Martedì 27 Ottobre 2020
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Dalla reclusione alla restituzione: bollettino n. 2 PDF Stampa E-mail
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PROGETTO SOSTENUTO CON I FONDI OTTO PER MILLE DELLA CHIESA VALDESE


Confrontarsi con la sofferenza altrui, farla propria, è un altro modo per espiare


Soprattutto se ad accettare questo confronto sono persone che hanno sofferto per mano di altri e che usano la sofferenza per aprire la loro mente, per vedere a fondo dentro se stesse

di Paola M.


Da dove parto? Dall’agitazione della notte precedente in cui le poche ore che ho dormito ho sognato di entrare in un carcere per un convegno (la realtà) e di esservi trattenuta per motivi non chiari (le paure)?

O dall’emozione di mettere piede dentro un luogo che tristemente conoscevo? D’accordo, non era lo stesso carcere. Al Due Palazzi non ero mai entrata. Ma la sensazione che i cancelli, i “blindi”, i controlli, il lasciare tutto in portineria, mi risvegliavano, era assolutamente devastante.

Ci tenevo ad esserci. Avevo fatto la mia richiesta al Magistrato, che mi aveva concesso la possibilità di ascoltare persone che avevano subito, senza alcuna scelta personale, una sofferenza grande come quella di essere vittime indirette di un’azione che gente come me aveva compiuto.

Ci tenevo perché confrontarsi con la sofferenza altrui, farla tua, è un altro modo per espiare. Poi c’è chi se ne rende conto e chi no. È questione di sensibilità, di coscienza. Come dà grande gioia fare qualcosa di positivo per il prossimo, così dovrebbe dare altrettanto grande sofferenza se al prossimo si fa del male. Purtroppo non è sempre così, anzi. Altrimenti gran parte degli esseri umani si consumerebbe di rimorsi.

Davanti al cancello del carcere ho avuto una sensazione di “già visto”, e quando sono passata davanti al tavolo dove raccoglievano i documenti, e poi alla postazione dove si lasciavano in custodia le borse, mi sono un poco rinfrancata dal turbamento che l’essere lì mi provocava.

Ma il percorrere quei lunghi corridoi, passando davanti a guardiole, con gli agenti che ti osservano, con i cancelli ogni venti metri, con il rumore delle chiavi che li aprono e li richiudono – rumore che nessun ex detenuto riesce a dimenticare per il resto dei suoi giorni – mi ha fatto ripercorrere il corridoio che ha aperto la mia detenzione, assolutamente simile a quello del Due Palazzi, anche se in un paese straniero. Già, perché le galere sono tutte simili!

Questo rivivere momenti angosciosi e di sofferenza mi ha reso, quella mattina, più pronta a percepire la sofferenza altrui, quella sofferenza che è emersa dalle parole di ognuna delle persone che sono poi intervenute al convegno.

Manlio Milani, presidente dell’associazione vittime di piazza della Loggia, ha raccontato gli accadimenti di quel giorno con il dolore di una persona che ha visto morire la sua compagna e che ancora oggi, dopo più di trent’anni, non sa chi sono i carnefici di quella strage. Dolore privo però di odio. Voglia di verità, per poter guardare negli occhi i colpevoli e chiedere: “Perché”? La stessa domanda che mi sono posta per anni anch’io quando ho perso la persona che amavo, anche se persa senza che nessuno me l’abbia portata via. Ugualmente davanti a quell’immane dolore mi sono chiesta “perché”, per anni, finché il tempo non ha fatto il suo dovere e, anche se non ti fa mai dimenticare, ti lenisce il dolore. Figuriamoci se l’avessi persa per mano di qualcuno: come avrei reagito? Sarei stata capace di “non odiare”?

Ognuna delle persone intervenute ha espresso un modo diverso di vivere il proprio lutto, e anche un modo diverso di rapportarsi – ma anche di NON rapportarsi – con gli autori dei reati che hanno rubato loro gli affetti. Sono persone che hanno sofferto per mano di altri e che usano la sofferenza per aprire la loro mente, per vedere a fondo dentro se stesse.

Persone che quel giorno sono riuscite a coinvolgere, a tenere vivissima l’attenzione di un pubblico enorme, parlando sottovoce – dimostrazione che per “interessare” non serve urlare se gli argomenti sono importanti – con il coraggio e la forza di raccontare sofferenze private.

Sono uscita dal convegno sentendomi una persona più “ricca”.

 

Camminare a testa bassa non è perdere la dignità

È difficile qui dentro convincere le persone ad abbandonare la loro fiducia in una idea deformata della dignità, anche perché questo significa educare a dei concetti che corrispondono ad un modello di vita fatto di umiltà e rispetto verso gli altri

di E. K.


Le paure che mi avevano disturbato il sonno nelle notti prima del Convegno “Sto imparando a non odiare” profetizzavano un duro e ingestibile scontro tra le persone invitate a parlare delle loro storie di sofferenze e le persone detenute presenti per conoscere il volto delle vittime, ma ora posso affermare che quelle paure hanno perso la partita con la realtà, che ci ha restituito un incontro pacato fatto di reciproco rispetto.

La sera stessa dell’evento finalmente ho fatto “un sonno tranquillo”, abbandonandomi alla branda e provando un forte senso di gratitudine verso i miei compagni per il loro rispetto, e verso gli invitati che avevano deciso di rendere quella giornata un evento storico, l’inizio di qualcosa di molto più grande. La ritrovata serenità però non era destinata a rallegrarmi a lungo con la sua compagnia, visto che la mattina successiva ho scoperto che alcuni compagni detenuti avevano stretto i denti con nervosismo al monito che una dei famigliari delle vittime aveva fatto, rivolgendo a chi le ha ucciso il padre un invito a camminare a testa bassa.

La reazione ostentava come uno stendardo la difesa della propria dignità, considerata un diritto inviolabile, e qualcuno aveva l’aria quasi offesa. “Camminare a testa bassa significa perdere la dignità…”, diceva uno, “Io quando uscirò di qui terrò la testa alta perché la galera me la sto facendo tutta!”, continuava un altro con la fermezza di chi vuole che gli venga riconosciuta una cosa che gli appartiene per natura.

Avrei voluto analizzare le impressioni scolpite nella mia mente dalle parole dei relatori e poi scriverle, per offrire al lettore un altro puzzle da mettere nel quadro degli effetti prodotti in noi da questo particolare incontro, ma a questo punto non posso sottrarmi dal fare invece una considerazione su queste inaspettate reazioni.

