Martedì 27 Ottobre 2020
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Dalla reclusione alla restituzione: bollettino n. 7 PDF Stampa E-mail
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PROGETTO SOSTENUTO CON I FONDI OTTO PER MILLE DELLA CHIESA VALDESE


Quando i genitori accettano di farsi “insegnare” qualcosa dai loro figli


Sono stata in pensiero per mia figlia perché veniva a conoscenza di una realtà molto dura e cruda


Mia figlia mi ha raccontato dell’incontro con tre carcerati, mi è sembrato abbia raccontato attentamente quello che hanno detto ed è stata interessata al colloquio. Sia io che lei abbiamo saputo cose di cui non eravamo a conoscenza, per esempio che hanno un fornelletto da campeggio per prepararsi qualcosa da mangiare, oppure che si devono lavare la biancheria o che le persone accusate di pedofilia vengono tenute separate dagli altri altrimenti potrebbero essere in pericolo.

Sono stata in pensiero per mia figlia perché veniva a conoscenza di una realtà molto dura e cruda, ma sia io che mia figlia abbiamo capito che il carcere può aiutare veramente qualche persona a migliorare.   (Katya)

 

Penso siano esperienze irripetibili e molto arricchenti, soprattutto dal punto di vista della crescita e della maturazione personale

Ritengo molto positiva l’esperienza vissuta in questo periodo all’interno della scuola dagli alunni, in quanto penso siano esperienze irripetibili e molto arricchenti, soprattutto dal punto di vista della crescita e della maturazione personale dei ragazzi. A questa età, entrare in contatto diretto con persone che hanno vissuto o stanno vivendo l’esperienza del disagio e della sofferenza e si impegnano al massimo delle proprie possibilità per uscirne, porta ad una visione più completa della propria esperienza analizzata da punti di vista diversi da quelli fino ad ora considerati. Credo siano esperienze che andrebbero vissute in tutte le scuole superiori a prescindere dal loro orientamento. (Michela)

 

La propria “cosiddetta” normalità può sparire in un attimo

Buongiorno, io sono Marzia, mamma di una studentessa, che mi ha raccontato di un incontro a scuola con detenuti e di stupirsi di trovarsi di fronte persone assolutamente normali, senza nessun elemento che denoti la qualità di assassino, ladro o quant’altro.

Allora ci si chiede che cos’è la norma, che cos’è la differenza. Evidentemente non esiste, esiste solo quello che si è conosciuto, se un individuo dalla nascita conosce solo abbandono, violenza, fame, non potrà mai sapere cos’è affetto, protezione, quindi si comporterà di conseguenza.

Non si può dare ciò che non si ha.

Tutti noi sappiamo dare giudizi quando ci sono fatti di cronaca particolarmente efferati, ma pochi cercano di entrare a fondo nel cuore degli altri, altrimenti scopriremmo cose che ci fanno più paura dell’efferatezza del fatto stesso.

Per quanto riguarda la rieducazione la storia ci dovrebbe insegnare che la punizione fine a se stessa non è mai servita a nulla se non ad acuire la violenza di chi commette un reato.

Nei paesi dove vige la pena di morte i reati non sono minori né meno feroci.

Io penso che molti si sentano migliori degli altri, a volte si potrebbe pensare un po’ di più, si potrebbe pensare che la propria “cosiddetta” normalità può sparire in un attimo, si può perdere il lavoro, l’amore, una persona cara e passare dall’altra parte, dalla parte del non ritorno, ma io spero che un ritorno ci possa essere per tutti. Ciao.

PS : La violenza non è sterile, genera altra violenza. (Marzia)

 

È fondamentale che un ragazzo faccia scoprire cose nuove ad un genitore


Oggi mia figlia è tornata a casa da scuola e mi ha raccontato che c’è stato un incontro con dei carcerati e delle persone che collaborano con loro nelle attività.

Definirei questo incontro altamente educativo nella formazione della propria maturità perché si è evidenziata una realtà che si conosceva ben poco.

L’impressione che ho percepito dal racconto di mia figlia è stato negativo in parte, perché penso che queste

persone non devono uscire dal carcere fino al termine della pena anche se , da quello che mi ha spiegato, la loro “libertà” è dovuta ad un graduale inserimento nella società.

