Martedì 27 Ottobre 2020
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Dalla reclusione alla restituzione: bollettino n. 4 PDF Stampa E-mail
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PROGETTO SOSTENUTO CON I FONDI OTTO PER MILLE DELLA CHIESA VALDESE


È possibile arrivare a una riconciliazione?


Si può riparare un danno se si riesce ad avere anche l’umiltà e il senso della collettività necessari per ammettere i propri errori

di Prince O.

Sto imparando a non odiare”: da questo momento in poi questa frase non ha più solo un valore “letterario” per me, ma coinvolge direttamente la mia esistenza, perché voglio davvero confermare questo cambiamento con le mie azioni e i miei pensieri e soprattutto con una percezione diversa di tutto ciò che mi circonda. Ma credo che in tanti abbiano percepito che qualcosa stava cambiando, perché nessuno si è azzardato a pensare che un avvenimento così importante, come il confronto tra vittime e autori di reato, potesse avere avuto origine da una ragione di convenienza a senso unico. No, quel convegno è stato importante perché ha parlato di come ritrovare una ragione di vita, di pace esistenziale, di responsabilità individuale, in modo disinteressato, senza mai far entrare in gioco benefici particolari, convenienze, calcoli o tornaconti personali.

Mi ricordo quando per la prima volta la questione dell’odio è stata discussa in redazione proprio a partire dalle nostre esperienze più dure. Per me è stato subito un segnale positivo, se si pensa che nella società odierna i messaggi di tutti i giorni sono basati sull’odio verso il diverso, sul potere di apparire, sull’usa e getta dei sentimenti, e soprattutto sull’egoismo dei propri bisogni e dei propri sentimenti che schiaccia i bisogni e i sentimenti degli altri. Solo se riusciamo a cogliere, in questo discorso sulla necessità di spezzare la catena dell’odio, il vero senso del convegno, noi in prima persona, gli autori di reato, e poi le vittime sofferenti senza nessuna colpa, e quelli che si sono sentiti di operare volontariamente nell’ambito della mediazione, liberi da ogni costrizione, allora capiamo anche che tutti abbiamo da guadagnarci, e possiamo davvero continuare un dialogo, che per ora è solo abbozzato.

Credo che, per iniziare, sia fondamentale capire che succede a tutti di sbagliare, a volte di farlo in modo pesante, ma si può riparare se si riesce ad avere anche l’umiltà e il senso della collettività necessari per ammettere i propri errori, e di conseguenza saper chiedere scusa e, soprattutto, capire se ci sono dei gesti possibili da fare per arrivare a una riconciliazione.

Io credo allora di poter parlare di successo del convegno per tanti motivi:

  • perché non era un’iniziativa istituzionale, ma un’occasione per mettere al centro le persone, e non i reati e le pene;
  • perché a rappresentare le vittime, la “parte lesa” erano presenti persone che hanno avuto a che fare con i motivi dell’odio in modo diretto, e si notava però la loro disponibilità ad un dialogo in tutti i loro interventi;
  • perché l’approccio appassionato e l’impegno umano messi in campo da tutta la redazione di Ristretti Orizzonti hanno fatto sì che il convegno avvenisse non come un momento breve di dibattito, ma come un punto di arrivo con un coinvolgimento di tantissime persone in discussioni, confronti serrati, riflessioni indirizzate davvero a favorire la crescita di una società migliore;
  • e infine perché si è verificata una piena collaborazione, con un convincimento forte dell’importanza di quel percorso, da parte di tanti detenuti coinvolti in questa giornata.

Mi sono anche reso conto che il convegno poteva rappresentare una speranza futura per tutti senza distinzione, se veniva vissuto come l’inizio di un cammino assai faticoso, ma degno di essere percorso, verso il superamento di quell’odio, che ha spinto tanti di noi qui dentro. Spero di essere perdonato se sembrano troppo utopici o moralistici i miei ragionamenti, o se possono dare l’idea di uno che sta cercando di salvarsi dai suoi errori e dalla sua tragedia, perché prima di ogni altra cosa ha timore di un giudice al di sopra di tutti e di ogni cosa, a cui non può nascondere nulla! In realtà per me una cosa è certa, ed è la presa di coscienza del significato di una vita che deve andare oltre la pena e il carcere, per ragionare in profondità su quello che è il concetto di responsabilità.