Il punto cruciale sta ovviamente nella concezione che si ha della dignità in quella società che io, per “deformazione professionale”, sono ormai abituato a dividere tra “regolari” e “banditi”. Partendo da questa divisione, penso che una persona regolare intenda per dignità la pretesa che uno ha nei confronti degli altri di essere rispettato per le cose buone che ha fatto: rispetto dovuto come riconoscimento di una vita vissuta seguendo la legge e i valori condivisi dalla società in cui si vive.

Diversa è secondo me la concezione che si ha della dignità qui in carcere. Ci sono persone che credono di dover essere rispettate per il potere che hanno di fare del male – spesso già dimostrato attraverso le azioni che le hanno portate qui – quindi si tratta di un rispetto dovuto come riconoscimento ad una vita dedicata ad accumulare denaro e potere, spesso infrangendo la legge. Molti sono convinti che la vera dignità la si perde se non si è abbastanza forti, abbastanza furbi o abbastanza ricchi, e qualsiasi persona regolare troverebbe difficoltà a convincere anche l’ultimo dei banditi che la dignità si ha quando si vive nel rispetto dei valori condivisi e non credendo in altre “subculture”.

Anch’io, ingenuamente, per un po’ di tempo sono stato affascinato da modelli di vita che proponevano la forza, la fedeltà e il coraggio come valori fondamentali e assoluti nella vita di una persona, e quando mi sono ritrovato a vivere clandestinamente per le strade di Milano ho applicato gli stessi valori ad un’azione che non era più improntata a una utopica civiltà di uomini forti, ma a una quotidiana avidità. Commettere un reato all’età di vent’anni senza però avere la mentalità di un criminale, mi ha gettato nella bocca insaziabile di quella macchina chiamata giustizia, che con i suoi spietati ingranaggi continua a tormentarmi anche dopo più di undici anni di carcere. Un’esperienza che mi accomuna a tanti immigrati dell’Est europeo, che come me hanno sì commesso dei reati, ma che non avevano nulla di criminale nella testa quando sono partiti da casa: l’immigrazione però ci ha corrotti nel comportamento con i valori degenerati di una libertà mal compresa, e il carcere con i suoi schemi mentali si sta ora radicando nelle nostre teste, a tal punto che la vita sarà sempre più dura per noi, per le nostre famiglie e per i nostri Paesi, che dovranno pagare il prezzo più alto di questa immigrazione finita male.

Io ho avuto la fortuna di conoscere in carcere persone e libri che mi hanno riportato alla ragione, ma in considerazione del periodo di follia in cui sono rimasto intrappolato per qualche anno, mi sento di affermare che una certa concezione della dignità che si ha qui in galera è difficile da sradicare, soprattutto in quelle persone che credono che per meritare il rispetto degli altri si deve essere nelle condizioni di fare paura, perché solo chi ti teme ti rispetta.

 

Essere rispettati per la capacità di far del male è stato un gioco pericoloso


La verità è però che oggi non solo chi è stato formato in un ambiente di malavita è stato modellato in un mondo di violenza e paura: no, oggi basta ascoltare i comizi di certi politici che incitano alla violenza collettiva verso gli “indesiderati” per capire che minacciare, bruciare e linciare sono azioni che possono essere accettate e interiorizzate anche da parte di chi con la malavita non ha nulla da spartire. È quindi tanto più difficile qui dentro convincere le persone ad abbandonare la loro fiducia in una idea deformata della dignità, anche perché questo significa educare a dei concetti che corrispondono ad un modello di vita fatto di umiltà e rispetto verso gli altri, e questo modello ultimamente viene presentato dai media come una vita da “sfigato”.

La lunga esperienza di galera che ho dietro le spalle mi fa credere che alla dignità venga attribuito anche il significato di grande considerazione per se stessi, che non si discosta tanto da quell’autostima che viene identificata come il motore del successo e che è molto sentita un po’ dappertutto nella società. E così come nel mondo degli affari, anche nella malavita dichiarata che è il carcere, la grande considerazione verso se stessi è vista come una corazza che uno si crea per difendere l’unica proprietà che abbiamo, e cioè l’integrità fisica. Allora alla rivendicazione del camminare a testa alta corrisponde l’assunzione di atteggiamenti “dignitosi” per far capire agli altri che non gli è permesso di minacciare o violare questa proprietà. Del resto, basta pensare che si trattava sempre di una questione di proprietà, della “propria” donna in quel caso, quando solo pochi anni fa si considerava dignitoso saper salvaguardare la fedeltà coniugale, anche facendo pagare con la vita il tradimento.

Se il giorno del Convegno qualcuno ha detto che si doveva camminare a testa bassa, e qualcuno poi si è risentito dicendo che non intendeva abbassare la testa, è successo soprattutto perché abbassare la testa significa anche non fare più paura, significa accettare di vivere non dimenticando le proprie responsabilità, ma più di ogni altra cosa significa rinunciare al proprio orgoglio.

E allora la conoscenza della sofferenza altrui, la riflessione sui propri comportamenti e i buoni propositi di una vita condotta nella legalità vengono immancabilmente a scontrarsi con il nostro orgoglio, che è più grande dell’edificio che ci detiene, e in questo modo continuiamo a rimanere incastrati nella ragnatela della violenza, dell’avidità e del disprezzo per il prossimo. Qualcuno vorrebbe convincermi che, in fin dei conti, questi sono i valori che ci impone la società di oggi, ma non ci riuscirebbe perché io so bene quanto noi, detenuti ed ex detenuti, non saremo più la società. Quelli fuori, lavoratori, dirigenti, ragionieri, avvocati, banchieri e politici, se lo possono permettere, di partecipare alla corsa verso il successo, noi invece secondo me non possiamo più permettercelo perché quella corsa l’abbiamo persa.

Non si è perdenti a vita però se si ha l’intelligenza di capire di aver sbagliato tutto, se si arriva a pensare che forse gareggiare in simili gare è stato sbagliato, se si prende coscienza che essere rispettati per la capacità di fare del male è stato un gioco pericoloso per sé e per gli altri, visto che spesso qualcuno finisce per essere ammazzato e altri finiscono in carcere condannando sempre qualcun altro a crescere senza genitori. Io credo che si è più vincitori se si abbandona questa assurda gara, anche perché se si mettono da parte l’orgoglio e l’avidità ci sono molte più probabilità di essere rispettati.

Camminare a testa bassa non mi fa paura, non è perdere la dignità, ma se mai significa iniziare a conquistarsela piano piano, la dignità, senza dover far male a nessuno.

 

L’essere vittima di un reato non ha scadenza, non si è mai una ex vittima

È quello che ho capito durante un convegno in cui ho avuto modo di vivere con più intensità che in tanti anni di carcere

di M. B.


Impressionante partecipare ad un convegno come quello che si è tenuto il 23 maggio all’interno della Casa di reclusione di Padova, con la presenza di più di cento detenuti e oltre 600 ospiti, tra cui numerose vittime di reato.

