Martedì 27 Ottobre 2020
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Dalla reclusione alla restituzione: bollettino n. 8 PDF Stampa E-mail
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PROGETTO SOSTENUTO CON I FONDI OTTO PER MILLE DELLA CHIESA VALDESE


Un percorso sulla mediazione

 

In un percorso che si occupa di legalità e devianza come questo progetto, è importante riflettere sulla mediazione, che è “uno strumento che si preoccupa di provare a riparare una relazione che si è rotta”.

Prima che intervengano gli strumenti del processo e della pena, è possibile infatti affrontare il conflitto prodotto da un reato, costruendo un confronto tra chi questo reato l’ha commesso e chi l’ha subito, lavorando insieme per uscire dalla spirale dell'odio che spesso si crea quando si rompe una relazione.

La mediazione viene qui raccontata da una mediatrice penale che opera soprattutto con i minori, e che ha accettato di intervenire in alcune scuole nell’ambito del nostro progetto. Ma è capitato che questo stesso progetto abbia messo di fronte vittime e autori di reato, che hanno poi raccontato questa esperienza perché possa essere utile a tutti.

 

Uno strumento che si preoccupa di provare a riparare una relazione che si è rotta

 

La mediazione è uno strumento che può essere usato anche per conflitti che non sempre sfociano in reati. Proprio a scuola lavoriamo spesso per insegnare la pratica della mediazione, con l’idea che si possano formare ragazzi e professori, capaci di intervenire con questo ruolo quando a scuola nascono dei conflitti. Professori e studenti formati possono prendere parte a incontri di mediazione, anche con l’aiuto di mediatori esperti, e possono provare a lavorare sulle parole “ricucire, riparare”, parole che mi sembrano importanti.

Vorrei raccontare un caso di mediazione che riguarda la scuola, così forse, partendo da questo esempio, che non riguarda il contesto penale, possiamo poi anche ragionare sui reati. Infatti, in una scuola in cui insegniamo ai ragazzi a formarsi come mediatori, ci è capitato di partecipare anche ad alcuni incontri di mediazione. Un giorno, il dirigente scolastico ci ha chiamato e ci ha detto che si era creato un conflitto pesante, perché un’insegnante era stata aggredita fisicamente da uno studente sulla porta della classe. Lo studente era stato sospeso ma secondo il dirigente scolastico non era sufficiente il mero intervento degli strumenti che la scuola normalmente utilizza (la nota, la sospensione, nei casi più gravi l’espulsione), occorreva provare a realizzare un percorso di mediazione, soprattutto per gestire le conseguenze di quel conflitto. In effetti, a seguito dell’episodio e della punizione data al ragazzo, si era creato un effetto distruttivo: vale a dire, agli occhi dei compagni questo ragazzo era diventato una specie di “martire”, perché tutta la colpa di quanto accaduto era della professoressa. I ragazzi della classe avevano messo in atto una vera e propria azione di ostruzionismo nei confronti della professoressa: lei entrava in aula e la classe la ignorava, facendo finta che non esistesse, e questa era una cosa molto complicata da gestire. La classe aveva assunto questo atteggiamento perché riteneva, al di là del gesto di aggressione, che il loro compagno avesse ragione, e che in realtà fosse la professoressa a mettere in atto degli atteggiamenti vessatori contro di lui e contro tutti loro. C’era fondamentalmente un conflitto. Abbiamo provato a lavorare, con non poche difficoltà perché l’insegnante stava molto male, voleva lasciare la scuola, non se la sentiva più di tornare in classe, era impaurita dal ragazzo che l’aveva aggredita ed era delusa da tutti gli altri. E’ stato difficile convincerla a partecipare all’incontro di mediazione perché fortissime erano le sue perplessità. Vi dico questo perché una regola importante è che ogni mediazione è un incontro che non può essere imposto: si propone di fare una mediazione, ma le persone devono essere libere di decidere se se la sentono oppure no, questo è importante.

Con un po’ di fatica siamo arrivati ad organizzare l’incontro diretto fra loro due, lo studente e la professoressa. Poi è stato proposto un incontro con tutti i ragazzi e i professori della classe, perché il conflitto aveva coinvolto molte altre persone oltre ai due protagonisti, e questo accade spesso quando c’è un conflitto: un fatto accaduto fra due sole persone può produrre effetti anche su altre persone, per esempio se i protagonisti abitano in un piccolo paese, dove tutti si conoscono e dove tutti prendono le parti dell’uno o dell’altro. Se penso alla mediazione reo/vittima abbiamo incontrato delle situazioni nelle quelli il reato aveva creato una vera e propria spaccatura di un paese a metà, per cui c’erano luoghi infrequentabili per un gruppo di persone e frequentabili per un altro, con conseguenze sugli amici, sugli abitanti, su quelle persone che noi definiamo “vittime secondarie”, non direttamente coinvolte nel reato, ma che ne subiscono gli effetti.

Nella nostra mediazione a scuola, le vittime secondarie erano i compagni di classe e gli altri professori, ma anche i genitori del ragazzo, e la famiglia della professoressa, tutte persone che in qualche modo pativano gli effetti negativi del conflitto.

Qual è stato l’obiettivo della mediazione? In generale possiamo dire che la mediazione permette di considerare come certi comportamenti non siano unicamente la violazione di una norma o di una regola, ma rappresentino la rottura di una relazione.

Facciamo un esempio, considerando un fatto di reato: cos’è una rapina? cosa succede se a Padova, mentre scendo dalla macchina, arriva un ragazzo che mi rapina? Questo è un fatto che la legge guarda dal punto di vista della legalità, come violazione di una norma del Codice penale, l’art 628. Se io questo fatto lo guardo con gli occhi della giustizia tradizionale, vedo che questo ragazzo ha violato una norma; però posso guardarlo da un altro punto di vista e posso pensare che questo fatto non ha semplicemente violato una norma, ma ha rotto una relazione fra lui e me.

Che si rompa una relazione sarebbe abbastanza evidente se io e questo ragazzo ci conoscessimo già da prima, come il ragazzo e la professoressa; più difficile è riuscire a capire in che senso si rompa una relazione quando il reato avviene tra due persone che non si conoscono, come per esempio fra me e un ragazzo di Padova (non lo conoscevo prima, molto probabilmente non ci vedremo più, non abitiamo lo stesso territorio, che relazione c’è?). Pensiamo che una relazione importante ci sia ugualmente, ed è quella che ha a che vedere con ciò che chiamiamo patto di cittadinanza (così lo definisce il nostro coordinatore prof. Ceretti).

