Martedì 27 Ottobre 2020
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

 

 

Dalla reclusione alla restituzione: bollettino n. 5 PDF Stampa E-mail
Condividi

 

PROGETTO SOSTENUTO CON I FONDI OTTO PER MILLE DELLA CHIESA VALDESE

 

La consapevolezza di avere un problema, la volontà di rimettersi in gioco

 

Quello che segue è un dialogo coraggioso tra due ospiti dell’asilo notturno, Luca e Tullio: coraggioso, perché Luca e Tullio non amano fare le vittime, e si raccontano cercando con grande lucidità di vedere le cose come stanno, e di capire che la molla per il cambiamento possiamo trovarla soltanto dentro di noi, e nessun servizio sociale è mai in grado di aiutarci davvero quando ne abbiamo bisogno, se non cerchiamo noi stessi di metterci in qualche modo in gioco.

 

Luca: Non è semplice capire come farsi aiutare e aiutarsi. Io qui ho notato una cosa, che è facile dire: “I Servizi Sociali non…”. Ma se tu non sei cosciente della tua situazione e non accetti di avere un problema sociale, lavorativo, familiare, è inutile che tu vada ai servizi Sociali e chiedi una mano. Se tu non progetti, non fai un progetto sulla tua vita è inutile chiedere aiuto.

 

E’ inutile che tu vai a un servizio sociale a chiedere aiuto se non vuoi cambiare. È inutile che un tossicodipendente vada al Ser.T. a chiedere aiuto, perché spesso più del metadone non possono darti e tu continui ad essere un tossicodipendente, tu continui ad essere un alcolista, tu continui ad essere una persona sbandata. Ma la volta che ti rendi conto di essere un problema non per gli altri ma per te stesso, ed avere un problema e volerlo superare, mettendoti in gioco, essendo cosciente, allora è tutta un’altra cosa.

 

Magari tu hai vissuto da sbandato per vent’anni perché ce l’avevi con tutti, con la società, con il mondo che ti circonda, con te stesso, non rispettavi nulla e prima di tutto te stesso. E forse pensavi: “Tanto ormai l’aiuto viene da qualcuno”, ma quando arriva l’aiuto lì finisce.

 

Finché non metti qualcosa di tuo è inutile che ti diano un aiuto economico, un aiuto farmacologico, un aiuto psicologico, perché se tu vai lì e racconti la vita del vicino di casa e non racconti della tua perché della tua ti vergogni; è più facile far la vittima “poverino io…”. E invece devi renderti conto non di essere un problema ma di avere un problema. Allora dici: “Mi sta bene essere un tossico?” “No”..”Mi sta bene essere un alcolista?” “No”, “Mi sta bene essere una piaga per la società?” “No”, “Mi sta bene vivere in un centro d’accoglienza o alle spalle di un centro sociale?” “No”. E allora ti rendo conto che hai bisogno di un centro sociale, di un centro d’accoglienza, ma non ti puoi fermare qui.

 

Tullio: E’ sempre questione di carattere, vi sono alcuni caratteri che dicono: Voglio riuscire, fare. Ma purtroppo quando una persona finisce qui dentro, si abbatte e perde anche il carattere. Uno che resiste, resiste con un carattere forte e dice “Io ci devo riuscire”, ma ce ne sono pochi che hanno un carattere forte.

 

Luca: Per esempio tu hai vinto le tue battaglie, hai deciso di fare una guerra e di ottenere quei diritti che ti spettano, ma quei diritti che ti spettano li hai ottenuti combattendo con la consapevolezza delle tue capacità, mettendo in gioco il tuo sapere e le tue capacità, se tu non metti in gioco il tuo sapere e le tue capacità non puoi mai aver niente.

 

Tullio: Sono d’accordo, io è una vita che lotto sempre e non mi arrendo mai, perché il mio carattere è di non arrendermi mai… ma ci sono alcune persone che facilmente si abbattono e si arrendono. Si adattano come possono.