Il convegno è stato improntato sull’ascolto delle vittime, sulla necessità di capire le loro necessità ed esigenze da soddisfare, proprio perché quello che ho capito è che l’essere vittima di un reato non ha scadenza, non ha tempo, non si è mai una ex vittima, si è vittima e basta, con il proprio dolore che quasi sempre non si può condividere né “frammentare” per sentirne meno il peso.

Il sentire il dolore degli altri è un “sentire pesante” per noi: Silvia Giralucci dice nel suo intervento che quando un autore di reato ha finito la propria pena ha diritto al rientro nella società, e che lei non è contraria a questo, ma un rientro in punta di piedi, o meglio con lo sguardo basso. Ma ancora prima che venissero pronunciate queste parole, per l’emotività del suo racconto, vissuto nella tragedia, e non per colpe personali, era già rivolto al basso non solo il nostro sguardo, ma anche il capo.

La tragedia subita da Manlio Milani, che perse la moglie nell’esplosione di una bomba in Piazza della Loggia a Brescia, lo fa vivere in uno stato di “sospensione”, lui non sa, ancora oggi, chi sono i colpevoli e non conosce la storia, o meglio ne conosce metà, il cosa e il come è successo, ma i mille perché sono senza risposte. E se è vero che non ci si può rassegnare, è vero anche che non vi è la possibilità di trovare pace dentro il proprio dolore se non si conosce l’altra metà della storia.

Soffiantini parla del suo dramma e lo sposta nel sociale, lo sposta sul recupero delle persone che hanno commesso reati a volte drammatici: servono carceri migliori, programmi di recupero vero, e questo è anche un interesse per la società, perché più il carcere lavora sul recupero e meno saranno i drammi futuri. Il suo sequestratore era recidivo, e forse Soffiantini, che ha vissuto l’esperienza di un sequestro in prima persona e per un tempo così lungo, 237 giorni, può anche aver notato che il carcere fatto precedentemete dal suo sequestratore era stato inutile, come lo è spesso tutt’oggi, e lo sarà sempre, finché il carcere rimarrà “chiuso nel carcere”.

Le carceri “aperte” alla società sono ancora poche, a parte qualche isola che chiameremo per modo di dire felice, dove realmente si può provare a fare quel cammino che passo dopo passo, porta a una presa di coscienza e a una assunzione di responsabilità non dico giuridica, ma almeno morale.

Andrea Casalegno, che ha avuto il padre ucciso dalle Brigate Rosse, dice di non provare odio e afferma che i problemi della giustizia e della gestione delle pene non lo toccano perché non sono suoi, ma dell’intera società che si è data delle regole. La condanna di un reo spetta ai tribunali e ad un giudice che la emette, il tempo dell’esecuzione e le sue modalità spettano ad altri giudici, e Casalegno non ritiene di avere alcun diritto di intervenire in questo. Ma cos’è che moltiplica il suo personale dolore nel sentirsi vittima? L’incapacità di molti autori di reato di evitare quella visibilità, che offende il dolore delle vittime, quel dolore che non ha “scadenza”.

Così per gli autori di reato, un ladro può diventare un ex ladro, un omicida non lo può fare e deve confrontarsi e tener conto di questo, sempre e soprattutto verso coloro che vivono e rivivono ogni volta il loro dolore di vittime. Allora mi dico: non è forse giusto criticare questo inutile e offensivo bisogno di visibilità che hanno tanti ex terroristi?

Olga D’Antona, che ha perso il marito, ucciso dalle nuove Brigate Rosse, ci parla della necessita di ascoltare, di dialogare, di capire le ragioni degli altri, proprio perché gli uni e gli altri sono uomini, sono donne, sono umanità. Ma se non si riesce a dialogare e capire le sofferenze delle vittime, e capire le loro esigenze, non si potrà mai arrivare all’abbandono dell’odio. Lei che afferma di essere incapace di odiare, ci spiega però come la verità sui fatti può in qualche modo attenuare l’odio, e ci dice che negli autori di reato, se non c’è una forte presa di coscienza del male fatto, non ci potrà essere recupero, perché ognuno si barricherà sulle proprie ragioni, che per le vittime sono reali e sono rappresentate dal dolore, per gli autori sono effimere, perché prive di una vera presa di coscienza per il dolore provocato.

 

Sappiamo che per i nostri gesti ci sono altri che hanno più diritto di soffrire


Diverso l’intervento del padre di un detenuto, che parla del suo sentirsi vittima del disastro che provoca il reato anche nella famiglia di chi lo compie, dell’umiliazione, del perdere il contatto con il tessuto sociale che ti circonda, dei giorni dei mesi e anni di vergogna, pur non avendo fatto nulla di male, di questa pena che una famiglia di un detenuto è costretta a vivere. E qui ognuno di noi vede la sua famiglia, e la commozione è forte, ma in un certo senso dobbiamo far presto ad accantonarla, perché sappiamo che per i nostri gesti ci sono altri che hanno più diritto di soffrire.

Ecco, questo è stato per me il “sentire pesante” di tutte queste testimonianze, mi ha fatto male, sì molto, ma credo che abbia fatto anche più bene: capire, accettare, prendere coscienza, sono cose che lasciano il segno, ho avuto modo di vivere con più intensità in questo giorno che in tanti anni di carcere. Non si è parlato certo di “non carcere”, non si è parlato di “non pena”, anzi si è detto che la pena ci deve essere, ed è giusto che ci sia, ma ciò di cui si è parlato è stato il rispetto, rispetto reciproco, sia per le vittime che per gli autori di reato, le vittime con tutte le loro esigenze, di conoscenza, di verità, di saperne di più, di essere trattati con delicatezza da parte degli altri, noi autori di reato con la voglia di una presa di coscienza, di una assunzione di responsabilità morale ancor prima che giuridica.

Gli uni e gli altri chiedono al carcere che sia questo il suo compito, stimolare una presa di coscienza, e che questo compito lo svolga mettendo in campo tutte le risorse possibili, istituzionali e di volontariato, che il carcere non sia chiuso in se stesso, ma aperto alla società, e nella società, per restituirle, chi al momento vive al suo interno, migliore di quando ci è entrato.

Questo è quello che ho sentito, quello che ho vissuto, fin dentro nel profondo dell’io, con umiltà, spesso con commozione: la ragionevolezza delle parole delle vittime, la loro sofferenza, le loro giuste esigenze.

 

L’enorme sofferenza delle vittime è rimasta incollata alla nostra pelle

Per questo è importante che chi ha fatto del male conosca il viso, i sentimenti, le angosce delle persone alle quali ha devastato la vita

di M. O.


