Martedì 27 Ottobre 2020
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Dalla reclusione alla restituzione: bollettino n. 6 PDF Stampa E-mail
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PROGETTO SOSTENUTO CON I FONDI OTTO PER MILLE DELLA CHIESA VALDESE


Il cammino di redenzione e l’importanza delle attività di reinserimento nella società

di Jessica D.

 

Le ragioni che possono spingere una persona a compiere un crimine sono molteplici, a volte ci si può trovare nel posto sbagliato al momento sbagliato oppure premeditare il fatto. La causa scatenante che ho potuto ritrovare molto spesso nel corso dei miei studi e che mi ha colpito personalmente è senza ombra di dubbio il cosiddetto “crimine contro la società”. Questa categoria di reato può far fronte a crimini diversi che però hanno tutti come scopo la repressione di un ideale considerato sbagliato da chi compie il reato. Di questo tema tratta ampliamente lo scrittore russo Dostoevskij (1821-1881) in una delle sue opere più celebri “Delitto e Castigo” (1866). Particolarmente interessante è un articolo in cui il protagonista cita più volte il diritto al delitto. Nel mondo esisterebbe una categoria di persone “non comuni” aventi delle idee talmente innovative che potrebbero portare al serio miglioramento della società e dunque questo fatto giustificherebbe moralmente il compimento di un crimine, nel caso di “Delitto e Castigo” si tratta di omicidio.

Dostoevskij con questo non giustifica assolutamente alcun genere di crimine ma anzi oltre a trattare di come e perché avviene l’omicidio scrive soprattutto del cammino prima di “castigo” dal punto di vista del dramma psicologico, e poi di redenzione del protagonista. Da qui io partirei a sostegno della tesi secondo la quale il carcere deve essere un luogo per la rieducazione e la riabilitazione di persone che nella vita come tutti, hanno commesso degli errori, solo più gravi del normale.                 Come dice Roberto Fico, presidente della Camera dei deputati “Le attività del garante misurano la maturità della democrazia e lo stato di diritto di un paese” ; infatti il carcere non dovrebbe essere un luogo esclusivamente di reclusione, ma bensì una nuova scuola di vita. La limitazione della libertà deve essere vista come un mezzo attraverso il quale si pongono dei limiti a coloro che prima non conoscevano il significato di questa parola sempre nei limiti della vivibilità.

Dato che ci siamo citerei il problema del sovraffollamento delle carceri oppure il fatto che veramente poche di queste istituzioni in Italia siano aperte a considerare i detenuti persone recuperabili e quindi non acconsentano allo svolgimento di attività come il Progetto Carcere per le scuole.                                                      Tutti siamo umani, nonostante gli errori che facciamo e una seconda possibilità non dovrebbe essere negata a nessuno ma soprattutto mai bisogna negare a noi stessi una seconda possibilità.

 

 Faccia a faccia con una realtà lontana anni luce da quella di uno studente della mia età

di Emma C.

 

Incontrare Tommaso, William e gli altri detenuti nell’auditorium del carcere “Due palazzi” è stata un’esperienza senza dubbio forte e preziosa. Ascoltare le loro storie, dall’infanzia all’incarcerazione, delle loro famiglie, delle loro vite andate in frantumi per i motivi più diversi. Farsi raccontare delle giornate, dei mesi, degli anni tra le quattro mura del carcere, dei progetti futuri una volta liberi, dei sogni ormai perduti per chi è condannato all’ergastolo. Ho apprezzato moltissimo l’opportunità di trovarmi faccia a faccia con una realtà lontana anni luce da quella di uno studente della mia età, con una realtà  troppo spesso ignorata o denigrata dal mondo che sta fuori. Si cade infatti spesso nel ghettizzare e stigmatizzare chiunque si trovi in carcere a prescindere dal reato, dall’età, da dove proviene: è invece importante non dimenticare che lo scopo della carcerazione non è quello di isolare, nascondere, sopprimere ma di rieducare e reinserire nella società.

Le esperienze dei detenuti che ho incontrato mi hanno profondamente colpito e amareggiato. Per molti fin dalla nascita il loro destino appare segnato. Difficile se non impossibile sganciarsi dall’ambiente in cui si cresce. Il carcere non dovrebbe mettere la parole “fine” ad un’esistenza sregolata, ma offrire una seconda occasione, soprattutto per i più giovani. Terminare gli studi, imparare un mestiere, rimettersi a praticare uno sport può essere la ricetta giusta per uscire dal Due Palazzi cambiati, pronti a rimettersi in gioco. Ecco perché conoscere chi è condannato a “fine pena mai” mi ha sconvolto. Eppure a colpirmi allo stomaco con un colpo basso e del tutto inaspettato è stato incredibilmente il vice direttore del Due Palazzi, che ha concluso l’incontro  senza la presenza dei detenuti, che erano stati disponibili a mettersi a nudo davanti ad un gruppo di ragazzi sconosciuti. In pochi minuti ha smontato e svilito l’importanza del “Progetto Carcere” rivolto alle scuole che ci era stato presentato efficacemente nella prima parte della mattinata. Non solo. La veemenza gratuita, infarcita di insulti, con cui il dirigente si è scagliato contro la possibilità di un recupero dietro le sbarre e persino contro l’essere prima di tutto uomini di chi sta scontando la sua pena mi ha nauseato e ancor di più preoccupato. La carica che ricopre dovrebbe essere svolta da persone competenti e consapevoli del loro ruolo.