Il patto di cittadinanza fa sì che se io vengo a Padova, ho l’aspettativa di arrivare qui a scuola, dove devo fare una lezione, “sana e salva”, così come se uno va al supermercato, pensa che non gli accadrà niente di male. Ogni tanto però questa aspettativa viene tradita, perché succedono degli episodi che ci violano, che ci umiliano, che tradiscono le nostre aspettative sugli altri. Dico questo perché la mediazione è uno strumento che si preoccupa di provare a riparare la relazione che si è rotta, si chiama giustizia riparativa, quindi è la proposta di una forma di giustizia che ripara: non una forma di giustizia che punisce, ma una forma di giustizia che mette a confronto i protagonisti di una relazione rotta per vedere se questa relazione può essere in qualche modo riparata, quindi la domanda importante per un mediatore è: “Che cosa si può fare per riparare?”.

Quando parliamo di riparazione, di provare a riparare ciò che si è rotto non intendiamo dire che “le cose possano tornare come erano prima”. Ascoltando le vittime spesso si sente dire: “Io avevo la mia vita tranquilla, stavo bene, era tutto positivo, poi un giorno è successa questa cosa, indietro non si torna più ma io rivoglio la mia vita, come era prima”. Ma questa condizione è irrecuperabile sempre, perché comunque essere vittime di un reato mette le persone dentro ad una vita che non è più quella di prima. Pensate alle conseguenze - per una vittima di omicidio è molto evidente - ma prendiamo anche la vittima di un reato meno grave, pensiamo lo scippo della borsa, in una situazione nella quale non c’è l’arma, non c’è aggressione fisica, insomma semplicemente la sottrazione del bene. Questo fatto, seppur non gravissimo, può condizionarmi molto: io non uscirò più da sola, oppure non farò più la strada di prima. È un esempio semplice, però fa capire come essere vittima di un reato genera delle trasformazioni della vita, le cose non sono davvero più come erano prima. Avere uno spazio per incontrare l’altro significa avere innanzitutto la possibilità attraverso l’incontro con l’altro, di provare a trasformare parte del mio vissuto rispetto a quello che è successo, sapendo che le cose non torneranno come prima ma forse c’è la possibilità che cambi un poco ciò che io vivo rispetto a quel fatto.

Voglio citarvi un esempio eclatante. In Sudafrica, dopo il lungo periodo di apartheid, nel ‘94 con la salita al potere di Nelson Mandela c’è stato un rovesciamento totale del sistema politico. Ebbero fine le leggi razziali e finirono le violenze sui neri. Rimaneva però il problema di capire come poteva essere ricostruita la pace senza che si perpetrasse la vendetta dei neri sui bianchi. Come fare in modo che da quel momento in poi i bianchi potessero vivere accanto ai neri senza subire vendette?

Il grosso problema era di avere alle spalle delle azioni “irreparabili”. Che cosa ha fatto il popolo sudafricano? Ha pensato non in termini di giustizia tradizionale, quindi ha rinunciato a punire tutti i colpevoli con pene pesanti o con detenzioni lunghissime, ma ha scelto di avviare un processo di giustizia riparativa.

A parere dei sudafricani il paese aveva bisogno di cambiare direzione: il vettore della violenza era andato così, e da quel momento in poi le cose dovevano cominciare ad andare in un altro modo. Desmond Tutu disse che c’era proprio bisogno di girare il vettore della storia, e per farlo hanno usato non il male contro il male, ma la giustizia riparativa.

Allora hanno costituito una Commissione per la verità e la riconciliazione, composta da persone degne di rispetto e riconosciute, rappresentative dei bianchi e dei neri, che si sono occupate delle vittime, degli autori di reati e della riparazione.

I componenti della Commissione hanno innanzitutto ascoltato le storie delle vittime, sono andati nei villaggi di tutto il Sudafrica, hanno dato uno spazio alle vittime in pubbliche udienze, così che l’intera comunità potesse partecipare all’ascolto.

Allo stesso modo, hanno chiesto alle persone che si erano macchiate dei crimini dell’apartheid di dire la verità, di raccontarla davanti a tutti, anche alle vittime. Nel caso che avessero detto la verità, non sarebbero stati puniti, quindi: la verità in cambio della punizione. Hanno fatto questa scommessa, e hanno dato l’opportunità agli autori di reato e alle vittime di incontrarsi per narrare quello che era accaduto e confrontarsi.

Questa non è una vera e propria mediazione, ma un’attività di giustizia riparativa, che ha cercato di aprire percorsi di pacificazione e di riconoscimento. Si trattava di azioni irreparabili: nessuno poteva portare indietro le persone morte, ma quelle che restano hanno potuto trovare delle modalità per avere una vita decente, una vita che necessariamente doveva fare i conti con la presenza dell’altro, in una convivenza che avrebbe rischiato di diventare di nuovo esplosiva sullo stesso vettore di violenza.

Fare questo lavoro è stato complicatissimo: noi siamo andati in Sudafrica l’anno scorso per la celebrazione, dieci anni dopo, della Commissione e abbiamo ascoltato un sacco di testimoni che avevano partecipato ai lavori della Commissione. Non tutto è stato chiarito, ci sono persone che sostengono che non tutta la verità è stata detta, che non tutte le riparazioni sono state accordate, ci sono molte contraddizioni (se pensiamo che lo Stato sudafricano si era fatto carico di risarcire tutte le vittime, versando somme di denaro, garantendo studi gratuiti ai figli delle vittime e cure mediche per quelli che erano stati feriti e resi invalidi, ma poi non è stato in grado di portare a termine queste forme di riparazione per mancanza di fondi, in un contesto che rimane ancora molto complicato). Ho fatto questo esempio proprio perché trovo estremamente significativo metterci di fronte a una modalità innovativa per riattivare una comunicazione, a una forma di riparazione anche quando sembra che sia impossibile intervenire. Ed è vero, le vittime del Sudafrica sono consapevoli che nessuno ridarà mai la vita ai loro cari, ma sanno anche molto bene che hanno bisogno di ricominciare a vivere, di non essere vittime per sempre.

