso, hanno preferito abbandonare i propri siti personali - che richiedevano un costante lavoro di manutenzione - a favore di pagine Facebook o account Gmail, dei quali, però, erano proprietari solo nominalmente. Chi era succeduto alle società che avevano fallito nell'e-commerce, perché non erano riuscite a trovare nulla che ci interessasse comprare, ora aveva un nuovo prodotto da venderci. Quel prodotto eravamo noi stessi. I nostri interessi, le nostre attività, la nostra posizione e i nostri desideri".

 

Se avessi difronte Mark Zuckerberg, cosa gli diresti?

"Non penso sarebbe interessato a conoscere la mia opinione, perché mi pare un uomo piuttosto sicuro di sé".

 

Insisto...

"Gli chiederei: come vuoi essere ricordato? Credo che quando Zuckerberg invecchierà, si guarderà indietro, vedrà il suo fascicolo personale e si rammaricherà di non aver usato le risorse di cui oggi dispone per qualcosa di più nobile e importante, che non vendere più pubblicità".

 

Si può recuperare la libertà del Web?

"Non credo che possiamo riportare le cose come erano un tempo, ma penso che possiamo ricordare che esistono dei valori e rispettarli. Ci sono persone più intelligenti di me, persone come l'inventore del World Wide Web, Tim Berners, che si sta dedicando a una cosa che si chiama re-decentralizzazione di Internet".

 

Il punto di caduta del tuo discorso è che, in definitiva, non usiamo più il Web, ma siamo usati dal Web...

"I cittadini oggi sono meno consapevoli di ciò che accade nelle nostre democrazie e, invece di essere soci della rete, sono diventati oggetto della rete. Quello che sentiamo è un malcontento crescente, perché vediamo il modo in cui queste tecnologie vengono utilizzate contro di noi".

 

Che cos'è la re-decentralizzazione?

"Re-Decentralizzare, ossia fare in modo che il sistema non abbia più bisogno di trattenere i nostri dati per fornire servizi. Per capire il motivo per cui Internet è diventato quello che è oggi, dobbiamo ragionare in termini di servizio pubblico. Tu paghi l'acqua e le società che gestiscono servizi idrici non pensano a come la usi. La stessa cosa vale per l'elettricità. Ma quando si parla di Internet, o di qualsiasi forma di comunicazione che utilizzi Internet, come ad esempio le smart tv, non ti permettono di usare una banale connessione Internet che non possono controllare. C'è un'aggressiva resistenza alla crescita della crittografia. Vogliono poter vedere per cosa usi Internet e applicare tariffe diverse in base al traffico e ai siti che frequenti. Questa è la sfida, questo è il servizio pubblico. Internet è stato trattato in maniera eccezionale e diversa da qualsiasi altro servizio pubblico".

 

Ci fermiamo a riflettere su come la nostra generazione sia l'ultima ad aver vissuto uno spazio di crescita fuori dalla tecnologia. Snowden dà una lettura non scontata sul perché la tecnologia abbia un'attrazione magnetica sui giovani, sul perché stare sullo smartphone, connessi, costituisca un desiderio irrefrenabile...

"I giovani sono naturalmente affascinati e attratti dalla tecnologia perché le macchine non discriminano. È il primo vero incontro che i bambini hanno con una realtà in cui vengono trattati non da bambini, ma come gli altri, perché un computer o uno smartphone non coglie la differenza. Ciò che è cambiato, rispetto a quando ero bambino io, è che la tecnologia con cui interagivo non si ricordava di noi. Accendevo la macchina, la usavo e la spegnevo, e quando tornavo a usarla non si ricordava chi fossi o cosa avessi fatto l'ultima volta, non aveva memoria".

 

Cosa pensi della condivisione sui social delle fotografie dei bambini? Sarebbe davvero preferibile evitare di pubblicarle?

"È estremamente pericoloso il fatto che oggi, partendo dalle immagini che le mamme postano di un'ecografia su Facebook, Twitter o Instagram, la storia privata dei bambini venga catturata e conservata, e che non sia posseduta o controllata da chi l'ha creata. Sono terze parti, aziende, gruppi di aziende o governi che assoldano queste società come 'delegati' per avere informazioni. Quello che cercano di creare è un 'grafico socialè a partire da una semplice connessione tra persone che conosci, con cui parli e interagisci e alle quali importa della tua vita. O almeno questo è quello che accadeva all'inizio della mia carriera nella comunità dell'intelligence".

 

E poi cos'è successo?

