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Roma. In carcere lavoro fa rima con accoglienza PDF Stampa
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di Davide Dionisi

 

L'Osservatore Romano, 15 febbraio 2020

 

L'esperimento pilota nella Casa di reclusione di Rebibbia. Il lavoro è spesso un sogno inseguito da tanti uomini e donne attraverso anni di richieste, trafile burocratiche, formazione e diventa, alla fine, un premio, dimenticando che si tratta di un diritto. Figuriamoci quando a cercare un'occupazione è un detenuto che, oltre a vincere il pregiudizio di una comunità che lo guarda con diffidenza e ostilità, deve anche fare i conti con una domanda di mercato pressoché inesistente.

Uno dei problemi più importanti delle nostre carceri è la mancanza di un lavoro produttivo e retribuito per chi vuole (e lo vuole la grande maggioranza dei reclusi) lavorare e guadagnare. Un impiego prepara alla vita esterna, vince l'ozio, crea reddito utile anche per le famiglie dei detenuti e, non ultimo, è funzionale per risarcire il danno subito da terzi. Il valore lavoro costituisce la personalità stessa dell'uomo, anche se dentro c'è gente che non ha mai lavorato e spesso non si è posta neanche il problema. Per questo il percorso formativo è lungo, ma è un investimento per tutta la società. Lo hanno intuito gli imprenditori di Unindustria che hanno presentato nei giorni scorsi la fase conclusiva della prima edizione del Corso per la ricerca attiva del lavoro, iniziativa patrocinata dal Garante dei detenuti del Lazio e da diverse aziende che hanno scelto di assumere anche "chi ha la divisa da carcerato".

"Ciò che è stato avviato dagli imprenditori che hanno voluto scommettere su questi ragazzi rappresenta la pietra miliare di un percorso virtuoso che rappresenta qualcosa di più rispetto al mero adempimento del compito che ci è stato affidato", spiega la direttrice della Casa di reclusione di Rebibbia, Nadia Cersosimo.

"Non possiamo limitarci a far rispettare le regole dietro le sbarre, dobbiamo far comprendere alla società che il nostro lavoro può essere utile anche fuori, se è accompagnato dalla rieducazione". L'istituzione penitenziaria italiana non è in grado di affrontare da sola il problema del reinserimento dei detenuti (formazione professionale e lavoro interno ed esterno al carcere), per questo l'intervento di colossi dell'imprenditoria, tenendo conto della particolarità degli utenti cui sono destinati, si è orientato verso l'individuazione di professionalità che possa tradursi in occupazione lavorativa.

"Hanno aderito inizialmente 27 detenuti. Siamo arrivati in 22 a fine corso. Questo non perché ci sono state defezioni in corso d'opera ma a causa di scarcerazioni o trasferimenti", spiega Rosalba Console, responsabile dell'Area Educativa dell'istituto romano. "Da una fase iniziale, più specificatamente preparatoria, siamo passati ad una successiva più concreta: il colloquio con il titolare di un'azienda, la stesura del curriculum vitae e così via", ha aggiunto Console.

Dunque l'ipotesi di un carcere della speranza, dopo l'intervento di colossi dell'imprenditoria quali Bridgestone, AbbVie, Orienta, British American Tobacco e Fassi, non è più una utopia anche se la realtà quotidiana deve fare i conti con un sistema di ignoranza, per cui molti detenuti non sanno nemmeno quali sono le loro possibilità, le loro opportunità. Spesso prima di parlare di lavoro bisogna insegnare al detenuto che non ha mai lavorato fuori il valore dell'occuparsi di qualcosa ricavandone un guadagno onesto.

"Ho appreso molto di più di quanto ho insegnato", rileva Roberto Santori, presidente della Sezione Formazione, Consulenza e Attività Professionali di Unindustria. "Se arriveremo ad assumere, due o dieci persone, poco importa. La cosa più rilevante è che siamo riusciti a creare un ponte con le imprese e il nostro obiettivo è quello di far sì che tale ponte sia sempre più solido". Le opportunità occupazionali per i detenuti sono di tre tipi: il lavoro interno al carcere, o "domestico", che interessa purtroppo ancora la più alta percentuale dei detenuti.

C'è poi il lavoro all'esterno in semilibertà ed i lavori, sempre esterni ma saltuari. L'esperienza di Rebibbia ci insegna che è necessario passare attraverso la creazione di un circuito particolare nel quale convergono le varie forze interessate, così come è fondamentale riuscire a sviluppare l'istruzione e la formazione professionale di chi sta in carcere. Ovviamente a tale progetto non dovrebbero essere estranei gli imprenditori che con una rinnovata sensibilità devono essere portati a svolgere un ruolo fattivo nella determinazione della politica penitenziaria inerente al lavoro, valutando fino in fondo l'estrema importanza di questo loro ruolo.

Secondo Stefano Anastasia, Garante dei detenuti del Lazio, "la forza di questa esperienza è legata all'impegno soggettivo. Le istituzioni sono chiamate a fare la loro parte, ma se c'è in questo caso, un'attiva partecipazione di operatori esterni, si possono costruire percorsi molto efficaci di reinserimento anche perché attraverso la formazione e il confronto con professionisti, valorizzano il tempo della detenzione e imparano qualcosa che potrà tornagli utile una volta terminata la pena".

Quando si sta in una cella di pochi metri quadrati con altri detenuti che hanno magari esperienze diverse, quando si hanno poche ore d'aria al giorno in un cortile ristretto (non è il caso di Rebibbia), è evidente che è difficile negare che vi sia unicamente una condanna. Per chi sta in cella il lavoro diventa allora l'unica speranza di recupero. "È il coronamento di un sogno", dice Danilo, uno del gruppo di frequentanti.

"Il lavoro nobilita l'uomo, ma a noi detenuti restituisce la dignità e ci regala la speranza di un domani migliore". Silvio invece intende valorizzare le conoscenze e le competenze acquisite prima dell'arresto: "Ero un imprenditore edile e, grazie a mio padre, conosco molto bene il settore. Anche perché ho svolto tutti i ruoli all'interno dell'azienda di famiglia. Dal manovale in poi".

Infine Daniel che punta molto sulla manualità perché ha già seguito corsi ad hoc all'interno del carcere: "Ora sono in grado di scrivere il mio curriculum e di sostenere un colloquio. Se riuscirò a trovare un lavoro, il mio desiderio più grande sarà quello di trovare una società disposta ad accogliermi e a farmi ancora sentire che sono un uomo e un cittadino utile alla comunità come tutti gli altri".

 

 

 

 

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