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Arrestato pure chi non protesta. Così l'Egitto affronta il dissenso PDF Stampa
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di Antonella Napoli


Avvenire, 8 novembre 2019

 

La crisi economica e íl regime di austerità alimentano íl malcontento delle piazze. Le luci dell'alba spengono il canto del Muezzin, la preghiera è finita al primo barbaglio di sole all'orizzonte.

La centralissima al Bustan street si anima lentamente, con il vociare dei commercianti e il traffico impazzito che al Cairo non allenta mai. Spuntano i banchetti colorati che dai negozi si estendono sui marciapiedi, pendolari e studenti affollano la metropolitana che già dalle 6 è gremita e chiassosa. La capitale egiziana è caotica e operosa come ogni giorno, ma l'instabilità delle ultime settimane è palpabile. La calma apparente può solo minimizzarla. Come testimonia il voto alla Camera dei rappresentanti lo scorso 4 novembre che proroga lo stato di emergenza di tre mesi, per la decima volta.

L'Egitto è un Paese in sospeso, la tensione crescente condiziona la vita degli oltre cento milioni di abitanti. Anche per gli occidentali, persino i turisti, il clima di restrizioni è tangibile, a cominciare dal divieto di passeggiare e fotografare luoghi sensibili come piazza Tahrir. utto è iniziato venerdì 20 settembre. Migliaia di persone sono scese in strada nelle città più importanti, da Suez a Luxor, chiedendo le dimissioni del presidente Abdel Fattah al-Sisi. Un evento che ha sorpreso il regime che dal 2016 vieta le manifestazioni pubbliche in tutto il Paese. Le ultime proteste di massa in Egitto si erano avute nel 2013, dopo la caduta del presidente democraticamente eletto Mohamed Morsi.

A deporlo un golpe guidato dallo stesso al-Sisi. L'approccio di "tolleranza zero" verso ogni forma di dissenso è degenerato in sparizioni forzate, torture e pene detentive sempre più lunghe per coloro che sfidano il divieto di manifestare. Dall'inizio della rivolta sono quasi 4.500 gli arrestati, tra cui decine di minori tra i 10 e i 16 anni. Oltre ai manifestanti, in cella finiscono attivisti e avvocati, come Ibrahim Metwaly, fondatore dell'Associazione dei familiari degli scomparsi e difensore dei diritti umani.

Doveva essere rilasciato il 5 novembre e invece è stato accusato di un nuovo capo di accusa, "finanziamento del terrorismo", e trasferito in un carcere di massima sicurezza. Il tutto nel silenzio pressoché totale dei media egiziani. Da metà settembre centinaia di siti web sono stati bloccati e la stampa interna è quasi totalmente controllata dal governo. Ogni organo di informazione è "imbavagliato" per impedire che si racconti la più vasta repressione dall'ascesa al potere dell'ex generale, oggi accusato di corruzione.

Ma il malcontento ha radici ben più profonde. La frustrazione del popolo egiziano si è accumulata negli ultimi anni, soprattutto per le severe misure di austerità assunte dal governo. L'Egitto sta uscendo da un programma di riforma triennale imposto dal Fondo monetario internazionale a fronte di un prestito di 12 miliardi di dollari.

Nell'ambito dell'azione di risanamento dei conti pubblici, il governo di al-Sisi ha svalutato la sterlina egiziana e aumentato i prezzi dei beni e dei servizi di base, riducendo al contempo i sussidi per il carburante, l'elettricità e alcuni generi alimentari. Nonostante gli economisti e gli investitori abbiano certificato la crescita nel Paese, l'inflazione si sia ridotta e il calo del debito e del deficit sia in progressione, gli indicatori positivi macroeconomici non si sono tradotti in un aumento del reddito e un migliore standard di sussistenza per i cittadini.

Il deprezzamento della valuta e i tagli alle sovvenzioni hanno fatto salire il costo della vita, facendo precipitare allo stato di miseria un terzo della popolazione. Le statistiche ufficiali pubblicate lo scorso luglio attestano che il 33% degli egiziani vive al di sotto della soglia di povertà, rispetto al 28% nel 2015.

