Martedì 27 Ottobre 2020
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Dalla reclusione alla restituzione: bollettino n. 10 PDF Stampa E-mail
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PROGETTO SOSTENUTO CON I FONDI OTTO PER MILLE DELLA CHIESA VALDESE


Le parole “giuste” per potersi raccontare


Attraverso le nostre storie di vita, cerchiamo di contribuire a dare degli strumenti di comprensione a quei ragazzi che pensano di essere immuni da realtà come il carcere

di Sandro C.


Ricordo benissimo quando si iniziò a parlarne e ad aver i primi contatti con gli studenti, e ricordo i primi confronti con loro, in cui era lampante, da parte mia, la grossa difficoltà che avevo nel potermi esprimere, non tanto nell’esporre quanto volevo dire, quanto nel trovare le parole adatte per non essere frainteso o magari per non risultare poi una specie di “eroe negativo”.

E proprio su ogni parola, ancora e nonostante i quattro anni di questa iniziativa, in redazione insieme ci sforziamo e ci scervelliamo per cercare di trovare quella “giusta” quando parliamo con gli studenti, cercando di non farci condizionare dall’emotività, e dal piacere di avere di fronte persone che vogliono conoscere un ambiente e delle storie per loro del tutto nuovi.

Specialmente quando ci viene chiesto per cosa siamo dentro la cosa diventa più complessa. Questa domanda, proprio per la particolarità e l’intimità che comporta, è talmente pregna del nostro vissuto che, quando si cerca di rispondere, implica un coinvolgimento emotivo enorme, perché dietro ad ogni gesto in generale, e ad ogni reato in questo caso, vi è una storia personale faticosa. E inevitabilmente, chi la racconta tende a dare le sue spiegazioni, qualche volta giustificazioni, una sua verità che va oltre il reato in sé, e cerca di trasmettere l’idea di una persona con una vita complessa che non si esaurisce nell’episodio che le ha aperto le porte del carcere. Questo comporta anche il rischio di fraintendimenti da parte dei ragazzi, perché il voler dare di sé l’immagine di una persona “con tante sfumature” che non si esauriscono nel reato, spesso può essere interpretato come vittimismo. La realtà è che non vogliamo in alcun modo dare di noi un’immagine “addolcita” perché siamo ben consapevoli che tutte le azioni che portano ad un reato sono inevitabilmente violente, quindi quando ci confrontiamo con qualcuno che è al di fuori di questo contesto, non vogliamo davvero essere percepiti come persone che cercano giustificazioni per quello che hanno fatto, come a dire che abbiamo subito dei torti e abbiamo reagito per mettere in pari le cose. Questo sarebbe davvero pericoloso, perché i ragazzi potrebbero anche idealizzare chi tra di noi ha ucciso per vendetta o ha rapinato per povertà e vederci come degli eroi.

Gli sforzi per cercare di non cadere in questi equivoci sono grandi da parte nostra, ma mi rendo conto che c’è sempre il pericolo di qualche malinteso, ed è per questo che sarebbe opportuno che i professori che seguono questo percorso preparassero prima, durante e dopo gli studenti su quanto possa essere importante la corretta comprensione di una parola e verificassero di continuo il loro modo di stare dentro questo progetto.

Quello che mi piace pensare del contributo che noi, violatori di leggi, possiamo apportare è che attraverso le nostre esperienze, le nostre storie di vita, siamo in grado di contribuire a dare degli strumenti di comprensione a quei ragazzi che pensano di essere immuni da realtà come il carcere, semplicemente mostrandogli quanto di dirompente e sconvolgente può causare un certo comportamento o un atto impulsivo nella vita di una persona.

 

Anche le esperienze più “crude” e drammatiche possono trasmettere e lasciare qualcosa

di Marino O.


Oggi, chissà per quale motivo, non sono tranquillo come le altre volte. Il senso di angoscia mi assale quando entrano gli studenti, due classi del Natta, una quarantina di ragazzi sui sedici anni, tutti maschi.

Ho la tentazione di alzarmi e andarmene, magari simulando un malessere, quando Ornella spiega che loro, a differenza di tutte le altre classi con le quali ci siamo confrontati finora, non hanno effettuato gli incontri preliminari nelle loro scuole con i detenuti che sono fuori in misura alternativa alla detenzione o che possono uscire in permesso.

