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Milano. Daniel, da bullo a laureato alla presenza della pm che lo fece condannare PDF Stampa
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di Valentina Stella


Il Dubbio, 15 febbraio 2020

 

Aveva una vita "difficile" nel quartiere milanese di Quarto Oggiaro. Bella e la storia di rinascita di un giovane milanese. Da bullo ad educatore, passando per il carcere: è questa la vicenda di Daniel Zaccaro. Nel suo passato ci sono pestaggi, violenze, bullismo: è persino finito in carcere dopo una rapina. Prima al Beccaria, poi a San Vittore, Daniel Zaccaro, 27 anni, aveva ottenuto l'affidamento in prova presso la comunità Kayro's di don Claudio Burgio.

E due giorni fa, si è laureato all'Università Cattolica, in Scienze della formazione. Il suo sogno: diventare educatore. Daniel ha già cominciato a darsi da fare e a lavorare con un ragazzo difficile, proprio come era lui da giovanissimo, nel quartiere milanese di Quarto Oggiaro. Ad applaudirlo il giorno della laurea c'era anche la pm del Tribunale per i minorenni che l'ha processato e fatto condannare in tutti i procedimenti in cui era imputato.

"È una grande vittoria di tutti noi, questa", ha detto il magistrato, che, dando una carezza al ragazzo sulla corona d'alloro ha proseguito: "Daniel racconta agli adolescenti come è riuscito a trovare dentro di sé la forza del cavaliere Jedi. Ma io glielo dico sempre, a costo di sembrare pedante: attento a non farti sedurre dal lato oscuro della forza", ha scherzato il pm.

Presente alla discussione anche Fiorella, docente in pensione che a San Vittore gli ha fatto studiare il suo primo libro di scuola: l'Inferno di Dante. Hanno voluto essere accanto a Daniele lo stesso don Claudio Burgio, cappellano del Beccaria insieme a don Gino Rigoldi, storicamente impegnato nel recupero di giovani difficili.

"La brutalità è indice di povertà di pensiero - ha raccontato Daniele -; è l'espressione di chi non sa comunicare in altro modo. I violenti hanno profondissimi problemi di linguaggio. Quando non sai chiamare il dolore e la rabbia con il loro nome, ti scateni così, come un animale. Io l'ho capito, e lo voglio spiegare al maggior numero di ragazzi possibile".

E le buone notizie non finiscono qui. Le madri di figli gravemente disabili possono scontare la pena in detenzione domiciliare, qualunque siano l'età del figlio e la durata della pena, sempre che il giudice non riscontri in concreto un pericolo per la sicurezza pubblica. Lo ha deciso ieri la Corte Costituzionale con la sentenza n. 18, depositata oggi (relatrice la Presidente Marta Cartabia), accogliendo le censure della Corte di Cassazione sull'articolo 47quinquies, primo comma, dell'Ordinamento penitenziario, là dove non prevede che la detenzione domiciliare "speciale" sia concessa anche alle madri di figli con più di dieci anni, se affetti da grave disabilità.

"La sentenza - si legge in una nota della Corte - si inserisce nell'ambito di una copiosa giurisprudenza costituzionale che considera le relazioni umane più prossime, specialmente familiari, fattori determinanti per la tutela effettiva delle persone più fragili. Perciò la Corte ha ritenuto che la detenzione domiciliare debba essere concessa alla madre di un figlio gravemente disabile, considerata la sua particolare vulnerabilità fisica e psichica, qualunque sia l'età, anche in nome della protezione della maternità (articolo 31 Costituzione), cioè del legame tra madre e figlio, che non si esaurisce affatto nelle prime fasi di vita del bambino".

 

 

 

 

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