Le informazioni ricevute sono state discusse e argomentate da diversi punti di vista; alla fine ho tratto la conclusione che sia possibile e allo stesso tempo fondamentale che un ragazzo faccia scoprire cose nuove ad un genitore. Tutto ciò crea un rafforzamento nel rapporto tra figlio e genitore. (Raffaella)

 

Un approccio con la realtà carceraria non è facile, per i nostri pregiudizi culturali

La realtà carceraria viene spesso vissuta come qualcosa di esterno alla nostra società e al nostro vivere.

Se si scava in fondo a tale realtà ci si può accorgere che ci riguarda molto più da vicino di quello che si pensa.

Proviamo a vedere se all’interno del nostro parentato, facendosi aiutare magari dai propri genitori, vi siano persone che abbiano avuto problemi con la giustizia.

Oppure guardiamo i nostri vicini.

Nei palazzoni della nostra zona si sa di certo, poiché le situazioni sono state riportate sui giornali locali, che abita una coppia arrestata perché trovata con un chilo di eroina; un altro signore alcolizzato più volte arrestato perché picchiava la madre anziana; un ragazzo minorenne tenuto alcuni mesi in galera per alcuni semi di marijuana che aveva in casa; ecc.

Periodicamente sul quotidiano Il Mattino di Padova vi è una rubrica curata dall’Associazione Ristretti Orizzonti, che riporta lettere di detenuti e detenute che trattano i loro problemi di reclusi e le relative problematiche: scuola, affetti, sogni, lavoro, affollamento, situazione igienica. Spesso può essere molto più semplice di quanto si pensi finire in prigione e aggiungersi ai circa 60.000 detenuti che vi sono nelle carceri italiane, poiché il confine tra legalità ed illegalità è molto ristretto (anche per un parcheggio si commettono omicidi).

In ogni caso esistono delle regole previste dalle leggi, migliorabili quanto si vuole, ma se non vengono rispettate ognuno deve risponderne e pagare il proprio debito.

In certe realtà e periodi storici la carcerazione è stata utilizzata anche per neutralizzare l’opposizione ai regimi a scapito dei singoli oppositori. Un esempio importante è riferito ad un intellettuale politico rinchiuso e fatto morire in carcere durante il regime fascista in Italia: Antonio Gramsci, importante per i suoi scritti e studi riportati nei Quaderni dal carcere.

Il carcere è sempre stato una istituzione presente, soprattutto nella storia moderna.

Gli studenti impegnati in corsi per Operatori Sociali, dovrebbero avvicinarsi in linea generale a tali problematiche, soprattutto per quel che riguarda le possibilità di recupero dei detenuti, almeno di quelli che si possono recuperare.

L’esigenza di conoscenza di tale mondo non esclude la possibilità di un futuro approccio professionale in tale settore, poiché riguarda varie figure professionali (avvocati - assistenti sociali – personale amministrativo – guardie carcerarie) e Associazioni di volontariato.

Si potrebbe anche pensare a dei gruppi di lavoro su alcuni argomenti specifici riferiti al carcere di Padova, per esempio quanti detenuti usufruiscono delle agevolazioni previste dalla legge Gozzini, quanti hanno usufruito dell’ultimo indulto e quanti sono rientrati in carcere, oppure formulare un questionario da far compilare, se possibile, ad alcuni detenuti (età – titolo di studio – periodo di detenzione – provenienza – reato commesso – problemi di vitto e alloggio – servizi igienici – attività lavorativa che svolge o vorrebbe svolgere all’interno della struttura, ecc.).

Iniziare un approccio con la dura realtà carceraria non è facile, soprattutto per i nostri pregiudizi culturali.

In ogni caso non si può far finta di non vedere poiché si tratta, pur se hanno sbagliato e commesso violenza, di esseri umani con le loro storie di vita e speranze, rinchiusi dietro le sbarre di una prigione.

