Martedì 27 Ottobre 2020
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Dalla reclusione alla restituzione: bollettino n. 1 PDF Stampa E-mail
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PROGETTO SOSTENUTO CON I FONDI OTTO PER MILLE DELLA CHIESA VALDESE


GLI STUDENTI INCONTRANO I DETENUTI 


Pensavo di non imparare nulla da chi aveva sbagliato

di Anna G.

 

Sin da quando ero piccola sono sempre stata abituata a ragionare e a vedere le cose o in bianco o in nero o giusto o sbagliato. Ciò mi è stato tramandato, forse inconsapevolmente, dalla rigidità dei miei genitori che volevano farmi capire ciò che è bene e ciò che è male e pensavano così di aiutarmi, di rendermi più facile la vita e le scelte, senza tener conto di un altro aspetto. Devo dire che per un po’ ha funzionato, ma ora più vado avanti più realizzo che la vita non è così semplice come ho sempre pensato! Ahimè forse prima ero più inconsapevole di tutto il percorso che mi aspettava, mentre ora è questo che mi spaventa, perché sono io la padrona di me stessa, io sbaglio e io ne pago le conseguenze. Giorno per giorno provo a fare ciò che è corretto, ma a parole siamo tutti bravi e talvolta moralisti; è l’agire che conta.

Pensavo che il mio modo di essere così razionale, così intransigente fosse un  punto di forza, ciò che mi avrebbe permesso di avere una vita “perfetta”.

Ma poi iniziò l’adolescenza, che per quanto ora mi faccia una risata per i problemi che mi facevo, è proprio lì che ho aperto gli occhi cominciando a vedere e sapere cose che avrei preferito non sapere, nella  mia fantasia  mi ero illusa di una vita senza ingiustizie. 

Fino a poco tempo fa avevo in testa mille sicurezze e giudicavo in modo abbastanza severo e razionale ciò che vedevo o di cui venivo a conoscenza: anche nelle piccole cose, se qualcuno sbagliava doveva essere punito per ciò che aveva commesso.

Mia madre lavora per una cooperativa, che assume ex detenuti o persone che avevano il permesso di uscire solo durante l’orario di lavoro. Quando sentivo mia madre parlarne con me senza timore non me ne capacitavo.

Tutto questo fino a quando ho avuto l’opportunità di incontrare i detenuti del carcere di Padova.
Inizialmente ero molto titubante in quanto, a causa del mio caratteraccio, pensavo di non imparare nulla da chi aveva sbagliato (perdonate la franchezza) anzi, ero sicura di rimanere ancora più convinta del mio punto di vista.

Già dall’apertura dei cancelli ho avuto una sensazione strana, non era paura, né ansia, semplicemente non sapevo cosa aspettarmi. All’inizio dell’incontro avevo lo sguardo che bruciava di rabbia e avevo timore mi guardassero perché uno dei miei difetti è il fatto di lasciare trasparire le mie emozioni, e quindi mi domandavo come mai mi importasse tanto del loro giudizio, quando fino a prima dell’apertura dei cancelli li immaginavo o persone deboli perché hanno ceduto al loro istinto o apatiche e insensibili riguardo al fatto di aver commesso magari un omicidio.

Ma più l’incontro procedeva, più mi sentivo leggera, perché quella rabbia che inizialmente provavo era scomparsa.

Dalle loro parole trasparivano emozioni: dalla rabbia alla tristezza.

Mi sono ricreduta sul fatto che avrei trovato persone apatiche, anzi in me è nata una sorta di ammirazione, cosa più che mai inaspettata.

Ad un certo punto mi sono immedesimata in uno di loro e ho capito la debolezza che avrei provato nel reagire in una situazione del genere.  Infatti mi sono convinta che loro siano le persone più forti, perché dai loro sbagli si sono rialzati avendo compreso la gravità dell’errore, hanno percorso un lungo tragitto per diventare quello che sono ora, quando io invece avrei gettato la spugna subito.

Di certo grazie a loro ho scoperto le mille sfaccettature della vita, ho scoperto l’immedesimarsi negli altri. Sono arrivata a riconoscere la mia ottusità e penso che sarebbe bello se tutte le persone che la pensano come me, prima di questa esperienza, avessero la mia stessa possibilità di partecipare a un incontro come questo.

Tutti devono avere una seconda possibilità perché è proprio sbagliando che si impara.

 

L’umanità, quella che non ci si aspetta di trovare in una persona detenuta

di Paola T.

 

Il giorno 26 febbraio 2020 ho abbattuto un pregiudizio.

Credevo che entrando in un carcere e ascoltando le testimonianze di persone detenute, avrei avuto modo di rafforzare la mia opinione in merito alla detenzione: chi sbaglia, paga. Inoltre, ritenevo il mondo del carcere una realtà troppo distante dalla mia e, dunque, non ho mai provato troppo interesse verso di essa, anche perché le persone detenute vengono spesso ed erroneamente condannate da quelle al di fuori a marcire all’interno delle carceri perché, avendo sbagliato, è giusto che paghino.

Partendo dal presupposto che questo era il pregiudizio che mi accompagnava quella mattina in carcere, mai mi sarei immaginata di poter cambiare il mio punto di vista, ma le emozioni che ho provato in quello spoglio auditorium avrebbero potuto sconvolgere chiunque.

Il fatto di essere in prima fila e dunque di poter quasi leggere negli occhi delle persone che avevo davanti, penso abbia condizionato molto le mie emozioni. Ho visto tanta delusione, amarezza, tristezza e, chi se lo sarebbe mai aspettato, amore: l’amore di padri che vogliono solo riabbracciare le proprie figlie, l’amore di un ragazzo che non vuole lasciare la propria famiglia, l’amore di un uomo verso la propria vita cominciata da poco in un nuovo paese e l’amore di un giovane per il futuro che lo aspetta al di fuori. Ed è proprio questo che più di tutto mi ha segnato in quell’incontro, che mi ha fatta riflettere in autobus tornando a casa e che mi ha resa pensierosa per tutta la giornata: l’umanità, quella che non ci si aspetta di trovare in una persona detenuta.

Ed è così che ho capito quanto l’errore faccia parte dell’essere umano e quanto anche noi giovani siamo vicini ad esso a causa di droghe, orgoglio e quant’altro. Ho capito che un uomo non può far finire la propria vita per un errore commesso a 28 anni e tutti dovremmo avere una seconda possibilità per dimostrare il nostro cambiamento, perché il pentimento che ho letto in certi sguardi lì dentro, sono certa di non averlo mai visto qua fuori.

