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Lo Stato scarica sugli imputati le sue mancanze PDF Stampa
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di Alberto Cisterna*


Il Riformista, 12 febbraio 2020

 

La prescrizione era concepita come il prezzo che le istituzioni dovevano pagare al cittadino per risarcirlo di inefficienze o lungaggini. Interromperne il decorso esenta i magistrati da ogni colpa: ci rimette solo chi finisce alla sbarra. Stando ai numeri ufficiali alcuni milioni di italiani sono in attesa di conoscere, in un' aula civile o penale, quale sorte toccherà ai propri beni, alla propria retribuzione o peggio ai propri figli o alla propria libertà.

Cause civili e penali tengono prigionieri, spesso per anni, i destini di tante donne e di tanti uomini, troppe volte di bambini che attendono una pronuncia definitiva per una separazione, un'adozione, un affido. Migliaia e migliaia di vite che consumano, con i propri "carcerieri", un terribile destino d'attesa con gli uni che invocano giustizia e gli altri che sanno di non potercela fare, che ci vorrà tempo, spesso tanto tempo.

Per la giustizia civile in verità c'è poco o nulla da fare; forse nessuna riforma potrà ottenere che i giudici possano leggere atti e pronunziare più sentenze di quanto oggi accada, pena il torneo impazzito della fretta e della superficialità che produrrebbe solo altro contenzioso tra appelli e ricorsi. Più di quanto già oggi succeda.

Per la giustizia penale la prescrizione era stata concepita nella sua essenza come il prezzo che lo Stato doveva pagare per le proprie inefficienze investigative (reati scoperti tardi) o per le proprie insopportabili lungaggini processuali. Una sorta di tacito patto tra Stato e cittadini per cui - dopo un tempo ragionevole - si era sempre ritenuto giusto che la prigione processuale spalancasse le proprie porte e mettesse in libertà carcerati e carcerieri perché fossero restituiti gli uni alla propria vita e gli altri alle urgenze di nuovi fascicoli.

Un patto che nulla ha a che fare, si badi bene, con lo Stato liberale o con la democrazia rappresentativa, se è vero che la prescrizione fascista del Codice del 1930 ha attraversato i decenni sostanzialmente immutata nei suoi caposaldi. I paesi che non conoscono la prescrizione non hanno processi lunghi come in Italia.

Da noi, dopo qualche anno, lo Stato ha sempre ritenuto indispensabile deporre le armi e rinunciare non già alle condanne (si badi bene), ma all'accertamento dei fatti e alla ricerca della verità, lasciando insoluta l'alternativa tra colpevolezza e innocenza. E ciò è tanto vero che lo Stato ha rimesso ai cittadini-imputati l'ultima parola potendo loro rinunciare alla prescrizione e affrontare il torneo processuale.

Un gesto tutt'altro che raro tra gente comune e, talvolta, imputati eccellenti (lo ha fatto, a esempio, il tanto bistrattato governatore De Luca per un'accusa pesante da cui venne, infatti, assolto) che segna forse il più alto grado di fiducia verso il sistema processuale. Rompere quel patto e ricusare quell'alleanza ha aperto il vaso di Pandora e scatenato le Erinni dell'uno e dell'altro fronte. Un gesto sicuramente ispirato da buone intenzioni, ma che ha drammaticamente messo in discussione chi debba pagare le inefficienze del sistema.

Finora uno Stato-Pantalone pagava per tutti, apriva le gabbie del processo e considerava equo rinunciare a ogni verifica sulla responsabilità dell'imputato. Neppure le parti civili subivano un vero danno perché la prescrizione consentiva loro di ottenere un risarcimento in sede civile contro lo stesso imputato. Dal gennaio improvvisamente si è deciso che a pagare il conto non sia più lo Stato il quale, a fronte di un mare di inefficienze quasi impossibili da sradicare, ne ha girato il costo sulle spalle degli imputati serrando le porte del processo praticamente senza fine e buttando via la chiave.

Il sistema garantisce solo un grado di giudizio, forse due, per il resto si è chiamato fuori dal problema con vaghe promesse di un mondo nuovo in cui nessuno, invero, crede. Nel furore della polemica qualcuno ha anche pensato di poter accollare il prezzo sui magistrati suggerendo di mandare sotto procedimento disciplinare tutti i "rei" de ritardi, tutti quelli che non dovessero rispettare i nuovi protocolli e le nuove scadenze del nuovo mondo.

Ovviamente l'Anm è insorta all'unisono con una buona dose di ragione e, dopo varie oscillazioni e un po' di confusione, sembra aver deciso che - a ben considerare - sia tutto sommato meglio girare il pacco agli imputati anziché ai giudici. Soluzione un tantino, come dire, corporativa, ma si tratta pur sempre di un sindacato ed é giusto che faccia il proprio mestiere.

In attesa che venga alla luce un improbabile sindacato degli imputati che, badate bene, correrebbe subito a solidarizzare con i giudici (nessuno vorrebbe essere giudicato da un magistrato strangolato disciplinarmente se non si sbriga a decidere), non resta che riconsiderare quali siano le ragioni profonde e le matrici ultime di una riforma che - come ha ricordato bene il procuratore di Catanzaro pochi giorni or sono - doveva solo servire a porre il tema della celerità dei processi e non a rendere perenne il limbo del processo scatenando una guerra tra sommersi e salvati.

 

*Magistrato

 

 

 

 

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