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E se Nicosia fosse innocente? Non è chiaro quale reato abbia commesso PDF Stampa
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di Tiziana Maiolo

 

Il Riformista, 7 novembre 2019

 

Un'accusa indimostrabile, un'operazione dal titolo mediatico, qualche manciata di intercettazioni. E un uomo già dichiarato colpevole perché siciliano, dunque mafioso, e perché ha un precedente penale. Poco. Ma quanto basta per scatenare le iene giustizialiste.

L'ex assistente parlamentare ha il torto di presentarsi all'opinione pubblica nel peggiore dei modi. Pesano i giudizi su Falcone e Borsellino. Battute orribili. Che però non sono reati. Il reato, "associazione mafiosa", è indimostrabile. Il nome dell'operazione è molto mediatico, "passepartout". Il combinato disposto ha portato all'arresto di Antonello Nicosia.

Il quale ha già nel suo curriculum due peccati originali il primo è quello di essere siciliano e, sebbene si stia parlando di mafia, non mette conto parlarne, altrimenti ci toccherebbe spiegare al colto e all'inclito le tante facce del razzismo.

Ma il secondo, che più che un peccato è un reato (spesso nel nostro Paese si fa confusione), è un precedente serio, perché Antonello Nicosia è stato condannato una quindicina di anni fa a dieci anni di carcere per traffico di sostanze stupefacenti.

Di fronte al suo arresto di questi giorni, sarebbe quindi importante sapere se per esempio lui abbia oggi commesso ancora lo stesso reato, se cioè sia un delinquente recidivo, nonostante abbia già avuto un percorso carcerati° e nonostante che, da uomo libero, si sia impegnato a dirigere un Osservatorio internazionale dei diritti umani, e poi a condurre una trasmissione su una tv locale proprio sui temi della riforma carceraria, oltre a un impegno politico a fianco dei Radicali Italiani.

Se nonostante questo ricco percorso culturale e di vita Antonello Nicosia fosse stato beccato a spacciare e a trafficare con qualche chilo di cocaina, i presupposti per la custodia cautelare in carcere ci sarebbero tutti: pericolo di reiterazione del reato, quanto meno. Ma non pare sia così. C'è invece il reato indimostrabile: associazione mafiosa.

C'è un apposito articolo del codice penale che lo prevede, il 416 bis, che distingue l'attività dei mafiosi da quella della delinquenza ordinaria per la "forza di intimidazione" e la 'condizione di assoggettamento e di omertà" che i primi sono in grado di esercitare sul territorio in cui agiscono.

Sono quelle condizioni che di recente la Corte di cassazione non ha riconosciuto nell'attività, comunque criminosa, dei condannati nel processo romano indebitamente definito "Mafia capitale". Antonello Nicosia si presenta all'opinione pubblica nel peggiore dei modi, con la solita mandata di intercettazioni depositate non in cancelleria ma direttamente in edicola, nelle tv e sui sociaL I carabinieri e la guardia di finanza lo hanno ascoltato mentre faceva battutacce (serie o facete?), parlando in auto con un amico, su Falcone e Borsellino, che secondo lui non meriterebbero di esser ricordati nell'intestazione dell'aeroporto di Palermo, perché le loro morti sarebbero state una sorta di "incidente sul lavoro".

Un po' quel che si dice, in certi ambienti, dei poliziotti O anche dei rapinatori, quando qualcuno ritiene legittimo giustiziarli sul posto. Sono battute, o battutacce, orribili. E purtroppo diffuse, in ambienti che preferiamo non conoscere. Ma non sono reato. Fino a questo punto non capiremmo perché Antonello Nicosia si trovi in regime di custodia cautelare. C'è invece un argomento molto serio che lo può spiegare, perché lui è accusato di aver svolto il ruolo di "postino" tra detenuti nel regime previsto dall'articolo 41bis dell'Ordinamento penitenziario (cioè con limitata possibilità di comunicazione con l'esterno) e i complici mafiosi fuori dal carcere.

Questo è un passaggio delicato, perché Nicosia ha avuto quattro occasioni di entrare in altrettante carceri, in qualità di assistente parlamentare della deputata Fina Occhionero. Nelle intercettazioni lui fa il fanfarone, e si vanta di cose che, se rispondessero al vero, comporterebbero la commissione di reati da parte di personale carcerario, a partire dai direttori fino al comandante e a qualche agente di penitenziaria.

È vero che ogni parlamentare, anche accompagnato dall'assistente regolarmente registrato, ha il diritto/dovere, in qualunque momento, di visitare le strutture carcerarie e verificare le condizioni di vita dei prigionieri. Ma è escluso - lo può testimoniare chiunque abbia vissuto quell'esperienza - che il deputato o senatore possa, come ha detto Nicosia, chiudersi nella cella con il detenuto, in particolare se al regime di 41bis, e avere un colloquio riservato.

L'incontro tra parlamentari e carcerati avviene sempre sotto controllo e deve limitare il colloquio alle condizioni di salute e di detenzione. Se questa regola è stata violata, allora non basta arrestare Nicosia e qualche mafioso, ma occorre allargare il campo a qualche rappresentante istituzionale. Bisognerebbe inoltre sapere quale detenuto avrebbe consegnato un pizzino o un messaggio a voce e destinato a chi, per dare concretezza all'accusa.

Per esempio: Antonello Nicosia il tal giorno nel tal carcere si è appartato con il tal detenuto, il quale gli ha consegnato il tal messaggio che in seguito lui ha consegnato all'esterno a tal mafioso. Sarebbe importante per l'accusa, ma anche per tutti noi, conoscere le dinamiche delle strategie di Cosa Nostra che passerebbero anche tramite le visite in carcere dei parlamentari.

O dobbiamo pensare che qualcuno, come ha fatto la giornalista Milena Gabandii che ha accusato gli avvocati di fare da tramite tra mafiosi carcerati e mafiosi a piede libero, abbia lo stesso sospetto nei confronti dei parlamentati? E magari iniziare una bella campagna stampa, orchestrata dal Fatto, per limitare o annullare ogni ingresso e ogni forma di controllo sulla vita all'interno delle carceri? In nome della lotta non alla mafia ma al passepartout?

 

 

 

 

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