Ho, dunque, abbattuto un pregiudizio: i detenuti sono persone. Non solo detenuti, bensì PERSONE detenute (citando il mitico Don Marco) e se, per di più, stanno affrontando dei percorsi per reintegrarsi nella società o per lo meno ripagarla del male che hanno causato, non meritano di essere ritenuti fantasmi inesistenti.

 

Aiutandomi a capirvi, mi avete insegnato il valore dell’empatia

di Chiara F.

 

Ciao a tutti voi che avete condiviso un pezzo della vostra vita con me,

sono una ragazza di 17 anni e frequento la classe 4aAL del liceo linguistico Fusinato. Chiedo scusa in anticipo in quanto non mi ricordo i nomi di tutti voi.

Devo dire che sono partita con la convinzione che non avrei mai potuto cambiare idea per quanto riguarda le persone detenute. Quando sono entrata nella stanza ero nervosa, agitata al pensiero di incontrare persone diverse dal solito, eppure quando vi ho guardati in faccia ho visto che potevate essere chiunque: mio padre, un mio amico, un compagno di scuola, un uomo seduto nell’autobus che prendo di solito, il cameriere al bar vicino scuola. Per tutto il corso dei vostri racconti non ho parlato, sono rimasta in completo silenzio un po’ per rispetto ed un po’ per come mi sentivo. Dentro di me c’era una sensazione di vuoto, come quando si deve affrontare una propria paura, perché in voi vedevo me stessa; mi rivedevo quando guardavate a terra per la troppa vergogna, quando cercavate nello sguardo di qualcuno un appiglio, quando prendevate il microfono in mano e prima di parlare facevate un respiro profondo, quando vi sostenevate l’un l’altro con sorrisi, ma anche e soprattutto quando vi siete commossi parlando di voi. Vi siete emozionati parlando dei figli come fanno i miei genitori quando ricordano di quando io e mia sorella eravamo piccole, come fanno gli amici che si conoscono da tanto, come fa un fratello più grande quando vede il più piccolo raggiungere nuovi traguardi, come fanno le persone povere che apprezzano ogni piccola cosa e come faccio io quando vedo dell’umanità nelle persone.

Oggi sono tenuta a dirvi che cosa penso anche se non lo faccio quasi mai neanche con le persone a me care, ma sarò molto sincera. Penso che abbiate sbagliato con le vostre azioni, ma che questo non comprometta chi siete a meno che non glielo lasciate fare. Ad oggi penso che l’ergastolo sia da riconsiderare come pena per chi, come Tommaso e gli altri tra di voi, hanno attraversato un percorso come il vostro, non solo per dare una seconda possibilità ad un uomo pentito, ma anche perché, dopo questa esperienza, penso vivamente che sia una perdita anche per la società; avete sbagliato molto ed è giusto che paghiate per le vostre azioni. Ma avete anche sofferto talmente tanto che a mio parere avete qualcosa da insegnare. A me lo avete trasmesso.

Ci penso spesso ed alcune volte questa vita e questo mondo sembrano non avere un senso: viviamo in un universo talmente immenso che non lo potremo mai visitare, siamo composti di determinati organi, ossa ed apparati, gli stessi, che ci permettono di funzionare, eppure siamo tutti completamente diversi. Che senso ha? Certe volte la risposta non si trova. Io, invece, sono sicura che tutto abbia un senso, che tutti noi abbiamo qualcosa da dire, da aggiungere per creare, in questo mondo senza logica, un qualcosa di bello. E voi magari non riuscirete a vederlo qualche volta, vi sembrerà di non avere un significato, ma posso dire che già commuovendo me ed aiutandomi a capirvi, mi avete insegnato il valore dell’empatia e dell’umanità. Magari in passato con le vostre azioni avevate dimostrato di essere Tommaso, Giovanni, Andrea, Guido eccetera, ma ora avete dimostrato di essere esseri umani, e questo è il vostro significato.

Mi è dispiaciuto solo che, per questioni di tempo, non si sia potuta ascoltare la risposta del ragazzo tunisino alla domanda “qual è la prima cosa che faresti se uscissi e cosa ti manca di più?” perché ho notato che avrebbe voluto dire qualcosa. Questa domanda è stata, infatti, quella che ha creato le emozioni più forti in tutti, sia detenuti che ragazzi.

Porterò quest’esperienza nel cuore e ringrazio sia voi che la redazione.

 

Per mia figlia

di Emma C.

 

Ciao, sono Giuseppe, tuo padre… so che, ora come ora, non sarai ancora in grado di leggere ma un giorno ne sarai capace e non vedo l’ora che arrivi quel momento così, da leggere quello che ti sto scrivendo oggi.

Questo è un giorno speciale, è il 26 febbraio 2020, il sole fuori splende e li sento arrivare, sono un po’ preoccupato ma allo stesso tempo anche molto emozionato. Oggi arriverà un gruppo di ragazzi e ragazze provenienti da una scuola superiore ad ascoltare le nostre storie e a condividere insieme le nostre esperienze. Io faccio parte di un’associazione chiamata “Ristretti Orizzonti”, un gruppo di persone come me che cominciano a percorrere un cammino di cambiamento, dove riusciamo a capire i nostri errori e riusciamo a trarre, in ogni caso, il bello e le emozioni che vivono ancora dentro di noi. Non posso nasconderti che mi stia aiutando davvero molto, facciamo incontri con i ragazzi e loro ci pongono domande, forse certe volte anche un po’ pesanti, ma che, ti posso assicurare, mi fanno pensare. Ogni giorno non vedo l’ora di sentire che a breve arriverà un nuovo gruppo di ragazzi, perché sono anche loro che ci aiutano e che ci fanno continuare a credere in noi stessi.