Buon lavoro! (Angelo)    

      

Riflessioni sulla sicurezza, le pene, la funzione del carcere


A cura dei genitori dei ragazzi della Scuola media di Ospedaletto

In qualche scuola gli insegnanti hanno pensato di proporre le stesse tracce di riflessione sulla giustizia, sulle pene, sul carcere agli studenti e anche ai loro genitori. Proponiamo alcune risposte dei genitori degli studenti della scuola media di Ospedaletto, perché ci sembra interessante capire il punto di vista degli adulti su questi temi, e affrontare anche con loro una discussione che superi gli stereotipi e i luoghi comuni spesso diffusi dai mezzi di informazione.


Prima traccia:

Oggi si parla molto di sicurezza. Ci sono situazioni nelle quali vi sentite insicuri? Che cosa pensate sarebbe utile per rendere la vostra città più sicura e più “vivibile”?


Papà: No, non ci sono situazioni in cui mi sento insicuro. Mamma: Sì, mi sento insicura quando sono a casa da sola o quando esco di sera. Papà e mamma: Per rendere più sicura e vivibile la nostra città ci vorrebbero le leggi più severe come negli altri Stati (Redi D. e Donato M.).

Più che situazioni, il nostro disagio si evidenzia soprattutto quando ci troviamo in determinati luoghi: stazioni ferroviarie, giardini pubblici… dove in certe ore della giornata sono frequentati da persone poco raccomandabili. Pensiamo che una presenza più assidua delle forze dell’ordine, magari in borghese, possa dare ai cittadini più sicurezza e tranquillità (i genitori di Elisabetta P.).

Oggi il problema della sicurezza anche nei nostri piccoli paesi esiste e non ci sono situazioni particolari che mi preoccupano, ma è un po’ tutto l’ambiente in cui viviamo che mi preoccupa. Per rendere la mia città più vivibile e sicura penso che il problema vada molto a monte e penso che le cose da fare sarebbero più di una. Ad esempio non condivido il via vai di extracomunitari che entrano e che escono dal nostro paese come vogliono (di Caterina S).

Quando si parla del tema della sicurezza gli animi si scaldano sempre, fortunatamente nella nostra cittadina di Ospedaletto la situazione è ancora accettabile, ci sono sporadici furti e di altri crimini del tipo violenze, stupri, pedofilia, per quel che ci riguarda non ne abbiamo sentito parlare, anche se comunque ai nostri figli facciamo sempre mille raccomandazioni sugli estranei e anche sui conoscenti (Alessandra G., mamma di Elia).

Credo che oggi ci sia poco da stare sicuri, la tv ci trasmette quotidianamente notizie di scippi, violenze, gente che viene ammazzata per 20 euro. Credo che questo incremento di criminalità sia il risultato dell’affluenza di immigrazione (Barbara F.).

Ci sentiamo abbastanza sicuri nel nostro paese anche perché è ancora a misura d’uomo rispetto alle grandi città. Diciamo comunque “abbastanza” perché purtroppo le notizie che leggiamo sui giornali e ascoltiamo alla televisione condizionano in modo negativo i nostri comportamenti quotidiani, io ad esempio come donna se devo tornare la sera dal lavoro cerco di parcheggiare la macchina vicino alla farmacia perché ho un po’ di paura a camminare da sola, cosa che prima non mi succedeva. Come genitori ci rendiamo conto di queste nostre emozioni e ne parliamo con le nostre due figlie facendo loro delle raccomandazioni ma senza terrorizzarle, perché crediamo sia giusto che vivano la loro adolescenza nel modo più sereno possibile. Quindi se dobbiamo lasciare loro un po’ di libertà cerchiamo di indirizzarle in un ambiente dove possono frequentare compagni della loro età, e dove ci sia comunque la presenza dei genitori o animatori come ad esempio il patronato (Gabriella G.).

 

Seconda traccia:

Che idea avete del carcere, di chi ci finisce dentro e dei motivi che spingono a commettere reati?


Il carcere è buono per il fatto che mantiene le persone che commettono reati fuori dalla società, quindi ci dà una sorta di protezione, ma credo non vada assolutamente a migliorare le persone che ci finiscono dentro. Penso che le persone che commettono reati non si possano giudicare con molta facilità poiché si deve sempre scavare nella vita delle persone, vedere se si tratta di qualche problema a livello psichico, possono esserci persone che commettono reati perché non sono mai cresciute con dei valori o con una educazione adeguata. Ci sono persone veramente disperate che per potersi mantenere si mettono a fare le attività più illecite come rubare o spacciare la droga, per queste persone stare rinchiuse in una gabbia con persone instabili sicuramente non è formativo (Riccardo e Michela L.).