Certo in Sudafrica i problemi sociali non sono per nulla risolti, nonostante il lavoro della Commissione, però sicuramente in quel momento storico proprio con la Commissione hanno evitato che scoppiasse una guerra civile, ed hanno usato una modalità nuova, cioè l’idea che io posso rinunciare alla punizione, e che invece posso usare uno strumento di ricucitura dei legami.

C’è stato anche un film girato su questo argomento, “In My Country”, dove viene mostrato molto bene il lavoro della Commissione, di villaggio in villaggio, e il racconto delle vittime. Pensate che gli incontri della commissione hanno permesso a molti parenti di vittime di sapere che cosa fosse successo ai propri cari, perché durante l’apartheid le persone sparivano da un giorno all’altro e nessuno ne sapeva più niente. Così, attraverso i racconti di chi aveva commesso i crimini le vittime hanno potuto trovare i corpi dei loro cari, hanno potuto seppellirli, sapere come erano morti, insomma hanno potuto conoscere la verità, e per una vittima è molto importante poter avere restituita la verità.

Ci sembra importante provare a capire se è possibile trasformare un po’ i vissuti e il futuro delle persone rispetto a quello che è accaduto, soprattutto nei casi in cui le persone sono destinate a incontrarsi di nuovo, come la prof. e lo studente, o due persone che si conoscono o che sono compagni di classe e si vedono tutti i giorni, allora io posso dire anche che si può applicare la giustizia tradizionale, e va bene, però questo non risolve tutto.

Non sempre la Giustizia che noi conosciamo e che applica la punizione è capace per davvero di rispondere al bisogno di giustizia che le persone sentono di avere. È per questo che ci sono anche gli spazi di mediazione, perché in uno spazio di mediazione io posso lavorare su quello che è successo, prendendo un altro pezzo di quello che è accaduto, che non riguarda la dimensione delle regole, delle norme, ma le relazioni fra le persone, e lavorare su quello.

Per riprendere ancora un discorso generale e i principi della mediazione in relazione ai fatti di reato possiamo dire che quando io commetto un reato, normalmente mi imbatto in una giustizia che come simbolo ha la spada, un simbolo che dice tutto: la spada significa tagliare esattamente, tagliare il conflitto, separare le parti; la giustizia della spada è sancita da un terzo che è il giudice, che tagliando nel mezzo interrompe il conflitto e dice la parola che decide, perché dice dove sta il torto e dove la ragione, applica una sanzione. È una giustizia che ha la benda sugli occhi, ovviamente, perché non guarda in faccia nessuno, oppure perché, se guardasse negli occhi una persona, non potrebbe punirla, e forse è proprio perché non guarda in faccia nessuno che è equa.

E’ una giustizia verticale che dice che quel reato non doveva e non dovrà succedere mai più, e ristabilisce l’ordine, nel nome del popolo italiano, applicando una sanzione. Questa è una dimensione della giustizia senza cui probabilmente non potremmo vivere, però il reato non è soltanto questa cosa, spesso c’è molto di più, c’è tutta quella parte che riguarda la relazione che si è rotta di cui nessuno si prende mai cura, ed ecco perché, oltre alla spada, da dieci anni a questa parte si è pensato di introdurre la giustizia riparativa, ed ecco perché delle persone provano a lavorare sugli effetti negativi che ha provocato la rottura di questa relazione. Perciò è fondamentale avere degli spazi in cui autori e vittime di reato possano andare e parlarsi guardandosi in volto alla presenza di terzi, che non siano giudici e che quindi non abbiano il compito di stabilire il torto e la ragione, né dei poliziotti che fanno delle indagini, ma dei facilitatori della comunicazione e del riconoscimento, per vedere se le persone da questo confronto possono costruire qualcosa in positivo per il futuro, e quindi non essere passive come avviene quando si attende la parola del giudice. Il fatto di parlare di quello che mi è successo, ed anche il fatto che io possa decidere qualcosa con l’altro rispetto a quello che ci è successo, mi rende attivo. La mediazione in questo modo si intreccia con il processo penale.

Nel processo penale minorile accade che il magistrato possa decidere di sospendere il processo e mandare il caso ai mediatori, proponendo alle due persone coinvolte di incontrarsi.

La mediazione è volontaria, per cui gli interessati possono decidere se accettare o meno. Se accettano avviene l’incontro, che è di solito molto lungo, parecchie ore. Come mediatori cerchiamo di lavorare intorno a una parola per noi fondamentale vale a dire “riconoscimento”, la possibilità di riconoscersi come persone, e, se c’è questo riconoscimento, la possibilità di riparare, e quindi uscire con l’idea che il vettore innescato con il reato per il futuro può anche girare in un altro senso.

 

La mediazione può essere applicata o richiesta per ogni tipo di reato o di conflitto?  

Astrattamente sì, non dovete avere l’idea che questa cosa possa andar bene per alcuni tipi di reato e per altri no. Proviamo a non avere degli schemi, ma più un’attenzione anche al tipo di persone coinvolte e caso per caso; perché le mediazioni ci arrivano sia su reati semplici e poco gravi sia su reati gravissimi, rapine, rapine con le armi, lesioni personali anche permanenti, violenze sessuali, omicidi colposi. Abbiamo quindi una gamma di reati che va dal più grave, a quello minore; la cosa più importante è capire quando la mediazione ha senso, e se per esempio può aver senso tutte quelle volte che questa dimensione relazionale è molto significativa dentro al reato, indipendentemente dall’oggettiva gravità. Per esempio non farò mediazione su tutte le violenze sessuali, ma magari il giudice si accorge che quella violenza sessuale è accaduta fra due ragazzi che sono vicini di casa, piuttosto che fra due compagni di scuola, e allora prende quel caso e lo manda in mediazione, perché capisce che, al di là della spada che lui userà per decidere, c’è molto di più, c’è il fatto che queste due persone si rincontreranno tutti i giorni, e che di questo nessuno si prende cura.

Non pensate che un reato vada meglio di un altro, tutti i reati possono arrivare in mediazione, più gravi o meno gravi, l’importante è guardare questa dimensione relazionale.