Metà luglio, sabato sera, un’afa opprimente. Ho appena riascoltato le registrazioni degli interventi del convegno “Sto imparando a non odiare” e ancora oggi, nonostante il tempo trascorso, continuano in particolare a colpirmi, con la stessa intensità di allora, le parole cariche di dolore di Silvia Giralucci. Quel giorno la sua voce, spesso incrinata, ha letteralmente ammutolito la platea e ha trafitto gli animi di molte delle persone presenti, noi detenuti su tutti.

Quando ha raccontato la sua drammatica esperienza ho cercato di trattenermi ma le lacrime scendevano lo stesso. Ho pianto per le cose che ci ha detto, ma anche per il suo stato d’animo: mi sono reso conto che chiedendole di ripercorrere la parte più tragica della sua vita le stavamo infliggendo delle ulteriori sofferenze. Dopo il suo intervento sono stato tentato, più volte, di avvicinarla, di parlarle. Avrei voluto domandarle se qualcuno le aveva mai chiesto scusa per quello che hanno fatto a lei e alla sua famiglia, e se così non fosse stato, naturalmente per quel che poteva contare, avrei voluto chiederle scusa io per conto loro. Non è la stessa cosa, lo so benissimo, anzi forse è soltanto un pensiero stupido, ma ho sentito fortissimo questo desiderio, e se non mi sono avvicinato è stato solo per il timore della sua reazione.

Non volevo essere invadente, l’ho vista molto tesa e anche per questo sono rimasto sorpreso, e contento, quando al momento dell’uscita è venuta a porgermi la mano spiegandomi che presto sarebbe venuta in redazione assieme a Benedetta Tobagi, che non aveva potuto partecipare alla Giornata.

Spero che Silvia, così come tutti gli altri “relatori”, sia uscita da questo carcere con l’animo più sollevato e con il cuore un po’ più sereno di quando è entrata, in ogni caso la sua enorme sofferenza, che è rimasta incollata alla nostra pelle, ha lasciato un segno veramente profondo e indelebile in tutti i partecipanti.

Il 23 maggio con me c’era un mio compagno detenuto per omicidio, una persona abbastanza “dura” che in questi anni di detenzione trascorsa assieme non ho mai visto farsi prendere dalle emozioni. Ebbene, quando ha parlato Silvia, al fianco del mio compagno c’era un suo familiare che continuava ad allungargli fazzoletti perché non smetteva più di piangere. “L’uomo che ho ucciso io aveva una bambina di tre anni, e anche lei, come Silvia Giralucci, non aveva nessuna colpa”, mi ha confidato quella stessa sera.

Io, oltre ad aver provato le sue stesse sensazioni, sono rimasto molto colpito anche e soprattutto dalle parole più dure che Silvia ha pronunciato nei confronti di chi ha ucciso il suo papà, e degli assassini in generale. Ho provato disagio perché molti dei comportamenti che Silvia vorrebbe che fossero tenuti dagli assassini di suo padre io li vivo quotidianamente. Attimo dopo attimo.

Ogni volta che mi guardo allo specchio, e non solo la mattina, mi chiedo come sia potuto accadere. Mi chiedo come io abbia potuto, con i miei gesti, infliggere sofferenze alle vittime e anche alle persone a me care, che pagano quanto e (molto) più di me per i miei errori.

Alcuni anni fa sono stato duramente rimproverato dalla mia educatrice perché non riuscivo a parlare con le persone guardandole negli occhi. Me ne stavo sempre “a testa bassa”, proprio come vorrebbe Silvia. Quello del 23 maggio è stato il settimo convegno al quale ho partecipato, e seppur con tanto timore, anche perché era senza ombra di dubbio il più difficile e delicato in assoluto, sono riuscito a parlare per la prima volta. Fino ad ora, proprio per la paura di ripiombare nella vita delle persone che a causa mia hanno sofferto e ancora soffrono, me ne ero sempre rimasto in silenzio.

Chissà per quale strano e misterioso presagio, come se le parole poi pronunciate da Silvia già aleggiassero nella mia mente, proprio pochi giorni prima del convegno avevo scritto a una persona a me molto cara, e le avevo raccontato che la vita mi sta dando molto molto di più di quello che merito, che “ogni giorno è per me un giorno regalato rispetto a quello che ho fatto”.

Sempre alcuni giorni prima del convegno, nell’ambito di un’iniziativa organizzata dalla cooperativa per la quale lavoro qui in carcere, un giornalista mi ha ripetutamente chiesto se a volte sono felice. A parte che considero la domanda a dir poco inadeguata, ho risposto soltanto che, dopo quello che ho fatto, io non voglio, non posso, non devo essere felice, mi impedisco di essere felice.

La vita di chi ha ucciso non può più essere normale

Dopo neanche un mese, così come promesso, Silvia è venuta in redazione con Benedetta Tobagi, il cui padre Walter, giornalista, venne assassinato quando lei aveva tre anni. Sia Silvia sia Benedetta ci hanno confidato che non sarebbero disposte a stare nella stessa stanza con chi ha ucciso il loro papà. “Assassini che hanno scontato pochissimo carcere e che si sono rifatti una vita. Uno di loro si è sposato, ha avuto un figlio e conduce una vita normale”, ha aggiunto Benedetta.

Intervengo per dire che non sono sicuro che le persone che hanno ammazzato suo padre possano vivere un’esistenza normale, semplicemente perché la vita di chi ha ucciso NON PUÒ più essere tale. Ogni volta che vedo o che soltanto penso alle mie due figlie, accanto a loro si “materializza” anche il viso di un’altra ragazzina oramai donna, e cioè la figlia della persona che a causa mia non c’è più, e magari anche alle persone che hanno ucciso suo padre potrebbe capitare la stessa cosa.

Sedersi di fronte a vittime di reati così gravi non è mai facile, soprattutto stavolta che nella nostra redazione ci sono due donne, poco più che trentenni, alle quali sono stati uccisi i papà, quindi il timore che le mie parole possano riaprire le loro ferite, e che le loro risposte possano essere conseguentemente “pesanti”, è forte; invece Benedetta, inaspettatamente, dice che quello che ho appena espresso le fa molto effetto, che forse non ci aveva mai pensato.

Lentamente l’atmosfera si scioglie, parliamo di mediazione penale e sia Benedetta sia Silvia sono categoricamente contrarie a qualsiasi tipo di “contatto” con chi ha ucciso i loro papà. Però sono state disposte a venire qui in carcere, a parlare con noi, noi che abbiamo anche ucciso, e ci sembra un primo significativo passo in avanti, un tentativo di “mediazione indiretta” che ha comunque messo delle vittime di fronte a degli autori di reati molto gravi.