Oggi sono arrivati assieme ai loro insegnanti e abbiamo subito cominciato a parlare… altri miei compagni hanno parlato delle loro storie e dei loro errori, errori che possono capitare a chiunque, chiunque può cadere da un momento all’altro in una situazione difficile e mettersi in mezzo ad un qualcosa che non si vorrebbe ma, inevitabilmente, ci si cade… Io sono stato condannato all’ergastolo, quindi sono costretto a rimanere in carcere per tutta la mia vita, ma, in questo momento, non voglio parlare di come ci sono entrato. Oggi hanno parlato quasi tutti della loro vita, io ho preferito ascoltare finché, verso la fine dell’incontro, non mi è stata posta una domanda. “Se domani ti dicessero di essere libero, quale sarebbe la prima cosa, anche banale, che faresti?”… ecco, è stato in questo momento che ho parlato proprio di te. C’è stato un giorno in cui tu sei venuta qua da me, quando ti ho vista e ho camminato assieme a te mi sono sentito rinato, ho sentito come una forza attraversarmi tutto il corpo e arrivare al cuore. Ai ragazzi ho raccontato questo, ho raccontato che la prima cosa banale che farei, anche se non è per niente banale, sarebbe quella di riaverti, di riabbracciarti e vedere e conoscere la tua sorellina. Mi sono anche commosso, e ho emozionato anche i ragazzi, ed è incredibile vedere come con un solo gesto, e una sola storia possa colpire così tanto e farmi capire che siamo tutti legati da un filo trasparente, siamo tutti degli esseri umani che piangono, ridono, si emozionano e amano. Posso dire che questo incontro mi ha aiutato molto e mi ha fatto capire molte cose…quello che posso dire è di pensarci due volte prima di prendere una qualunque decisione e ponderarla, perché è un attimo cadere nell’errore e un secondo dopo perdere tutto quello che si ama. Ti posso anche dire che mi è stata tolta la vita per un errore da me commesso, ma non mi è stata tolta la possibilità di sognare e di credere sempre di più in me stesso grazie a questa associazione. Grazie a questa e soprattutto a te sono riuscito a ritirarmi su e spero di rivederti e che tu possa entrare a far parte della mia vita anche se sono distante da te, e che io possa essere parte di un pezzo della tua.

Adesso ti saluto, ma questo non è un addio, è un arrivederci.

Ti voglio bene

Giuseppe.

Mi chiamo Emma e sono una delle ragazze che ha partecipato a questo progetto. Sono rimasta davvero colpita dalle vostre storie e mi sono rimaste impresse nella mente e mi hanno emozionata. Ho capito che queste situazioni possono capitare a chiunque e non si possono fare differenze, ho capito che ci si può rialzare grazie all’aiuto di altre persone e ho capito che bisogna credere sempre in se stessi, altrimenti si rimane sempre in quello stato di oblio e oscurità. Molte volte bisogna cercare di ritrovare la luce in tutto questo, di guardare il lato positivo. Questo potrebbe cambiare tutta la situazione che si sta passando.

Ho riconosciuto anche quanto siate stati coraggiosi nel raccontare le vostre storie e, quindi, a doverle rivedere e ripercorre ancora per una volta. Volevo ringraziare tutti quelli che hanno reso possibile questo progetto, perché non è un qualcosa che capita tutti i giorni, e vorrei dire a tutte quelle persone che si permettono di giudicare senza sapere, che molte volte le persone cambiano e che rinascono più forti e consapevoli.

 

Non avevo mai pensato a cosa deve provare una persona privata della propria libertà

di Giulia L.

 

Fin dalla lezione in prima superiore, in cui la professoressa Gui ci ha annunciato che in quarta avremmo visitato il carcere di Padova, ho sempre atteso con ansia quel momento, quel giorno in cui avrei potuto dire “Ho visitato un carcere e avuto a che fare con dei carcerati”. Perché, devo ammetterlo, serie televisive e film hanno completamente distorto la mia idea di prigioniero e di giustizia. Ho sempre pensato che coloro che finivano in carcere fossero tutte persone altamente problematiche, mentalmente deviate, ed ero convinta che la filosofia del “rinchiudere in carcere e buttare via la chiave” fosse la più utile per fare giustizia, in modo da poter vivere in una società funzionante, che punisce coloro che sbagliano.

Non avevo mai pensato ai carcerati come delle persone, ma più che altro come quasi se essi fossero dei fenomeni da baraccone. Pensavo che la visita del carcere avrebbe comportato vederli dentro le celle, quasi come visitare uno zoo, come se fossero degli animali in gabbia.  

Che poi sono degli animali in gabbia, tutti di specie diverse, con storie diverse e animi dierenti.

Non avevo mai pensato a cosa deve provare una persona privata della propria libertà, al fatto che

potrebbero non aver visto un cane per più di vent’anni, che non ricordino l’odore del mare, che non saprebbero più usare un piatto di ceramica o delle posate di metallo, che potrebbero non vedere più le loro famiglie per decine di anni.  

Penso che la società ci abbia lavato così tanto il cervello con l’immagine del pazzo serial killer, da farci quasi dimenticare che sbagliare è umano, e che il pentimento esiste.  

Sinceramente non so cosa mi aspettassi, ma certamente non mi aspettavo che i carcerati sembrassero delle persone completamente normali, che se incontrassi per strada non mi girerei a guardare, e di sicuro non mi aspettavo che mi avrebbero fatto pena. D’altronde avevo davanti agli occhi una decina di assassini o mafiosi, eppure se avessi potuto avrei aperto la porta e li avrei fatti uscire da lì, senza pensarci due volte, perché ho visto in loro un’umanità superiore a quella di altre centinaia di persone del “mondo di fuori”, perché ho visto in loro la frustrazione e il pentimento, ho visto in loro la voglia di tornare indietro e cambiare completamente. Mi sono rivista in alcuni di loro, che si credevano meglio degli altri, e che per essersi trovati al momento sbagliato nel posto sbagliato hanno rovinato completamente la loro vita, e ho anche compreso coloro che erano praticamente destinati a compiere dei crimini, a causa della società e della cultura in cui erano immersi. Ho notato quante cose possono esserci dietro ad un atto illegale, quanti anni, quante esperienze portano a determinate conseguenze.  

Non pensavo che mi sarei commossa nell’ascoltare la storia di un criminale, e non pensavo nemmeno che un criminale potesse orire un fazzoletto ad una mia compagna in lacrime, o che

alcuni non avessero il coraggio di rispondere ad alcune domande, eppure tutti questi piccoli gesti mi hanno dimostrato la loro umanità, che forse dallo Stato e dalle istituzioni viene completamente dimenticata.  

È stata una delle esperienze migliori della mia vita, e solamente scrivere queste righe mi fa venire le lacrime agli occhi. Penso che un’esperienza del genere sia assolutamente un qualcosa che tutti dovrebbero provare nella loro vita, perché insegna moltissimo. Insegna che per quanto ci possiamo ritenere superiori, siamo tutti sullo stesso piano, e che io potrei essere un giorno al loro posto. Insegna a rivalutare le proprie idee ed opinioni, e ad aprire la propria mente a cose mai immaginate in precedenza.  

Sinceramente non sono nemmeno capace di scrivere tutte le cose che vorrei dire, perché è talmente incredibile il modo in cui sto cercando di difendere delle persone che comunque sono chiaramente nel torto, che non trovo le parole. Ma sto cercando di difenderli perché li vedo per ciò che sono, e talmente diversi da come me li immaginavo, che questa esperienza ha creato una grande confusione in me. Penso che solamente vivendola si possa comprendere il mio stato d’animo in completo subbuglio.  

