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Sudan. "Bashir sarà consegnato all'Aja" per il genocidio e i massacri in Darfur PDF Stampa
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di Michele Farina

 

Corriere della Sera, 13 febbraio 2020

 

L'annuncio di Khartoum riguarda "tutti coloro che sono ricercati" dalla Corte Penale Internazionale. Il deposto presidente è accusato della morte di oltre 300mila persone.

La giustizia per il genocidio in Darfur arriverà troppo tardi? E a pagare sarà soltanto un deposto dittatore? A 76 anni Omar al-Bashir, il deposto presidente del Sudan, sarà (forse) finalmente consegnato alla Corte Penale Internazionale (Cpi) dell'Aja, che dal lontano 2009 lo vuole processare per genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra. La svolta è stata annunciata oggi da Mohammed Hassan Eltaish, portavoce del nuovo governo sudanese, in margine ai colloqui di pace in corso tra le autorità di Khartoum e i ribelli del Darfur. "Non si può avere giustizia se non si curano le ferite" ha detto Eltaish nella capitale del Sud Sudan, Juba. "Abbiamo stabilito che tutti coloro che sono ricercati debbano comparire davanti alla Corte Penale Internazionale".

Un monito ai dittatori - Nessuno però, neppure il ministro sudanese dell'Informazione Faisal Saleh che ha confermato la notizia, ha parlato esplicitamente di Bashir. I suo avvocati hanno subito protestato, sostenendo che la Cpi è "un organo politico". Fosse confermata, sarebbe certo una buona notizia per i superstiti del genocidio in Darfur, per chi negli ultimi dieci anni si è sgolato contro il regime sudanese quando il suo capo era protetto da piccole e grandi potenze. La consegna di Bashir alla Cpi sarebbe un monito da girare ai tanti dittatori ancora in circolazione.

Il generale protettore - Certo Omar Bashir è un uomo finito. L'11 aprile del 2019 è stato deposto dagli stessi militari che per anni hanno sostenuto il suo trentennale regime, macchiandosi degli stessi crimini che vengono imputati all'ex uomo forte di Khartoum. Finora, l'estradizione del grande capo era sempre stata esclusa dalla giunta guidata da Mohamed Dagolo, l'ex commerciante d'oro e cammelli diventato il generale più potente del Sudan. Il soprannome di Dagolo è Hemeti, vezzeggiativo che le mamme danno ai loro "piccoli Mohammed". Bashir lo chiamava Himayti, "mio protettore": Dagolo ha guidato i miliziani della Forza di Intervento Rapido che dopo essersi fatti le ossa proprio nel genocidio in Darfur (al tempo dei Janjaweed) hanno ucciso decine di manifestanti nella rivolta della società civile sudanese nel 2019.

Alla fine, pressati dia loro protettori nel Golfo, i militari hanno fatto mezzo passo indietro, accettando di governare in tandem con i partiti di opposizione in vista di future elezioni democratiche previste fra tre anni. In questa partita, ancora tutta da definire, il vecchio Bashir è stato sacrificato a più riprese. Lo scorso dicembre è stato condannato da un tribunale di Khartoum per corruzione a due anni di lavori socialmente utili. Un altro processo riguarda l'uccisione di alcuni dimostranti nell'ultima rivolta. Per la legge sudanese, dopo i 70 anni non si può finire in carcere. L'estradizione all'Aja può significare che, in caso di condanna, Bashir finirà la sua vita dietro le sbarre.

Intoccabile - Per anni Bashir è stato un leader intoccabile, che poteva contare su vari protettori internazionali (dall'Egitto alla Russia, dai Paesi del Golfo alla Cina) e sulla difesa d'ufficio dei Paesi africani. È riuscito a restare al potere per 30 anni dividendo i suoi rivali, e sapendo quando lasciare al momento giusto i suoi protetti (come Osama Bin Laden).

I massacri in Darfur da lui promossi e accettati, con oltre trecentomila morti e 2,5 milioni di rifugiati, restano una delle pagine più dolorose e vergognose dell'inizio di questo millennio. Il regime di Khartoum appoggiò e armò le milizie arabe dei Janjaweed ("i demoni a cavallo") contro le popolazioni nere dei Fur, i Zaghawa, i Masalit nella parte occidentale del Sudan.

Processato in patria? - Ma davvero Bashir finirà all'Aja? Mohamed al-Hassan al-Taishi, membro del Consiglio governativo che guida il Sudan, ha detto che agli incontri di pace di Juba le parti si sono anche accordate per la creazione di una corte speciale per investigare sui crimini in Darfur, gli stessi di cui si occupa da anni la Corte Penale Internazionale. Questo potrebbe anche significare che alcuni imputati saranno giudicati in Sudan? Bashir tra loro? Ancora troppo presto per dirlo. Non a caso, all'Aja, la Cpi ha scelto di non commentare le notizie che arrivano dal Sudan. Nel 2009 la Corte (istituita con lo Statuto di Roma firmato nel 1998) spiccò un mandato di cattura contro Bashir: per la prima volta un leader al potere era ricercato da un tribunale internazionale (riconosciuto oggi da 139 Stati, grandi assenti Stati Uniti, Russia e Cina). I processi in corso riguardano presunti responsabili di crimini commessi in diversi Paesi (quasi tutti) africani, dalla Repubblica Democratica del Congo alla Libia. Ai quali forse si aggiungerà il pezzo più grosso, il deposto presidente Bashir.

Oltre a lui, sono ricercati dalla Cpi altri tre membri della cricca di comando ai tempi del genocidio in Darfur: Ahmad Harun, allora ministro dell'Interno, Ali Kushayb, uno dei capi Janjaweed, Abdel Hussein, rappresentante speciale del presidente. Anche loro, secondo l'annuncio del governo, dovrebbero essere consegnati alla Corte dell'Aja. Nessun mandato di cattura, finora, riguarda un solerte gregario del terrore oggi diventato il generale più potente del Sudan, quel "piccolo grande Mohammed" Dagolo che deve le sue ricchezze alle miniere d'oro (e al sangue sparso) in Darfur. Come spesso accade, è la giustizia che arride ai nuovi potenti?

 

 

 

 

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