La sera stessa, così come ho già fatto con Silvia all’indomani del convegno, scrivo a entrambe.

Scrivendo a e a Benedetta

A Silvia e Benedetta non ho scritto per convincerle di alcunché, quello che mi preme è soltanto allargare un po’ il discorso su un tema molto complesso e delicato come la mediazione. Per fare questo, ho però avuto il bisogno di entrare nel personale, ovviamente nel “mio” personale.

Nell’ambito di tutta la mia vicenda sono condannato alla pena dell’ergastolo per una rapina ad un furgone portavalori, nel corso della quale morì una giovane guardia giurata. Ho appositamente scritto la parola morì, anziché uccidemmo, per una istintiva forma di difesa che in tutti questi anni mi ha sempre portato ad evitare l’utilizzo diretto del termine, che trovo insopportabile, quasi impossibile da scrivere o da pronunciare.

Nel 1988, Carlo aveva 22 anni, la stessa età che avevo io allora.

Leggendo i quotidiani dell’epoca seppi, fin da subito, che aveva lasciato una bambina di due anni. Nel 2000, sfogliando casualmente Il Resto del Carlino, trovai un articolo che parlava della commemorazione di quella tragica rapina, e c’era anche la fotografia di una ragazzina, allora 14enne: era la figlia di Carlo. Da quel giorno, il viso di quella adolescente dai capelli neri a caschetto – della quale non voglio nemmeno scrivere il nome perché, così facendo, mi sembrerebbe di entrare, ancor più di quanto ho già drammaticamente fatto, nella sua vita e nella sua intimità – è stampato nella mia mente. E quel viso lo “vedo” ogni volta che sono con le mie figlie o che solamente penso a loro, e cioè sempre.

Che dire poi dei genitori di Carlo, dei loro occhi che ad ogni udienza venivano a cercarmi davanti alla gabbia? Non li dimenticherò mai, sono uno dei miei tanti incubi, e ancora oggi mi riecheggia in testa il pianto sommesso e straziante di sua madre, che più di una volta il presidente della Corte d’Assise fece accompagnare fuori dall’aula; mica perché “disturbava”, ma perché ad ascoltarla era una pena che graffiava il cuore.

Nel 2001 ho chiesto a un amico diacono di Bologna, col quale facevo colloqui, che si informasse, in via assolutamente riservata e tramite il loro parroco, di come stavano “quei” genitori. Quando tornò a trovarmi mi disse che ogni tanto il parroco incontrava il padre per strada, ma che non aveva notizie della madre, che non andava neppure più in chiesa perché la chiesa e la messa le ricordavano il funerale del figlio…

La moglie di Carlo, invece, so solo che esiste, che dopo l’omicidio del marito, probabilmente per sopravvivere al dolore, si è nuovamente trasferita in Puglia, sua terra di origine; non l’ho mai vista, quindi non ho nessuna sua immagine concreta, e forse proprio per questo, e non so se sia strano oppure no, nei miei pensieri lei viene per ultima.

Forse è anche per tale motivo che ritengo importante che chi ha fatto del male conosca il viso, i sentimenti, le sofferenze e il vissuto delle persone alle quali ha devastato la vita; sarebbe giusto che le conoscesse non per trarne un vantaggio emotivo personale, e cioè per stare meglio, ma per prendere piena consapevolezza di quel che ha commesso e di cosa i suoi gesti hanno comportato.

Per questo, quando a fine incontro Silvia ha detto che lei ha sempre addosso il suo cappotto di dolore e che quindi lo deve portare anche chi ha ucciso il suo papà, le ho risposto che la mediazione, anziché liberare quelle persone del loro fardello, potrebbe costringerle a indossare un cappotto ancora più pesante, proprio perché la mediazione non è e non deve essere intesa come un momento in cui fare la pace per “dimenticare” e mettere da parte quel che è accaduto, che forse è ciò che più “spaventa” le vittime, ma anzi ha lo scopo, senza alcun intento vendicativo, di porre chi ha fatto del male davanti agli esiti delle proprie scelte.

E chi, meglio delle vittime, può narrare il dolore e la devastazione che quelle scelte hanno lasciato, proprio come Silvia e Benedetta hanno fatto con noi?

 

Quella vita dura delle sezioni

Dobbiamo restare con i piedi piantati per terra, e ricordarci che le condizioni di vita in carcere spesso fanno dimenticare che un percorso di reinserimento vero si basa su una conoscenza reale dei propri comportamenti e delle conseguenze che hanno avuto sulle vite degli altri

di Daniele B.


Faccio parte della redazione di questa rivista da poco più di un anno, ne ho seguito tutti i più recenti sviluppi, compresa la lunga preparazione della Giornata di Studi “Sto imparando a non odiare”. E voglio dire senza ipocrisie aspetti positivi, ma anche i dubbi che ho rispetto a tutta l’attività. Il senso di un’attività di volontariato come questa è secondo me quello di confrontarsi anche con i propri fantasmi, le proprie insicurezze sulla vita e sul futuro, che per noi è sempre molto incerto e torbido.

Cercare di evadere dalla routine carceraria quotidiana, fatta dei soliti discorsi estenuanti sulla possibilità di uscire con una qualche misura alternativa al carcere, è quasi obbligatorio per chi vede un po’ più in la della miseria della propria condizione. Ma questo non riguarda certamente la maggioranza dei detenuti in ogni carcere, per i quali vi sono ben altri problemi da risolvere prima di pensare al proprio futuro: Cosa mangiare? Come acquistare le sigarette? Quando mi daranno un lavoro? Chi pagherà le bollette a casa questo mese? Quando mi porteranno la terapia?

Tutti i giorni salgo in sezione e qualcuno è sempre alla ricerca di una carica di caffè, una cipolla, una carota, un buono gas… Parlare del senso di una attività come la nostra, e affrontare temi complessi come il rapporto tra autori e vittime di reato, è allora difficile in questa situazione: in carcere ci sono le docce spesso disastrate, le celle che non vengono ridipinte e igienizzate in modo serio da anni perché non ci sono soldi, in queste condizioni non è facile pensare alla nostra formazione, alla nostra cultura della legalità, a dare un aiuto agli altri. Quello che facciamo in redazione, con il giornale, con il sito, con il TG, con l’ufficio di orientamento giuridico e di segretariato sociale è molto, ma a volte ci sembra poco per l’impotenza che proviamo di fronte alle difficoltà e all’immobilismo della vita carceraria.