Riguardo agli interventi al convegno non mi reputo in grado di fare delle osservazioni critiche sulle cose dette dai partecipanti, perché ero lì soprattutto per ascoltare e per imparare, e per capire in che direzione c’è da procedere per tentare una mediazione concreta tra gli uomini. Forse con il tempo potrò dare un contribuito mio, quando le condizioni me lo permetteranno, ma in questo momento mi ritengo già privilegiato per aver partecipato a questo convegno, che mi fa sperare davvero in un domani migliore!

 

Non so bene cosa potrei dirle, ma vorrei tanto spiegarle come sono andate le cose, vorrei raccontarle che quella sera eravamo tutti accecati dall’odio


di Adnene E.


Partecipo da molti anni ai convegni organizzati da Ristretti, ma quest’anno è stata una cosa davvero particolare perché per la prima volta ci ha toccati tutti molto da vicino. Anch’io sono in carcere per aver partecipato ad un omicidio e sentire le parole dette quel giorno è stato davvero duro per me. Io sono tunisino e il mio reato, come quelli della maggior parte degli stranieri, è legato allo spaccio di piazza.

Ho preso parte ad una rissa tra due gruppi di spacciatori in un bar, e alla fine della colluttazione uno della banda rivale è stato accoltellato a morte. In questi tredici anni di carcere mi sono sempre ritenuto innocente, perché non capivo quali colpe avrei dovuto pagare io, visto che ad usare il coltello è stato un altro. Ho trascorso tanti anni in galera con la convinzione di essere io una vittima, poiché il Tribunale mi ha condannato per un crimine che non ho commesso io direttamente. E della persona uccisa ho pensato che è stata una questione di destino, perché so che anche nel suo gruppo c’erano coltelli e quindi a volte credo che sarei potuto rimanere anche io ucciso.

Assistendo però a questi incontri con famigliari di vittime di reato devo dire che alla fine ho cambiato idea. Adesso penso che forse è stato giusto che io venissi condannato perché, anche se non sono stato io direttamente a uccidere, comunque ero lì e comunque una persona è morta, e io non ho fatto nulla per fare in modo che questo non accadesse.

Ascoltando le persone che sono venute a parlare al convegno ho pensato al dolore dei famigliari del ragazzo ucciso, e mi sono detto che anche loro hanno ragione di condannarmi e di accusarmi di essere stato lì senza impedire in alcun modo la morte del loro figlio. Sembrerà strano ma quel giorno è nato in me il desiderio di incontrare la mamma del ragazzo ucciso. Non so bene cosa potrei dirle, ma vorrei tanto spiegarle come sono andate le cose, vorrei raccontarle quanto sia orribile vivere da clandestini spacciando, e come quella sera eravamo tutti accecati da quell’odio che domina sempre il mondo del crimine e della miseria.

 

Non ho percepito l’odio o la voglia di vendetta

Io sono bosniaco e ho visto come l’odio e la vendetta hanno sprofondato il mio paese nel sangue, facendolo ritornare ad una situazione medioevale

di Milan G.


Sono già tre volte che partecipo ai convegni della redazione, ma è la prima volta che assisto ad un confronto su un tema così complicato come un incontro tra vittime di reato e detenuti, e per questa ragione reputo questo incontro di una importanza unica, soprattutto per i detenuti che hanno partecipato.

Noi che facciamo parte della redazione abbiamo discusso a lungo su come organizzare al meglio questo incontro. Ci preoccupava capire quale effetto avrebbe potuto produrre sulle persone presenti una iniziativa così complessa, come avrebbero potuto reagire le vittime vedendo così tanti colpevoli di reati anche gravi come l’omicidio. E poi, come avrebbero reagito i detenuti alle parole dure che avrebbero potuto essere pronunciate dalle vittime. Ma come spesso succede nella vita il coraggio alla fine viene premiato.