Pensare che dovranno rimanere ancora per molto, o per sempre, mi lascia l’amaro in bocca, anche se so che è la cosa giusta, anche se so che non posso fare nulla per aiutarli. L’unica cosa che posso fare è raccontare le loro storie, i loro sbagli, il loro pentimento, in modo che essi non vengano solo ricordati, ma che venga ricordato anche il loro cambiamento e il loro percorso, in modo da poter dimostrare che nel mondo c'è ancora speranza finché c'è la possibilità di pentirsi e rivoluzionarsi.

Grazie per avermi mostrato l’altra faccia della medaglia, una faccia di cui ignoravo l’esistenza.

 

Ho sempre pensato che il male dovesse essere punito e ricambiato con altrettanto male

di Denise T.

 

Posso dire che l’esperienza al carcere ha completamente cambiato la mia visione non solo delle persone detenute, ma in generale della natura dell’uomo. Prima ero fermamente convinta che ci si può pentire o migliorare ma non a tal punto da cambiare. Di conseguenza il mio giudizio nei confronti delle persone detenute è sempre stato molto severo, forse anche cattivo, poiché ho sempre pensato che il male dovesse essere punito e ricambiato con altrettanto male. Ritenevo giusto che le persone detenute soffrissero rinchiuse in cella, perché era ciò che si meritavano. Difronte al male non ci sono scuse: prima di compiere un’azione bisogna pensare alle conseguenze, non basta pensarci o pentirsi in un secondo momento. Questo era il mio pensiero prima di mettere piede in un carcere. Devo dire che ero molto condizionata da questa mia mentalità, ma l’incontro con i detenuti mi ha fatto aprire gli occhi e la mente, facendomi capire che i miei erano tutti falsi pregiudizi.

Grazie alle storie dei detenuti ho scoperto che l’uomo non nasce per fare del male ma può essere portato a farlo da una serie di fattori. Mi sono resa conto che il carcere non è né una realtà distante anni luce nè tantomeno irraggiungibile. Molte volte ci si ritrova dentro senza neanche rendersene conto, forse anche perché convinti che non potrà mai accadere di fare parte. Mi sono accorta che il rischio di commettere gravi errori è presente anche e soprattutto nei giovani della mia età. Ho capito che il delitto potrebbe essere commesso anche dalla persona più insospettabile e ciò dimostra che il male non fa parte della natura umana, ma lo si può incontrare nel corso della vita.  Mi sono resa conto che anche dietro all’atto più spregevole c’è un motivo, uno stato d’animo, un problema personale o semplicemente il passato. Ho capito quanto sia importante parlare dei propri problemi con qualcuno e soprattutto farsi aiutare, perché è in momenti di poca lucidità che la nostra mente non ragiona e si è portati a commettere atti che non fanno parte di noi. Continuo a pensare che il male debba essere punito, ma non sono più convita che debba essere punito con altrettanto male. Ho capito che il cambiamento può avvenire, ma non se lasciati marcire in cella. La detenzione dovrebbe essere un percorso che prevede la rieducazione della persona detenuta, la quale dovrebbe essere aiutata a capire il proprio errore, pentirsene e poi avere la possibilità di riparare il male fatto con del bene. Questo spesso non accade perché purtroppo la società è rimasta chiusa e ferma all’idea che la risposta migliore al male sia la sofferenza e la punizione. Non si può pretendere però nessun cambiamento in questo modo, perché ricevendo solo male non si può di certo trarre del bene e migliorare.

Ho capito che tutti meritano una seconda possibilità, tutti hanno il diritto di mostrare di essere cambiati, altrimenti che senso avrebbe intraprendere un percorso di cambiamento? Che senso ha rinchiudere delle persone per aver fatto del male e darne a loro altrettanto? L’uomo è un essere umano e come tale è fragile e può sbagliare, ma i mostri non esistono.

Devo dire che, uscita dal carcere, mi sono sentita una persona diversa, più consapevole della realtà che mi circonda.

 

Ringrazio i detenuti per essersi esposti e messi in gioco

di Stella L.

 

Un incontro tra due realtà completamente diverse, quasi addirittura opposte. Da un lato giovani persone che hanno ancora tutta la loro vita davanti, rivolte ai pensieri di un futuro non ancora avvenuto; dall’altro persone che hanno già vissuto una determinata esperienza di vita e che pagano le conseguenze di ciò che hanno compiuto nel passato. Secondo me l’importanza di questi incontri sta in questa contrapposizione di esperienze, che offre una apertura mentale e una nuova prospettiva del mondo alle persone che ne saranno il futuro, i giovani, e un assaggio della vita esterna dalle mura del carcere per coloro che ci abitano dentro, una vita proveniente da un mondo ormai cambiato durante gli anni di reclusione di una persona detenuta.

Dopo aver vissuto un tale incontro posso affermare che il mondo esterno a volte non è sensibile abbastanza nel raccontare i fatti che possono portare una persona in carcere. Su questi fatti e queste persone si sente spesso dire frasi come: “Buttateli in galera, che rimangano lì per sempre”. A mio avviso una affermazione tale è quasi in contrapposizione allo scopo di un carcere, che sarebbe, se possibile, la educazione e il reinserimento della persona detenuta nella società dopo aver scontato gli anni di reclusione. Inoltre penso che sia una frase nata dalla inconsapevolezza di ciò che implica vivere tutta la propria vita in un carcere. Io non so come possa essere, ma mi sono resa conto che non ci avevo mai riflettuto sopra, in quanto il pensiero della possibilità di passare tutta la vita reclusi sembra una cosa così estranea a molti di noi ragazzi, che non ci passa neanche per l’anticamera del cervello. La ricchezza di questa esperienza sta proprio nel confronto con qualcosa di sconosciuto a noi, che ci può portare a queste riflessioni.

Una delle cose che mi ha colpito di più perciò è stata venire a confronto con l’idea e il concetto dell’ergastolo ostativo e con le persone che vivono tale realtà. L’ergastolo ostativo non è una pena di morte in senso proprio, ma non ne è lontano. Forse in effetti l’unica differenza tra la pena di morte ed un ergastolo ostativo è l’incognita della morte, che invece di essere programmata per un giorno fisso, avverrà naturalmente per tutti, ergastolo o meno. Ammiro la forza d’animo degli ergastolani di continuare a vivere e la loro voglia di usufruire comunque della vita e di renderla migliore, sia facendo gli studi di scuola superiore o università, sia partecipando a dei progetti come “Ristretti Orizzonti”.