Impegnarsi in attività come la redazione poi significa trovare spesso mille critiche da parte di altri detenuti, e ancora rinunce all’aria e alle uniche ore di svago, perché un conto è fare un’attività quando si è liberi di determinare la propria giornata, un conto in carcere, dove tutto questo è molto relativo. Quanto vale un’ora d’aria? Quanto vale una partita di calcio? Una passeggiata? Certo, i risultati giungono su vari fronti, ma le rinunce per ottenerli non sono cose da poco, qui dentro.

Quanto alle motivazioni con cui si sceglie di stare in redazione, io credo che la logica del bene comune, dell’altruismo sincero e disinteressato non siano, per forza di cose, sempre alla base di questa attività. Ognuno ha i suoi scopi più o meno evidenti, può esserci anche quello formativo-educativo, quello del servizio altruistico al prossimo, ma soprattutto ognuno cerca un appiglio verso l’esterno del muro, e ciò non può scandalizzare nessuno, perché è logico che, esauriti i vantaggi di una attività che ti rende la carcerazione meno inutile, la realtà si riaffaccia in modo prepotente nella vita di ognuno di noi, e forse là fuori non ci saranno più i volontari a farci da salvagente. Camminare o nuotare con le proprie gambe e braccia oltre che con il proprio cervello deve allora diventare un obiettivo raggiungibile, e questo avverrà solo se le persone qui dentro lavoreranno sempre con la consapevolezza che fuori esiste un altro Mondo, in cui è probabile che nessuno si prenderà cura di loro come fanno qui i volontari.

Io credo quindi che un senso a questo tipo di attività culturali possa essere dato solo se vengono riconosciute come percorso integrato che responsabilizza la persona a prendersi cura di sé prima di tutto e poi degli altri. Ascoltare le idee degli altri è allora importante per imparare a riflettere, ad accettare il confronto, a misurarci con realismo e senza illusioni sul nostro futuro. Ascoltare le vittime, da questo punto di vista, è doppiamente importante perché aiuta proprio a prendersi cura in modo diverso di sé, con una riflessione profonda sulla propria responsabilità. E non esiste nessun percorso di reinserimento che non passi per una conoscenza reale dei propri comportamenti, delle proprie scelte e delle conseguenze che hanno avuto sulle vite degli altri.

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Comprendo, ma la testa non credo di doverla abbassare

So di dover chiedere scusa, di voler rimediare e riparare verso chi ho colpito, ma guardando dritto negli occhi chiunque

di Bruno De Matteis


Un assassino deve sempre girare a testa bassa e i miei diritti vengono e verranno sempre prima dei suoi”… Frase forte, anzi fortissima, dura anzi durissima. L’espressione del dolore mai sopito, che resterà dentro tutta la vita in Silvia Giralucci per l’assassinio del padre da parte di terroristi quando aveva solo 3 anni, lo comprendo e, pur essendo a mia volta un omicida, le sono idealmente vicino nel dolore avendo perso dieci anni fa mio figlio di 25 anni in un incidente stradale, e non avendo potuto partecipare al suo funerale a causa di una applicazione insensibile di una normativa assurda e pure disumana… Pertanto ritengo di essere una delle persone più adatte (me ne sento il diritto come carnefice e vittima) a rispondere ribadendo che capisco le parole più dure, ma non credo di dover abbassare la testa.

Comprendo il dolore, lo condivido intimamente, capisco forse più di ogni altro colpevole quanto può essere profonda e mai del tutto rimarginabile una ferita di questa natura e che la difficoltà, l’impossibilità di metabolizzare in pieno o in parte un evento di tale tragicità possa portare ad esprimersi nel modo di Silvia Giralucci, ma non posso, non voglio e non mi sento in dovere di girare a testa bassa… Posso anche accettare che i suoi diritti vengano prima dei miei, ma la dignità data da un percorso dolorosissimo di ripensamento verso gli atti, compiuti nel mio passato, a cui si è aggiunta la tragica morte di mio figlio, che ha reso esponenziale la difficoltà del mio “viaggio interiore”, del mio rivisitarmi in questi dieci anni, mi fa dire a Lei e a tutti quelli che la pensano in quel modo… no. Io la testa non la abbasso di fronte a nessuno… La mia dignità mi impone di guardare dritto negli occhi chiunque, di chiedere scusa, di rimediare e riparare verso chi ho colpito, verso la mia famiglia che paga pure lei per una colpa che non ha, verso me stesso, ma sempre e comunque a testa alta.

Essere persone, riconoscere i propri errori, pagare per questi non deve voler dire subire la “condanna del capo chino”… è la richiesta di una umiliazione perenne e sono sicuro che tutto ciò non appartiene neppure a Silvia. Ripeto: comprendo benissimo il suo sfogo, durissimo e spietato, per un immenso, e a volte insopportabile, dolore.

Non so se ci sarà mai modo di incontrarci e di parlarne uno di fronte all’altro con sincera lealtà. Mi auguro di poterla incontrare per poterle stringere la mano, se lo vorrà, e per ribadire quanto comprendo la sofferenza per un padre che le è stato sottratto con tanta brutalità e mai le potrà essere restituito.

Un padre, come un figlio, non sono merce riproducibile, sono entità uniche che restano nel cuore sino all’ultimo giorno della nostra vita… proprio per questo reputo lei una persona non diversa ma speciale, che spero di poter risentire e rivedere… Lo riterrò un privilegio e un arricchimento per una persona quale sono io… una persona che comunque porterà dentro sino alla fine il peso degli errori commessi, ma sempre a testa alta. Questo mi deve essere concesso.

 

Oltre alla sofferenza ci hanno trasmesso una enorme quantità di cultura

Dalle vittime è venuta una cultura di dialogo e apertura, che oggi manca assolutamente nel mio paese, l’Albania, ma che manca sempre di più anche qui in Italia

 di P.K.


Alla giornata di studi che abbiamo organizzato nella palestra del carcere ho partecipato con molta curiosità. Ero attentissimo perché tutti dicevano che poteva succedere di tutto. Infatti, c’era tensione pensando alla presenza delle vittime, perché non è facile vederti uccidere un famigliare e poi entrare in carcere per raccontare la tua esperienza a cento condannati. Ma sin da subito mi ha colpito la dignità mostrata dalle persone, vittime di reati, che sono venute a parlarci, e soprattutto la mancanza di animosità nei confronti di tutti noi, che comunque siamo qui per aver fatto del male a qualcuno. Questo mi ha fatto riflettere molto sul fatto che quelle persone avevano uno spessore culturale notevole e credo che la cultura abbia avuto un ruolo importante nel modo con cui si sono poste rispetto a noi. Certo che se fossi stato anch’io un giornalista o uno scrittore, forse non avrei fatto gli errori che mi hanno portato in carcere. Non è che adesso cerco di giustificarmi dicendo che era tutta colpa dell’ignoranza, dico solo che ascoltare quelle persone parlare in modo così aperto e umano, anche se piene di dolore e rabbia per i famigliari uccisi, mi ha fatto riflettere che la cultura c’entra molto.