Ero seduto in prima fila sulla gradinata destinata ai detenuti, emozionato, e con un po’ di vergogna aspettavo l’inizio dei discorsi che sarebbero stati fatti dalle vittime. Credo che sia stata importante la decisione di dare a loro e solo a loro la parola, mentre noi siamo stati per tutto il tempo in silenzio ad ascoltarle. Così, quando hanno iniziato a raccontarci le loro storie, sembrava che per la prima volta tutto il carcere si fosse fermato in un reverente silenzio, come se fosse sceso di nuovo Gesù ammonendoci a riconoscere i nostri peccati.

Ho ascoltato con attenzione e sono stato rapito dal dolore che esprimevano quelle persone, ognuna con la propria storia di sofferenza per la perdita di una persona cara. Mentre non ho percepito l’odio o la voglia di vendetta, e questo mi ha sorpreso molto. Qualcuno ha manifestato un senso forte di abbandono e di indifferenza da parte delle istituzioni. Altri si domandavano come mai gli assassini dei loro cari oggi occupano anche qualche ruolo importante nell’apparato statale. C’era chi non sapeva ancora addirittura chi fossero gli autori dell’uccisione del proprio famigliare, e quindi si augurava solo di sapere un giorno la verità. Ma nessuno ha parlato di vendetta personale. Mi aspettavo persone arrabbiate o accecate dall’odio, ero preparato a vederle scagliarsi contro di noi, aggredendoci verbalmente e persino insultandoci. Invece ci hanno sorpresi dandoci un grande esempio di civiltà.

Io sono bosniaco e ho visto come l’odio e la vendetta hanno sprofondato il mio paese nel sangue, facendolo ritornare ad una situazione medioevale dalla quale sta cercando ancora di uscire con molte difficoltà. La mia cultura balcanica è impregnata di sentimenti arcaici che non hanno mai portato nulla di buono, se non guerre e distruzione. Ma vedo che anche qui in Italia sempre più persone manifestano nostalgia verso quei periodi orrendi della intolleranza verso chi aveva la colpa di essere diverso. Allora penso che quelle persone che sono venute in carcere, e che più di molti altri avevano ragioni per odiarci, invece hanno dimostrato che è più utile se ci parliamo e se cerchiamo di conoscerci meglio.

Io credo che questo convegno sia stato anche una rivoluzione di quel pensiero di odio e intolleranza sempre più diffuso nella società, perché ha rovesciato quel desiderio di vendetta che sempre più persone vogliono provocare. Sono sicuro che non rimarrà un fatto isolato, perché le persone intervenute hanno molto da insegnare non solo a noi detenuti, ma anche alle persone libere che sempre di più hanno bisogno di qualche lezione di civiltà e legalità.

 

La strada che porta al futuro

Questo convegno ha fatto emergere un’altra verità; che ci sono tanti che vogliono costruire ed unire invece che dividere e distruggere

di Marco L.


Venerdì 23 maggio 2008. Periodo temporale ore 10,30-16,00… Convegno presso la Casa di reclusione di Padova Due Palazzi… tema “Sto imparando a non odiare”. Ebbene – potrà dire qualcuno – cosa ci sarà di così particolare? Certo il tema è profondo, più impegnativo di tanti altri, ma un convegno è un evento in sé, e quindi?

E quindi il collo di un imbuto non lo si può catalogare come un semplice evento perché è proprio questo ciò che ha rappresentato… un collo d’imbuto, una naturale “strozzatura” di percorsi convulsi, contrastanti e contrastati, di forze di diversa entità e correnti più o meno forti e, a volte, opposte e divergenti. Questo collo, questa strozzatura ha due sole soluzioni: una è l’afflusso, la convergenza di una quantità di detriti tale che si crea un “tappo” e tutto ciò che è arrivato sin lì refluisce sino a ristagnare formando un bacino chiuso, fine a se stesso, inutile… l’altra è che il flusso si incanali con moderazione e pazienza provocando un duplice effetto, la depurazione, il filtraggio di ciò che dovrà continuare il percorso tramite un ordine ed una visione sempre crescente e, contemporaneamente, l’allargamento del collo d’imbuto, la formazione di un “letto” più forte, solido e sicuro nel quale possono convivere, confrontarsi, miscelarsi, progredire e proseguire insieme tutte quelle componenti che si erano ammassate senza un piano, un progetto chiaro e precostituito all’ingresso del collo.