"Ora quello che fanno, una volta raccolte le informazioni su di te e sulla tua vita, è arricchire il grafico, per costruire il tuo fascicolo personale".

 

In termini pratici questo cosa comporta?

"La differenza tra me bambino e la mia generazione è che io potevo fare errori, potevo dire cose terribili, provare momenti di vergogna e fare cose di cui mi pentivo e che facciamo tutti da piccoli, perché fare errori ci fa crescere. Oggi invece le persone sono desensibilizzate perché sanno che quello che hanno detto rimarrà, non puoi dire che era stato un errore e devi difenderti e giustificarti e finisci per rafforzare un'identità in cui non ti ritrovi più, che non volevi, ma è troppo tardi: sei intrappolato nel tuo passato. Ogni cosa che facciamo ora dura per sempre, non perché vogliamo ricordarla, ma perché non ci è permesso dimenticarla".

 

Vuoi dire quindi che qualsiasi cosa diciamo o scriviamo ci perseguiterà?

"Viviamo gli errori come un archivio. Molti giornalisti si chiedono, ad esempio, se io sia un eroe o un traditore, perché ci piace l'idea competitiva di schierarci, di scegliere una squadra. Quello che neghiamo sono le nostra capacità, credendo di essere incapaci sia di fare del bene che di evitare il male. Dicono: non sono Gandhi, non sono Martin Luther King, ho le bollette, ho dei figli e voglio solo andare a casa e guardare il mio programma preferito. Beh, anche Gandhi voleva una vita felice. Io non sono Gandhi, sono una persona semplice, ma amo una cosa: amo l'idea che possiamo connetterci con tutte le persone del mondo e costruire legami di fratellanza, costruire reti oltre barriere di lingua, confini, culture e diventare migliori tramite uno scambio. Ma quando costruisco un sistema che cataloga, immagazzina, sfrutta e arma questi scambi contro di noi a beneficio di coloro che ottengono informazioni che ci riguardano, non posso fare a meno di chiedermi: cosa succederà?".

 

Una volta, Edward, hai detto che il vero valore di una persona non si misura dai valori in cui sostiene di credere, ma da che cosa è disposto a fare per proteggerli. Se non pratichi i valori in cui credi, probabilmente non ci credi fino in fondo. Non senti di non star praticando i tuoi valori vivendo in Russia, un Paese che viola i diritti umani, un regime che risponde a un unico uomo e a uno strettissimo gruppo di oligarchi, dove i tribunali e i processi sono costruiti per impartire condanne e mai (se non in casi rarissimi e spesso manipolati) assoluzioni?

"Molte persone dimenticano che non è stata una mia scelta vivere in Russia. Ero a Hong Kong in viaggio verso l'America latina quando il governo americano, l'ex segretario di stato John Kerry, mi ha annullato il passaporto e sono atterrato in Russia. Di sicuro avrei potuto collaborare con la Russia e dire che era il posto più sicuro del mondo per una persona come me e mi avrebbero accompagnato in limousine fino all'hotel, ma ho rifiutato. Mi è costato molto negli anni. Sono stato intrappolato in quell'aeroporto per circa 40 giorni. Da lì ho fatto domanda di asilo in 27 Paesi nel mondo, inclusa l'Italia, ma anche Francia, Germania, Norvegia: i Paesi che immaginiamo rispettino i diritti umani. Ma ogni volta che si arrivava alla decisione e pensavamo fosse una decisione positiva, i miei legali sentivano che una di "quelle due persone" aveva chiamato i ministri degli Esteri di quei Paesi, e quelle due persone erano John Kerry, il segretario di Stato o il vicepresidente Joe Biden.

E così ero intrappolato. Non sapremo mai perché i russi mi lasciarono uscire dall'aeroporto, ma al momento ero l'uomo più ricercato al mondo. C'erano giornalisti che si affollavano là fuori tutti i giorni. Ho avuto un asilo temporaneo, per un anno, e dopo quell'anno non mi è più stato garantito asilo. Non ho più scorta, agenti di protezione, vado in metropolitana, prendo il taxi e pago l'affitto come chiunque altro.

