Giovedì 16 Luglio 2020
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

Intercettazioni senza silenziatore PDF Stampa
Condividi

di Bruno Tinti


Italia Oggi, 14 gennaio 2020

 

Si applicherebbe la sostanza di sentenze della Consulta. Non solo quando sono relative a reati gravi ma anche quando riguardano pubblici ufficiali. Certe volte i casi più miserabili inducono a riflessioni di maggiore levatura.

È il caso di alcune intercettazioni del noto Luca Palamara, già sostituto procuratore della Repubblica, già Presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati (Anm), già componente del Csm, recentemente sospeso dalla magistratura per una serie di sconcezze. Le malefatte del Palamara sono venute alla luce grazie a intercettazioni telefoniche che hanno permesso di individuare altri suoi degni compari. Da ultimo tale Marco Mancinetti, giudice anche lui e anche lui, al momento, componente del Csm.

Si lamenta, il Palamara, di scarsa riconoscenza (cosa si aspettasse non so) da parte di Mancinetti, essendosi egli adoperato nell'interesse del figlio di lui, desideroso di intraprendere studi di medicina presso l'Università Tor Vergata di Roma e tuttavia respinto con perdite essendo giunto 3.820tesimo ai test di ammissione. Motivo per il quale la famiglia Mancinetti pensò di aggirare il problema, facendolo iscrivere all'Università Cattolica del Buon Consiglio di Tirana (Albania, già meta di altri illustri rampolli, tipo il Trota Bossi, peraltro laureatosi in diversa e privata università albanese).

Anche qui tuttavia era richiesto il superamento di un test di ammissione. Intervenne dunque il Palamara, sfruttando la sua conoscenza con Giuseppe Novelli, rettore dell'Università romana di Tor Vergata con la quale quella albanese era convenzionata. Ottenne un appuntamento al quale si presentò in compagnia della madre del Trota bis, Annamaria Soldi, che (per non farci mancare niente) è sostituto procuratore generale presso la Corte di Cassazione. Dopodiché il ragazzo superò il test, se per merito suo o dell'intreccio di relazioni su descritte non è dato sapere. Tanto risulta dalle intercettate affermazioni di Palamara. Come ho detto, un ordinario miserabile caso di raccomandazioni. Forse un po' meno ordinario perché attivamente partecipato da magistrati che (si ritiene) dovrebbero essere adusi a respingere sdegnosamente iniziative del genere se loro rivolte a causa e nell'esercizio delle loro funzioni.

Insomma, vi piacerebbe un giudice che, avvicinato da un amico di un amico che gli proponesse di assolvere questo o quel delinquente, rispondesse "Vedemo che se po' fa"? Ma non è di questo che voglio scrivere. L'importante è che qui, come altrove, si pone il problema della utilizzabilità delle intercettazioni. E sarebbe bello, per una volta, avere le idee chiare: poi ognuno potrebbe trarre consapevoli conclusioni.

Sulla utilità in funzione anti criminale delle intercettazioni nessuno può obbiettare alcunché. Le intercettazioni incastrano, c'è poco da dire. E, come spiegato dalla Corte costituzionale (366/1991), l'esigenza di repressione dei reati corrisponde "a un interesse pubblico primario, costituzionalmente rilevante, il cui soddisfacimento è assolutamente inderogabile", interesse che giustifica "anche il ricorso a un mezzo dotato di formidabile capacità intrusiva, quale l'intercettazione telefonica".

E però c'è un però. Sempre la Corte, nella stessa sentenza, ricorda che, ex articolo 2 della Costituzione, "il diritto a una comunicazione libera e segreta è inviolabile" e che, ex art. 15, "non può subire restrizioni o limitazioni se non in ragione dell'inderogabile soddisfacimento di un interesse pubblico primario costituzionalmente rilevante". Si tratta del ben noto problema del contemperamento di due principi costituzionali, l'applicazione di uno dei quali inevitabilmente travolge il secondo.

Come è noto, la questione è stata risolta in modo, tutto sommato, logico: quando i fatti criminali sono di rilevante gravità, si sacrifica il principio della riservatezza; quando sono di minore gravità, si sacrifica l'interesse alla repressione della criminalità. Naturalmente la battaglia si è spostata sulla identificazione dei criteri che conducono a definire di maggiore o minore gravità i fatti criminali in questione; e qui mi pare si sia trascurato un punto fondamentale della questione.

Il fatto è che la maggiore o minore gravità di un reato non dipende solo dall'aspetto oggettivo del fatto ma anche dalle qualità personali dell'autore di questo. Lo si capisce bene se si ricorda che il codice penale prevede alcune aggravanti di natura soggettiva, cioè attinenti alla persona del reo (articolo 61). Sicché sarebbe ragionevole che le intercettazioni fossero consentite anche in funzione delle qualità personali di chi ha commesso un reato che, in astratto, non le consentirebbe: no per il comune cittadino, sì per chi riveste particolari funzioni.

Il che del resto trova un puntuale aggancio costituzionale nell'articolo 54 della Costituzione (I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore), ragione per la quale quel bilanciamento tra principi costituzionali, così ben descritto dalla Corte nella sentenza 336/91, dovrebbe essere applicato anche quando entrasse in gioco quest'ultimo principio.

Le conseguenze sarebbero devastanti per i pubblici ufficiali di tipo palamaresco. Bisogna sapere che, a norma dell'articolo 270 codice di procedura penale, "I risultati delle intercettazioni non possono essere utilizzati in procedimenti diversi da quelli nei quali sono stati disposti, salvo che risultino indispensabili per l'accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l'arresto in flagranza"; quelli più gravi insomma, quelli per cui il bilanciamento si sposta sulla repressione invece che sulla tutela della privacy.

Una recentissima sentenza della Cassazione a Sezioni unite (51/2020), ne ha però estesa l'utilizzabilità ai casi di cui all'articolo 12 del codice di procedura (se dei reati per cui si procede gli uni sono stati commessi per eseguire o per occultare gli altri); sempre che questi reati rientrino tra quelli per cui le intercettazioni sarebbero ammesse. Ebbene, cosa osterebbe a ritenere ammissibili le intercettazioni nei casi in cui questi reati, ancorché non gravissimi per i cittadini ordinari, fossero commessi da persone che si sono assunti il compito di svolgere funzioni pubbliche nell'interesse della collettività? Quale tradimento dei principi costituzionali potrebbe essere più grave di questo? E perché dunque non garantirsi una repressione penale più efficace in questi casi?

Alla fine, il comportamento di Palamara, Mancinetti e soci non è soltanto miserabile come lo sarebbe per ognuno di noi. È gravissimo perché commesso da persone che hanno scelto, pensate in po', di amministrare giustizia, di imporre ai cittadini le loro scelte tra ciò che è giusto e ciò che non lo è; e che - verosimilmente - svolgono le loro funzioni con lo stesso disgustoso opportunismo proprio della loro vita privata. E dovrebbero restare impuniti per un presunto rispetto della loro squallida privacy?

 

 

 

 

02


01


07


 06

 

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it