 

È davvero necessario “far male”, e quindi colpire nel vivo, chi infrange la legge?

di Agnese Z.

 

Entriamo nella Casa di reclusione non più tardi delle nove, anche se non ricordo di aver controllato davvero l’orario. Riceviamo tutti un cartellino da tenere bene in vista, un pass da visitatore. Dobbiamo consegnare borse e cellulari. Ci vuole un po’ perché il primo degli undici cancelli si apra. È metallo tinto di rosso, non so quale. Non importa. Un po’ d’ansia la mette, ma non è nulla, evapora subito al chiacchiericcio diffuso, alle belle pareti dipinte. Non è di certo un sanatorio di stampo ottocentesco, né una casa degli orrori. Di questo, almeno, sono consolata.

Arriviamo dopo un breve tratto all’auditorium; ci resteremo fino alla fine dell’esperienza. Questa si compone di due parti. La prima, meglio riuscita, inizia subito. È una giornalista che ci introduce i volti estranei. Non fornisce una completa carta d’identità di ognuno, ma delinea la situazione in generale, fa precisazioni.

A iniziare è stato un detenuto coinvolto in una rissa. Un tossicodipendente, che, alla stregua di molti, dal consumo era inevitabilmente approdato allo spaccio. Durante la rissa era stato ucciso un uomo, così ci racconta. Per questo è dentro; è rimasto coinvolto, volente o nolente, in quell’omicidio, pur non avendolo commesso in prima persona. Se non fosse finita a quel modo, forse sarebbe diventato professore di ginnastica. Una storia simile esce dalle labbra del secondo, un altro tossicodipendente. La maggior parte dei detenuti, preciserà qualcuno poi, sembra essere finita in carcere per questioni legate al consumo e allo spaccio di droga. Un quaranta per cento, se non ricordo male. Stime alte, ma non più di quanto mi sarei aspettata. In comune queste due storie non hanno solo questo. Entrambe sono improntate su un messaggio semplice: non esiste nessuno “Smetto quando voglio”. Alcuni passano oltre le porte dell’auditorium, guardano dentro. Non tutti i volti appartengono a guardie, ma sono tutti curiosi allo stesso modo. Ci si sente osservati, studiati da entrambi i lati. La terza testimonianza è di un ex-capo della Ndrangheta.

Parla di com’è stato, della facilità con cui si diffondono i meccanismi di stampo mafioso. È forse il più prolisso dei tre che hanno scelto di condividere con noi le loro storie, ma ne ha ben donde. Al contrario dei precedenti è stato condannato all’ergastolo.

La seconda parte consiste nell’incontro con tre figure, di cui due mi sembrano godere di maggiore rilevanza. Si tratta del capo della polizia penitenziaria e del vice direttore della struttura. Laddove i detenuti mi sono sembrati un esempio di educazione, paradossalmente ora è lo stesso vice direttore a mostrarsi a noi con la grettezza d’un ignorante. Grazie alla sua presenza la discussione si è di certo mostrata più viva, ma non di qualità superiore. Si leggeva, fatto assai strano considerato l’evento, nei modi sgarbati, nell’atteggiamento di superiorità come un desiderio inespresso di andarsene, mai esplicitamente dichiarato ma palesato in più occasioni. Commenti fuori luogo, interruzioni, parlare sopra gli altri, risposte sarcastiche al limite dell’assurdità. L’incontro si conclude per me nel modo più inaspettato nel momento stesso in cui, con viva convinzione, il vice direttore ci sfida a consegnargli il potere assoluto per tre giorni, ché saprebbe bene lui come riorganizzare e migliorare le cose. Dopo, è stato difficile convincermi ad ascoltare ancora.

Il fine del progetto, dapprima così chiaro, mi risulta, e non credo di essere sola, va via via sfumando. Se a chi commette un crimine “bisogna fare male”, a che scopo è stato organizzato questo incontro? Tra qualche vagheggio di latinorum e una chiara dose di maleducazione, non resta che tornare, almeno con la mente, a poche ore prima. Si è parlato, in questa seconda parte, di rieducazione dei detenuti. Un obiettivo encomiabile, volto a ridurre, se non a eradicare del tutto, il purtroppo alto tasso di recidiva, per il quale chi è stato incarcerato torna a commettere lo stesso crimine una volta libero. Ripensando alle tre testimonianze e ai successivi, sparsi interventi degli altri detenuti presenti, l’impressione è che, almeno per quanto concerne questo luogo, tale risultato sia stato raggiunto in massima parte. Non è sempre così, è stato detto. Molto spesso anzi è ineluttabile il ritorno alla vita di prima. In alcuni casi una volta fuori mancano soldi, lavoro, manca tutto. Che fare?

