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Tra chi si sente in gabbia due volte. "La distanza? Qui è di un centimetro" PDF Stampa
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di Lucia Capuzzi


Avvenire, 24 marzo 2020

 

Preghiamo "per i fratelli e le sorelle che sono in carcere". Più volte nelle ultime settimane, Papa Francesco ha rivolto un pensiero speciale ai detenuti che vivono l'ansia perla pandemia separati dal mondo esterno. Una bolla in cui paura e rabbia si amplificano come dimostra la fibrillazione due settimane fa con tumulti in 49 istituti penitenziari.

Ai disordini ha partecipato il 10 per cento della popolazione reclusa. Una minoranza, dunque. L'estensione del fenomeno, però, ha squarciato il velo, mostrando alla società il dramma di chi deve affrontare il virus dietro le sbarre.

"Che cosa vuoi dire? Il detenuto sente dai media che si deve stare a un metro di distanza dagli altri e che è necessario lavarsi le mani di continuo. Lui, però, riesce a ritagliarsi appena un centimetro di spazio, ha il rubinetto spesso rotto e il familiare non viene più al colloquio a portargli il sapone. Può comprarlo, certo ma il malessere aumenta. Si sente due volte ingabbiato. Alla prigionia fisica si somma quella mentale. Da questo deriva il corto circuito".

Mauro Palma, Garante nazionale peri detenuti, non intende giustificare le violenze degli ultimi giorni. "Vorrei solo aiutare a decodificarle. Già di norma i detenuti si sentono ininfluenti, marginali rispetto alle discussioni sui problemi che riguardano tutti, anche loro. Hanno la sensazione di subire le decisioni, senza aver alcuna voce in capitolo. Se interviene un fattore esterno a fare da amplificatore - in questo caso il coronavirus - la paura si trasforma in angoscia e in panico", sottolinea.

Il Garante ha definito un passo avanti l'iter semplificato per i domiciliari per quanti, hanno una pena, anche residua, fino a diciotto mesi, disposto dal decreto legge del 18 marzo scorso. Ma chiede "ampia possibilità" di accedervi a quanti hanno i requisiti. "Non si tratta solamente di andare incontro alle istanze dei carcerati. Si risponde a una necessità sanitaria, con grande beneficio della comunità esterna. Quest'ultima, per il suo stesso bene, non può consentire che i penitenziari diventino bubboni infetti, pronti ad esplodere".

Oltretutto, i reclusi sano un settore particolarmente vulnerabile al Covid-19. "La gran parte ha il sistema immunitario compromesso. Molti hanno l'epatite C, altri sono sieropositivi, altri ancora dipendenti. L'impatto del coronavirus su di loro rischia di essere davvero forte. La mortalità potrebbe essere il triplo di quella di fuori", afferma Andrea Maria Scarpa, medico penitenziario in servizio al carcere di Pontedecinio di Genova.

Una struttura riservata alle donne e ai cosiddetti "protetti", ovvero i detenuti per crimini sessuali, con una popolazione di meno di un centinaio di persone. "Oggi termina l'isolamento del primo gruppo di cinque nuovi giunti. Non è stato facile trovare uno spazio idoneo. Abbiamo riservato il piano terra alla quarantena, spostando i detenuti negli altri due piani. Ma sei numeri dovessero aumentare si porrebbe un problema enorme. Ripeto: il contesto è già difficile, la popolazione penitenziaria è fragile di fronte al virus", ribadisce il medico.

I dati lo confermano. Un quarto dei quasi 6Omila detenuti ha problemi di abuso di sostanze legali - come alcol e psicofarmaci - e illegali, ovvero droghe, secondo l'ultimo rapporto di Antigone. "In Liguria, dove lavoro, la percentuale è più alta. Nell'istituto di Marassi, al 31 dicembre scorso, 411 dei 680 prigionieri erano in carico al Sert, racconta Ratnon Presta, operatore del Ceis di Genova, impegnato nella Conferenza volontariato e giustizia della Liguria e in quella nazionale. Le tredici vittime delle scorse settimane erano dipendenti. Questi ultimi, in genere, hanno un ruolo defilato nell'organizzazione dei disordini.

La loro fragilità li porta a divenirne, però, le prime vittime. "Nel marasma, il loro malessere autodistruttivo li ha spinti a saccheggiare la farmacia alla ricerca di sostanze e ad assumerle senza freni - conclude l'operatore del Ceis. Già nel 2017-2018, gli Stati generali del ministero di giustizia avevano sottolineato l'importanza di puntare sulle pene alternative per questa fascia di popolazione. Purtroppo, però, il loro appello è rimasto inascoltato".

 

 

 

 

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