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Migranti. Il memorandum con la Libia? Solo affari e buoni propositi PDF Stampa
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di Nello Scavo

 

Avvenire, 13 febbraio 2020

 

Si parla di diritti, ma con la lingua dei soldi. Per non irritare i libici, a cui offrire in cambio di qualche concessione perfino occasioni "sostitutrici di reddito", lasciando così intendere che il traffico di esseri umani a Tripoli è davvero un affare di Stato. La bozza integrale della proposta di rinegoziazione del memorandum libico, ottenuta in esclusiva da Avvenire, non delude: buoni propositi e giri di parole.

Cautele a cui Tripoli ribadisce per il momento chiudendo la porta. Quelli che Filippo Grandi, l'alto commissario Onu per i rifugiati, ha chiamato "veri e propri campi di concentramento", nella bozza italiana non vengono derubricati a "centri di detenzione", ma addirittura promossi al rango di "centri d'accoglienza".

Mai ricorrono parole come "tortura", "abusi", "stupri", "riduzione in schiavitù", "vendita di migranti", invece adoperate dai dossier delle Nazioni Unite e dal segretario generale dell' Onu, Antonio Guterres, che più volte ha accusato le autorità libiche di essere direttamente coinvolte negli "orrori indicibili" a danno dei migranti. Prudenza che non fa breccia nell'amministrazione libica. Il governo di al-Sarraj, a quanto si apprende, ricevendo ieri Di Maio ha preso altro tempo per valutare le richieste italiane con una commissione interministeriale, senza fornire però una scadenza. "L'idea di reinsediare migranti è respinta e inammissibile per i libici come qualsiasi altra questione che tocchi la sovranità libica", ha reagito il ministero dell'Interno di Tripoli con una nota in cui respinge le richieste italiane e, di fatto, alza il prezzo del negoziato.

La bozza puntava su alcuni impegni a cui il governo del premier al-Sarraj dovrà rispondere, come il "rilascio di donne, bambini e altri individui vulnerabili dai centri e alla chiusura di quei centri che, in caso di ostilità, siano più direttamente esposti al rischio di essere coinvolti nelle operazioni militari".

Sulle modalità e i temi della liberazione dei prigionieri nulla però è indicato. Nel testo di 7 pagine, da ieri disponibile sul sito Internet di Avvenire, si riconosce che il traffico di esseri umani, insieme a quello di armi e petrolio, sia una fonte di entrate per intere aree del Paese, perciò viene proposto di "avviare programmi di sviluppo, attraverso iniziative capaci di creare opportunità lavorative "sostitutrici di reddito" nelle regioni libiche colpite dai fenomeni dell'immigrazione irregolare, traffico di esseri umani e contrabbando".

Tradotto in euro, vuol dire almeno 800 milioni nei prossimi tre anni, cifra che non si rinviene nei documenti ufficiali ma che circola con insistenza alla Farnesina e al Viminale. L'Italia chiede "il pieno e incondizionato accesso agli operatori umanitari, che potranno rafforzare l'attività di assistenza umanitaria a favore dei migranti e delle comunità ospitanti".

E chiede anche la "progressiva" - non immediata - "chiusura dei centri non ufficiali in cui sono trattenuti i migranti irregolari". Campi di prigionia in gran parte gestiti direttamente dalle milizie. Alludendo anche a figure come il comandante al-Milad, nome di guerra "Bija", viene proposta "l'esclusione dai centri del personale che non abbia adeguate credenziali in materia di diritti umani".

Il rischio che possano essere sostituiti da prestanome è però altissimo. Come a Zawyah, dove tutte le inchieste della magistratura italiana indicano nei sodai di Bija e nella potente milizia al-Nasr la gestione del campo di prigionia. Tripoli continuerà a ricevere fondi, corsi di formazione ed equipaggiamento per la "guardia costiera del Ministero della Difesa", oltre a "supporto tecnico e tecnologico".

In questo contesto "le parti si impegnano a sostenere le misure adottate dall'Unhcr-Acnur e dall'Oim (le agenzie umanitarie dell'Onu sul campo, ndr) nel quadro del piano d'azione per l'assistenza ai migranti in Libia e la Parte libica assumerà ogni utile iniziativa per facilitarne l'attuazione". Di tutto questo, però, le agenzie Onu non sono state messe al corrente, né hanno potuto offrire osservazioni e suggerimenti in vista del negoziato.

 

 

 

 

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