Questo ha detto e questo ha in qualche modo sentenziato questa naturale strozzatura passata sotto la dicitura di convegno. Ogni tanto nella storia della vita delle persone si presentano, quasi emergono (con stupore anche di chi ha contribuito a ciò), nei momenti apparentemente più complessi (e questo si può ben dire che lo sia), situazioni e circostanze che “sentenziano” al di sopra di tutto non la necessità di un cambiamento ma un cambiamento… lo si voglia o no questo convegno è stato una di queste. Dalle 16 di venerdì 23 maggio 2008, comunque vada, tanto, per tanti di noi, non è e non sarà più come era sino alle 10,30 di quella mattina. E ora si dovrà fare i conti con tutto questo, impostare proposte, progetti, indicare possibili soluzioni per defluire e non refluire.

Manlio Milani, Andrea Casalegno, Adolfo Ceretti, Giuseppe Soffiantini, Silvia Giralucci, Olga D’Antona, la redazione di Ristretti Orizzonti, i volontari, i detenuti, la società, tutti questi erano e sono intervenuti proprio come forze, correnti, idee, pensieri, convinzioni, considerazioni e stati d’animo eterogenei, a volte in linea, a volte contrapposti (proprio come la confluenza verso il collo, la strozzatura citata all’inizio) ma tutti pronti ad andare oltre, a proseguire. Tutti con i loro contributi che arrivano da riflessioni e percorsi personali con una elevata componente emotiva come nel caso della Giralucci e di Casalegno, seppur con modalità di esternazione diverse, o con maggior razionalità come nel caso di Soffiantini e Ceretti, sino agli interventi di Milani e della D’Antona che hanno incorporato nelle loro riflessioni emotività e razionalità ma, pure in questo caso, sempre e comunque con una propria unicità, fuori da categorie come quella delle “vittime”. E sono state queste unicità la forza assoluta, ma in questo caso in termini positivi, propositivi, che hanno fatto sì che, per la prima volta, tante voci, tanti pensieri ed idee isolati, seppur forti ed autorevoli, si siano potuti riunire, esprimere e confrontare con tutte le parti in causa.

Di queste parti in causa una va citata per la sua grande, dirompente e fragorosa silenziosità… i detenuti, questa componente che, per le prima volta, ha accettato e deciso di mettersi in gioco, di fare una scommessa su se stessa… in molti casi per la prima vera volta nella propria vita, davanti alla società vittima e giudice…

 

La sfida lanciata è molto forte, anche perché non è solo verso un proprio mondo esterno ma, innanzi tutto, verso l’interno, l’interiorità di ogni singola componente di queste parti, che hanno lanciato un messaggio: “Impariamo a non odiare e proviamo a metter fuori la testa, insieme possiamo farcela”… ci sarà da lottare con se stessi e con quella parte di società che rema contro, che preferisce, con freddo calcolo, usando anche l’emotività e il senso di paura della gente, creare barriere sempre più alte e fossati sempre più ampi e profondi, ma questo convegno ha detto con forza un’altra cosa, ha fatto emergere un’altra verità… ci sono tanti che ci vogliono o vorrebbero provare, che sono disponibili a costruire ed unire invece che a distruggere e dividere.

È proprio da qui che si deve riprendere, raccogliere le forze per defluire con calma e pazienza, per allargare un po’ alla volta questo collo d’imbuto naturale per costruire un letto sul quale poter scorrere tutti concentrando sforzi, collaborazione e risorse… sarebbe bello che fosse giunta l’ora di proporre, impostare piani programmatici che tengano conto della voglia di confrontarsi di Milani, del dolore struggente della Giralucci, dello spirito imprenditoriale di Soffiantini sul recupero-inserimento come costo-beneficio per la società, della ferma volontà della D’Antona di non essere sempre e solo considerata come quella a cui quel giorno hanno ucciso il marito, della volontà e dello spirito di sacrificio del volontariato, della mediazione penale, dei mass-media che diano voce e visibilità a tutto questo. E di uno spirito “francescano” da parte dei rei, dei detenuti che siano disponibili verso le vittime, la società, le loro famiglie e se stessi ad affrontare un percorso che sicuramente inizialmente di agevole avrà ben poco, ma che li potrà portare a rialzare quella testa e poter riutilizzare, non solo formalmente, quei diritti che ora, come ha detto concludendo il suo intervento la Giralucci, non possono richiedere con pari forza e dignità rispetto a chi sta dall’altra parte.