A inquietarmi ha contribuito anche Stefano, un insegnante che, quando la settimana scorsa ha accompagnato altre due classi, con un velo di preoccupazione ci ha messo sul chi va là: “Le prossime saranno due classi di ragazzini, sono giovani giovani…”.

Mi rendo conto di aver “paura”, la mascella è serrata e fatico ad alzare lo sguardo. Nelle altre occasioni, quando gli studenti entrano, hanno già “assaggiato” il carcere, hanno avuto modo di rendersi conto che i detenuti hanno le stesse sembianze delle persone libere, e non è poco. Oggi, invece, dobbiamo partire da zero.

Gli studenti riempiono le 5 file di sedie, parlottano tra di loro e solo adesso, osservandoli attentamente, mi accorgo che sono davvero giovanissimi. E probabilmente, a spaventarmi, è proprio la loro giovane età: chissà cosa ci chiederanno… Parlare di argomenti delicati con dei 18-20enni è faticoso ma tutto sommato facile, come porsi invece nei confronti di questi ragazzi?

Ornella precisa che in questo carcere sono detenute persone condannate per “reati comuni”, ma c’è anche una sezione di alta sicurezza per i responsabili di reati associativi e di mafia, e una sezione “protetti” dove si trova rinchiuso chi si è macchiato di crimini come la violenza sessuale o la pedofilia. “E questa zona del carcere è frequentata soltanto da chi è condannato per reati comuni”, rassicura tra le righe.

Le sue precauzioni mi fanno percepire ancor di più la delicatezza della giornata, ma il tempo delle mie riflessioni solitarie è terminato, e mentre di solito Ornella deve insistere per strappare la prima domanda, stamattina quattro mani si levano simultaneamente al suo via. Il più veloce è lo studente seduto in prima fila, “brucia” sul tempo i suoi compagni e tutto d’un fiato pone la domanda che più di tutte ci pesa: “Ma perché siete in carcere, cosa avete fatto? Cosa vuol dire essere condannati per ‘reati comuni’? Qualcuno di voi è responsabile di omicidio?”.

Alcuni di noi rispondono, altri tergiversano mentre io, almeno per ora, prendo tempo deviando la domanda su un discorso meno spinoso. Dopo una decina di minuti, mentre racconto di essere detenuto da 14 anni, una voce si alza: “Ma perché, anche lei è un detenuto?”. Non posso non replicare: “Ma perché, che faccia hanno i detenuti?”. “No, è che ha un linguaggio così forbito…”, aggiunge un altro. Spiego che il mio linguaggio è simile a quello di tanti miei compagni, e che la camicia e il pullover particolarmente eleganti che indosso sono il regalo delle mie figlie per il mio 43esimo compleanno, che è proprio oggi.

I ragazzi sono vivaci, incalzanti, non hanno alcun timore a porre anche le domande più delicate e imbarazzanti, ma lo fanno con la curiosità incosciente ma allo stesso tempo “viva e sana” della loro età, e questo contribuisce a distendere l’atmosfera. Come al solito mi emoziono quando parlo delle mie figlie. Della più piccola, ora diciassettenne, che due anni fa, quando abbiamo potuto pranzare assieme nella palestra del carcere per la prima volta dopo dodici anni, ha pianto perché non aveva il ricordo di aver mai mangiato con il suo babbo. Della più grande, ora ventenne, e dei suoi tanti ricoveri di natura psicologica riconducibili alla mia mancanza…

Il discorso torna sui nostri reati, e un ragazzo chiede “Come ci si sente, cosa si prova dopo aver ucciso una persona”. Non aspetto neppure che termini la domanda, l’istinto prevale sulla ragione e mi ritrovo a parlargli sopra: “Dopo aver ucciso senti qualcosa morire dentro di te, per sempre…”. La voce mi si strozza improvvisamente in gola, non riesco a dire più nulla.