Io fino a ieri pensavo che quando qualcuno ti fa del male, l’unico linguaggio da usare è la vendetta e la violenza. Ma il giorno del convegno, mentre ascoltavo Silvia Giralucci, ho provato a mettermi nei suoi panni e a immaginare per un momento di essere anch’io uno che dice al suo nemico: “Non mi interessa la vendetta, però ti devi vergognare di quello che hai fatto”. Allora ho pensato che, se anch’io avessi avuto il coraggio di dire questo, oggi non sarei qui e non avrei tolto la vita ad un altro. Ma non solo io. Se anche molti miei paesani ragionassero così, non ci sarebbero in Albania tutti quegli omicidi per vendetta e tante famiglie distrutte dal dolore. Invece io e molti miei compagni di scuola pensavamo che studiare e imparare a ragionare fosse solo una perdita di tempo, e che la cosa più importante erano i pantaloni di marca e le macchine sportive. Così, quando mi sono ritrovato a dover usare la testa, mi sono fatto trasportare dall’istinto invece di ragionare.

Allora io penso che questo incontro è stato soprattutto uno scambio culturale, o per meglio dire che le persone che sono venute a raccontarci le loro sofferenze ci hanno trasmesso anche una enorme quantità di cultura, quella cultura di dialogo e apertura che oggi manca assolutamente nel mio paese, ma che manca sempre di più anche qui in Italia.

 

È umano avere paura di quello che non si conosce

Sinceramente pensavo che qualcuno venisse qui a curare le proprie ferite, temevo di ricevere degli insulti o qualcosa del genere

di Jovica L.


La giornata di studi “Sto imparando a non odiare”, un incontro tra le vittime e i detenuti, è stata organizzata dalla redazione di Ristretti Orizzonti di cui anch’io faccio parte da pochi mesi. Sin dall’inizio, scoprendo che si stava preparando un convegno così diverso, mi sono chiesto tante volte: “Bisogna proprio essere presenti o no?”. Devo ammettere che sono stato un po’ scettico, perché non sapevo esattamente che cosa ci aspettava. Temevo di trovarmi in una situazione non piacevole. Insomma io sono sempre stato pronto ad ascoltare però non ad essere insultato, e avevo paura che potesse succedere questo.

Sinceramente pensavo che qualcuno venisse qui a curare le proprie ferite, non ero disposto a ricevere gli insulti o qualcosa del genere. Nonostante io personalmente non mi trovi qui per un reato di sangue, incontrare le vittime dei reati di altri mi preoccupava ugualmente, perché non volevo vedere il loro odio.

Ho pensato molto prima di decidere se partecipare al convegno e oggi sono sicuro che non ho sbagliato. Penso che sia stata una esperienza molto interessante che, senza dubbio, mi ha arricchito, aprendomi dei nuovi orizzonti, inimmaginabili per me fino a poco tempo fa. Rispetto ai miei dubbi e alle mie paure di prima mi sono accorto di non aver tenuto conto di quanto è stato difficile (per una persona che ha subito le conseguenze di un reato) venire in questo ambiente e parlare davanti a centinaia di persone, tra cui anche 100 detenuti. Serviva un colossale coraggio per poter spiegare il tipo di sofferenza, per la perdita violenta di un proprio caro, che si vive ogni giorno. Loro sono diventate vittime senza volere, provocare o cercare problemi del genere. Il minimo che abbiamo potuto fare noi è ascoltare e rispettare, in silenzio, il loro dolore.

Sono stato anche molto sorpreso delle opinioni di alcune persone, tra le vittime, che, nonostante esista un enorme “muro” tra di noi che ci divide, hanno fatto delle dichiarazioni a nostro favore per la questione dei benefici e la loro importanza per la società. Con quel gesto, hanno dimostrato ancora una volta che la loro umanità e grandezza esiste e noi dobbiamo apprezzare non solo la loro disponibilità a venire qui e dedicare, a noi, il tempo necessario, ma anche la loro volontà di partecipare a una manifestazione che è stata simbolo di un reciproco desiderio di abbattere le barriere che esistono tra di noi.

Questo evento così a lungo aspettato è servito, credo, a entrambe le parti, perché abbiamo potuto conoscerci direttamente. Esperienze di questo tipo sono degne di essere continuate e sviluppate ancora di più, e non dimenticate o messe da parte, poiché il nostro è stato un grande passo avanti verso la civiltà, e spero che attività come questa non si fermeranno qui. La mediazione penale credo sia qualcosa che serve sempre alla società per il futuro di una giustizia che concilia invece di punire.

Temevo questo incontro, ma ora penso che sia umano avere paura di quello che non si conosce. Spesso i pregiudizi limitano la chiarezza nei giudizi e ci portano a conclusioni sbagliate, mentre solo confrontandoci è possibile sconfiggere i nostri timori e vincere le battaglie con noi stessi. E io credo di averne vinta una.

 

Non voglio provocare ferite “aggiuntive” alle persone a cui ho già fatto del male

Se necessario, voglio imparare a camminare a testa bassa, o per lo meno a capire il senso della parola “umiltà”

di Elvin P.


Non avevo mai pensato a cosa significa davvero camminare a testa bassa. E inizialmente, quando una persona intervenuta al convegno “Sto imparando a non odiare”, parlando degli assassini di suo padre, ha detto che questi devono camminare a testa bassa, mi sono irrigidito. Guardo la televisione e ci sono continuamente scene di morte, di massacri, spesso giustificati dal motivo che il bene deve trionfare sul male, ma non avevo mai sentito qualcuno dire apertamente che chi uccide una persona deve vergognarsi per il resto della sua vita. Sembra che sia più facile dire che deve essere ammazzato anche lui a sua volta, che deve marcire in galera, che deve essere torturato, ma nessun giornalista o politico secondo me aveva mai avuto il coraggio di dire che non è la tanta galera quello che conta, quanto piuttosto i comportamenti, il modo di affrontare il proprio reato e di accettarne le conseguenze.

In redazione, quando parliamo di vittime e qualcuno dice che soffriamo anche noi come i famigliari delle vittime, Ornella qualche volta risponde arrabbiata che noi tante volte l’abbiamo provocata, la sofferenza, compiendo il più orribile dei gesti, mentre i famigliari delle vittime se la sono vista piombare addosso senza avere possibilità di scampo.

Allora io ho pensato al mio reato e quello di camminare a testa bassa di fronte ai famigliari della persona che ho ucciso mi sembra il minimo che posso fare, perché loro sono innocenti, e per causa mia stanno soffrendo e continueranno a soffrire per il resto della loro vita.

