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Trapani. Quando la pena inizia con il "fine pena" PDF Stampa
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L'Osservatore Romano, 15 febbraio 2020


L'iniziativa di un parroco di Valderice (Trapani) per aiutare chi esce di galera. "Può sembrare che Papa Francesco esageri quando parla di poveri, immigrati e carcerati. Ma chi vive in mezzo agli altri, senza isolarsi, capisce quanto sia giusto che il Papa dia voce a questi nostri fratelli meno fortunati. Io penso di avere appena iniziato a capire".

Don Francesco Pirrera è il parroco di Valderice, un paese in provincia di Trapani. Da due anni ha deciso di dedicarsi a un'opera preziosa e nascosta: aiutare gli ex detenuti, appena usciti dal carcere, a reinserirsi nella società. La fine della pena carceraria è un momento particolarmente delicato. Le statistiche sui suicidi negli istituti di pena dimostrano che il periodo che precede l'uscita di galera è quello nel quale si registrano i casi maggiori, assieme ai momenti immediatamente successivi alla condanna. Un'emergenza nascosta, un "non problema" per la società, che del resto ha già dimenticato i detenuti nel momento esatto in cui varcano la porta di una cella.

Don Francesco ha avvertito tutta l'urgenza di prestare soccorso a queste persone. Del resto per lui l'esperienza della pastorale per i detenuti non è una novità, come lui stesso racconta al sito dell'Opus Dei: "Già da seminarista il Signore aveva messo nel mio cuore questo seme, perché in alcuni periodi dell'anno ospitavamo in parrocchia dei detenuti per mezza giornata, e quando ero diacono ho predicato un triduo pasquale proprio in un carcere. Già allora mi resi conto che le persone che si trovano in carcere sono persone che hanno un grande bisogno di essere ben volute". L'affetto, la considerazione, la vicinanza degli altri, è un elemento determinante sotto molti aspetti per la vita dei condannati al carcere.

Anzitutto disinnesca la rabbia che si prova per una società alla quale, quasi sempre, i detenuti attribuiscono la responsabilità originaria della propria condizione. In molti racconti dei detenuti c'è la narrazione del momento in cui più forte si è presentato il conto delle proprie azioni: accade quando si riceve magari il perdono delle vittime o appunto l'accoglienza di una comunità che fino ad allora era sembrata ostile, un nemico da combattere con la stessa violenza che spesso chi delinque ritiene di aver subito sulla sua stessa pelle.

La vita da parroco di don Francesco è cambiata nel momento in cui il vescovo si è messo alla ricerca di un cappellano per il carcere. "Credevo che il Signore me lo stesse chiedendo - ricorda don Francesco - per mezzo del vescovo, ma non mi soffermavo troppo su questa sensazione. Dopo l'incontro con un amico sacerdote sentii come una voce interiore che mi diceva: ti devi scomodare: dì di sì! Telefonai al vescovo che mi disse che ci saremmo visti tra qualche giorno, ma io insistetti a vederlo quanto prima per non perdere lo slancio interiore". Perché talvolta il bene bisogna saperlo cogliere, prima che svanisca come acqua fra le mani.

Oggi don Francesco, che appartiene alla Società sacerdotale della Santa Croce, anima una realtà riconosciuta, nata gradualmente. "Un giorno - racconta - il responsabile dell'area educativa del carcere mi ha chiesto di accogliere un ragazzo che usciva. Poi si sono aggiunti altri ragazzi che godevano di permessi premio. Si trattava di passare con loro una giornata: vedevamo insieme qualcosa della città, facevamo delle piccole escursioni nei dintorni".

Un giorno il sacerdote è entrato in contatto, a Trapani, con un Centro di permanenza per il rimpatrio, una di quelle strutture che di fatto costituiscono una triste sala d'attesa per l'espulsione: "Vidi un giovane appoggiato a un pilastro. Non stava facendo niente, e gli ho chiesto che cosa stesse aspettando. Si trattava di un ragazzo del Gambia che non sapeva dove sarebbe andato a dormire. Decisi di lasciargli il mio numero di telefono. Giusto il tempo di tornare in parrocchia e lui mi aveva già chiamato".

Il ragazzo si chiama Babacar. Ha 22 anni e ora vive nella casa con Fan, Bà Musa, e Suane. Ragazzi che hanno fame di relazioni, in primo luogo. Anche se poi qualche ospite della "casa" di don Francesco se ne va troppo presto, senza avere basi sufficientemente solide, "perché manca la pazienza", come osserva il sacerdote con rammarico. Ad ogni modo, la vita in casa diventa per i nuovi arrivati una vita di famiglia: "A pranzo e cena ci ritroviamo insieme - spiega don Francesco - e ognuno ha un piccolo incarico domestico.

Chi apre le finestre, chi chiude, chi controlla le luci, chi prepara da cucinare. Parallelamente alla vita di casa continua la ricerca, molto difficile, di un lavoro regolare. Quando mi sembra di avere fretta, di voler cambiare tutto e subito, ritorno a quello che diceva san Josemaría (Escrivá de Balaguer ndr): "Non dimenticare che sulla terra tutto ciò che è grande è cominciato piccolo. Ciò che nasce grande è mostruoso e muore"".

Il vescovo Pietro Fragnelli ha passato la scorsa notte di Natale con gli ospiti di don Francesco. Il sacerdote gli è molto riconoscente: "Gli devo tutto questo, non mi ha mai lasciato senza sostegno". Il presule ha voluto ricordare quella sera con un messaggio indirizzato a don Francesco: "È stata una serata ricca di emozioni: abbiamo avuto videotelefonate per augurare buon Natale ai bambini e familiari lontani. Quattro persone che stanno cambiando vita e hanno bisogno dell'aiuto e della fiducia di tutta la Chiesa e di tutta la società per redimersi da un passato che ha meritato la detenzione. Una fiducia che comincia anche da te".

 

 

 

 

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