Secondo noi il carcere assorbe solo il compito di reclusione dei detenuti e non quello di riabilitazione degli stessi. Sono persone che non hanno trovato un ruolo ben preciso all’interno della società, della propria famiglia e la strada della delinquenza è diventata l’unica via del riscatto (i genitori di Elisabetta P.).

La mia idea del carcere è che quello italiano purtroppo non è abbastanza severo come in altri paesi e che i motivi che spingono certe persone a commettere dei reati sono svariati. Vanno dalla disoccupazione, mafia, droga e come dicevo prima dalla troppa libertà di entrare e uscire dall’Italia specialmente per i paesi dell’Est (Caterina S.).

Il carcere è un luogo opportuno per scontare le pene in quanto priva l’individuo della sua libertà, che è uno dei più importanti valori dell’uomo. Chi ci finisce dentro è gente che vive di esperienze sbagliate probabilmente perché spinta da un disagio sociale (Viviana D. e Stefano F.).

So che queste risposte scatenano molte polemiche ma non mi interessa: sono contraria al carcere, credo che di fronte alla commissione di un delitto l’unica soluzione sia la pena di morte. Non ci si può svegliare una mattina, rapire un bimbo innocente e poi ucciderlo per pochi soldi. Non può esserci perdono di fronte a tante barbarie, assolutamente no. È facile essere buonisti quando non si è toccati nei propri interessi. Credo se capitasse a una di queste persone che gli venisse ucciso un figlio o un parente non la penserebbe ancora così (Barbara F.).

Il carcere dovrebbe essere un luogo dove una persona sconta una pena ma anche dove dovrebbe capire il grande errore che ha commesso, per non doverlo ripetere più, quindi soprattutto un luogo di recupero, in particolare nei riguardi di ragazzi giovani. Mio marito, ad esempio, conosce per motivi di lavoro i titolari di una cooperativa di Padova che opera nel sociale e si occupa dell’inserimento nel mondo di lavoro di detenuti del carcere Due Palazzi. Per quanto riguarda i motivi che spingono a commettere reati sono sicuramente il bisogno di denaro, la droga o la mafia (Gabriella G.).

 

Terza traccia:

Che idea vi siete fatti della Giustizia nel nostro paese? Come pensi che dovrebbero essere le pene?


Non esiste secondo me una vera giustizia specialmente dove ci sono politica, soldi, conoscenze, poteri… (Andrea F., padre di Maila).

Deludente al massimo: la legge in Italia è come un elastico, la si tira dove, e quando si vuole a secondo delle interpretazioni di giudici incapaci e poco professionali (Veronica e Romeo F.).

La giustizia è lacunosa, le pene dovrebbero essere certe, severe e chi sta in carcere sicuramente ha fatto del male. È giusto garantire i diritti civili anche a chi sconta una condanna ma non di certo la deve scontare in albergo (Leonida S.).

Il problema della giustizia nel nostro paese è, secondo noi, una delle priorità da affrontare perché i tempi lunghissimi con cui vengono affrontati i processi non sembrano assicurare una giusta pena, che dovrebbe essere, secondo noi, molto più severa di quelle attuali, soprattutto nei casi in cui si ha la certezza del reato commesso (i genitori di Elisabetta P.).

Circa la severità delle pene nel nostro paese penso che dovrebbero essere più dure, in modo che le persone prima di commettere dei reati, sapendo che ci sono veramente pene severe, ci penserebbe due volte (Caterina S.).

La giustizia come tante altre cose nel nostro Paese non funziona, non si può arrestare qualcuno e poi per scadenza dei termini di custodia cautelare si rilascia senza processo, libero di rifare ciò che ha fatto. Le pene dovrebbero essere più severe soprattutto per alcuni reati, io adotterei alcune leggi che vengono praticate nei paesi arabi, forse ci sarebbero le carceri meno affollate e non si dovrebbe adottare letteralmente il motto “La legge è uguale per tutti” (Alessandra G., mamma di Elia).