Ora Dritan accenna alla sua condanna a 30 anni, “sempre meglio di Marino, che purtroppo ha l’ergast…”. Ornella cerca di interromperlo ma ormai è troppo tardi. Probabilmente non vuole che si riveli la mia condanna perché, per dei giovani di questa età, potrebbe essere troppo “forte”, penso. Quaranta teste si voltano dalla mia parte, mi sento a disagio, alzo lo sguardo e incrocio gli occhi di un ragazzo in prima fila, che con un filo di voce esclama: “Ma allora tu… tu non uscirai più dal carcere?”. Nei suoi occhi, ma anche in quelli dei suoi compagni, non trovo alcun “giudizio” ma soltanto stupore e incredulità.

Le due ore passano veloci, poco prima della fine dell’incontro racconto ai ragazzi le mie perplessità iniziali e chiedo loro scusa. Adesso che li ho “conosciuti” uno ad uno, adesso che li ho visti sorridere e fare a gara a chi pone prima la domanda, mi sembrano ancora più giovani. I loro genitori sono stati coraggiosi a farli entrare in carcere, al loro posto non so come mi sarei comportato, in ogni caso credo che ne sia valsa la pena, ritengo che anche le esperienze più “crude” e drammatiche possono trasmettere e lasciare qualcosa.

L’agente appare sulla porta. Prima di uscire quasi tutti mi allungano la mano e mi fanno gli auguri. Per ultimo rimane un ragazzo alto dal viso dolce. Mi guarda e mi stringe la mano, poi mi abbraccia: “Anch’io oggi compio gli anni…”. Sono sorpreso, commosso, emozionato.

Oggi il pensiero del mio passato è particolarmente forte, insopportabile e prepotente.

Salgo in sezione, e sotto la doccia posso finalmente dare sfogo al mio pianto.

È il mio compleanno più bello ma allo stesso tempo più doloroso da quattordici anni a questa parte.


Abbiamo un po’ imparato “a dialogare” con il nostro passato

di Maurizio B.


Mi trovo da sette mesi detenuto nel carcere di Padova, e da poco ho ottenuto di essere inserito nell’attività della redazione di Ristretti Orizzonti. Attraverso questa attività ho avuto l’opportunità di partecipare ad alcuni incontri con gli studenti delle scuole di Padova e provincia, e devo ammettere che questa mia partecipazione è stata in ogni caso un po’ “passiva” , nel senso che non mi sono mai confrontato direttamente con gli studenti che sono entrati in carcere. Comunque la partecipazione al dibattito sulle tematiche emerse ha stimolato molto interesse in tutti noi.

Devo riconoscere che, il confronto dialettico fra gli studenti e i detenuti non è stato per niente melenso! tutt’altro, loro hanno sempre posto domande forti, informandosi della vita in carcere, ma sono stati anche spesso pungenti sull’argomento dei reati commessi e le motivazioni che hanno spinto a commetterli.

Certo non è mai facile parlare dei propri reati, perché si rischia sempre di cadere nel vittimismo, non è facile trasmettere le spinte emozionali o le motivazioni di un atto criminoso con una risposta che dura pochi minuti, 

visto che a volte un essere umano non trova la risposta dentro di sé neppure nell’arco di un’intera vita. Devo dire comunque che chi ha partecipato a questi incontri, sopratutto i ragazzi, ha ricevuto risposte sincere, senza tentativi di nascondersi dietro ad un dito.

Personalmente ritengo tutto questo molto interessante, perché la società ha spesso opinioni stereotipate del carcere. Di regola per la società il carcere è solo pieno di brutti, sporchi e cattivi ed in ogni caso di persone da evitare: tutti si dimenticano volentieri che in fondo in questi luoghi è rappresentata una parte della società stessa, fatta di figli, padri, madri, fratelli e sorelle… Quindi chiunque ci può capitare dentro, nessuno è veramente immune dal rischio.Due episodi ci hanno colpito un po’ tutti: il primo riguarda un genitore (credo l’unico, o quasi, fra tanti) che ha vietato al proprio figlio di partecipare a questi incontri: nulla da eccepire, se uno ritiene di proteggere il proprio figlio non facendogli incontrare dei carcerati, ed a suo modo di vedere ha ritenuto che questo non fosse educativo, io non lo posso giudicare, però una buona parte degli studenti stessi ritengono che a questo ragazzo è stata tolta l’opportunità di farsi un’opinione personale del carcere e di chi ci è finito dentro.