Non sempre infatti è più facile mediare un reato un po’ meno grave rispetto a quello molto grave, e questa è una cosa che ho capito con l’esperienza, prima ero convinta del contrario, però poi ho capito che in realtà, quando nei centri di mediazione arrivano dei casi fra vicini di casa che litigano perché il cane fa la pipì sullo zerbino, quel conflitto può essere molto più difficile da mediare di un reato di violenza sessuale, perché paradossalmente capita che ci siano dei sentimenti di odio più radicati e nascosti. Per cui è molto più difficile arrivare a lavorare su quei sentimenti di odio, piuttosto che per fatti gravissimi dove l’odio è in qualche modo “giustificato” e ha una potenza che si manifesta immediatamente, mentre, quando ti arriva il vicino di casa che è arrabbiato per colpa del cane, può essere che ci sia un livello di odio profondissimo per cui diventa poi difficile fare la mediazione, per cui ogni tanto fra i vicini di casa non ci riusciamo, anche se ci mettiamo molta energia.

 

In Italia è possibile fare mediazione di questo tipo a tutti livelli o, dal punto di vista istituzionale, riguarda solo alcune categorie di reati? Cioè il ruolo del mediatore è un ruolo riconosciuto dalla giurisprudenza italiana e a quale livello?

In Italia, a parte la mediazione famigliare che esiste fin dagli anni ‘70, la mediazione penale non c’era fino al ‘98, mentre all’estero si faceva dagli anni 80. In Italia, su indicazioni del Ministero di giustizia che aveva inviato una lettera ai Tribunali per i minori chiedendo di sperimentare questa modalità, si è cominciato a farla dal ‘95, quando si formarono dei gruppi per imparare a fare la mediazione e provare a sperimentarla. Oggi tutti questi gruppi sono stati in qualche modo riconosciuti dal Ministero, anche se non esiste la professione di mediatore e non esiste una legge sulla mediazione penale, per cui non abbiamo delle indicazione legislative precise che ci dicano come dobbiamo fare, chi la deve fare, con quali caratteristiche; però abbiamo delle norme internazionali dell’O.N.U e del Consiglio d’Europa, che indicano tutto ciò, e normalmente gli uffici in Italia sono strutturati nel rispetto di queste norme.

Si spera che presto venga fatta una legge, raccogliendo i frutti della sperimentazione di questi ultimi dieci anni. Noi mediatori non lavoriamo da soli, negli incontri con le due parti, lavoriamo in tre, e l’equipe di mediazione viene formata a seconda di chi dobbiamo incontrare, quindi per un conflitto fra gruppi di maschi, che si sono picchiati all’uscita di una discoteca, non vengono chiamate tre mediatrici donne, ma un’equipe dove la presenza maschile sia significativa. Se, per esempio, abbiamo persone anziane (pensate a una donna anziana che è stata scippata) non possiamo comporre un’equipe di mediatori troppo giovani.

 

Che qualifica, che competenze hanno i mediatori?

Noi mediatori abbiamo delle competenze molto diversificate, anche di appartenenza: ci sono persone che hanno studiato legge, chi ha studiato sociologia, filosofia, criminologia, assistenti sociali, educatori, persone con varie specificità, tutti comunque devono aver seguito un corso di formazione. All’ufficio siamo però solo mediatori, non facciamo gli avvocati, gli psicologi, gli assistenti sociali.

Il mediatore è una figura imparziale, neutro forse no perché è una parola troppo forte, neutro può essere il giudice, perché è “nec utrum”, cioè “né l’uno né l’altro”, e quindi è distante da tutti e due. Quello che invece il mediatore nella sua formazione deve imparare è essere è “sia l’uno che l’altro”. Noi diciamo che è “equiprossimo”, usiamo questa strana parola, cioè “vicino a tutti e due allo stesso modo”, e bisogna imparare ad esserlo perché non è semplice: come non è semplice essere neutro, non è neppure semplice essere vicini all’uno e all’altro, perché questo è un lavoro di vicinanza, non di giudizio, né di indicazione di “cosa dover fare”, cioè di consiglio, ma dì riconoscimento. Io comincio a usare una parola che riconosce, comincio a riconoscere per esempio i vissuti tuoi, quelli dell’altro, e lo faccio perché voi possiate arrivare a comunicarveli.

 

È il mediatore che decide se la mediazione non è andata bene?

Si decide insieme alla fine: quando si arriva al momento in cui ci sembra che sia cambiato il clima, che le parti abbiano espresso tutto quello che desideravano dire, che sia avvenuto fra loro un riconoscimento (per esempio “Io ho capito delle cose di te che non avevo capito prima”, questo è un darsi riconoscimento), e magari che si arrivi a decidere delle cose concrete per il futuro (“cosa possiamo fare da oggi in poi, perché il rispetto sia tutelato?”). Allora alla fine ci confrontiamo sull’esito da sottoporre al giudice, perché noi non riferiamo mai quello che si sono dette le persone in mediazione, ma solo se, secondo noi, la mediazione è andata bene o male.

È molto importante, perché davvero la mediazione appartiene alle parti che vengono a farla più che al mediatore, è veramente un luogo diverso dal tribunale perché non c’è giudizio, e questa è una cosa che colpisce molto. Quindi l’idea è che, davanti all’autore di reato e a una vittima, quello che io devo essere capace di fare è far parlare queste due persone che hanno due nomi, che non si chiamano “vittima e autore di reato”, ma che sono anche altro rispetto a quello che hanno fatto.

 

Può spiegare come si è svolta la soluzione del conflitto fra lo studente e la professoressa, e quanto tempo ci è voluto?

Abbiamo fatto due incontri solo fra loro, studente, insegnante e noi tre, e abbiamo lavorato molto sulla questione dello schiaffo: che cosa aveva significato anche rispetto a tutti gli altri, che cosa c’era dietro, quindi il fatto che questo ragazzo si sentiva sempre incolpato solo lui quando c’era casino in classe e la nota arrivava sempre a lui, e come si fosse arrivati a questo gesto di violenza. Dopo di che in quella sede loro si sono scambiati delle scuse, quindi la riparazione tra loro due è avvenuta. Spesso però capita che, negli incontri di mediazione, l’autore di reato arriva, si siede, e senza neanche far passare il tempo di introdurre il discorso, già si scusa; dice che ha sbagliato, che adesso vuole chiudere, che è finita. Non è questa la mediazione, perché ovviamente la vittima non se ne fa niente di queste scuse. In questo caso c’è stato un grosso scambio fra loro due, e poi alla fine ci sono state le scuse, che entrambi hanno percepito come sincere. Dopo di che rimaneva il problema della classe dove, fra l’altro, c’era una spaccatura assurda perché si erano divisi su due file di banchi, da un lato stavano seduti tutti gli “agitati” e dall’altro tutti i “bravi”, e questo aveva ancor di più spezzato la classe, e tutti erano stati puniti, era stata negata loro la gita scolastica.