Viene spontaneo chiedersi se sia davvero necessario “far male”, e quindi colpire nel vivo, chi infrange la legge. Non sarebbe questo, forse, un banale modo per spaventare, in maniera da scoraggiare eventuali altri dal commettere lo stesso crimine? Lo sarebbe eccome. In una simile ottica, il nostro stesso incontro assume i contorni esso stesso di una sorta di viaggio per i gironi infernali, che ci porti, all’uscita, a convertire noi stessi non per volontà, ma per timore di quanto visto.

Allo stesso modo, se l’unico vero rimedio fosse davvero la paura, allora tanto varrebbe reintrodurre la pena di morte, estenderla a ogni crimine. In un regime draconiano certo le spese carcerarie non sono più così elevate e, ciliegia sulla torta, il terrore di essere presi potrebbe davvero contenere la criminalità.

Ma ci piace dirci umani, e non bestie, e in quanto tali una simile soluzione è e deve rimanere inaccettabile. Non si tratta dunque di dare o togliere potere assoluto, non di agghiacciare, far tremare gli animi.

La rieducazione in carcere è, e su questo mi trovo stranamente a concordare col vice direttore, davvero tardiva. Per risolverla si dovrebbe puntare al migliorare le condizioni di vita di tutti, senza discriminazioni. Certo, chi ha potere ne cercherebbe ancora. Ma una buona parte tra gli arrestati non è di grandi capi né di potenti. Spesso, come abbiamo potuto vedere, non si tratta che di persone che hanno sbagliato o peggio che non avrebbero potuto fare altro. Se in maggioranza di questo si tratta è questo il problema che andrebbe in primo luogo risolto. Perché chi si affiderebbe mai ad associazioni mafiose, se nel loro territorio le cose funzionassero davvero, se chi di loro dovrebbe occuparsi non si rivelasse assente?

Alla fine ci congediamo. Riprendiamo le nostre cose. Siamo di nuovo fuori.

 

Ho considerato come doni le testimonianze ricevute

di Andrea P.

 

Un anno fa io e i miei compagni abbiamo iniziato quello che viene chiamato Progetto Carcere, che ha un programma suddiviso in due parti e che ha come scopo quello di porre gli studenti in una situazione di confronto con la realtà del carcere.

Abbiamo iniziato questo progetto in terza proprio nella nostra scuola, mai mi sarei immaginato che potesse svolgersi in un ambiente così comune e familiare, però quel giorno dopo cinque minuti dall’inizio pensai una cosa, ovvero che di tutti gli argomenti affrontati in quell’edificio, mai mi sarei immaginato di averne affrontato uno così toccante e coinvolgente: in quella giornata ci fu donata la testimonianza da parte di tre ex-detenuti. Il progetto si è concluso ad aprile di quest’anno con un nuovo ascolto da parte nostra di alcune testimonianze, ma questa volta all’interno del penitenziario Due Palazzi, quindi con un’atmosfera dove si sentiva ancor di più il peso della detenzione cui erano sottoposti coloro che ci parlavano.

Ma di là del programma, e dei due momenti diversi di incontro, quello che importa veramente è il contenuto e il concetto che passa attraverso questo progetto. Perché questa attività spinta fin dal principio dalla redazione giornalistica di “Ristretti Orizzonti” ha come scopo non quello di denunciare il comportamento che alcune persone hanno tenuto nella loro vita, bensì di farci capire che ad alcune tra queste si siano presentate delle condizioni e delle situazioni che hanno loro cambiato per sempre la vita. Quindi chi per stile di vita come malviventi e malavitosi o chi per una situazione drastica, come un uomo che commette un omicidio perché malato o sotto effetto delle droghe, i detenuti che hanno testimoniato erano questo tipo di persone, persone normalissime spesso, ma che avevano bruciato molti “paletti”.

Il concetto principale testimoniato è stato quello di insistere sullo scopo che ha il carcere per queste persone, non quello di stroncare definitivamente la vita di chi ha commesso un reato bensì di rieducarla in modo che possa vivere anche una seconda vita. Se in prigione il criminale viene lasciato a marcire nel suo puro stato di reclusione, senza frequentare corsi e progetti in grado di riadattarlo alla civiltà, una persona non può che uscire peggio di com’è entrata. Senza un aiuto da parte dell’istituzione e di persone qualificate il percorso in carcere sarà inutile, perché nessuno è in grado di migliorarsi da solo e anche queste persone hanno il diritto di essere aiutate e sostenute.

Io personalmente ho apprezzato molto questo progetto perché mi ha fatto aprire gli occhi sulla realtà del carcere, ho considerato come doni le testimonianze ricevute e, per certi versi, anche un insegnamento che mi aiuterà tutta la vita a ricordare di avere sempre la testa sulle spalle, ma anche a non giudicare, perché molte persone non hanno avuto la fortuna di avere un’assistenza da parte di istituzioni come scuola o famiglia. 


 

 

 

 

 


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