Questo progetto è perciò una opportunità incredibile creata da due istituzioni, rivolta all’educazione, al confronto e all’arricchimento personale di ciascuno di chi partecipa da entrambi i lati. Come ragazza che ci ha partecipato vorrei ringraziare chi l’ha organizzato e in particolare i detenuti che ci hanno parlato, per averci offerto un incontro unico e di grande valore per la nostra vita e soprattutto per essersi esposti e messi in gioco per un progetto così importante per noi e per loro stessi. In un certo senso forse hanno contribuito a creare un futuro migliore e più sensibile a questi fatti, dato che i giovani di oggi che li hanno ascoltati saranno gli adulti del domani. Grazie di cuore.

 

Cancello dopo cancello ho cominciato a capire cosa significa davvero sentirsi rinchiusi

di Alessandra C.

 

Guardavo fuori dal finestrino, dentro la mia Fiat 16, nel parcheggio davanti i due enormi edifici. Lʼansia che saliva mentre avevo gli occhi fissi su un solo punto: il cancello. Mi sembrava alto fino al cielo da dentro alla macchina. Era giunta lʼora di scendere da ciò che pensavo mi stesse proteggendo da chissà quale pericolo. Intimorita scendo, saluto mia madre e mi avvio verso il gruppo, riconosco i miei amici, mi tranquillizzo. Non appena l’agente ci chiese di metterci in fila per coppie mi ricominciò a battere forte il cuore, l’ansia si stava trasformando in adrenalina, in curiosità. Una nuova esperienza stava per avere inizio. Varcammo quel cancello infinito ed entrammo nell’edificio. Poggiammo ogni nostra cosa: cellulari, zaini, borse. Appena consegnammo il documento ci diedero un pass.

L’edificio era pieno di disegni, non incuteva alcun timore, anzi, ci metteva a nostro agio. Uscimmo all’esterno ancora una volta, eravamo davanti al grande cancello rosso blindato. Lentamente si aprì come una di quelle casseforti che si vedono nei film: spesso e pesante, lentamente ci fece vedere ciò che stava dietro ad esso, ovvero, un altro cancello uguale. E qui già cominciai a capire cosa significasse davvero sentirsi rinchiusi.  Mi guardai intorno, quella sottospecie di garage ad ogni lato era ricoperto da sbarre grosse di colore rosso carminio. Avanzammo e superammo anche il secondo cancello. Giungemmo davanti alla vera e propria entrata del carcere. Intorno a noi c’era un giardino, ma non appena entrati nell’edificio quel giardino lo vedevamo solo attraverso una griglia. I metal detector presenti nel corridoio aspettavano il passaggio dei detenuti mentre noi avanzavamo verso la sala congressi. Degli agenti ci stavano aspettando all’interno ed altri controllavano la porta, spiegandoci poi che ci avrebbero accompagnato al bagno se ne avessimo avuto bisogno durante la conferenza. Varcammo la porta e alla nostra destra trovammo una schiera di dieci persone sedute. Alcuni guardavano verso il basso, altri parlavano sottovoce, altri giocavano con le mani. Capii subito che sarebbero stati loro a raccontarci le loro storie. Ci sedemmo sulle sedie e subito apparimmo come una grande giuria pronta a giudicare ogni parola che sarebbe uscita dalla bocca di ognuna delle dieci persone.

Ci guardavano quasi intimoriti, al contrario di come avevo pensato nella mia testa: pensavo ci guardassero con disprezzo, cattiveria e noia. Alcuni erano ragazzi e le loro storie erano molto vicine a ciò che noi adolescenti viviamo tutti i giorni. Mi sorpresi, è incredibile come una sola goccia possa far traboccare il vaso e decidere il tuo destino. Ascoltai tutte le storie, volevo fare molte domande poiché non ero rimasta convinta al 100% poiché il mio carattere mi blocca molto nel fidarmi di una persona, anche in minima parte. Nella mia vita ho superato molte difficoltà tra cui la morte di mio padre, per colpa di altri. Per questo fatto ho cominciato sin da bambina a non credere e fidarmi di nessuno, tranne delle persone a me più vicine, che posso contare sulle dita di una mano.

Per quanto riguarda l’ambiente del carcere esso creò nella mia testa molti pregiudizi sulle persone che avrei ascoltato. Spesso la “cattiveria” e la mia sfiducia prendono il sopravvento. E invece, al contrario di quanto pensavo, ascoltai con piacere ogni storia, alcune mi fecero commuovere, altre mi lasciarono più dubbi, altre non mi convinsero. Una delle cose che più mi colpisce ancora oggi è il problema del sovraffollamento. Nonostante la mia freddezza sono convinta che non si possa costringere una persona a convivere in 3x3 metri con uno sconosciuto, perché io stessa, amando avere i miei spazi e amando stare da sola, non concepisco la costrizione. È stata un’esperienza che porterò con felicità e con un po’ di amarezza nel mio bagaglio di esperienze della vita.

Sono grata a Ristretti Orizzonti per aver dato la possibilità a noi adolescenti di entrare in contatto con una realtà a noi sconosciuta e li ringrazio inoltre per aiutare queste persone, per farle ragionare, per insegnare loro la giustizia e la convivenza civile.

 

Ho accantonato il carcere in un angolino piccolo piccolo della mia coscienza

di Margherita V.

 

Da sempre ho pensato all'ambiente del carcere e alle persone detenute al suo interno come ad una realtà lontana da me, dalla mia routine e dalla mia famiglia... in poche parole, ho accantonato questo pezzo di mondo in un angolino piccolo piccolo della mia coscienza, mentre sopra di esso torreggiava un cartello con su scritta una frase: "tanto non capiterà a me". Crediamo di poter fronteggiare qualsiasi ostacolo senza mai vacillare, tenendo fede ai nostri ideali e alle nostre convinzioni. Ma ci dimentichiamo puntualmente di una cosa che solitamente tende a passare sotto silenzio: la nostra fragilità. Noi esseri umani non siamo mai totalmente e completamente consci della nostra fragilità, di questo aspetto della natura umana così delicata ed esile, che potrebbe infrangersi in qualsiasi momento, come il vetro di uno specchio. 

Quindi è stato estremamente interessante risalire a dove, quando e come lo specchio di queste persone si sia ridotto in frantumi: quello che hanno dovuto passare, quello che sentivano, quello che hanno pensato e, infine, quello che hanno fatto. Un atto indelebile, un macigno che porteranno sulle proprie spalle per sempre e che rimarrà nella memoria collettiva.

Non bisogna dimenticare per non tornare a commettere gli stessi errori.