La Banca mondiale rileva che il numero di indigenti in Egitto è quasi il 60%. Sotto l'aspetto occupazionale e salariale non va meglio, anche se il dato generale registrato nel secondo quadrimestre de12019 risulta il più basso degli ultimi 30 anni. Quella preoccupante è la percentuale della disoccupazione giovanile, che nella fascia tra i 18 e i 24 anni sfiora 1'80%.

Il tutto, a fronte delle accuse di corruzione rivolte al presidente al-Sisi e al suo entourage, con capitali pubblici dirottati per interessi personali su commesse e opere non necessarie, ha fatto deflagrare la rivolta che ha determinato un ulteriore giro di vite da parte delle forze di sicurezza. Quello egiziano è tra i sistemi autoritari più spietati al mondo: non risparmia nessuno, si abbatte anche su donne, anziani e bambini. Neanche gli stranieri sono "risparmiati", come da italiani abbiamo sperimentato con l'uccisione del ricercatore friulano Giulio Regeni.

Per Amnesty International, che monitora da tempo la situazione, la maggior parte dei fermati rischia di essere accusata di "appartenenza a un gruppo terrorista" e di "uso improprio dei social media". Secondo l'organizzazione internazionale la pressoché totalità degli arresti è irregolare in quanto basata solo sulla partecipazione, o presunta, a dimostrazioni pacifiche.

A diffondere i dati più aggiornati sulle ultime repressioni, la Commissione egiziana per i diritti e la libertà: 4.427 arrestati in 24 Governatorati, 3.864 comparsi davanti ai pubblici ministeri, 1.056 rilasciati su cauzione, 500 scomparsi, 326 "riapparsi" dopo giorni.

"La gente protestava per strada, solo per questo è stata ritenuta pericolosa. Sono stati trattati come terroristi - racconta Mohamed Lofty, direttore di Ecrf e consulente della famiglia Regeni come Metwaly. Sono stati arrestati tutti. Solo perché protestavano o si trovavano nei pressi di un corteo. Funziona così. Emblematica la storia di Yassin Abdallah, uno studente di Suez. Finiti i corsi all'università fa ripetizioni in centro a ragazzi più piccoli. Siccome non ha molti soldi e non può pagare il biglietto dell'autobus torna a casa a piedi. Un giorno vede passare un corteo. Resta lì, fermo a guardare. Arriva la polizia che rincorre i manifestanti.

Lui non sa che cosa fare. Se corre i poliziotti penseranno che sia uno di loro, ma se sta fermo la polizia lo arresta. Quindi decide di camminare. "Cammino così non pensano che faccio parte della manifestazione", si illude. Lo arrestano comunque e viene accusato di terrorismo". ncor più paradossale la sorte toccata alla ventenne Sanaa Abdel Fattah.

La ragazza stava passeggiando lungo Piazza Tahrir in una giornata tranquilla. La polizia l'ha fermata e le ha chiesto di vedere il suo telefonino, le sue foto. Lei ha rifiutato. L'hanno prelevata e portata in un commissariato dove l'hanno trattenuta per giorni.

"Sua sorella, Mona, è andata al posto di polizia dove era stata portata per avere sue notizie, ma le hanno detto che non era lì. Solo quando Sanaa ha potuto chiamare a casa per chiedere che andassero a riprenderla, i suoi familiari hanno potuto tirare un sospiro di sollievo. Ma ad altri è andata molto peggio" è l'amara conclusione di Lofty.

Sanaa è la sorella minore di Alaa Abdel Fattah, attivista e blogger protagonista della rivoluzione del 2011 che ha trascorso cinque anni in carcere. È stato rilasciato nel 2018 con l'obbligo di trascorrere 12 ore nel posto di polizia vicino casa. Ogni notte, dalle 18 di sera alle 6 di mattina. Due settimane fa si è presentato in commissariato ma non ne è più uscito.

Lo hanno arrestato con nuove accuse: appartenenza a un gruppo terroristico, istigazione alle manifestazioni e finanziamento al terrorismo. Dal 29 settembre è in carcere senza essere mai comparso davanti a un giudice.

Fattah è tra le migliaia di detenuti rinchiusi nella prigione di massima sicurezza di Tora, famigerata la sezione conosciuta come "Lo scorpione" dove le condizioni detentive sono aberranti e decine di prigionieri hanno avviato scioperi della fame. Lì nessun diritto è garantito. Come agli egiziani che provano a protestare chiedendo un futuro migliore.

 

 

 

 

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