 

Luca: Io sono arrivato a Padova con molti problemi sulle spalle: ricoveri in clinica, alcolismo, problemi con mia moglie, con i miei figli, con tutto. Ed io ero la vittima, ma poi ho capito che io non ero la vittima, ero solamente il carnefice di me stesso e degli altri. Nel momento in cui mi sono fermato per cercare di capire perché tutto questo succede, ho capito che succede perché anch’io facevo la mia parte. Non è che tu sei uno sfigato, anche tu dai una buona mano alla sfiga. Nel momento in cui tu sei consapevole e accetti di avere dei problemi e ti metti in discussione, allora è diverso.

 

Ci sono alcune persone che non è che non vengono aiutate, ma non vogliono essere aiutate in quanto è più facile fare la vita che stanno facendo. È più facile raccogliere 20 euro al giorno chiedendo la carità o è più facile ubriacarsi dalla mattina alla sera…

 

Tullio: Ma quello fa parte della dignità di una persona. Io ho vissuto una vita con dignità e orgoglio e voglio difendere anche questo. Ci sono delle persone che non lo fanno. C’è chi chiede la carità per abitudine, c’è quello che esce alla mattina e inizia a fare il giro delle chiese. Ma ha preso dieci umiliazioni in una mattina. Come quello che va a rubare: la prima volta lo fa per necessità, la seconda volta lo fa perché ha preso il sapore di andare a rubare e poi ne fa un’abitudine. La stessa cosa è per quello che va a chiedere l’elemosina. Perché è gente che non ci tiene al proprio prestigio, solo chi ci tiene non si comporta così. Certo a volte è difficile non farlo, perché a volte ci sono dei momenti di forte scoraggiamento, e anch’io più di una volta mi chiedo come risolvere i miei problemi e come fare a trovare i soldi per vivere.

 

Luca: Anch’io li ho conosciuti, quei momenti. Ma hai combattuto per quello che oggi hai, e anch’io ho combattuto per avere il prestigio, un lavoro, una dignità, una personalità, l’ho capito dopo vent’anni che girovagavo, ma non per l’Italia, con la mente…

 

Tullio: Non tutti però riescono a superare quegli attimi di depressione che attraversano. Non tutti riescono a pensare che devono reagire, che devono cambiare.

 

Io provengo da un periodo in cui si è sofferto veramente, perché io in tempo di guerra ricordo di aver sofferto la fame, andavamo a scuola e vedevo che qualcuno aveva un po’ di soldi e io non avevo nemmeno un centesimo in tasca e mi dicevo sempre: quando diventerò grande mi difenderò e non soffrirò la fame. Così è stato per un po’, ma poi ho affrontato altre difficoltà e ho consumato tutto quello che ero riuscito a mettere da parte.

 

Luca: Mi ha sempre colpito questa frase “Aiutati che Dio ti aiuta”. E’ una frase che si può anche capovolgere: aiutati che la società ti aiuta, aiutati che i Servizi Sociali ti aiutano, aiutati che le istituzioni ti aiutano.

 

Per qualcuno poi significa “Aiutati perché altrimenti non ti aiuta nessuno…”, anch’io la pensavo così, ma ho visto che dando la mia disponibilità e soffermandomi su quella che è stata la mia vita dai 14 anni in su, e ragionandoci, sono riuscito in qualche maniera a tirar fuori la mia voglia di combattere. Perché mi devo ridurre all’immondizia quando so che posso dare, quando so che ho un cervello che funziona, e so che ragiona anche bene? perché devo costruire un castello di paglia quando so che posso costruire un castello di mattoni? È come la storiella dei tre porcellini: uno si è costruito la casa in paglia e il lupo ha soffiato e gliel’ha buttata giù, uno si è costruito la casa in legno e il lupo ha soffiato e gliel’ha buttata giù, quell’altro, Tommy, il più facoltoso, il più intelligente, ha costruito la casa in mattoni ed il lupo non è riuscito a buttarla giù. Basta riuscire ad avere solo il terreno fertile per poter poi tirar fuori le tue capacità.