Dopo questo incontro con l’insegnante e lo studente, abbiamo proposto di fare un incontro libero con la classe ed i professori che avessero voluto; abbiamo detto che se volevano avrebbero potuto riunirsi un sabato mattina nel nostro ufficio, per fare un lavoro di riparazione (avevamo preparato tutta una serie di cose da fare insieme); quel sabato si sono presentati solo i c.d. “agitati”, di quelli bravi non è venuto nessuno, sono venuti invece i professori. Abbiamo lavorato con loro per circa quattro ore in un incontro bellissimo, è stato uno scambio profondo fra i professori e loro. Sono stati bravissimi davvero e hanno preso delle decisioni tra cui quella di scrivere insieme l’esito della mediazione e di quella giornata per lasciare una traccia, come una sorta di regolamento interno, e di farlo insieme alla professoressa che era stata aggredita, aiutandola, e poi i ragazzi hanno chiesto di essere portati in gita e i professori presenti in mediazione hanno accettato.

È andata bene, poi abbiamo fatto anche un ulteriore incontro in classe con tutti gli altri, come una restituzione, anche se devo dire che in quest’ultima fase non ci siamo sentiti di forzare a ulteriori passi, perché una parte di classe non aveva voluto fare la mediazione e andavano rispettati, per cui l’abbiamo chiusa lì.

Quindi il conflitto con gli altri non è stato proprio gestito compiutamente, però c’è stata comunque una condivisione generale sul fatto che la questione era chiusa, che questa era stata la riparazione decisa e che quindi sarebbero andati in gita.

 

Non è mai capitato in una mediazione qualche litigio?

I mediatori litigano un sacco, perché è importante poter anche partecipare al conflitto. Ogni tanto quindi anche i mediatori hanno conflitti fra di loro: bisogna imparare a lavorare insieme, anche se siamo molto diversi sia come visione del mondo che negli atteggiamenti verso gli altri. Se tutto il gruppo fosse omogeneo, riusciremmo ad essere anche meno vicini alle persone che incontriamo. Così invece rappresentiamo un po’ la diversità delle persone e siamo risusciti a lavorare insieme. È stata dura, perché abbiamo dovuto fare una formazione molto lunga che ha creato anche in noi conflitti, quindi, prima di andare a lavorare su quelli degli altri, abbiamo lavorato sui nostri, che erano davvero molti.

 

Per effettuare una mediazione ci sono dei tempi che vanno rispettati o è sempre possibile farla, magari anche dopo molto tempo?

No, non ci sono tempi da rispettare. Nel processo minorile normalmente i casi ci vengono mandati durante la fase delle indagini preliminari, dopo l’interrogatorio, perché sentiamo l’esigenza di non far passare troppo tempo da quando è successo il fatto. Un grosso problema è invece quello di fare la mediazione nell’ambito dell’esecuzione penale, quando le persone sono in carcere da tanto tempo, e magari sono passati dieci anni dalla commissione del reato. Il fatto che tu vada comunque a disturbare delle vittime può essere molto violento, perché dopo dieci anni non è detto che la vittima abbia ancora il desiderio di fare questa cosa, e perciò è tutto molto più complicato. Normalmente quindi si cerca di farla abbastanza presto, nelle indagini preliminari vi dicevo, preferibilmente dopo l’interrogatorio. Se per esempio arriva in mediazione un ragazzino che dice che non è lui il responsabile di una rapina, perché quel giorno era in piscina con gli amici, che non era nemmeno andato a scuola e che noi ci sbagliamo, allora non possiamo fare il nostro lavoro, perché questo ci pone in un ruolo di investigazione, quindi noi chiediamo almeno che il magistrato lo abbia già sentito, che perlomeno ci sia un’assunzione di paternità di quel gesto. Se invece il ragazzo dice: “Sì, ero io, però non è vero che è stata una rapina perché io gli ho chiesto il portafoglio, ma glielo volevo ridare subito, solo che è arrivato un carabiniere…”, questo sì che è un caso che riguarda la mediazione, perché attiene alla complessità del conflitto, posto che poi noi non andremo a lavorare per capire se lo possiamo qualificare come rapinatore o no, lavoreremo sul piano del vissuto, sul piano esistenziale.

Quando ci arriva dal giudice la richiesta di mediazione, noi contattiamo telefonicamente la vittima e l’autore del reato e li invitiamo ad un colloquio individuale, separatamente; se poi accettano, si decide per l’incontro, normalmente uno, altre volte di più, però sempre con l’idea chiara, che non è un lavoro di terapia e quindi non dura a lungo, ma un lavoro puntuale sulla relazione che si è rotta, per provare a trovare dei modi per ripararla, quindi non è neppure un lavoro di presa in carico, come quello di un terapeuta, molto più profondo, e molto più impegnativo.

 

Ma la mediazione cosa fa? evita poi il procedimento penale?

Alla fine si scrive insieme un esito, si manda al giudice, e da lì il processo riprende e il giudice può tener conto della mediazione. Non ci sono comunque degli automatismi, quindi anche se la mediazione è andata bene, non è detto che per forza non ci sarà un processo, o magari anche una punizione. Oppure il giudice può dire che secondo lui la mediazione è significativa, e fermarsi, e chiudere il processo; o ancora, nei casi della querela di parte, la vittima può dire che non le interessa più andare davanti al giudice, che ritira la querela. In altri casi, quelli oggettivamente e giuridicamente più complessi, il giudice tiene conto del fatto che l’incontro è andato bene, nonostante il fatto che, a fronte della gravità del reato, ritenga che ci sia bisogno di una messa alla prova.

 

Che prospettive apre la mediazione nell’ambito della Giustizia?

