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Milano. La mia prigione PDF Stampa
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di Claudia Arletti


Venerdì di Repubblica, 8 novembre 2019

 

Nel carcere di Bollate, considerato all'avanguardia, Cosima Buccoliero lavora da diciotto anni. Oggi lo dirige e pensa che "guardare cose belle ci aiuta a essere migliori". Si potrebbe dire che infondo è una questione di sliding doors, porte girevoli. O che è tutta colpa del "cigno nero": un evento imprevedibile cambia per sempre il corso della vita.

Prendete queste due giovani donne, una che dice: "Da bambina sognavo di lasciare il mio paesino e di vivere in città, mi immaginavo all'università, mi vedevo bene come topo di biblioteca". E l'altra: "Da bambina volevo fare il soldato. Ero attratta dall'esercito e dalle missioni all'estero, ma volevo anche laurearmi in legge". Ora indovinate: chi è la guardia e chi la ladra?

Dante per tutti - Il paesotto di Bollate - consueta scenografia di svincoli - dà il suo nome ai carcere più innovativo d'Italia, che poi è anch'esso una piccola città: 1.204 detenuti, 149 detenute, e poi gli agenti e gli altri dipendenti, un via vai continuo di insegnanti, bibliotecari, volontari, registi, scrittori, scienziati che spiegano qualsiasi cosa, dalla Divina Commedia alle neuroscienze.

Nonostante l'ingresso squallido non lasci presagire niente di buono, ci sono un ristorante famoso (InGalera,prenotazione obbligatoria), tappeti colorati per i bebè, la biblioteca, le aule per il corso di ragioneria e per l'alberghiero, la scuola d'informatica, le serre, il cinema (inaugurato da Gabriele Salvatores), la falegnameria, celle aperte quasi tutto il giorno, detenuti che escono regolarmente per lavorare.

Con il fotorepoter Giampiero Corelli, che gira l'Italia per realizzare un libro fotografico sulla detenzione femminile, ci siamo concentrati sul mondo bollatese delle donne, quello minoritario e più trascurato. Perché sono finite qui? Che cosa pensano del penitenziario? Come immaginano il futuro?

Domande che sono state rivolte a un gran numero di loro, inclusa la direttrice, Cosima Buccoliero, una signora "paziente e un po' nevrotica" (parole sue), arrivata qui giovanissima, nel 2001: "Ho studiato a Bologna e uno degli esami complementari era Diritto penitenziario. Il carcere della Dozza mi aveva colpito... Ma quando ho partecipato al concorso non avevo idea del lavoro che avrei fatto. Oggi non cambierei".

Vive a Milano, con il marito e i due figli. SuYouTube c'è un suo intervento quasi ispirato: "Immaginate di trovarvi in una cella così affollata che le brande arrivano al soffitto e la luce naturale non passa, e i rumori vi stordiscono"; ma parlava in generale, non certo di Bollate, dove il sovraffollamento è niente e agli ergastolani è concessa la cella singola. A proposito, perché questo lusso? "Perché così stanno meglio".

E cosa pensa delle novità sull'ergastolo ostativo? giusto che anche chi non collabora con la giustizia acceda ai permessi ecc.? "Ogni vicenda è a sé, ed è sempre complessa. Mi sembra giusto che il magistrato decida caso per caso".

Un dato eccezionale - Bollate ha il tasso di recidiva più basso d'Italia: il 18 per cento contro la media del 70. Meraviglia. Ma perché, allora, non trasformare in tanti Bollate le altre carceri italiane? Cosa ci vorrà mai? "Non è un modello facilmente esportabile" dice Buccoliero. "Intanto la struttura: è già nata così, pensata con gli spazi per i laboratori, lo studio. Anche la tipologia dei detenuti è particolare, devono avere certi requisiti, per esempio una condotta non troppo irregolare.

Altre volte è un tentativo: si vede se questo contesto particolare innesca un cambiamento in positivo. E cerchiamo di farli uscire prima della scadenza della pena, gradualmente, perché prendano contatto con l'esterno in modo non improvvisato". Una via è lo studio (ci sono anche 30 studenti universitari). L' altra, dare a tutti qualcosa da fare, cioè una speranza. Ma su 1.353 detenuti, lavora la metà. E tra gli universitari c'è una sola donna.

La ladra di libri - Racconta Buccoliero che "gli uomini trovano risorse di cui a volte sono i primi a meravigliarsi", ma per le detenute il pensiero di casa è lancinante. "Soffrono di più e rifiutano questo posto. Spesso la famiglia le abbandona".

Non è stato così per Claudia S., una signora di mezza età con i capelli in piega e lo scialle accomodato sulle spalle. Legge i gialli di Loriano Macchiavelli e la Ladra di libri, lei che è stata condannata a più di quattro anni "per avere taciuto le irregolarità" della sua azienda.

Piange parlando di casa, "anche se è giusto pagare", e spera nell'affidamento ai servizi sociali. Alla domanda "cosa trovate insopportabile qui dentro?" spesso rispondono: la mancanza di solitudine. "Però a Bergamo è peggio, hanno i fornelli attaccati al water. Fai i bisogni alla mercè di tutti". "A Como c'erano soli divieti. Non erano ammesse neanche le cerette".

Adriana B. è (era) una promoter finanziaria. "Ho partecipato a una truffa. Sono qui da quasi un anno e tra poco uscirò. In cosa credo? Nella mia famiglia, nella preghiera". Si dedica ai laboratori di cucito: "Sono sempre stata creativa, occupo il tempo con qualcosa che mi piace e che è anche costruttivo".

Riunite nella stessa sala, si parla del fatale fallimento al quale vanno incontro molti corsi, che sono di ogni tipo, dall'informatica alla pittura. "Ma ammettiamolo che è colpa nostra. Alla prima lezione, siamo in 50. La volta dopo, ci presentiamo in tre".

Simona T. conferma: "Ti passa la voglia di fare tutto". Con i soldi delle rapine, lei si comprava le magliette firmate. "Ero capace di bruciare tremila euro in un giorno... Mi hanno preso dopo otto anni che ero in Germania. Facevo una vita regolare, ero una postina. Un reato del 2011, chi ci pensava più". Dice che avrebbe voluto fare la veterinaria. "La bellezza? Per me è semplicità. Se sei semplice, sei tutto".

Il lavoro - anzi la sua mancanza - è l'ossessione delle detenute, e il cruccio della direttrice: "Se non riusciamo a risvegliare interesse nel mondo dell'imprenditoria, vuol dire che sbagliamo qualcosa". Il lavoro - magari nel cali center diWind- è ambito, conteso, oggetto di invidie e liti.

"Lo danno sempre alle stesse" ripetono tante. Le camere hanno i disegni dei bambini alle pareti. Ninnoli. Poster. Calendari. Ritratti di persone care. Una signora con la maglietta di Super Nonna dice che "la libertà è vedere il mare e stare con mio nipote".

Una ragazza di 27 anni, condannata per rapina ed estorsione, racconta che da ragazzina lavorava nei bar, "ma a 18 anni mi è successa una cosa e ho cominciato con le rapine. Ho perso la casa, i miei genitori sono morti mentre ero qui dentro.

Cosa farò dopo? Bella domanda. Spero di lavorare". È lei la bambina che si immaginava nell'esercito e con la laurea in legge. A vedersi come topo di biblioteca invece era la direttrice. Il suo ufficio è modesto, ma pieno di colori. "Guardare cose belle" dice, "ci aiuta a essere migliori".

 

 

 

 

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