Penso che la giustizia nel nostro paese sia facilmente manovrabile da forti poteri economici e politici, inoltre sono contraria ai processi trasformati in spettacolo dalla televisione e dai mass media. Vorrei dire il contrario ma purtroppo non ho molta fiducia. I processi dovrebbero avere tempi più brevi e le pene dovrebbero essere giuste e proporzionate al fatto (Gabriella Garbin).

 

Quarta traccia:

Come pensi che reagireste, se sapeste che un vostro amico ha dei comportamenti illegali?


Cercherei di aiutarlo con le mie conoscenze e poi se qualcosa per lui non cambia denuncerei il fatto alle persone competenti (Riccardo e Michela L.).

Penserei che ho sbagliato amici (Veronica e Romeo F.).

Papà e mamma: Per il suo bene proviamo prima a parlargli, in caso non capisca la gravità ricorreremmo ad altre decisioni Redi D. e Donato M.).

Rimarremmo sicuramente delusi dal suo comportamento, e amareggiati dal fatto di non essere stati per lui degli amici veri su cui poteva contare per risolvere i suoi problemi. Comunque la nostra amicizia si dimostrerebbe nell’aiutarlo e consigliarlo a ritornare ad avere comportamenti corretti i genitori di Elisabetta P.).

Non so come reagirei se venissi a sapere che un mio amico ha compiuto un reato. Sono del parere che in certe situazioni bisognerebbe trovarsi per poter decidere, però così a freddo potrei dire che mi rivolgerei alle forze dell’ordine (Caterina S.).

Se avessi un amico che commette atti illegali? Probabilmente prima parlerei con questo mio amico per capire perché fa così, poi, avvisandolo che andrei a denunciarlo, andrei dal comando di polizia più vicino e farei la denuncia (Alessandra G., mamma di Elia).

Ho sempre cercato di aiutare, di consigliare, anche col rischio di creare problemi in famiglia, però non sono stata sempre ascoltata (Maria Irina P.).

Se sapessi che un mio amico ha dei comportamenti illegali, cercherei in tutti i modi di aiutarlo, ma se persevera ad un certo punto mi metto da parte (Viviana D. e Stefano F.).

Se scoprissi che un mio amico ha degli atteggiamenti illegali cercherei di fargli cambiare idea e cercherei di aiutarlo (Claudio Z.).

 

Se un mio amico avesse comportamenti illegali lo segnalerei alle forze dell’ordine, sicuramente il vincolo d’amicizia non mi tratterrebbe minimamente. Sono per le cose giuste e legali e ho già denunciato amici e parenti per comportamenti illegali (Barbara F.).

All’inizio reagiremmo male, ma poi proprio perché si tratta di una persona che ha bisogno di aiuto cercheremmo di capire i motivi che lo hanno spinto a questo comportamento (Gabriella G.).

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Quinta traccia:

Di che cosa sentireste di più la mancanza se foste voi a essere privati della libertà?


Della libertà con me stesso, mi mancherebbe la libertà di realizzare la mia vita (Riccardo e Michela L.).

Di tutto, sicuramente è una sensazione devastante soprattutto per le persone oneste (Leonida S.).

Se fossi io ad essere privata della mia libertà penso che la cosa che mi mancherebbe di più sono gli affetti a me cari e i miei famigliari (Caterina S.).

Se io dovessi finire in carcere, la cosa di cui sentirei di più la mancanza sarebbe la mia famiglia, di non poter abbracciare i miei figli quando ne ho voglia. Poi sicuramente dei miei rari momenti di pace solo con me stessa e non per ultima né meno importante la libertà, la libertà di andare e venire come voglio, la libertà di mangiare, dormire, leggere e molte altre cose quando voglio io (Alessandra G., mamma di Elia).

Se mi mancasse la libertà credo che sentirei la mancanza dei miei figli, piuttosto di finire in carcere preferirei diventare schiava pur di essere vicina ai miei familiari (Maria Irina P.).

Non vorrei e prego di non trovarmi mai al posto di queste persone, mi verrebbe a mancare il calore della famiglia, la vita quotidiana di sempre, avrei paura di perdere il rispetto delle persone che mi sono accanto e soprattutto la mia libertà (Claudio Z.).