È una situazione rischiosa e non ne ho il controllo, ma la realtà è che il motivo per cui mi va bene vivere così, nonostante sia frustrante - per quanto io abbia criticato il governo russo per le sue politiche di sorveglianza, per la gestione delle elezioni politiche, per come vengano effettuate e abbia supportato le proteste - è che se il governo americano o i loro amici provassero a uccidermi, confermerebbero la mia teoria, perché io non ho fatto nulla per danneggiare il mio governo. Volevo aiutarlo. Ciò che ho iniziato a fare, con questo lavoro di giornalismo, non è un atto di rivoluzione, ma un atto di ritorno agli ideali degli Stati Uniti. E penso che sia la parte più tragica della mia presenza in Russia che, ripeto, non è voluta da me. Tutto il mondo ha sempre creduto che fossero gli Stati Uniti a proteggere i dissidenti. Cosa accade quando notiamo di vivere in un mondo in cui un dissidente deve essere protetto dagli Stati Uniti? Credo ciò dimostri quanto sia un periodo oscuro della nostra storia e spero non duri troppo".

 

Sulla presenza di Edward Snowden in Russia sono nate mille leggende, tra le più comuni quella che abbia dato informazioni riservate ai Russi in cambio di ospitalità o che fosse già una spia al soldo dei cinesi: nulla di tutto questo è provato, ciò che ha denunciato, invece, ha trovato puntuale riscontro e lui stesso ha sempre negato di aver mai collaborato con i russi. Perché, dunque, lo tengono lì? Un'ipotesi potrebbe essere questa: Snowden è la prova vivente che, ogni qual volta gli Usa si presentano come la più grande democrazia sulla terra, esiste in realtà un lato oscuro, un'ombra da tenere lontana, il più possibile. E per distruggere questa "contraddizione", la macchina del fango è lo strumento principale.

"All'inizio avevo deciso di non difendermi. Quando sono uscito allo scoperto nel giugno del 2013 e tutti parlavano di me ai telegiornali, è iniziata la propaganda che tu ben conosci. Ogni domenica ai talk show i giornalisti riportavano notizie che non erano vere, e gli altri le ripetevano: è il loro lavoro. Non ho rilasciato interviste fino a dicembre 2013. Mi ci sono voluti sei mesi. E non ho nemmeno risposto alle critiche, volevo solo commentare i risultati raggiunti e cosa ancora c'era da fare. Il motivo per cui non ho risposto alle critiche era che la mia reputazione non importava. Se avessi risposto, anche se avessi smontato le accuse e dimostrato di aver ragione, avrebbero continuato a ripetere le loro accuse perché quegli attacchi non sono nati per essere affrontati con i fatti, per capire cosa è realmente successo. Non interessano i fatti, interessano i sentimenti".

 

Snowden vive una campagna di pressione mondiale enorme, è "il traditore", "la spia", "il nemico della democrazia americana", "l'alleato dei terroristi", "la quinta colonna degli stati canaglia"... Eppure la sua scelta è di piena e consapevole strategia...

"Se avessi risposto a tutti gli agenti che mi accusavano in televisione, dicendo che non era vero niente, la faccenda si sarebbe focalizzata su di me e la questione vera che era di interesse pubblico, cioè se quei programmi fossero legali o meno, se il governo avesse davvero violato la Costituzione, sarebbero passati in secondo piano".

 

Se rispondi, l'attenzione va su di te e se tu sei fragile possono schiacciarti, ma se i tuoi "fatti" sono più forti di tutto, anche più forti di te, a loro spetterà il compito di smentire i tuoi accusatori...

"Il governo avrebbe saputo come rigirare le cose, tutti avrebbero parlato di me e non dell'NSA. Fa male. Ci sono moltissime persone, soprattutto nel mio Paese, che non hanno idea di ciò che è vero su di me. Abbiamo pochi momenti di respiro nella nostra vita e possiamo usarli per difendere la nostra reputazione o per focalizzarci sull'unica cosa che possiamo fare, cioè il nostro lavoro. La cosa più difficile, e che mi fa provare molta empatia nei tuoi riguardi, è stata stare semplicemente zitti, ma stare zitti con un obiettivo preciso, perché quando decidi di parlare, lo fai per dire qualcosa di importante".

 

L'Europa ha perso un'occasione unica rifiutando l'asilo politico a Snowden; avrebbe potuto dimostrare il diverso approccio nel dare sicurezza ai cittadini. Se Paypal, Facebook, Apple, Microsoft nascono negli Usa, è anche perché l'Europa non ha considerato una sfida alla sua altezza avere delle proprie piattaforme, ma è chiaro anche quanto poco riesca a preservare spazi di diritto e di scambio dentro un perimetro di libertà. "Ho percorso i corridoi più oscuri del governo e ho scoperto che è la luce che temono", ho letto questa frase di Snowden in un'intervista rilasciata a Glenn Greenwald e me ne sono ricordato mentre lo guardavo negli occhi sul grande monitor che avevo davanti...

