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Spazza-corrotti incostituzionale PDF Stampa
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di Errico Novi

 

Il Dubbio, 13 febbraio 2020

 

La Consulta: illegittima la retroattività della legge. La Corte rovescia la dottrina per tutte le norme che "incidono sulla natura della pena". Bonafede: "Stop solo all'interpretazione". Ma Costa (Fi) ribatte: "Gli avevo proposto di anticipare i giudici, i 5 Stelle dissero no".

La norma che vieta le pene alternative non può valere per il passato. Ora trema un altro totem dei 5S: l'equiparazione tra corrotti e mafiosi. Con una sentenza storica, la Consulta ha stabilito che l'applicazione retroattiva della "spazza corrotti" è incostituzionale. In particolare, la parte della legge che preclude, per i reati contro la Pa, l'accesso alle pene alternative al carcere non può avere effetti sui reati antecedenti l'entrata in vigore del provvedimento.

Principio che, sancisce la Corte, vale per tutte le "modifiche peggiorative della disciplina sulle misure alternative". Il ministro Bonafede puntualizza che appunto "l'intervento della Consulta è sull'interpretazione e non sulla legge" e che "nella spazza corrotti non c'è una norma che dice di applicarla retroattivamente".

Ma il deputato di Fi Costa sostiene di aver presentato, un anno fa, "proposte per introdurre una disciplina transitoria, anticipando al guardasigilli le eccezioni di costituzionalità" e di essersi imbattuto però nel no dei 5 Stelle che, dice, "presuntuosi, hanno tirato diritto". A fine mese la stessa norma della "spazza corrotti" sarà di nuovo vagliata dalla Corte, che potrebbe dichiararla illegittima anche per la "irragionevolezza" dell'equiparazione tra reati di corruzione e mafia.

È andata oltre. Oltre il pur notevole coraggio dell'avvocato di Stato Massimo Giannuzzi. Oltre il "minimo" atteso dagli avvocati del libero Foro. La Corte costituzionale dichiara illegittima l'applicazione retroattiva della legge "spazza corrotti".

In particolare nella parte in cui preclude, a chi è condannato per corruzione, l'accesso ai benefici penitenziari. Non solo. Perché a cadere sotto la netta censura della Corte è l'interpretazione retroattiva non semplicemente di quella norma, ma di tutte le "modifiche peggiorative della disciplina sulle misure alternative alla detenzione". È perciò una pronuncia storica, una battaglia vinta, in modo memorabile, dagli avvocati, in particolare dai penalisti. Con meriti che possono essere riconosciuti, tra gli altri, anche a uno dei difensori intervenuti martedì in udienza, Vittorio Manes.

L'avvocato e professore dell'università di Bologna era stato tra i primi, infatti, a pubblicare riflessioni scientifiche in grado di confutare l'applicazione retroattiva della "spazza corrotti" e, in generale, di tutte le leggi sull'esecuzione penale. Un suo intervento su Diritto penale contemporaneo, ripreso anche dal Dubbio, aveva squadernato la fragilità della dottrina secondo cui quel genere di norme avrebbe natura "processuale" anziché sostanziale" e produrrebbe perciò effetti retroattivi.

Una tendenza che con la pronuncia di ieri la Corte costituzionale rovescia fragorosamente. Il giudice delle leggi, come fa notare il comunicato ufficiale, "ha preso atto che, secondo la costante interpretazione giurisprudenziale, le modifiche peggiorative della disciplina sulle misure alternative alla detenzione vengono applicate retroattivamente, e che questo principio è stato sinora seguito dalla giurisprudenza anche con riferimento alla Spazzacorrotti".

Ma appunto, "secondo i giudici costituzionali, invece, questa interpretazione è "illegittima" con riferimento alle misure alternative alla detenzione, alla liberazione condizionale e al divieto di sospensione dell'ordine di carcerazione successivo alla sentenza di condanna". Cade un totem.

E a questo punto sembra persino secondario, collaterale, che la rivoluzione introdotta ieri dalla Corte nella giurisprudenza del diritto penale travolga anche la "spazza corrotti".

C'è però un'aggravante oggettiva impossibile a tacersi: il legislatore si era rifiutato di introdurre, persino a posteriori, un regime transitorio di applicazione. A inizio marzo dell'anno scorso, infatti, da un'iniziativa del responsabile Giustizia di Forza Italia Enrico costa, messa a punto insieme con l'Unione Camere penali, si era aperto un dialogo col guardasigilli Alfonso Bonafede per arrivare a una "interpretazione autentica", non retroattiva, della famigerata norma. Dopodiché né governo né Parlamento hanno più mostrato interesse per la faccenda.

Così l'esclusione dei condannati per corruzione dalle misure alternative al carcere ha continuato a colpire decine di persone per reati commessi molti anni prima che la "spazza corrotti" entrasse in vigore. "Noi avevamo presentato proposte di legge per introdurre una disciplina transitoria della spazzacorrotti, anticipando al guardasigilli le eccezioni di costituzionalità", è la ricostruzione di Costa. Secondo il quale "i 5 Stelle, presuntuosi, hanno tirato diritto". Fino alla provocatoria iperbole: "Bonafede paghi di tasca propria l'ammontare delle riparazioni per le ingiuste detenzioni cagionate dalla sua testardaggine".

Il ministro deve essere certo di non avere la responsabilità politica che il deputato azzurro gli contesta, se poco dopo risponde che "l'intervento della Consulta è sull'interpretazione e non sulla legge" e che "nella spazzacorrotti non c'è una norma che diceva di applicarla retroattivamente". Vero, ma forse proprio per questo sarebbe stato giusto ascoltare chi, come Costa, proponeva di chiarire il punto con una norma di interpretazione autentica.

Bonafede chiede di "lasciare la Corte costituzionale fuori dalle polemiche" e Matteo Renzi, per tutta risposta, parla di "giustizialismo bocciato dalla Consulta"; poi con l'occhio alla prescrizione aggiunge perfido: "Non è che l'inizio. Chi ha orecchi per intendere intenda". Certo è che come al solito è dovuto intervenire il giudice delle leggi, a compiere l'opera che invece spetterebbe in pieno al legislatore.

Ed è stata così la Corte presieduta da Marta Cartabia, come recita ancora la nota ufficiale, a esaminare "le censure sollevate da numerosi giudici sulla retroattività della legge Spazzacorrotti che aveva esteso ai reati contro la pubblica amministrazione le preclusioni previste dall'articolo 4 bis dell'ordinamento penitenziario rispetto alla concessione dei benefici e delle misure alternative alla detenzione".

In particolare, puntualizza impietosamente la Consulta, "era stata denunciata la mancanza di una disciplina transitoria che impedisca l'applicazione delle nuove norme ai condannati per un reato commesso prima dell'entrata in vigore della legge". Da qui la necessità di provvedere a colmare il gravissimo, per lo stato di diritto, vuoto normativo.

Secondo la Corte, infatti, "l'applicazione retroattiva di una disciplina che comporta una radicale trasformazione della natura della pena e della sua incidenza sulla libertà personale, rispetto a quella prevista al momento del reato, è incompatibile con il principio di legalità delle pene, sancito dall'articolo 25, secondo comma, della Costituzione". Un principio che si riflette in uno dei cardini della Convenzione europea dei Diritti dell'uomo, che all'articolo 7 stabilisce appunto l'irretroattività delle norme penali sostanziali. Ci voleva un giudice, per ricordarlo al legislatore.

 

 

 

 

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