Il secondo episodio riguarda una ragazza che da poco si era trovata faccia a faccia con un ladro, mentre rientrava a casa, e ne era rimasta sconvolta. Lei stessa ci ha posto questa domanda: “Se foste voi le vittime di un reato, cosa fareste? E sapreste perdonare?” Domanda pungente e catalogabile fra quelle che non possono avere una risposta: più il reato è grave e più la questione si complica. Cercando di ragionare in modo pacato, posso dire che io non riesco a trovare una risposta e non perché sia una domanda banale, tutt’altro, ma è talmente impegnativa che non è assolutamente comprensibile se non da chi ha subito realmente il fatto, cioè la vittima vera. Viene spontaneo pensare che più il reato è grave e più alta è l’incapacità di perdonare: chi ha perso una persona cara per un delitto, sicuramente proverà odio per il responsabile, e il dolore e lo stato di impotenza non sono facilmente accantonabili.

Una cosa però mi sento di dire, senza pretendere di suggerire soluzioni o ricette: l’odio, il rancore, la rabbia, fanno parte di quei sentimenti che difficilmente portano qualcosa di positivo, e non risolvono assolutamente i problemi. Chi commette reati, il più delle volte ha vissuto solo sentimenti negativi, forse per non aver trovato il proprio spazio nella società, ma questa non può essere né una motivazione, né una scusante, e come riscontro c’è il fatto che in via due Palazzi ci siamo arrivati, eccome!!!

Le vittime invece si troveranno costrette ad odiare per tutta la vita, distruggendosi, senza riuscire mai a dimenticare, anche se questi loro sentimenti non sono criticabili, c’è solo da augurarsi che nel tempo riescano a trovare una dimensione di serenità.

Forse il problema sta proprio a monte: dovremmo imparare a vivere in una società dove questi sentimenti negativi trovino meno spazio nell’animo umano, sicuramente ci sarebbero meno detenuti ma, ancor più importante, meno vittime. Un’utopia? Può darsi, personalmente confido che le nuove generazioni siano più intelligenti e sensibili delle precedenti, riuscendo a ridurre odio, rabbie e rancori.

Insomma, questi incontri non sono stati affatto banali, ma improntati a far sì che ognuno si potesse costruire una propria opinione: gli studenti, da una parte si sono trovati davanti al racconto di scelte pesantemente sbagliate, da evitare con tutte le forze, dall’altra i detenuti hanno un po’ imparato “a dialogare” anche con il proprio passato.

Per quanto riguarda noi, sicuramente come detenuti non abbiamo la moralità adatta ad impartire lezioni, è certo però che questi incontri ci offrono la possibilità di metterci a disposizione delle nuove generazioni, perché si rendano conto di cos’è un carcere e chi sono i suoi occupanti. Raccontando i nostri errori forse evitiamo loro di caderci dentro, e se così fosse potremmo pensare di aver fatto qualcosa di utile e anche, perché no?, di molto gratificante.

 

Piano piano, senza accorgermene, stavo cadendo sempre più in basso

di Andrea A.


Con gli psicologi con i quali ho avuto a che fare in questi anni, quando si è trattato di “analizzare” i motivi che mi hanno portato in carcere si è quasi sempre iniziato a prendere in considerazione il mio passato partendo dall’adolescenza. Sembrava fosse sufficiente analizzare la mia vita a partire dai miei 15, 16, e lì sembrava che la mia esistenza avesse subito il deragliamento più significativo, quando tutto sommato ero ancora solo un bambino, ma credevo di essere già grande e per una serie di motivi ho fatto le scelte più sbagliate che un ragazzino di quell’età possa fare. In questi anni ho avuto modo di riflettere molto su quello che sono stato e su ciò che fatto dall’età “della ragione” in poi, e mi sono accorto che in realtà un primo piccolo, ma significativo deviamento è iniziato quando ancora non avevo 16 anni e le mie prime scelte sbagliate in realtà le ho fatte quando avevo solo 11 o 12 anni al massimo.