"Siamo vicini di età e, considerata la nostra situazione, è quasi ironico: entrambi siamo stati in esilio e visto da un punto di vista storico, l'esilio è una cosa terribile. Nella letteratura italiana e nel passato, essere in esilio era quasi peggio della morte. Sei tagliato fuori dalla famiglia, dalla società, dalla vita intellettuale, dalla lingua. Ma siamo qui a parlarne. Non hanno vinto..."

 

Vero... Ti trovo pieno di speranza. Anche il tuo libro lo è. Hai un viso sereno e non sembra avvelenato da quello che stai subendo...

"Sai, l'oppressione politica ha strumenti che iniziano a non funzionare più. L'esilio non riesce a fermare più una conversazione. Se mi chiedi se ho una vita felice, nonostante tutto quello che ho passato, nonostante i sacrifici che anche tu hai dovuto fare, ci sono molti fattori che ci danno fastidio. In verità sono più felice ora di quando sono uscito allo scoperto, perché almeno ora posso credere nelle cose che faccio. Non so cosa accadrà in futuro, se sarà positivo o negativo, ma non ne ho il controllo. E poi pensiamo alla questione rimpianto: se avessi potuto, avresti agito diversamente? No, certo".

 

Ti sei mai pentito?

"Mai. Anzi mi sono pentito solo di una cosa".

 

Quale?

"La cosa che rimpiango è non essermi fatto avanti prima. Rimpiango ogni anno che ho impiegato a decidere in cosa credessi, per rendermi conto di ciò che succedeva e decidere di fare qualcosa. Spesso mi chiedo cosa sarebbe successo se mi fossi fatto avanti prima. Recentemente mi hanno chiesto se mi piacerebbe tornare al tempo della mia vita sul Web, quando potevo cambiare continuamente nome. E chiedo a te la stessa cosa. Non sarebbe bello se un giorno potessi avere un altro nome, o vivere in Danimarca?".

 

Sarebbe bello... Sì.

"Ma più passa il tempo e vivo così, più mi sento a mio agio nel trovarmi a disagio. È una sorta di dote, allenarsi a trovarsi nella propria pelle. È una di quelle situazioni eccezionali in cui impari molto. Una cosa che vorrei ridurre è l'impatto sulla famiglia e gli amici".

 

La tua famiglia è con te? Temi per i tuoi familiari?

"Sai, io sono minacciato da una parte che impone su se stessa delle restrizioni etiche, per cosi dire. La mafia può toccare i familiari, il governo non può. La mia famiglia non ha dovuto vivere altre conseguenze se non quella di essere preoccupata per me e le difficoltà che tutti affrontano quando in casa hai qualcuno che è diventato famoso, o per meglio dire, famigerato. La mia famiglia capisce perché ho fatto quello che ho fatto. Non so se provano quello che provo io, non parlo per loro, ma abbiamo ancora un rapporto molto stretto. È stata di grande consolazione".

 

Vorresti tornare negli Usa?

"Sì, vorrei tornare negli Usa e vorrei che mi fosse concesso un giusto processo e essere giudicato secondo la legge. L'Espionage Act del 1917 (della cui violazione Snowden è accusato ndr) in realtà non era stato creato per fermare le spie, ma per fermare la resistenza politica. Credo però che questa legge non durerà. Penso anche che anno dopo anno, tutte le accuse che mi sono state mosse crolleranno sempre di più. Gli agenti dell'NSA ora dicono che avrebbero dovuto loro stessi rivelare quello che ho rivelato io e che il programma che avevo denunciato lo stanno eliminando".

 

Davvero pensi di poter un giorno tornare in Usa dopo tutto quello che è successo?

"So solo che quando il mio Paese avrà bisogno di me, io ci sarò".

 

Dopo la pubblicazione di questo libro aumenteranno i guai...

"Non ho fatto quel che ho fatto per avere amici. L'ho fatto perché penso che le cose in cui crediamo contino. Ma contano soltanto in relazione a ciò che siamo in grado di rischiare per esse. L'unica su cui posso contare, pensando al mio futuro, è la mia compagna Lindsay".

 

Sto per salutare Edward Snowden e lo ringrazio per la sincerità delle sue risposte e la profondità non scontata, ma lui continua...

"Non so chi vivrà più a lungo tra noi due..."

 

E allunga un sorriso tenero da bimbo. Per esorcizzare mi giro e faccio una foto, un selfie di me con Edward dietro, sullo schermo. Lui sorride e aggiunge: "Sapevo che avrei sempre lavorato con i computer ma non avrei mai immaginato di vivere dentro un computer".

 

 

 

 

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