Sabato 06 Giugno 2020
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

Figli di detenuti: che cosa c'è di più incivile? PDF Stampa
Condividi

di Iuri Maria Prado

 

Il Riformista, 13 febbraio 2020

 

Si parla spesso di vittime di illeciti e vittime di ingiustizie, mai però delle vittime più fragili di tutte: i bambini separati dai loro genitori incarcerati. Una vergogna che interroga l'intera società. E che dimostra l'inciviltà del carcere.

Si parla sempre delle "vittime", ma solo di alcune. Perlopiù ci si riferisce alle vittime degli illeciti: nei discorsi di quelli che, per vederle ripagate, vogliono sanzioni più gravi e "certezza della pena". Altre volte si tratta delle vittime dell'ingiustizia: nei discorsi di quelli che della giustizia denunciano errori e abusi.

E non c'è dubbio sul fatto che quelle e queste abbiano diritto di ricevere attenzione e cura, e va benissimo che se ne parli. Ma di altre vittime non si parla né ci si preoccupa mai, e sono le più numerose e spesso fragili. Sono i figli, spesso bambini, dei detenuti. Sono i loro compagni e le loro compagne. Sono i loro genitori. Non si pensa abbastanza attentamente, sempre che ci si pensi, a come l'inciviltà del carcere, così oscena e pressoché sempre inutile per come infierisce sulla vita del detenuto, si moltiplichi e diffonda scaricandosi impietosamente su queste vittime ulteriori e indiscutibilmente innocenti.

Qui non si parla di vaghe notizie di malagiustizia di cui è possibile non sapere, o di sentenze opinabili che possono sfuggire al controllo civile degli osservatori: qui si parla del fatto notorio e indiscutibile, determinato da una giustizia teoricamente anche impeccabile, per cui la detenzione di uno produce la sofferenza di altri.

Ed è un effetto del processo anche più garantito. È una conseguenza della decisione anche più corretta e meglio motivata. Perché anche il processo che più efficacemente protegge il diritto della difesa ricasca su quelle vittime quando giunge all'irrogazione della pena detentiva. Anche la sentenza più attenta e scrupolosa, quando comanda il carcere, libera tuttavia una violenza che si dirige contro la vita di quegli innocenti.

Come possiamo permettere che un bambino sia separato in questo modo dal genitore, e che sia costretto a vederlo, semmai può vederlo, come si fa visita a un allevamento di bestie? Come possiamo non vergognarcene? Permettiamo che un bambino non solo sia privato del diritto di frequentare il padre o la madre, ma oltretutto che cresca nell'imbarazzo, nella vergogna per il marchio che si porta addosso: di essere figlio di un detenuto. Immaginiamola, questa domanda generalmente innocua e routinaria, il primo giorno di scuola, ai giardinetti o durante una merenda: "E il tuo papà che lavoro fa?".

Metterebbe a disagio una moglie dover rispondere: "Mio marito è in prigione". Ma un bambino! Ho scritto: "il marchio che si porta addosso". Ma glielo abbiamo appiccicato noi. È un contrassegno che gli imponiamo noi. Perché è colpa della comunità civile e politica che organizza in questo modo il sistema carcerario e delle pene se quel bambino non solo non può vedere il genitore ma deve anche vergognarsi del motivo per cui non può vederlo.

E a ricadere su di lui non è la colpa del genitore che delinque, come una retorica balorda risponderebbe: a ricadere su di lui è la colpa di quella comunità, un complesso sociale indifferente davanti a una simile mortificazione e in ogni caso incapace di adottare alternative a quest'unica soluzione afflittivi. Una soluzione ingiusta e violenta. Una soluzione ingiustamente violenta. Anche senza aprirci verso una prospettiva decisamente abolizionista, infatti, potremmo almeno comprendere che la privazione della libertà dovrebbe riguardare unicamente i soggetti attualmente pericolosi.

E non pericolosi perché beccati ad alterare un bilancio o a rubare una macchina, cose semmai da sanzionare con risarcimento e lavoro: ma pericolosi per l'incolumità e la salute delle persone. Questi devi isolarli per forza, magari senza trattarli da cani (sempre che valga il riferimento, visto che i cani sono spesso trattati meglio di tanti detenuti). E in quest'altro sistema, se fossimo completamente civili, penseremmo anche ai figli di questi pochi che purtroppo devono essere isolati dalla società.

Forniremmo loro assistenza, dimostreremmo loro simpatia, assicureremmo loro ogni cura possibile per rimediare almeno un poco al torto che siamo costretti a fargli imprigionandogli la famiglia. E intanto agli altri l'avremmo restituita, e ci sarebbero meno bambini costretti ad addormentarsi e a svegliarsi pensando al padre in galera. E ad abbassare gli occhi quando gli chiedono dov'è.

 

 

 

 

07


06


 06

 

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it