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La droga dei social che offende sia la memoria che la speranza PDF Stampa
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di Aldo Balestra


Il Mattino, 13 settembre 2019

 

Sono due gli aspetti che s'incrociano, e confliggono sempre di più, nella notizia del permesso concesso ad un ragazzo detenuto per aver ucciso selvaggiamente, quando era ancora minorenne e insieme a due complici, una guardia giurata. Permesso di poche ore per pranzare "con i soli familiari" in occasione del compimento della maggiore età, accompagnato dalla scorta di poliziotti penitenziari in una canonica messa a disposizione dal cappellano, a poche centinaia di metri dal carcere minorile di Airola.

C'è un aspetto che attiene al diritto stricto sensu, alla corretta applicazione e al rispetto di leggi e ordinamenti, ed uno che riguarda il comune sentire, a cominciare da quello intimo e doloroso della famiglia del vigilante napoletano ucciso a botte per rubargli la pistola.

Un sentire oltraggiato e ferito, alimentato vorticosamente dalla pubblicazione su Instagram, da parte di una cugina del giovane detenuto, delle foto scattate durante quel breve permesso: non solo un pranzo con i familiari, per il neo diciottenne Ciro da poco condannato a più di 16 anni di reclusione per quell'orrendo delitto alla stazione metro di Chiaiano, ma una vera e propria festicciola. Un party con tanto di palloncini, festoni e fotografie di rito, a cui hanno forse preso parte non solo i familiari stretti del ragazzo detenuto, ma anche (lo si sta verificando) altri parenti e amici. Il tutto a pochi giorni dalla celebrazione del processo d'Appello.

Di fronte alle sdegnate reazioni che si sono levate alla pubblicazione dell'istantanea di Ciro che riceve il bacio della fidanzatina in punta di piedi, nella canonica addobbata a festa, ha fatto bene il Ministero di via Arenula ad aprire un'inchiesta a tutto tondo, dovendo ricostruire ogni aspetto, a partire da fondatezza e opportunità del cosiddetto "permesso trattamentale". Samuele Ciambriello, Garante per i diritti del detenuto, ha ben ricordato sul Mattino che si tratta di una "chance", non di un "privilegio". La pena, dice la Costituzione, deve sempre tendere alla rieducazione del condannato.

Fino alla richiesta del direttore del carcere, sostenuta dal buon comportamento del ragazzo (che mai, però, ha mostrato sinora segnali di pentimento), non sembrano emergere prima facie controindicazioni particolari. Altra cosa sono la valutazione dell'esistenza dei requisiti nella concessione da parte della Sezione Minori della Corte d'Appello (c'erano tutti i presupposti?) e, soprattutto, le modalità di svolgimento del breve permesso (Prescrizioni particolari? E quali? Chi poteva partecipare?). Su questo secondo punto sarà utile, evidentemente, valutare le relazioni della scorta penitenziaria.

Non vorremmo però che questi aspetti, per i quali è utile un accertamento senza se e senza ma, distorcessero pericolosamente la percezione legislativa del permesso stesso, "beneficio accordato se ci sono i presupposti, non uno sconto di pena", come ha ricordato il Capo dipartimento Giustizia minorile, Gemma Tuccillo.

Il problema, allora, è soprattutto interrogarsi e riflettere ancora su come, e quanto, il gesto più praticato di questi tempi molto social, un gesto di apparente e innocente libertà, finisca - bene lo evidenzia Ciambriello - per trasformare tutti (oltre l'utile spunto ad occuparsi del caso) in "vittime e carnefici", incidendo sulla carne viva del dolore e comunque formando, o coartando, coscienze e giudizi. Quelle foto pubblicate con disinvoltura (ci auguriamo inconsapevole) sui social sono un indiscutibile oltraggio al figlio e alla figlia di Franco Della Corte, un atto incontrollato e incontrollabile di volgare leggerezza.

Christopher Lasch, opportunamente, ci ha ricordato come l'individualismo esasperato abbia ormai trasformato stili e comportamenti della nostra vita quotidiana. Il narcisismo proprio, e dei gesti altrui, ostentato sui social, anche dalla banalissima foto del primo giorno di scuola di un figlioletto fino al bacio della fidanzata del ragazzo assassino in permesso premio, o la ripresa video di folli corse in auto e persino la confessione in diretta di omicidi, questo narcisismo sempre più diffuso dimostra come - con la perdita del senso continente della realtà oppure l'inutile ostentazione o deformazione di essa - si finisca per mettere in discussione ciò che di vero, e magari codificato, già c'è.

Ovvero il rispetto della riservatezza propria ed altrui, l'opportunità di un gesto, la sicurezza, la legge o magari la stessa considerazione della legge, sino - ma qui il discorso diventa assai più ampio - ai processi democratici e alla vita stessa. Finisce che sia messa in discussione la libertà propria, nel nostro caso quella di aver diritto e aspirare ad un graduale e consapevole ritorno in libertà dopo aver pagato il conto alla giustizia. E senz'altro si offende l'altrui, come quella sacrosanta di vivere in pace, senza offese, il proprio grande dolore per un padre ucciso a bastonate, in una balorda notte di marzo alla stazione metro di Chiaiano.

 

 

 

 

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