Sapete che in Italia abbiamo un codice penale che risale al 1930 (a parte la normativa sui minori che è dell’’88 e segue tutta un’altra filosofia) in cui la dimensione retributiva della pena è considerata centrale. I discorsi sulla mediazione quindi sicuramente aprono delle prospettive inedite, e fanno anche capire come si possano costruire delle risposte di giustizia capaci di guardare all’offesa giuridica in un modo nuovo. L’impatto che questi nuovi strumenti avranno su tutto il sistema delle pene, in questo momento non siamo ancora in grado di valutarlo; sicuramente, a mio modo di vedere, queste politiche dovrebbero avere molto più riconoscimento di quello che non hanno, e quindi magari arrivare ad una modifica del Codice penale dove la giustizia riparativa abbia un posto importante, riconosciuto.

C’è una domanda che ci viene fatta spesso, anche da persone che appartengono al mondo giuridico, ed è: “ ma questa cosa serve per la recidiva? Cioè, se uno fa la mediazione poi non delinque più?” Questo dato in Italia statisticamente non esiste perché queste ricerche non sono state fatte, però a mio modo di vedere, anche se non è detto che la mediazione sia risolutiva, potrebbe comunque essere un’esperienza significativa e in alcuni caso lo è per davvero.

Voglio farvi due esempi diversi: avevamo fatto una mediazione in un piccolo centro vicino a Milano, tra un gruppo di vittime e autori di reato, quelli che vengono definiti “Baby Gang”; le vittime erano tre fratelli, che non potevano più passare per la piazza del paese perché venivano sbeffeggiati, gli prendevano il motorino per fare un giro, senza poi restituirlo, finché alla fine vennero anche pestati molto pesantemente; scattò la denuncia che arrivò al tribunale per i minorenni ed il giudice ci mando il caso in mediazione. Ci fu la mediazione veramente faticosissima, che però andò a buon fine. I ragazzi si parlarono profondamente, si dissero delle cose significative, addirittura decisero di dover fare qualcosa nei confronti degli altri (i leader di questi due gruppi decisero di andare nel bar del paese a bere una birra insieme con i tre fratelli perché, secondo loro, questa azione fatta davanti a tutti, sarebbe stato un messaggio unificante). Ebbene: lo fanno, va tutto bene, addirittura avevamo organizzato con questi ragazzi delle attività di utilità sociale che vengono svolte con grande impegno, proprio un percorso lineare, tutto a posto. Dopo tre mesi dalla chiusura della mediazione, uno dei ragazzi del gruppo si presenta al comando dei vigili urbani con una mazza da baseball, perché gli avevano notificato una multa, e distrugge tutto.

Questa cosa ti fa capire come, nonostante l’incontro di mediazione sia stato bellissimo, e questo ragazzo l’abbia fatto non strumentalmente mettendoci tutto se stesso, poi però non ha trasformato tutto il resto. E’ stata una conclusione che mi ha fatto male.

Un giorno, invece, ero all’università, in mensa e ad un certo punto mi si avvicina un ragazzetto che mi dice: “Ah, tu sei Federica, quella della mediazione?”

Lo guardo bene e scopro che era uno degli autori di un reato con cui avevo fatto una mediazione anni prima, che ora frequentava la facoltà di economia; abbiamo parlato un po’, abbiamo mangiato insieme e lui mi ha detto che quella mediazione gli aveva cambiato la vita. Secondo me esagerava anche un po’, cambiare la vita è una cosa troppo grossa, però ha detto che per lui quell’incontro era stato importantissimo per capire tutta una serie di cose. Questa cosa mi ha fatto anche molto piacere: in alcuni casi la mediazione può anche essere decisiva, non perché si incontra un mediatore, ma proprio perché incontri l’altro, perché magari incontri la tua vittima e capisci che cosa c’è dentro la regola che hai violato.

Mi ricordo un altro caso nel quale un ragazzo era stato rapinato fuori dalla scuola, e nel colloquio preliminare disse che avrebbe fatto la mediazione perché per gli autori del fatto lui era stato solo un portafoglio, “Loro non mi hanno neanche guardato in faccia, guardavano solo le mie mani ed il portafoglio”. Per due giorni successivi sull’autobus gli autori del reato erano a fianco della vittima e non se ne erano neanche accorti, lui invece li riconobbe e fece denuncia. La vittima venne in mediazione, perché per lui il fatto di non esistere era insopportabile, una prova di inciviltà. L’incontro fu l’occasione di guardarsi in viso, di capire che dietro quei soldi c’era tutta una storia, non solo di soldi, ma una storia di una persona che chiedeva di essere riconosciuta e rispettata.

 

C’è più successo in una situazione dove c’è una persona contro una, o in una situazione di una contro un gruppo?

Sicuramente bisognerebbe pensarci un po’ per fare una mediazione di uno contro un gruppo, bisognerebbe chiedere alla vittima o all’autore se se la sentono di incontrare tanti autori di reato o tante vittime. Secondo me la difficoltà sta nel fare in modo che la mediazione non sia un’altra occasione di vittimizzazione, che il gruppo possa riesercitare la violenza anche in mediazione. Lo sappiamo, la violenza non può essere quella fisica, ma può essere anche violenza verbale, quindi in mediazione su questo bisogna essere molto bravi, molto attenti per fare in modo che questo non accada, altrimenti l’incontro non va, non funziona.

 

Ha mai fatto una mediazione su un caso di omicidio?

Ci sono capitati dei casi di omicidio colposo, e un caso di omicidio preterintenzionale, dopo una lite fuori da una discoteca. I genitori della vittima in quest’ultimo caso non hanno voluto assolutamente incontrare gli autori del fatto (erano tre i ragazzi e chiedevano in tutti i modi di poter fare un incontro, perché loro non volevano la morte di questo ragazzo, avevano questo peso davvero fortissimo, e sentivano il bisogno di incontrare soprattutto la mamma). Alla fine quello che noi siamo riusciti a fare come ufficio di mediazione non è stato un incontro diretto, perché non c’era la disponibilità, però questa signora non ha opposto alcuna obiezione a che i ragazzi le scrivessero. Abbiamo chiesto ai ragazzi di scrivere quello che desideravano, hanno portato all’ufficio le loro lettere, noi le abbiamo sigillate dentro una busta, quindi tre buste chiuse dentro una busta chiusa, in modo che la madre potesse decidere se leggerle o no. Lei ha accettato l’invio, però poi ha ritenuto di non doverci chiamare per una risposta. Non è stata una mediazione ovviamente, solo far accadere questo scambio.