Queste persone, che hanno tutte una propria storia e una propria vita, hanno infine compreso la gravità delle loro azioni: questo peso continuerà a gravare sulla loro coscienza, ma almeno avranno la consapevolezza di saper e poter cambiare, non tanto per rimediare al male che hanno fatto, quanto per tornare a darsi una prospettiva di vita. In questo modo, saranno la prova che effettivamente c'è la possibilità di rinascita per ogni uomo, l'importante è che sia seguito e non abbandonato a se stesso.

 

Ascoltando si impara

di Maddalena M.

 

Ciao a tutti innanzitutto mi presento sono Maddalena di 4DL, come state? Penso sia una domanda importante da porgere ad una persona, soprattutto in momenti difficili e quando speri che la risposta che ti arrivi sia “bene grazie!” quindi mi auguro che sia lo stesso per voi!

L'esperienza della visita in carcere mi è piaciuta moltissimo, era da un po' di tempo che avrei voluto visitarlo perché come luogo mi incuriosisce e sembra molto lontano dalla realtà che mi circonda, e invece dopo il 26 febbraio ho capito che non lo è affatto.

Comincio dicendo che mi è piaciuto trovarmi nella stessa stanza con persone diverse per le loro storie e realtà in cui vivono, non intendo i miei compagni di scuola bensì i detenuti, perché mi ha dato un grande senso di vicinanza. Posso confermare che è stato davvero molto utile sentire le testimonianze, perché oltre alla curiosità e l'interesse di conoscere un po' di più le persone che avevo di fronte e che mi parlavano, ho capito che alcune realtà sono molto vicine a me (e forse aggiungerei 'purtroppo') e non ne sono mai stata così consapevole fino a martedì. In questo caso per noi studenti non vale il motto “sbagliando si impara”, ma piuttosto “ascoltando si impara”! A volte è più facile di quanto si pensi commettere errori, solo che la maggior parte delle volte ci rendiamo conto dopo, quando ormai è troppo tardi. Ascoltando invece le testimonianze sono arrivata a comprendere che è meglio prestare più attenzione all'ambiente in cui viviamo, ma soprattutto alle persone che frequentiamo, perché, anche se può sembrar strano, sono quelle che ci influenzano maggiormente nella nostra vita dal momento che ci cresciamo assieme.

Gli esempi ai quali mi riferisco in particolare sono le due testimonianze che mi hanno toccato maggiormente: la violenza sotto effetto dell'alcool. Non mi ero mai resa conto fino in fondo come da una serata in discoteca si potesse arrivare ad una situazione simile, il che è strano perché di casi come questo purtroppo se ne sentono tutti i weekend, ma è come se ci avessi fatto l'abitudine. Ci tengo a specificare che sono una ragazza alla quale episodi negativi di qualsiasi genere non fanno alcun effetto o non toccano particolarmente, finché non sento la testimonianza della persona coinvolta o non vedo con i miei occhi, di conseguenza è per questo che sono fermamente convinta che questo progetto debba assolutamente continuare, perché è davvero molto utile, oltre che interessante.

Per gli studenti è davvero bello e intenso l'incontro con queste persone, c'è chi si commuove, chi vorrebbe anche solo dire una parola di conforto, chi vorrebbe abbracciarli... ed io personalmente mi riconosco in alcune di queste azioni. Io vorrei che tutti tenessero duro, nonostante sia difficile, ma vorrei che lo facessero per gli studenti, per le persone attorno a loro di qualsiasi genere, ma soprattutto per loro stessi: un piccolo consiglio che vorrei dare è quello di trovare tutto ciò che c'è di positivo nella loro vita che li possa mandare avanti. Mi ha stupito molto il sorriso e la gioia che aveva una persona detenuta, Giovanni, che ha consegnato un pacchetto di fazzoletti ad una ragazza in lacrime. Era bello come lui non si fosse arreso e anzi era lì disponibile a parlare con noi e confrontarsi, era come se avessi visto dell'affetto, nei suoi modi di fare e dai suoi occhi, nei nostri confronti. Ho visto disponibilità a rispondere a domande o dubbi, accompagnata forse da un po' di timore, da parte di alcuni ad esempio del ragazzo moldavo per il quale ho provato tenerezza, come per gli altri del resto e spero che non si siano sentiti a disagio, perché nessuno di noi è entrato là dentro con l'intento di giudicare o altro, ma solo per ascoltare e capire. 

Inoltre avrei voluto portare a ciascuno di loro ciò che più gli manca e quello che desidererebbero tanto vedere: dalle figlie per chi è papà, al profumo di mare per Tommaso, da pesi e attrezzi ginnici per il ragazzo tunisino, a tutte le altre cose dette.

Concludendo vorrei salutare tutti e ringraziarli molto, quella giornata è stata molto importante per me e avrei voluto parlare o abbracciarli alla fine, per dare conforto e far capire che non sono soli. Mi è rimasta impressa una frase che è stata detta, ovvero che tutti i giorni guardano fuori dalla finestra immaginando una vita diversa o di essere fuori da lì, la mia risposta è: non smettete mai di sognare che un giorno sarete qui tra noi (magari per caso camminerete sulla stessa strada dei ragazzi che quel 26 febbraio 2020 avete incontrato) e anche se non dovesse essere così non importa, la libertà dello spirito è quella più importante.

 

In un futuro prossimo potrebbe succedere anche a noi

di Alessandro M.

 

Prima o poi tutti durante il corso della vita sentiamo parlare di quell’universo, apparentemente distante anni luce, costituito da tanti singoli pianeti con storie tutte diverse tra loro: il carcere.

Molti di noi interpretano la realtà delle carceri come qualcosa di difficilmente raggiungibile. Quando poi leggiamo sui giornali o arriva la notizia che il nostro caro amico o il vicino di casa o qualsiasi altra persona che ben conosciamo deve scontare una pena detentiva per un reato commesso, allora subito si attiva una certa consapevolezza della realtà. Si inizia a riflettere, a pensare che quella determinata persona non avrebbe mai fatto quello che ha scelto di fare e che se è successo a lui in un futuro prossimo potrebbe succedere anche a noi.

La parola chiave è il controllo: alla fine chi  finisce in quell’universo è perché non ha saputo controllare a sufficienza le proprie emozioni, i propri sentimenti e non è riuscito ad analizzare la realtà in modo razionale nel momento giusto. Se riusciamo a non farci travolgere da uno tsunami di suggestioni aumentano esponenzialmente le probabilità di non commettere azioni di cui poi potremmo pentirci amaramente. Esistono poi, come dicevo, realtà diverse in cui non si può avere il controllo. Tuttavia molte storie di detenuti, di cui sono venuto a conoscenza con il Progetto Carcere e attraverso altre fonti, riguardano persone che avevano la possibilità di scegliere e hanno preso la decisione sbagliata. Ora devono convivere con essa tutti i giorni.