È evidente che quando si uccide un’altra persona non si può più tornare indietro e non si può farlo nemmeno quando avremo finito la pena, quindi non dobbiamo mai dimenticare il male fatto, ma portarlo sempre dentro di noi. Qualcuno dei miei compagni non sarebbe d’accordo con me, ma io credo che non si può pretendere di riavere uno vita tranquilla e una coscienza rappacificata dopo aver ucciso un altro essere umano. Così come io so che non dovrò mai guardare negli occhi la madre della persona che ho ucciso, perché mi vergognerei del suo dolore, e nello stesso modo dovrò provare vergogna anche di fronte alle persone per bene che pensano che la vita umana sia la cosa più preziosa al mondo.

Non ci avevo mai pensato prima, ma adesso che ho sentito la figlia di una persona uccisa sostenere che lei non odia e non vuole vendette, basta che chi ha ucciso suo padre tenga la testa bassa per il resto della sua vita, io che ho ucciso da oggi comincerò a imparare a camminare a testa bassa. O per lo meno a essere umile, e a vivere con la consapevolezza che ogni mio comportamento deve avere alla base l’idea di non provocare ferite “aggiuntive” alle persone a cui ho già fatto del male.

 

I nostri famigliari sono sì delle vittime, ma perché noi abbiamo scelto di punirli

Anch’io considero vittime i miei famigliari, mia figlia sta crescendo senza di me, ma loro sanno che se sono qui è per colpa mia e hanno scelto di continuare comunque a volermi bene

di D.I.


Di solito quando mi presento dico nome e cognome, oppure dichiaro la mia origine albanese, ma ora voglio iniziare raccontando di essere in carcere per aver ucciso due persone. Mi vergogno tanto a dirlo, ma ormai il mio reato è questo e fa parte di me, come ne fanno parte il nome e la mia origine.

Ho detto subito il mio reato perché voglio raccontare le emozioni che ha provocato in me il convegno “Sto imparando a non odiare”. Era la prima volta in vita mia che partecipavo a un convegno, sia in carcere sia nella vita libera, e in quelle poche ore mi sono ritrovato in un mondo diverso dal mio. Mi sentivo strano a stare in mezzo a così tanta gente, e nonostante stia in carcere da quattordici anni mi sembrava di essere in un posto estraneo.

Quando è iniziato il convegno mi sono seduto con altri carcerati e ascoltavo in silenzio le parole di tutti quelli che hanno parlato e raccontato le loro storie. Devo dire che ogni parola detta si incastrava subito dentro di me e sono rimasto continuamente con gli occhi incollati sulle persone che parlavano.

A volte però c’erano affermazioni che mi colpivano maggiormente. Ad esempio quando ho sentito che il padre di Andrea Casalegno è stato ucciso dai terroristi praticamente perché era un giornalista intelligente e sensibile, sono rimasto particolarmente confuso. Mi sono chiesto come sia possibile una COSA ASSURDA come uccidere un essere umano perché intelligente, e in un certo senso mi sono sentito quasi “giustificato” in quello che ho fatto, perché io ho ucciso per vendicarmi perché mi avevano ucciso un famigliare. Però ascoltando Casalegno mi sono reso conto che il punto non è mai la motivazione dell’omicidio, che non c’è comunque mai nessuna buona ragione per uccidere, perché il male che si produce è enorme e non si cancella nemmeno dopo anni e anni.

Anche Silvia Giralucci ha detto qualcosa che mi ha toccato. Per lei gli assassini devono camminare a testa bassa per tutta la vita. Per la mia mentalità da albanese penso che lei abbia ragione, perché non è giusto che una vittima innocente veda le persone che le hanno ucciso un famigliare comportarsi con strafottenza, sentendosi del tutto libere.

Io mi rendo conto che chi ha ucciso, come me, anche se ha scontato la sua pena, deve ricordare ogni mattina il male che ha fatto, deve pensare che lui è vivo, ma altri non ci sono più, e deve avere rispetto per i famigliari delle vittime, comportandosi con umiltà e con la consapevolezza che sono innocenti e soffrono ancora oggi, e che nessuno gli può restituire i loro cari.

 

Quello schiaffo mi ha fatto capire quanto stava male


Dopo il convegno ho sentito alcuni detenuti dire che anche i nostri famigliari sono delle vittime, visto che i nostri figli crescono senza i padri o senza le madri, che stanno scontando la loro pena. Io penso che il discorso dei nostri famigliari cambia rispetto ai famigliari delle persone che abbiamo ucciso. Anch’io considero vittime i miei famigliari, mia figlia sta crescendo senza di me e altri miei cari senza colpe stanno soffrendo forse peggio di me, ma loro sanno che se sono qui è per colpa mia e hanno scelto di continuare a volermi bene. Invece i famigliari delle vittime soffrono per colpa di altri, e non hanno scelto loro di separarsi dal proprio caro. Per questo dico che i nostri famigliari sono sì delle vittime, ma perché noi abbiamo scelto di punirli quando abbiamo “deciso” con il nostro comportamento di venire in galera.

Nel convegno ha parlato anche il padre di un nostro compagno detenuto, e mentre parlava mi sono ricordato di mio padre e gli occhi mi si sono riempiti di lacrime. Sono tornato indietro al 1980, quando per la prima volta sono entrato in carcere per una rapina. Ero il primo della mia famiglia che entrava in carcere e tutti, famigliari e parenti, stavano male, si vergognavano di fronte ai vicini di casa, di fronte a tutti. Ma io ero stupido e a queste cose non pensavo minimamente. Poi, nel 1982 in Albania hanno dato un indulto generalizzato e io sono uscito dal carcere. All’uscita mi aspettavano tutti i miei famigliari ed io ero contento di essere di nuovo libero, così sono corso per abbracciarli, ma mio padre ha fatto un passo in avanti e invece di abbracciarmi mi ha dato uno schiaffo. Non mi aveva mai picchiato prima e quello schiaffo era molto significativo, perché mi ha fatto capire quanto stava male. Alla fine mi ha abbracciato anche lui dicendomi “Non ripeterlo mai più, perché la vita non è questa e non sei da solo in questo mondo”.

Mio padre ci ha lasciati nel 1986 e sono sicuro che se fosse stato vivo oggi, e se veniva al convegno, avrebbe detto le stesse parole di quel padre che parlava quasi piangendo. Il coraggio che hanno dimostrato le persone che sono venute a parlare, a portare le loro testimonianze rimarrà per sempre dentro di me, e credo davvero che non lo dimenticherò mai, quindi posso solo dire grazie a tutti.

 


 

 

 

 

 


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