 

Un nuovo modo di intendere la pena

 

Un modo per ricucire i legami spezzati riparando il male fatto

di Roberta Z.


L’incontro con la mediatrice penale mi è piaciuto particolarmente perché non è stato noioso; la mediatrice, infatti, era allegra e sapeva catturare l’attenzione dei ragazzi. L’incontro, che riguardava la mediazione penale, mi è servito per conoscere meglio questo sistema “riparativo” del legame tra vittima e reo. In questo modo il rapporto si ricuce e si evita di allontanare maggiormente le due parti, e sotto questo punto di vista ritengo che la mediazione sia uno strumento valido, soprattutto perché non si colpevolizzano le persone devianti. Il limite della mediazione è, secondo me, il rischio di far rivivere alla vittima il torto subito, non tutti probabilmente sarebbero in grado di incontrare il reo. Credo quindi che la mediazione risulti più o meno efficiente, a seconda della personalità che ha un soggetto.

 

Un incontro che ci ha permesso di conoscere una nuova “faccia” della giustizia

di Elisa G.

L’incontro avvenuto con la mediatrice penale è stato una tappa molto significativa del “progetto carcere”, in quanto ci ha permesso di conoscere una nuova “faccia” della giustizia italiana. Il mediatore, che non ha il compito di giudicare e non è tenuto ad esprimere giudizi, facendo da tramite tra vittima e detenuto permette di alleviare gli stati d’animo (pesanti) di entrambe le parti e permette una riconciliazione. Attraverso questo incontro abbiamo capito l’importanza di questa figura, non molto conosciuta o “pubblicizzata”.

 

Una figura professionale con grandi responsabilità

di Chiara B.

Abbiamo avuto un incontro con una mediatrice dell’Ufficio per la mediazione penale di Milano. Ho trovato molto interessante questo incontro, perché ho potuto conoscere una figura professionale non molto nota, ma con grandi responsabilità. Nel raccontarci la sua professione, la mediatrice ci ha resi partecipi della lezione e ha messo in atto una specie di mediazione tra noi e lei. Ho capito che il mediatore è un lavoro molto utile e importante, aiuta in modo concreto le persone e si occupa della parte sociale più che giuridica.

 

Non avrei mai pensato che ci sono metodi “alternativi” alla pura pena

di Adriana Z.

L’incontro con la mediatrice penale è stata un’esperienza che mi ha colpita molto. Prima di partecipare al progetto carcere non avrei mai pensato che ci sono metodi “alternativi” alla pura pena. Da ciò che ho appreso con la mediatrice, ho capito che essa svolge un compito molto importante, perché quando avviene un reato si pensa sempre ad una vittima e a un reo, ma non a due persone. La mediazione è appunto un tentativo di riagganciare quel patto di fiducia che lega due individui. Inoltre la mediazione pone al centro la vittima, cosa che la giustizia penale non fa.

 

Ritengo che la mediazione sia molto utile, ma non nei casi di omicidio

di Francesca D.

L’incontro svoltosi con la mediatrice è stato molto produttivo, in quanto ho potuto imparare che la giustizia punta anche ad un fine restitutivo, cercando di far tornare alla normalità la vittima, e questa normalità può essere raggiunta attraverso una mediazione fra essa e il reo. Ritengo che la mediazione sia molto utile, ma non in tutti i casi, come ad esempio l’omicidio… Credo infatti che rapportarsi con il reo possa essere inutile ad esempio per una madre a cui è stato ucciso il figlio… Nulla potrà mai restituirglielo! Però in caso di reato minore può rivelarsi efficace… Per esempio in caso di scippo, attraverso la mediazione il reo può spiegare i motivi che l’hanno portato a deviare e la vittima può riuscire a superare lo shock, capendo anche le “motivazioni” dell’altra parte.

 

La mediazione riabilita, riporta alla normalità la vita delle vittime

di Francesca P.

Della mediazione penale, prima dell’incontro, avevo già un’idea, perché la stiamo studiando in Scienze sociali. Penso però che sia stato molto importante aver incontrato la mediatrice, perché ha saputo portarci un’esperienza concreta, la sua, e così abbiamo potuto domandarle tutti i nostri dubbi. La mediazione è un processo molto complicato e delicato, però ha un fine molto importante. Importante per tutti, per risolvere dal piccolo (che potrebbe diventare grande) problema a quello che invece è più grave, più grande. La mediazione riabilita, riporta alla normalità la vita delle vittime. Infatti è proprio per la vittima che è nato questo metodo nuovo che, è importante ricordare, viene utilizzato quando un giudice durante un processo lo decide, oppure può avvenire per richiesta di una delle due parti (reo-vittima).

 

Credo sia uno strumento utile per risolvere disagi provocati da reati minori

di Davide D.

Dopo l’incontro con la mediatrice ho potuto consolidare la mia idea rispetto a questo nuovo metodo di giustizia riparativa che, in primo luogo, ritiene essenziale appunto la riparazione del danno causato, attraverso il dialogo tra le parti coinvolte, anziché limitarsi all’attribuire colpe. Ritengo che sia certamente uno strumento utile per risolvere disagi provocati da reati minori, specialmente nell’ambito minorile, ma ritengo sia impensabile, tramite questo mezzo, la risoluzione di reati più gravi come l’omicidio, o peggio, il genocidio. Di certo anche in questi casi tra “vittima” e “reo” potrebbe avvenire un dialogo regolato dal mediatore, ma ciò non placherebbe comunque il desiderio di vendetta sorto nella vittima indirettamente colpita.

 

L’importanza di far rincontrare la vittima e il reo

di Federico T.