Da ora, da parte di tutti è giunto il momento di mettere un po’ da parte le parole e le buone intenzioni, le riflessioni filosofiche, le invettive e le rivendicazioni e passare a fatti concreti, a progetti precisi, impostati e mirati… che il convegno del prossimo anno possa sancire tutto questo è l’unico augurio e pensiero che si deve fare e deve animare ogni singola parte intervenuta il 23 maggio, e che non basti più una palestra di un carcere come letto dopo il collo d’imbuto.

 

Lettera aperta a Silvia e a Benedetta

di Mohamed A.


Sono un detenuto della redazione di Ristretti Orizzonti, mi chiamo Mohamed e vengo dalla Tunisia. Ho assistito all’intervento di te Silvia al convegno e poi all’incontro in redazione dove siete venute insieme. Cerco di riassumervi la mia storia prima di spiegarvi perché vi scrivo.

Quando sono diventato maggiorenne, ho lasciato il mio paese per immigrare in Europa, per costruire il mio futuro e aiutare la mia famiglia, però le cose non sono andate bene perché dopo pochi giorni dal mio arrivo in Italia mi sono trasformato in un’altra persona. Sono entrato nella strada della criminalità e mi sono messo a spacciare da solo. Ma in quella zona vi erano parecchi che facevano lo stesso lavoro, e la mia presenza cominciò a disturbarli finché una notte, senza alcun preavviso, mi hanno fatto un agguato, ho preso due coltellate e sono caduto a terra. Allora uno di loro si è chinato sopra di me e mi ha sfregiato, ordinandomi di lasciare il posto.

Il taglio era profondo e ha deturpato irrimediabilmente il mio viso. Da quel giorno la mia vita, che già stava andando su un binario sbagliato, è cambiata ancora in peggio: non ero più io, mi sono lasciato andare al bere, alla rabbia e all’odio accumulati giorno dopo giorno verso l’uomo che mi aveva sfregiato. A lungo ho sperato che i miei aggressori avessero capito il loro errore e cercassero di rimediare con me per aggiustare le cose, speravo che venissero a chiedermi scusa perché sinceramente non avevo l’intenzione di fare la guerra con loro. Devo dire che immaginavo che, se non si risolveva la questione, prima o poi andava a finire male, ed è quello che tragicamente è successo, e cioè ho ucciso la persona che mi aveva rovinato tagliandomi la faccia.

Confesso che negli anni subito dopo il mio crimine ero convinto di aver fatto la cosa giusta. Tutti quelli che conoscevo e sapevano come erano andate le cose mi dicevano che avevo fatto bene, e qui in carcere ho trovato l’approvazione anche di qualche agente. Non so se siete d’accordo con me ma anch’io credo di essere stato, almeno in parte, una vittima, per quello sfregio che ho subito che mi ha rovinato la faccia e la vita, e anche la mia famiglia lo è stata, e lo è anche adesso, però oggi sono consapevole che il male che ho causato alla madre della persona che ho ucciso e al resto della famiglia è molto più elevato di quello che ho vissuto e sto vivendo io.

Quando infatti ho iniziato a frequentare la redazione di Ristretti Orizzonti e sono entrato in quel clima di confronto che ci ha poi portati a discutere del nostro rapporto con le vittime, ho cominciato a ragionare, e mentre prima non me ne fregava niente della persona che ho ucciso e della sua famiglia, proprio per le ragioni che ho già detto, adesso, anche grazie a Ornella che ci bacchetta ogni giorno, mi sono convinto che non sono io la vittima, ma che le vere vittime sono i famigliari della persona che ho ucciso.

Da lì ho cambiato atteggiamento e ho cominciato a vedere quello che ho fatto con più serietà e con responsabilità. Ecco perché, con serenità, avevo preso l’iniziativa di scrivere un articolo, che poi è stato pubblicato sulla nostra rivista, dove parlavo di questo mio cambiamento, che mi ha anche fatto ricevere un sacco di complimenti dai miei compagni per il coraggio di averlo messo nero su bianco. Poi l’incontro con la signora Olga D’Antona ha lasciato il segno in tutti noi e ricordo che un mio paesano si è messo a piangere, perché ha visto in quella signora la madre del ragazzo che ha ucciso, e mi sono commosso anch’io.