Sicuramente la mancanza più forte sarebbe quella dei famigliari e delle persone care con le quali siamo abituati a parlare ogni giorno. In secondo luogo ci mancherebbe l’ambiente in cui viviamo e che entra a far parte di una “routine” di gesti di cui ci si affeziona (Gabriella G.).

 

Sesta traccia:

Come pensate ci si dovrebbe comportare con le persone che hanno scontato una pena in carcere?


Come con tutti gli altri, con un po’ di prudenza (Andrea F., padre di Maila).

Dovrebbero essere reintegrate nuovamente nella società cercando di monitorare i loro comportamenti per vedere se sono ancora pericolose (Riccardo e Michela L.).

Prima di giudicare bisogna conoscere, sicuramente sarei prevenuto nei suoi confronti a causa del suo passato (Leonida S.).

Ci si dovrebbe comportare valutandoli per quello che sono e non per quello che sono stati (i genitori di Elisabetta P.).

Con le persone che hanno scontato una pena in carcere io penso che la cosa giusta da fare sarebbe quella di fargli svolgere i cosiddetti lavori socialmente utili (Caterina S.).

Chi finisce in prigione è un individuo che ha commesso un reato, quindi giustamente deve essere punito, con questo non vuole dire che una volta uscito non possa reintegrarsi nella società, sempre che non sia recidivo, nel tal caso sarebbe giusto inserirlo nelle strutture protette (Alessandra G., mamma di Elia).

Chi esce dal carcere è pericoloso, perché, anche se vigilato 24 su 24 ore non si ferma mai, perché ormai la delinquenza gli è entrata nel sangue (Maria Irina P.).

È giusto dare una seconda possibilità a persone che hanno scontato la loro pena, è anche vero però che dipende del reato che hanno commesso, perché secondo me c’è una bella differenza fra chi ha commesso reati poco gravi e chi ha ucciso volutamente delle persone (Claudio Z.).

Se il reato è banale si può aiutare la persona che ha capito i suoi errori a farla diventare migliore. Penso che il carcere cambi la persona, a volte la aiuta a riflettere. Ho parenti carcerati, ora usciti, che si sono fatti una famiglia, hanno dei figli, un lavoro. Nel caso in cui il reato fosse l’omicidio non riuscirei a relazionarmi con una persona che si è macchiata di un tale crimine (Barbara F.).

Le persone che sono state in carcere e hanno già pagato per i loro reati dovrebbero avere gli stessi diritti e doveri delle altre persone. Questo atteggiamento è sicuramente più facile se la persona in questione è un conoscente perché si cerca di dargli fiducia; molto spesso però si sentono commenti negativi dettati da pregiudizi nei confronti di ex carcerati (Gabriella G.).

 

 

È difficile dire “Io ho un figlio in carcere”

di N. A.


Non ci sono parole per descrivere cosa succede quando in una famiglia “regolare” un figlio commette un reato. Noi siamo genitori che hanno fatto tanti sacrifici e rinunce per anni per crescere i figli, e dopo quando ti capita una cosa del genere, prendi una mazzata, vai a letto la sera ti svegli alla mattina non sei più la stessa persona. Se posso dirvi una cosa, fate in modo che ai vostri genitori per colpa vostra non capiti mai di entrare in certi posti, io l’ho fatto per 10 anni, adesso ormai sono tre anni che non vado quasi più, ma per 10 anni due o tre volte al mese ero lì a suonare il campanello del carcere. All’inizio mio figlio era in un carcere a Rovigo, dunque dal mio paese a Rovigo sono circa 20 km, eppure sua mamma è stata un anno e mezzo circa senza mai andarlo a trovare perché non aveva il coraggio, vedete che situazioni si creano.

Sono tre i giorni nei quali si può andare ai colloqui, e devi andare alla mattina con una borsa dove porti qualcosa da mangiare e la biancheria per cambiarsi, e devi stare lì fuori, al freddo sotto la pioggia o al caldo sotto il sole, e aspettare che venga l’ora giusta, perché se arrivi con un minuto di ritardo rispetto agli orari di ingresso sei costretto ad aspettare un’ora. Quando entri hai davanti tutti questi cancelli che pesano quintali, e c’è sempre una persona che ti apre il cancello e poi te lo chiude dietro alle spalle, già questo ricordo che la prima volta era un incubo, come sentirsi chiusi in gabbia.