Questa coesistenza è devastante per le persone che vivono nelle carceri. È sufficiente pensare ad

una decisione sbagliata che, giovani o meno, tutti abbiamo preso: una di quelle scelte che, sebbene non siano seguite da gravi punizioni, condizionano il tuo stato e permettono un percorso verso l’educazione attraverso il pentimento. In quelle strutture del suddetto rimpianto le persone avvertono gli effetti in modo molto maggiore. In alcuni centri detentivi, in cui magari non sono impegnati da molte attività, hanno davvero troppo tempo per riflettere sull’accaduto e ogni volta che lo fanno perdono una piccola parte di loro stessi, si consumano lentamente. La verità è che le carceri sono necessarie in quanto puniscono” l’individuo che trasgredisce le regole e consentono così una convivenza pacifica. Allo stesso tempo però, nella maggior parte dei casi, è l’individuo stesso che educato in questa società secondo determinati principi è consapevole di aver decisamente sbagliato e la prima vera punizione (la più severa) è data dalla sua mente tornata razionale.  Per questo credo che nelle carceri lo scopo non deve essere quello di punire ma quello di aiutare il detenuto a crescere, a superare quello che ha vissuto e fatto. C si può attuare attraverso attività costruttive all’interno delle strutture, in alcuni casi già avviate. Chiaramente con questo non intendo che se una persona ha privato della vita un’altra sia sufficiente il pentimento per uscire, in quanto essendo responsabile delle azioni compiute poi deve pagare le conseguenze.

A mio parere lo scopo deve essere quello di arrivare a uno stato post-reato, ossia essere nelle condizioni di non dare importanza al fatto di essere in carcere e concentrarsi su se stessi, recuperare pezzo per pezzo tutti i componenti perduti col passare del tempo, sostituendo quelli danneggiati, e costruire cosi una persona migliore di quella che si era. In questo processo l’eventuale uscita dal carcere deve essere vista come unopzione aggiuntiva, non come lobiettivo, poiché una volta che si

è tornati in pace con se stessi e abbattuto, almeno in parte, quel pesante fardello sulle spalle, credo non si possa desiderare molto  di più.

 

Siamo abituati a pensare ai detenuti come a soggetti irrecuperabili

di Alessia O.

 

Il carcere, un mondo parallelo e per la maggior parte di noi sconosciuto. I detenuti? Una parte della società considerata “malata” ed “irrecuperabile” molte volte ci si dimentica che sono comunque persone e che, come tutti gli esseri umani, hanno diritto ad avere una dignità e l’opportunità di poter cambiare ed essere reinseriti nella società.

Comincio con il dire che personalmente prima di partecipare al “progetto carcere” io stessa consideravo il lavoro dei servizi sociali e dei volontari “inutile” e “controproducente” anche perché siamo abituati a pensare ai detenuti come a “soggetti”, nemmeno esseri umani, “irrecuperabili” che nell’immaginario della gente comune vengono mantenuti dalle tasse dei cittadini senza offrire nulla in cambio alla società.

La verità, però, è un’altra. Infatti coloro che hanno l’opportunità di conoscere questo ambiente opportunamente si rendono conto che c’è bisogno di comprensione e di aiutare in qualche modo affinché sia un luogo che realmente possa aiutare coloro che vi sono dentro.

Sebbene negli ultimi anni in Italia si è avuto un calo della criminalità, i detenuti nelle carceri italiane secondo i dati raccolti a fine 2019, hanno superato i 60 mila, andando oltre la capienza regolamentare nelle carceri italiane di circa 10.000 detenuti, per un tasso di sovraffollamento del 118,6%. Per la maggior parte delle persone questi sono solo numeri relativamente importanti che però sono una delle cause scatenanti che producono un serie di problemi nel sistema penitenziario e nella sicurezza stessa della società in cui viviamo.

Il problema del sovraffollamento comporta una disumanizzazione dei detenuti che sono obbligati a condividere la loro dignità e vita in celle molto piccole e affollate; anche se questo viene considerato un problema “minore” in realtà è una delle cause che portano al suicidio, suicidi che per altro negli ultimi anni sono aumentati. Ovviamente questo non è l’unico problema, infatti se il carcere deve essere punitivo, come è giusto che sia, allo stesso tempo deve essere anche riabilitativo per portare poi, per coloro che un giorno usciranno dal carcere, un reinserimento sociale.

Quando si parla di attività in carcere ovviamente non faccio riferimento al lavoro forzato ma dare una possibilità di occupare il tempo in modo produttivo. Magari inizialmente alcuni decidono di lavorare solo per passare il tempo e guadagnare qualcosa, poi con il tempo la maggior parte delle persone implicate in questo tipo di progetti capiscono apprezzandone il valore e l’importanza del lavoro onesto e del denaro “pulito” guadagnato con fatica.

Ciò che mi ha sorpreso infatti parlando con i detenuti di Padova durante l’incontro, è stato il fatto di sentire che se non si ricevono soldi dalla famiglia e bisogna perciò fare in modo di trovare soldi per pagare se si vuole comprare cibo o indumenti. Perciò posso dire che non è proprio come tutti credono, in carcere viene dato il minimo indispensabile e non come alcuni credono un “trattamento d’albergo”.

Così c’è la possibilità, attraverso lavori all’interno del carcere come in cucina, pulizia e anche diverse cooperative esterne, di dare dignità a coloro che desiderano avere i propri soldi senza essere un peso ulteriore per la propria famiglia.

Tutto ciò è importante perché si da l’opportunità di professionalizzarsi, imparare un mestiere, studiare, avere un lavoro retribuito, in modo che essi possano avere fiducia in loro stessi e in questo “nuovo stile di vita”, e soprattutto negli altri, nelle istituzioni e nello Stato che invece molte volte è visto solamente come il nemico. Anche solo il fatto di studiare e imparare cambia la mentalità dell’uomo, inoltre come abbiamo visto anche al carcere di Padova, la maggior parte dei detenuti è proveniente dall’estero o da zone disagiate dell’Italia conoscendo poco o non adeguatamente la lingua italiana che un domani servirà loro per poter reinserirsi nella società o anche solo per poter comunicare.