Sono cresciuto in un paesino di provincia che contava non più di quattromila abitanti e quasi tutti i ragazzi del posto, dagli undicenni ai diciottenni, si riunivano nell’unica piazza del paese. Io guardavo con ammirazione i ragazzi più grandi che viaggiavano con motorini, moto, macchine e avevano le ragazze più belle della zona, mi sembrava di non aver niente da spartire con i ragazzini della mia età e volevo fare in modo di avere con quei ragazzi più grandi un punto di incontro. Ma considerando che la bicicletta poteva essere il mio unico mezzo di trasporto e che quelle belle ragazze non aspiravano certo ad avvicinare un ragazzino di quell’età, mi convinsi che l’unico modo che avevo per attirare la loro attenzione fosse tentare di fare quello che facevano loro.

Le prime sigarette le ho comperate a 12 anni e ricordo bene la mia grande soddisfazione nell’estrarre il pacchetto dalla tasca nel momento in cui qualcuno dei ragazzi più grandi si trovava sprovvisto delle Marlboro, e io ero subito pronto ad offrirgliene una. Così avevo qualcosa da condividere con loro.

Se fumare fa male alla salute a qualsiasi età, iniziare a farlo a quell’età comporta anche un sacco di altre controindicazioni e non solo fisiche. A 12 anni dovevo assolutamente fare in modo che non si sapesse in giro, o meglio, che non lo sapessero i miei famigliari e tutte quelle persone che, sapendolo, sarebbero andate a riferirlo ai miei genitori. Per cui ogni volta bisognava trovare un posto lontano da occhi indiscreti prima di accendere la sigaretta, un posto per nascondere il pacchetto di sigarette, che non potevo certo portare casa, e dovevo stare attento a non puzzare di fumo. E poi, quando le cicche diventarono un vizio, iniziò pure ad esserci il problema dei soldi, perché la paghetta di un ragazzino di quell’età non era certo sufficiente per mantenere un vizio del genere. Per cui pian piano è iniziata una sorta di doppia esistenza, quella del bravo ragazzino che si presentava a casa e a scuola con la faccia pulita, e quella del ragazzo costretto a raccontar balle per uscire di casa mezz’ora in più, per fumarsi una sigaretta con gli “amici” più grandi e per avere qualche soldo in più per acquistare le Marlboro.

Ecco, potrebbe anche non sembrare, ma secondo me è lì che si sono messe le prime basi per il deragliamento che sarebbe accaduto solo qualche anno più tardi, quando per una serie di coincidenze ho portato alle labbra la mia prima canna. Ricordo bene di quando vedevo gli altri ragazzi fumare gli spinelli ed ero convinto che io quelle cose non le avrei mai fatte. Sì, ero cresciuto, e non avevo certo più bisogno di imitare il comportamento degli altri per cercare di essere accettato dal gruppo.

All’epoca, sebbene ci si ritrovasse sempre nella stessa piazza, del solito paese, con le medesime persone, io avevo comunque la mia compagnia di coetanei con i quali condividevo gran parte del tempo. Nel frattempo anche qualche altro mio amico della mia età aveva iniziato a fumare, però eravamo fermi nelle nostre convinzioni e rifiutavamo a priori l’idea di provare a fumare qualcosa di diverso dal semplice tabacco.

Avevo 16 anni quando per la prima volta ho portato alla bocca uno spinello. In compagnia succedeva spesso che qualcuno rullasse una canna e poi la passasse, e non era certo la prima volta che una sigaretta “taroccata” mi passava sotto il naso. A volte me la passavano solo perché a mia volta la passassi a quello che stava dopo di me. Spesso mi sono chiesto cosa si provasse a fumare quella roba, ma non avevo mai ceduto alla curiosità e avevo sempre rifiutato di provare. Quella sera però andò diversamente e prima di passare la canna a quello che stava dopo di me feci un paio di aspirate. Non sentii niente. Proprio come fumare una sigaretta, tanto che mi chiesi come mai i miei amici ci tenessero così tanto a buttare i soldi in quella roba. Passarono mesi e mesi prima che i miei polmoni accogliessero nuovamente il fumo denso dell’hascisc. Era la mia seconda volta e, diversamente da quello che era successo qualche mese prima, dopo aver passato lo spinello a quello che stava dopo di me, iniziai a sentire quelle che sembravano essere delle belle sensazioni.