Grazie ad un incontro svolto durante il progetto carcere ho potuto conoscere un po’ meglio una persona che svolge un lavoro-servizio particolare, questa è la mediatrice penale. Tale figura mi è sembrata molto utile perché, da quanto raccontato dalla stessa, grazie a lei è possibile tentare di far rincontrare la vittima e il reo per una maggior comprensione dell’avvenuto, con scontro di opinioni ed emozioni. L’incontro, però, è possibile solo se entrambi i “disputanti” sono favorevoli e consapevoli di ciò che stanno per fare, inoltre il detenuto deve essere convinto della gravità del suo gesto ed intenzionato a porre rimedio al danno morale, fisico e finanziario creato alla propria vittima. Sostengo che la mediazione penale sia utile, perché come detto anche dalla mediatrice in questione, circa il 99 per cento delle persone che vi hanno preso parte ne sono rimaste soddisfatte, e poi anche perché, per il mio modo di vedere, è meglio capire il perché delle azioni e delle conseguenze di queste, piuttosto che rimanere nell’ignoranza del dolore.

 

Penso che questa modalità sia utile se c’è un effettivo pentimento da parte del deviante

di Sofia P.

Grazie all’incontro che abbiamo avuto con la mediatrice penale mi sono chiarita molte idee e ho scoperto anche molte cose interessanti di cui non ero a conoscenza. Questo argomento non mi era nuovo, perché grazie a delle spiegazioni avvenute in classe, mi ero potuta avvicinare a questa tecnica apparentemente semplice ma molto efficace. Ho capito, per esempio, che si può ottenere la mediazione con qualsiasi tipo di reato, anche quando si parla di omicidio. Ovviamente l’incontro avverrà tra i genitori della vittima ed il reo, sempre se acconsentono e se sono disposti ad affrontare un colloquio faccia a faccia. Penso che questa modalità sia molto utile se viene eseguita correttamente e se c’è un effettivo pentimento da parte del deviante. Molte volte le vittime preferiscono un rimborso economico piuttosto che un dialogo con la persona dalla quale hanno subito un danno, certo, in un primo momento penso sia comprensibile, anche perché i sentimenti della vittima non sono uguali a nessun altro e incontrarsi con il reo potrebbe suscitare reazioni particolari, però la vittima può cercare di capire le motivazioni che hanno colpito il criminale a compiere un torto nei suoi confronti.

 

Una pena che non sia solo punitiva

di Jessica G.

L’incontro con la mediatrice penale è stato importante per chiarire il significato della mediazione e della giustizia riparativa. Si può dire che è un nuovo modo di intendere la pena, non si tratta più di una visione puramente punitiva di quest’ultima, ma si cerca invece, attraverso l’incontro faccia a faccia tipico della mediazione, di riparare ad un danno. Dal momento in cui viene compiuto un reato si rompe un patto sociale tra l’autore di reato e la vittima, e un incontro tra questi due soggetti può aiutare da un lato la vittima a superare il trauma causato dal crimine subito, e dall’altra parte il reo si assume la completa responsabilità dei fatti arrivando, a volte, a scusarsi con la vittima. La mediazione si basa sostanzialmente sul colloquio, e avviene in genere sui minori ed è utilizzabile solo per certi tipi di reati. Il limite di questo tipo di giustizia è il fatto di non essere considerato sufficiente per scontare una pena, difatti, comunque non si sostituisce alla giustizia penale. Ma può aiutare nel percorso di risocializzazione.

 

Quel difficile “faccia a faccia” tra vittima e reo

di Lara Z.

La mediazione è un meccanismo della giustizia riparativa. Ho avuto la possibilità di conoscere tale forma anche durante le ore di Scienze sociali. Questa è finalizzata alla regolazione dei rapporti fra attori sociali. Anche fra due persone che non si conoscono c’è un rapporto: il rapporto di cittadinanza. Questo consiste, per esempio, nell’essere sicuri di poter uscire e rientrare a casa sani e salvi. Quando questo rapporto viene rotto, nella vittima si creano problemi psicologici e non riesce più a tornare a vivere, alla normalità.

La mediazione penale consiste nell’incontro “faccia a faccia” tra vittima e reo. Si dà la possibilità alla vittima di ritornare alla normalità, perché in qualche modo supera l’accaduto, può conoscere il punto di vista del detenuto e chiedere spiegazioni del perché. Il reo ha la possibilità di guardare la vittima in faccia, riconoscere i propri errori, capire che ha portato danni psicologici con il gesto fatto, ha la possibilità di riparare in qualche modo al male fatto. La cosa molto importante è che i due protagonisti si vedono in primis come due persone e non come reo e vittima.

La mediazione è attuata quando lo richiede la vittima o quando il magistrato si accorge dell’importanza di questa giustizia e chiede l’intervento dei mediatori. La domanda può avvenire da chiunque. Per ora solo il Belgio l’ha attuata completamente. È possibile per tutti i reati, ma in Italia è difficile da attuare su tutti. Sono stata colpita dalla storia raccontata del Sud Africa, dove per evitare ulteriori conflitti il governo ha deciso di attuare la mediazione. A mio giudizio è un’ottima soluzione, spero che nel futuro si applichi maggiormente, perché diminuisce la recidiva e aiuta la vittima nel recupero della normalità, cosa molto cara a quest’ultima.

 

Il colloquio di mediazione può aiutare la vittima a superare il trauma dato dal reato subito

di Eva L.

In collaborazione con il progetto carcere, abbiamo avuto la possibilità di incontrare una mediatrice penale. La mediazione penale è ancora un percorso relativamente nuovo, anche se la persona che ci ha parlato ha detto che è stata utilizzata diverse volte. Questo metodo del colloquio è molto utile e soprattutto efficace. Utile per il reo, che può capire maggiormente il suo sbaglio e può pentirsi in modo più autentico e consapevole. Efficace per la vittima, perché questo dialogo può aiutarla a superare il trauma dato dal reato subito, e quando è possibile può anche permetterle di “riappacificarsi” con il suo aggressore.

La mediatrice penale ha detto che è più difficile portare a termine con successo un incontro fra due persone che si conoscono (ad esempio due vicini di casa) piuttosto che tra due individui che non si sono mai visti. Questo forse perché i conoscenti possono provare rancore uno contro l’altro da molto tempo ed è più complicato riallacciare i rapporti. Questo nuovo incontro è stato estremamente interessante dal mio punto di vista, perché io sapevo molto poco sulla mediazione penale, ed ora che conosco ed ho potuto approfondire meglio questo metodo lo trovo molto proficuo ed intelligente da adottare in campo penale.

 

 

 

 

 

 


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