Molte volte ci si dimentica che la prevenzione è forse più importante della punizione, infatti, l’inattività porta il detenuto a un malessere mentale e fisico e alcuni vengono sedati molte volte da psicofarmaci, che non possiamo considerare in alcun modo utili per la riabilitazione. Inoltre bisogna pensare che mediamente i detenuti, ogni giorno, passano 22 ore nelle loro celle o nei corridoi e altre 2 ore nelle aree comuni dove tra di loro si discute maggiormente dei loro trascorsi, delle loro pene, alcuni di loro presentano anche disturbi sociopatici e anti-sociali che solitamente tendono a peggiorare nel tempo trascorso in questo modo portandoli, una volta usciti, a compiere gli stessi reati o addirittura peggiori, considerando di essere nel giusto.

Allo stesso tempo non bisogna nemmeno idealizzare il lavoro e queste soluzioni che dovrebbero portare alla riabilitazione e comunque prendere in considerazione il fatto che tutto dipende dal singolo individuo, dalla sua salute mentale e fisica, dalla sua disponibilità e dalla propria coscienza. Ovviamene questo non assicura una completa “guarigione” dell’individuo, ma una possibile opportunità di cambiamento che bisogna ricordare è un processo lungo e a volte molto difficoltoso. Personalmente parlando con alcuni dei miei compagni, una volta terminata questa esperienza ho notato che alcuni di loro non hanno cambiato la loro opinione considerando che un detenuto non può cambiare e che è giusto che paghi anche se in condizioni disumane, non ottimali. Penso che venga spontaneo chiedersi se una persona che ha commesso reati anche molto gravi può pentirsi e cambiare completamente o se lo fa solamente per avere uno sconto di pena. La verità è che non potremo mai sapere se un uomo è veramente pentito o no, ma come società “moderna” e “civile” abbiamo il dovere di occuparci con lo stesso interesse anche di loro perché anche ciò contribuirà a costruire il futuro migliore che tutti desideriamo.        

 

Sin da bambina…

di Ludovica S.

 

Sin da bambina ho sempre guardato al carcere come un luogo freddo e buio, pieno di solitudine. Col tempo però, il mio punto di vista è cambiato ed ho maturato una visione non più ingenua ed innocente.

Secondo me il carcere deve essere un luogo rieducativo nel quale si deve dare un'opportunità di recupero ai detenuti, ma sempre e comunque limitando le libertà di questi. Queste persone, dopotutto si trovano lì perché hanno commesso un qualche crimine, di conseguenza prima di potersi guadagnare una certa indipendenza, è giusto si sconti la propria pena. Solo dopo un certo periodo trascorso in cella, si può cominciare il percorso di rieducazione. Questa vantaggiosa opportunità, però, non è offerta a tutti e molti carceri d'Italia non la conoscono nemmeno. Una delle poche eccezioni è la struttura di Padova, che con le sue svariate attività, dà la possibilità a molti carcerati di imparare, conoscere il mondo del lavoro, e reinserirsi pian piano nella società. Uno di questi progetti è il “Progetto Carcere” a cui hanno partecipato alcune classi della mia scuola: l'istituto Pietro Scalcerle.

Il giorno otto aprile, ci siamo recati, difatti, al carcere Due Palazzi dove abbiamo avuto la possibilità di ascoltare le storie di alcuni detenuti e di interagire con loro ponendogli domande. Entrando nell'edificio ho provato una sensazione di freddezza e rigidità, che tuttavia non mi ha fatto sentire in soggezione, ma anzi, l'ho reputata del tutto consona e giusta, dato l'ambiente in cui ci trovavamo. Siamo quindi poi stati scortati da diversi agenti fino all'auditorium dove, durante lo svolgimento del progetto, siamo stati controllati da dentro la stanza e da fuori. L'esperienza, nel suo complesso è stata molto interessante ed utile, secondo me. Questo progetto dovrebbe essere più conosciuto, perché nella maggior parte dei casi si sente solamente parlare di questi luoghi e delle persone che lavorano e sono confinate lì, ma di fatto pochi hanno provato veramente l'esperienza di entrare nell'edificio e avere contatti con dei detenuti. Soprattutto i giovani dovrebbero essere informati di più riguardo ciò, di modo da poter prevenire gli errori che i detenuti hanno commesso. Molto spesso i ragazzi non ponderano le proprie scelte, ed agiscono impulsivamente, senza pensare alle conseguenze: per questo motivo ascoltare le storie di chi ha già provato l'esperienza può essere utile e farli riflettere. Inoltre questo progetto è vantaggioso sia per chi ascolta, sia per il detenuto in sé, che in questo modo ha la possibilità di stare a contatto con persone diverse da quelle sempre presenti nella struttura e di riconoscere ed ammettere i propri errori, per poi lavorare sulla realizzazione di una persona migliore.

L'unica perplessità che però è sorta in me, è il fatto che sia comunque possibile che molte di queste persone fingano di pentirsi per potersi guadagnare solo piccoli benefici, privilegi per poi ottenere la libertà. Secondo me questa ipotesi riguarda comunque casi particolari, ovvero detenuti che hanno commesso crimini terribili ed agghiaccianti, come chi fa parte della criminalità organizzata. In queste circostanze è difficile che il colpevole genuinamente si penta delle orribili azioni compiute e penso sia giusto che scontino pene maggiori; ritengo inoltre che per loro sia utile venire a conoscenza dello stato d'animo e le situazioni in cui ora si trovano le famiglie vittime di questi reati.

In più, concordo con il Presidente della Camera dei Deputati Roberto Fico, in quanto anche secondo me un altro grave problema, che persiste soprattutto in Italia, sia il sovraffollamento delle carceri, il quale non permette una piena ripresa del detenuto, anzi causa maggiori incomprensioni tra coinquilini di cella e determina un peggioramento nella personalità e mentalità del ristretto. Nonostante ciò, sono del parere che, per poter risolvere questo problema, non bisogna guardare solamente alle prigioni, ma anche alla società in cui viviamo. Il motivo per il quale le carceri sono sovraffollate è l'alto tasso di criminalità presente nel nostro Paese, determinato da fattori economici, sociali e politici.

Di conseguenza l'unico modo per risolvere questa difficoltà è: partire dal risanare le mancanze in questi ambiti, per poi in seguito migliorare anche la composizione delle strutture e delle celle, spesso non sicure.                                                                          

In conclusione, penso che, in generale, ai detenuti sia gusto concedere la possibilità di essere recuperati e reinseriti nella società, ma comunque con alcune limitazioni ed eccezioni. Chi commette dei delitti troppo violenti ed orrendi deve sottostare ad una pena più dura ed adatta al tipo di crimine commesso. Il carcere deve per certo essere un luogo rieducativo, ma non carico di troppe libertà, perché non si deve solo imparare dai propri errori e riscattarsi, ma anche affrontare le conseguenze delle proprie scelte e azioni.

 

 

 

 

 


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