Da quel giorno tutte le volte che mi passavano una canna non era più solo per passarla a qualcun altro…

Con gli amici si comprava un po’ di fumo ogni tanto, per passare una serata diversa… allora succedeva due o tre volte al mese. Poi, col passare del tempo iniziammo a fumare con cadenze precise, prima tutti i sabato. Poi anche le domeniche. Poi venerdì, sabato e domenica. Finché diventò un’abitudine, tanto che in certi periodi fumavo più canne che sigarette. Ogni scusa era buona per andare in piazza, trovare gli amici e rollare una canna. Era diventato un vizio a tutti gli effetti, anche se ero convinto che non lo fosse. In quel periodo, infatti, nella zona c’era una grande disponibilità di fumo e marijuana, e non mi era mai successo di trovarmi senza. Per un certo periodo non passò giorno senza che fumassi almeno quelle due o tre canne, per cui in realtà non potevo nemmeno sapere se sarei riuscito a farne a meno e accontentarmi di accendere una sigaretta invece di una canna.

Allora era nostra abitudine incontrarci la sera nella taverna di un nostro amico, Luca, dove trascorrevamo gran parte delle fredde serate invernali. La taverna era enorme ed era fornita di tutto, si poteva mangiare, guardare la televisione, giocare a carte e organizzare anche qualche festa. Quello era il nostro rifugio e ogni sera ci ritrovavamo là, racimolavamo un po’ di soldi e uno partiva in motorino e andava a prendere il fumo, sempre dal solito tipo, poi tornava ed iniziava la nostra serata “diversa”, anche se ormai erano diventate tutte uguali le nostre serate, tanto che a volte risultavano essere anche particolarmente noiose.

 

Serate colorate dalla felicità artificiale delle droghe chimiche


Una sera Gianni invece di tornare con i soliti tre o quattro grammi di fumo, buttò sul tavolo un sacchettino contenente della polverina marrone chiaro. Disse che il nostro “rifornitore ufficiale” aveva finito il fumo e gli aveva proposto un po’ di eroina. Lui, dopo qualche tentennamento, non so per quale motivo, l’aveva accettato. Eravamo in sei quella sera e in quattro all’inizio rifiutammo subito la nostra parte, sostenendo che quella roba noi non l’avremmo mai toccata. In due, invece, la provarono subito. Uno si fece convincere qualche minuto più tardi e io e altri due cedemmo alla curiosità dopo non più di mezz’ora passata a osservare gli eventuali effetti di quella roba sui nostri amici. Di sei che eravamo in quattro passammo tutta la notte a vomitare. Io sono stato malissimo e ho passato ore ed ore con la testa nel cesso, con lo stomaco sottosopra, mi sembrava di aver buttato fuori dalla bocca anche le budella. Il giorno dopo ero ancora più convinto che quella roba non faceva per me, per cui ero certo che l’avrei sicuramente evitata per il resto della mia vita.

Per mesi e mesi infatti, quando succedeva che il nostro rifornitore ufficiale non avesse fumo da vendere, ci rivolgevamo semplicemente ad altre persone, senza cedere all’offerta dell’eroina buona e fatta bene. Più tardi venni a sapere che i due miei amici, che quella prima sera non erano stati male, come invece eravamo stati male noi, l’avevano usata ancora, e non ci avevano detto niente perché sapevano che a noi non sarebbe interessato.

Arrivò la primavera dei miei 19 anni e in quel periodo iniziavano ad esserci le prime pasticche di ecstasy. La prima volta mi capitò di provarne una in discoteca. Me la passarono e la buttai giù con la stessa disinvoltura che si può avere quando si prende un’aspirina. È vero, non mi resi conto subito di cosa si trattava, avevo bevuto un po’ di più ed ero sicuramente dell’umore giusto per passare un’allegra serata in discoteca. Ma dopo aver preso quella pastiglietta mi sentivo ancora meglio e mi sentivo abbastanza carico da poter andare avanti a far baldoria anche fino a mattina.

Ci furono altre serate colorate dalla felicità artificiale delle droghe chimiche e il boom ci fu nell’estate dello stesso anno, quando il sabato sera si partiva per andare in discoteca a Jesolo e si tornava a casa la domenica pomeriggio, dopo aver passato tutta la notte e metà mattinata a vagare da una discoteca all’altra e per riuscire a rimanere svegli si calavano pastiglie di ecstasy come fossero caramelle.