 

Riusciremo a buttar giù il muro che ci separa dalle persone che odiamo?

Oggi invece non sono del tutto sereno mentre vi scrivo questa lettera, anzi lo sto facendo proprio perché l’incontro con voi mi ha sollevato delle perplessità. Come dire, mi sono un po’ spaventato quando, a un certo punto della discussione, si è parlato di mediazione e voi da quello che ho capito, siete contrarie e non solo, non volete neanche discutere soprattutto con le persone che hanno ucciso i vostri padri.

Io non so se sono la persona adatta per esprimere un parere, ma voglio lo stesso dire una cosa, e cioè che spero che diventi naturale, arrivati a un certo punto della vita, buttare giù il muro che ci separa dalle persone che odiamo, o che comunque ci hanno fatto del male. Vivere con delle pareti stanca, e a un certo punto viene istintivo uscire fuori e cercare di vedere in faccia le persone che quel muro ha tenuto lontane per anni e anni.

Faccio questa riflessione perché l’incontro in redazione con voi mi ha aperto un mondo nuovo, perché ho avuto tante risposte alle domande che mi facevo da anni. Io da qualche mese ho iniziato ad andare in permesso premio, e devo confessare che ascoltando prima le discussioni in redazione, e il confronto con Olga D’Antona, e adesso anche le vostre testimonianze, ho deciso di farmi avanti per contattare la famiglia della persona che ho ucciso e chiedere scusa. Così, appena sono uscito in permesso ho parlato con un mio amico che conosce i famigliari della mia vittima, che sono anche loro come me tunisini, e gli ho chiesto di fare da mediatore. Lui in qualche modo ha iniziato a parlare con il fratello della vittima per vedere se c’era la possibilità di fare questa mediazione e mi ha fatto sapere che le cose stanno andando bene, e adesso la speranza è che, al prossimo permesso, io possa per la prima volta comunicare telefonicamente con loro.

Non sarà facile per me, ma immagino che sarà una cosa ancor più difficile per loro, però in qualche modo bisogna iniziare per arrivare ad una riappacificazione, e poi magari ad una vera riconciliazione e ad un incontro faccia a faccia, perché io sono convinto che solo così loro potranno vivere più sereni senza avere intorno il muro dell’odio che li soffoca da dieci anni. Non so come andrà a finire questa cosa, ma comunque vada vi voglio bene per quel che mi avete insegnato e per il coraggio che mi avete dato.

 

Loro ci insegnano come stare al mondo

Gli studenti, gli insegnanti e i volontari hanno l’esperienza, l’intelligenza, l’umanità e la sensibilità per farci pensare a cosa significa vedere la vita con gli occhi addolorati e spaventati delle vittime

di E. K.


Sicuramente sono stati tanti gli studenti che ho visto e conosciuto ai tempi della mia vita scolastica, però gli studenti che ho incontrato durante questi quattro anni di progetto di conoscenza tra scuole e carcere non solo superano di gran lunga il numero di quelli che ho visto in dodici anni di scuola, ma hanno anche una qualità della comunicazione diversa: i miei compagni di scuola volevano parlare sempre del più e del meno e non avevano mai tempo e pazienza per ascoltare, invece questi studenti ascoltano sempre con curiosità e attenzione.