 

Io sono nato in Sardegna e sono cresciuto lì, ma era un contesto che mi stava stretto perché non mi davano retta. Io per i servizi sociali ero solamente uno che faceva numero. E basta. Non ero uno da cui sarebbero riusciti a tirar fuori il Luca che ragiona ora. Io per loro ero solo un essere umano, e basta, ero solamente uno che aveva bisogno di aiuto, ma non erano in grado di aiutarmi e non si rendevano conto che non erano in grado. Non facevano altro che rovinare. Cioè mi mettevano carichi da novanta. Le persone per loro sono un numero. Se tu come operatore ti metti lì con la persona e ascolti, non condanni e non punti il dito e non giudichi, soprattutto non giudichi, riesci a tirar fuori dalle persone cose che le persone stesse interessate non sanno di avere. E questo è successo qui. Qui non c’è stato bisogno che alzassi una cattedra o che spaccassi una finestra, no, mi hanno lasciato il tempo che ci voleva, perché hanno saputo usare la sapienza e l’intelligenza. Quando invece mi hanno detto “Tu devi…”, no io non devo, non devo niente a nessuno, se io mi voglio rovinare mi rovino da solo, non c’è bisogno che tu mi dia una mano. Altri servizi qui a Padova, penso alle attività teatrali, hanno tirato fuori da me cose che nemmeno io pensavo di avere. A voi sembrerà poco, ma essere menzionato in parecchie fasi di quello scritto che è stato raccolto per questo giornale, a voi sembrerà poco, ma io mi sento vivo. Sento che conto qualcosa, so che la mia voce è stata ascoltata da qualcuno che non mi ha giudicato. Per una volta non sono stato giudicato ma sono stato “aggiudicato”.

 

Sono stato io che mi sono prestato e voi avete dato la vostra disponibilità ad ascoltarmi. Magari potevo dire anche stupidaggini, ma quelle che potevano essere considerate stupidaggini magari per me erano cose importanti. Ed è questo che qui sono riuscito a capire. Io prima non sarei mai riuscito a dire come sono riuscito a dire agli operatori di qui “Non usate le vostre armi, ma usate le mie, quelle che vi sto dando io”, non mi sarei mai permesso di dire una cosa simile, avrei chinato la testa.

 

Un’altra cosa ad esempio ritengo importante: non mi sarei mai sognato di avere le chiavi di una corsia di ospedale dove io stavo, dove io ero ricoverato, mentre ora io ho per lavoro le chiavi di un reparto psichiatrico. Ora entro ed esco io da quella porta come voglio io, mentre prima vedevo altre persone che uscivano e andavano come volevano loro, mentre io restavo chiuso dentro. Ora ho molta più libertà, ma perché ho trovato degli operatori disposti a rischiare con me. Ho delle chiavi in mano: sembra una cosa sciocca, ma in realtà ha un grosso significato per me, quelle chiavi rappresentano la mia libertà. Sono io che decido come gestirmi il mio lavoro. Ho detto agli operatori tranquillamente che non dovevano starmi dietro in modo opprimente, quello che io volevo era che qualcuno mi desse fiducia, che rischiasse per me qualcosa. E anch’io ho rischiato. Però loro hanno rischiato molto di più, perché avevano una vita in mano, la vita di uno con i suoi esaurimenti, con le sue paure, con i suoi problemi.

 

Io ho vissuto in un manicomio e lì lavoravo al forno e avevo anche le chiavi. Gli operatori e i dottori sapevano distinguere le diverse psicologie e le diverse personalità, le diverse potenzialità presenti nelle persone. Il malato ha bisogno di alcune strutture e dell’appoggio di medici in grado di aiutarlo e di curarlo. Quando un ammalato sa di essere ammalato, è in grado di farsi curare e di stare meglio. Se un ammalato non si rende conto di essere ammalato, vuol dire che è un ammalato grave.

 

Ormai però la psichiatria penso sia fallita. Non ci sono delle strutture adeguate in psichiatria, intendo dei focolai, delle case famiglia dove le persone ammalate possono vivere ed essere curate. Delle case famiglia dove le persone si autogestiscono la vita e la comunità e sono seguite a distanza, e quando qualcuno sta male i dottori intervengono. Difficilmente una persone con delle difficoltà psichiatriche può completamente guarire, ma può senz’altro stare meglio.  


 

 

 

 

 


Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it