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Immigrazione: illegali per legge… dalla “Turco-Napolitano” alla “Bossi-Fini” PDF Stampa E-mail
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di Stefano Galieni

 

Liberazione, 10 luglio 2011

 

Sono passati tredici anni da quando, era il primo governo Prodi, gli allora ministri Giorgio Napolitano e Livia Turco ottenevano dal Parlamento l’approvazione del testo unico sull’immigrazione. C’era la volontà di considerare i migranti come destinati a modificare profondamente la società italiana, ma soffiava già, e non solo da destra, la paura dello straniero. Vinse la paura, non si giunse a garantire il diritto di voto ai migranti, quella previsione fu stralciata dal testo originario, e si pensò di potere gestire l’arrivo dei migranti in maniera meccanica e approssimativa. Si istituirono i Cpt, ora Cie.
Nel testo c’erano anche interventi per favorire l’inclusione sociale, peccato che, di governo in governo, con le ulteriori modifiche peggiorative introdotte, sia sempre rimasto un rapporto squilibrato tra le risorse utilizzate per reprimere e quelle destinate ad aiutare. Da allora sono passati molti anni ed è sconfortante dover constatare come per l’allora ministro dell’interno, oggi Presidente della Repubblica, poco o nulla sia cambiato.
Giorgio Napolitano continua a tracciare un solco netto fra l’emigrazione legale, da incoraggiare, e quella illegale, da combattere, anche con i respingimenti, con le espulsioni immediate. Ma come è possibile non capire quanto la storia di ogni singola persona migrante sia stata attraversata dalla condizione di irregolarità? Come si può non sapere che il 70 per cento dei migranti oggi in regola ha trascorso anni in clandestinità coatta e che tanti altri, in tale condizione ricadono, se perdono il lavoro? Il Presidente afferma che gli effetti di quanto sta accadendo in Nord Africa debbono essere gestiti dall’Europa intera. In pratica, per la settima potenza mondiale i circa 48mila profughi sbarcati da gennaio ad oggi rappresentano “un’emergenza continentale”.
Ai tempi del conflitto nel Kossovo la Germania accolse in pochi mesi e in maniera degna, non certo nelle tendopoli, circa 400mila profughi, senza sollevare alcun polverone. Può il Capo dello Stato, l’unica autorità morale forse rimasta in questo paese alla deriva, definire l’Italia del 2011 ancora come paese di nuova immigrazione. Può plaudire a quel ministro degli interni che dichiara a sua volta di sentirsi in perfetta consonanza con il presidente.
Quello stesso ministro che martedì, dopo aver fatto votare dal Parlamento una legge mostruosa sul testamento biologico invocata come grande disegno per difendere la vita, farà diventare legge un decreto che rende ancora più insopportabile la vita dei migranti. Il governo con questa legge finge di recepire, in ritardo, gli aspetti peggiori della direttiva europea del 2008 che permetterà la reclusione nei Cie fino a 18 mesi. Peggio di una galera.
Il Presidente della Repubblica promulgherà una legge che permetterà a giudici di pace di decidere se e per quanto una persona possa essere trattenuta, se e come possa essere respinta o rispedita immediatamente a casa? È sin d’ora sicuro che aumenteranno le tensioni. Dai Cie, chiusi agli occhi degli osservatori, poco trapela. Si respira però l’aria della sorda rabbia di chi non ha più niente da perdere. La circolare che limita l’accesso ai Cie è ancora valida e prende sempre più corpo l’idea di una giornata di mobilitazione davanti ai Cie organizzata da giornalisti, politici, associazionismo antirazzista per il prossimo 25 luglio.
Una giornata contro un muro di indifferenza e opacità, quella che da sempre circonda i centri, indipendentemente dalle forze politiche ai governo. Una giornata per fare sapere al paese che le nostre Guantanamo crescono e rinchiudono persone colpevoli solo di esistere. Per far sapere che al di là della retorica di facciata, è questa la maniera con cui si trattano i giovani che vengono da paesi in cui si stanno costruendo a fatica spazi di democrazia. Qualche parlamentare ha rotto gli indugi e ha scelto di andarli a vedere questi posti, ma per ora le grandi forze politiche non prendono impegni. Eppure sarebbe il momento giusto.
Ieri Berlusconi ha rinunciato alla sua passeggiata programmata a Lampedusa, ufficialmente per non intralciare le operazioni di soccorso dei circa 1.050 sbarcati, in realtà perché nell’isola avrebbe ritrovato contraddizioni non idonee. E allora, perché non cominciare ad ipotizzare, a sinistra, dialogando, un’alternativa a questa disumanizzazione delle persone? Forse il paese potrebbe dimostrarsi più avanti dei propri ministri in camicia verde o di un Presidente del Consiglio ormai alla fine.

 

 

 

 

 


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