Di solito vediamo arrivare gruppi di trenta o quaranta studenti. Loro prendono subito posto tra le sedie messe in fila per l’occasione e si guardano un po’ intorno come se, prima delle nostre facce, volessero raccogliere nella memoria l’arredo della nostra aula. Ma l’aula della nostra redazione ha poco di galera – otto computer, due stampanti, due scanner e tanti tavoli – e presto i ragazzi finiscono per concentrarsi su di noi. Ci scrutano con curiosità. Forse qualcuno è anche un po’ deluso dalla nostra “normalità” fisica e d’abbigliamento. Ma da questi incontri ho imparato che il primo luogo comune a crollare, anche se in parte, è l’immaginario del carcerato brutto, sporco, cattivo e con la palla al piede. Dico in parte, perché il fatto di non essere brutti e sporchi, oppure di non avere la palla al piede, non ci libera anche dall’essere cattivi. La cattiveria credo sia distribuita in tutti gli esseri viventi, però qui dentro il livello di cattiveria è di una concentrazione maggiore, ma quando abbiamo di fronte i ragazzi ci scrolliamo tutti di dosso la pelliccia del lupo, la mettiamo sul tavolo e diciamo che quella pelliccia si chiama “illegalità” e indossarla non è uno scherzo, perché poi si finisce in galera e si rovina la vita a qualcuno, e anche a se stessi.

 

Ma c’è un nesso tra le nostre “ragazzate” di una volta e il carcere?

Con il tempo ci siamo accorti che il modo migliore per ragionare è il confronto continuo. Negli incontri con gli studenti ci si confronta tanto e ciò che noi diciamo spesso è frutto di lunghe discussioni. Ma questo non basta. Allora, ci riuniamo in redazione con i volontari esterni che ne fanno parte e ne discutiamo anche dopo aver finito gli incontri con gli studenti: devo dire che con loro il confronto è ancora più duro. Ricordo che una volta c’erano tra noi anche degli insegnanti, oltre i soliti volontari, e abbiamo cominciato a discutere su alcuni comportamenti che qualche studente ha a scuola e che spesso sfiorano l’illegalità. Si parlava di un ragazzo che si è messo a fare della “pazzie” per una compagna di scuola e per esprimere il suo sentimento imbrattava i muri della scuola scrivendo delle frasi d’amore. In realtà, l’argomento non era facile da trattare, perché in un ambiente maschile come il carcere si è portati a fare il tifo per il ragazzo, e qualcuno casca anche nel solito discorso da bar: “Ma cosa vuoi che sia, queste cose le abbiamo fatte tutti… in fondo, non c’è nulla di male!”. Per fortuna che le insegnanti e le volontarie hanno una visione più reale dei limiti attraverso cui si può esprimere un sentimento e ci hanno fatto osservare che forse non è un caso che il ragazzo in questione abbia dei grossi problemi nello studio e nel comportamento, così come non è una caso che il suo idolo sia quel fotografo famoso finito in carcere per estorsione.

Qualcuno continuava ad essere dell’idea che è normale avere come idolo a quell’età Fabrizio Corona, e che questo non significa essere un delinquente, ma le osservazioni delle insegnanti sono state intelligenti perché hanno stimolato la riflessione. La maggior parte di noi ha fatto simili bravate, andava male a scuola, aveva come idolo qualche delinquente, e quindi quel ragazzo assomigliava molto a come eravamo noi. A quel punto non potevamo più dimenticarci di essere in carcere, anche per reati gravissimi, e come per magia è nato in noi il dubbio che forse poteva esserci un nesso tra quelle “ragazzate” di una volta e il carcere.

Dunque è stato inevitabile anche per me pensare alle mie, di bravate, e a quella voglia di trasgredire alle regole per essere notato da qualche ragazza, per distinguermi dagli altri e non passare inosservato (il mio forse è un caso particolare, perché ricordo che sia i professori che i miei genitori si stupivano del mio comportamento, visto che andavo brillantemente negli studi), ma inevitabilmente ho visto chiaramente il legame diretto che c’è tra quella testa di c. che ero e l’entrata in carcere, perché anche se ho trovato in questo paese troppo spesso avvocati ladri, procuratori spietati e giudici cinici, sono stato io con la mia condotta a diventare l’oggetto delle loro azioni penali, e a volte anche delle loro persecuzioni, sono stato io che mi sono comportato da delinquente, e tutto per dimostrare di essere uno di quelli che scavalca i cancelli, che imbratta i muri e che non ha paura di nulla.

 

I ragazzi ci raccontano a volte come ci si sente ad essere vittime di reati

Durante l’ultimo incontro abbiamo discusso su quale sarebbe la giusta pena per uno che guidando ubriaco investe delle persone. Quasi sempre gli studenti che incontriamo nelle scuole manifestano un grande disappunto sulle pene che vengono date in simili casi, sostenendo che ci debba essere tanta più galera per i responsabili. Allora il discorso si è subito fermato su quel caso del ragazzo rom che ha investito quattro giovanissimi uccidendoli sul colpo, e che è stato poi condannato a sei anni di carcere. Quanto è stata giusta la pena inflittagli?, ci si domandava.