Quando entri devi passare due o tre stanze e attraversare dei cortili, dopo ti perquisiscono ed entri in una sala dove ci sono dieci tavolini, un sacco di confusione perché ogni detenuto ha due o tre parenti che vanno a trovarlo, comunque per parlare un’ora perdi mezza giornata, e soprattutto sono tante le umiliazioni che sei costretto a subire, perché fino a un certo momento anche là, specialmente le prime volte, finché non hanno imparato a conoscerti, sei sullo stesso piano del detenuto, ti trattano alla stessa maniera. Dopo qualche tempo imparano un po’ a conoscerti e allora capiscono le persone e hanno un po’ più di riguardo, altrimenti sei come un detenuto, cioè la colpa di chi è dentro cade spesso anche sui famigliari, sui genitori che di colpe non ne hanno nessuna.

Io non ho fatto niente di male, eppure mi sono trovato a non avere il coraggio di uscire di casa, l’ho fatto per tre quattro mesi di stare chiuso in casa oppure prendere la macchina e fare 7-8 km per andare a comperare le sigarette lontano da dove abitavo, perché io mi vergognavo a fermarmi in paese, anche se non avevo fatto niente per dovermi vergognare. Oltre tutto, io ho sempre frequentato la parrocchia, ma quando è successo che mio figlio ha commesso un reato grave ed è finito in carcere, ho smesso anche di frequentare la parrocchia, andavo in chiesa in un altro paese, perché… perché mi vergognavo. Ma cosa avevo fatto per vergognarmi?


Anche una famiglia perbene può essere “toccata” dal carcere


Capisco che non è facile pensarci ora che siete così giovani, ma io voglio dirvi ugualmente di ricordarvi sempre dei vostri genitori, dovete pensare anche ai sacrifici che fanno per voi, e a quanto possono soffrire per voi. Io posso dirlo perché sono cose che ho toccato con mano, ma badate che se le racconto non lo faccio certo per protagonismo, e anche i detenuti che parlano della loro vita, dei loro sbagli, non lo fanno per farsi vedere, non c’è motivo di vanto, non è una cosa che si fa così, a cuor leggero, se si fa si fa per ragionare, si fa per voi, perché voi da questa situazione, da questa esperienza traiate delle conclusioni, per arrivare a capire quanto è importante camminare dritti. Camminare dritti non ha mai fatto male a nessuno, male si fa quando si comincia a deviare, credetemi io ne faccio spesso di questi incontri e continuerò a farne ma lo faccio solo con quello scopo lì, perché non c’è nessun desiderio di essere al centro dell’attenzione, c’è solo da spiegare una situazione che si è creata, e che potrebbe crearsi in ogni famiglia perbene. Perché la mia è una famiglia normalissima, gli altri figli hanno le loro famiglie, sono sposati, stanno bene, hanno il loro lavoro, non ci hanno dato nessun problema, e però un figlio ha seguito una strada diversa, e io sono qui per spiegare che questo può succedere in ogni famiglia, e che non si deve pensare che “alla mia non succederà mai”.

Io un aiuto vero l’ho avuto solo dal volontariato, il volontariato è veramente importante, è indispensabile specialmente per le famiglie, per noi è stato un’ancora di salvezza, perché il lavoro che fanno tutti i volontari è qualcosa di straordinario per una famiglia, ti aiuta proprio quando ti trovi ad essere abbandonato da tutti, spesso non hai più amici né parenti che ti stiano vicino, io per esempio non ho ricevuto una visita neanche dal parroco del mio paese, e sì che mi conosceva molto bene. Praticamente sei completamente escluso, escluso dalla società, e i volontari invece un po’ alla volta ci hanno incoraggiato, siamo riusciti ad affrontare questa situazione anche grazie a loro, ma credetemi non è facile, non è facile neanche essere qui a parlare, io non posso essere orgoglioso di mio figlio… Invece è difficile dire “Io ho un figlio in carcere”, è molto difficile dirlo, ma bisogna avere anche il coraggio di dirlo, e quando so che questo viene detto a fin di bene io ho il coraggio di dirlo.


 

 

 

 

 


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