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La brutalità del carcere negli Stati Uniti PDF Stampa
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di Jamelle Bouie


Internazionale, 14 febbraio 2020

 

Il penitenziario statale di Parchman, nel Mississippi, ha un lungo passato di violenza. E non è un caso isolato, ma solo un esempio delle condizioni carcerarie negli Stati Uniti. All'inizio del 2020 nelle prigioni dello stato del Mississippi sono morte 15 persone, la maggior parte nel penitenziario statale di Parchman.

La causa principale è la violenza tra detenuti: risse e accoltellamenti. Ma c'è stato almeno un caso di suicidio. I funzionari statali hanno promesso di mettere fine alla violenza. A gennaio il governatore repubblicano Tate Reeves, entrato in carica all'inizio dell'anno, ha dichiarato che avrebbe affrontato la questione il prima possibile. La cosa impressionante di questa faccenda è che non è affatto una novità. La prigione di Parchman, costruita nel 1904, ha un lungo passato di violenza. È stata riformata più volte.

Ma nessun cambiamento è riuscito a spezzare il circolo vizioso della brutalità. E perché mai avrebbe dovuto? La storia di Parchman è un esempio di come la disumanizzazione e l'abbandono siano intrinsechi all'esperienza carceraria. Il Mississippi alla fine dell'ottocento era uno stato modellato sull'apartheid, in cui il sistema giudiziario si fondava sul castigo crudele e gratuito.

Arrestati spesso per piccoli reati come furto o "vagabondaggio" (se si spostavano senza un permesso di lavoro), gli abitanti neri dello stato venivano multati e messi in prigione. Poi il loro lavoro veniva messo a disposizione di aziende private che li sfruttavano come schiavi nelle piantagioni. Le loro condizioni di vita erano terribili.

"Mangiavano e dormivano per terra, senza materassi e spesso senza vestiti", scrive lo storico David Oshinsky. Negli anni ottanta dell'ottocento il tasso di mortalità annuale della popolazione carceraria del Mississippi era tra il 9 e il 16 per cento. Alla fine dell'ottocento il "prestito" dei detenuti stava scomparendo, ma l'élite bianca del Mississippi rimase ossessionata dalla "criminalità negra".

A quel punto entrò in scena il governatore James K. Vardaman. Eletto nel 1903 con un programma a base di sciovinismo rurale e suprematismo bianco, Vardaman era una specie di riformatore, contrario al prestito dei detenuti. Voleva invece creare una prigione che permettesse ai criminali neri di socializzare all'interno di "un'appropriata disciplina, una forte abitudine al lavoro e il rispetto dell'autorità dei bianchi", spiega Oshinsky.

Voleva anche rendere la cosa redditizia. Sotto la sua guida, lo stato liberò migliaia di ettari di terreno vicino al delta dei fiumi Yazoo e Mississippi. Lì fu costruito il penitenziario di Parchman, dal nome della famiglia proprietaria dei terreni. Negli anni dieci era ormai autosufficiente, e si basava sugli stessi princìpi di una piantagione prima della guerra civile, con i neri al lavoro sotto la supervisione dei bianchi. Parchman sarebbe presto diventato tristemente noto per le dure condizioni di lavoro e la brutalità.

Una riforma arrivò con il movimento dei diritti civili, grazie alla causa collettiva Gates contro Collicr. La sentenza del 1974 impose degli standard minimi per la detenzione negli Stati Uniti. A Parchman questo significò fine della segregazione, libertà di culto, spazio minimo per ogni detenuto e fine dei lavori forzati e spinse lo stato del Mississippi a creare un supervisore per il dipartimento penitenziario.

Ma la riforma aveva dei limiti: le strutture nuove non cambiano il fatto che le prigioni siano un luogo di esclusione, in cui la società isola i cittadini più vulnerabili. Negli anni novanta, secondo un rapporto dell'Unione americana per le libertà civili (Aclu), i prigionieri del braccio della morte di Parchman dovevano sopportare "isolamento, inoperosità e monotonia ininterrotte, impossibilità di praticare esercizio fisico, puzza intollerabile e sporcizia diffusa e una costante esposizione agli escrementi umani".

Le aggressioni tra detenuti erano ancora diffuse. Parchman non è un caso isolato. È solo un esempio estremo delle condizioni delle carceri statunitensi. C'è anche di peggio. Nel 2019 il dipartimento di giustizia ha diffuso un rapporto di 56 pagine sul sistema carcerario dell'Alab ama, dove le guardie sono poche, i prigionieri devono fare i conti con alti tassi d'omicidio e aggressione sessuale e, come ha scritto il New York Times, "un detenuto era morto da così tanto tempo che, quando è stato scoperto faccia a terra, aveva il viso appiattito".

Le prigioni che ospitano chi è in attesa di processo o di condanna non sono migliori. Secondo i dati più recenti, nel 2014 in queste prigioni sono morte 1.053 persone. Il 35 per cento si è suicidato. È quasi sicuro che, a Parchman e in altre strutture, qualcosa cambierà. Ma una riforma è sempre temporanea. All'interno del sistema carcerario il margine di cambiamento è ridotto. Una prigione può essere più o meno umana, ma sarà sempre disumanizzante.

La mancanza di libertà è incompatibile con la vita umana. L'unico modo di "risolvere" un problema come il sistema carcerario statunitense è porvi fine. Ma, per una società disuguale come quella statunitense, un obiettivo simile è in un orizzonte lontano. Ammesso che un orizzonte ci sia.

 

 

 

 

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