Anche in questa discussione non è mancato un iniziale smarrimento da parte di alcuni detenuti che vedevano nella condanna del rom la volontà da parte del giudice di dare una pena esemplare, perché di regola un omicidio colposo rimane pur sempre un fatto raramente condannabile con il carcere, e c’entra poco il bere. In realtà qui dentro siamo tutti abituati a calcolare il male in anni di galera, e a guardarci intorno per vedere quanti anni ha preso uno e quanti anni ha preso l’altro e per valutare chi è stato più fortunato e chi più sfortunato. Ecco perché di fronte ad una tragedia così grande, anche i detenuti più abituati al confronto, come chi frequenta una redazione di giornale come la nostra, finiscono per valutare una ubriacatura in anni di galera invece che in vite umane perse.

Ma poi Ornella, la responsabile del nostro giornale, ci ha fatto notare che le vite dei ragazzini rimasti vittime di questo incidente non sono l’unica cosa da considerare nella valutazione di una condanna così singolare. Lei giustamente ha ricordato che il guidatore del mezzo era al volante ubriaco e in più, invece di prestare soccorso ai ragazzi, è letteralmente scappato. Non solo. Dopo essere stato scoperto e messo agli arresti domiciliari, ha avuto un atteggiamento del tutto incosciente rispetto alla gravità del fatto, perché si è addirittura prestato a fare la pubblicità di occhiali e merci varie, sfruttando la sua fama da “ragazzo cattivo”.

Ascoltando Ornella, la mia iniziale esitazione è raddoppiata: se all’inizio mi rifiutavo di fare una valutazione su questo fatto perché trovavo difficile mettermi sia nei panni di una delle vittime sia nei panni del guidatore criminale, dopo quel ragionamento mi sono accorto che c’era qualcosa di sbagliato nelle teste di molte persone. Un episodio di questo tipo dovrebbe lasciare inorriditi, dovrebbe provocare soltanto sentimenti di condanna nei confronti del guidatore ubriaco che uccide quattro ragazzi, insomma il ripudio dovrebbe essere istintivo e non si dovrebbero cercare “attenuanti” partendo dall’idea che anche a noi piace bere, e che “può succedere” di guidare con un bicchiere di troppo in corpo. Invece se non ci fosse stata una volontaria a prenderci verbalmente a schiaffi, nessuno sarebbe stato capace di pensare semplicemente a quanto orribile è svegliarsi e rendersi conto di aver ucciso quattro ragazzi. Solo dopo questa discussione, qualcuno ha cominciato a riflettere e forse ha capito che questa libertà di fare tutto ciò che si vuole non se la può permettere nessuno, anzi l’autore di un fatto del genere deve per lo meno avere il buon senso di comportarsi in modo attento e schivo e di chiudere la porta in faccia a qualsiasi commerciante ruffiano e senza scrupoli.

Nella nostra redazione discutiamo sempre, prima e dopo gli incontri con gli studenti, perché i ragazzi non solo vengono qui per conoscere il carcere ed evitarlo nella vita, ma ci raccontano anche come ci si sente ad essere vittime di reati, o comunque ci insegnano a provare a mettersi nei panni delle vittime e pensare quanto si soffre a vedere i ladri in casa o a essere sequestrati durante una rapina. È un punto di vista a cui difficilmente pensiamo, perché siamo in carcere, o forse perché siamo sotto punizione e passiamo il tempo concentrati su noi stessi e sulle nostre sofferenze.

Loro sì che lo fanno. Gli studenti, gli insegnanti e i volontari hanno l’esperienza, l’intelligenza, l’umanità e la sensibilità per pensare cosa significa vedere la vita con gli occhi addolorati e spaventati delle vittime, e se vogliamo vivere una vita diversa dalla galera, se vogliamo essere delle persone meno cattive e più umane, dobbiamo imparare prima di tutto ad ascoltarli.


 

 

 

 

 


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