Durante quelle serate era successo che qualcuno mi offrisse della cocaina per aiutarmi a rimanere sveglio, ma io la rifiutavo quasi con un senso di repulsione. Ero convinto che andasse bene sballarsi ogni tanto, ma non accettavo l’idea di usare quelle “polverine”, perché quelle erano per me le peggiori droghe, le vere droghe, quelle da evitare. Prendevo l’ecstasy e ogni tanto mi calavo anche qualche acido, ma non ero certo un drogato, non ero tossico. Io non avevo niente a che vedere con polverine, siringhe o cannucce varie…

Passata l’estate ricominciammo a trovarci quasi tutte le sere nella taverna del nostro amico Luca. Qualche canna, una videocassetta, una partita a carte, e tra una cazzata e l’altra se ne andava la serata. Era tutto come sempre, le nostre serate passavano nell’attesa che arrivasse la notte che ci avrebbe portato al giorno dopo, quando alle 7 del mattino si doveva essere pronti per andare a lavorare. Tutto come sempre, a volte divertente, a volte noioso da morire, a volte ci sembrava di vivere in una realtà troppo stretta, e a volte, abbandonandoci ai fumi dell’hascisc, sognavamo di andarcene da quel paese che sembrava non avere più niente da offrirci, ma poi ci sembrava anche di non avere i mezzi per far sì che le cose cambiassero, per cui si rullava un’altra canna e si aspettava la mezzanotte, per salutarci e tornare a casa alle nostre tediose esistenze.

Fu in una sera qualunque che successe nuovamente quello che era accaduto mesi addietro: Roberto aprì la porta, si sfilò il giubbotto, non aprì bocca e invece di buttare sul tavolo il solito pezzo di fumo, appoggiò con discrezione e un po’ d’imbarazzo un sacchettino…

Eravamo noi, i soliti sei, e quella volta fummo solo in due a reagire con dissenso. Gli altri quattro non ci misero molto a pulire il piano in vetro del tavolino e arrotolare le diecimila lire da infilare nel naso. Mi ricordai allora delle parole di Gianni, che qualche giorno dopo la “nostra prima volta” mi aveva detto che probabilmente ne avevo fatta troppa in quell’occasione, e forse per quello ero stato così male. Dopo qualche tentennamento gli chiesi di prepararmi una striscia “da non farmi star male”. Con un po’ di timore avvicinai la testa al tavolino, infilai la mia banconota arrotolata nella narice sinistra e aspirai in un solo colpo tutta quella polverina marrone. Per qualche minuto non aprii bocca, quel gusto amaro che mi scendeva in gola mi dava gran fastidio, mi aspettavo da un momento all’altro di essere obbligato a raggiungere il bagno e di dover passare un’altra notte chiuso nel cesso di casa mia. Ma non fu così. Quella volta non vomitai e non passò molto tempo prima che gli effetti si facessero sentire. Una sensazione mai provata prima, una cosa indescrivibile, niente che avesse a che fare con lo sballo del fumo. La notte la passai dormendo e la mattina dopo mi svegliai nelle stesse condizioni in cui mi trovavo la sera precedente. Quella volta mi era piaciuto e da quel giorno cadde anche il tabù delle polverine. E, considerando che erano sempre quelle le persone che frequentavo, non passò molto tempo prima che tutti assieme si decidesse volontariamente di acquistare dell’eroina, invece del solito e ormai vecchio fumo. Così, successe quello che accadde con gli spinelli, prima una volta ogni tanto, poi una volta al mese, poi due, poi tre, poi tutte le settimane… Ma mai più di due giorni di seguito, perché ci avevano spiegato che l’eroina se la usavi per più di 3 o 4 giorni di fila, poi stavi male, nel senso che diversamente dalle altre droghe l’astinenza dall’eroina si fa sentire subito anche fisicamente, dopo 10-12 ore dall’ultima assunzione iniziano i primi malesseri fisici, che si manifestano con sudorazione fredda, lievi spasmi muscolari, un po’ di mal di schiena, a volte diarrea... e poi aumentano diventando dolori atroci.

 

Le prime volte che usammo l’eroina, ne avevamo ancora paura


Per diverso tempo noi la usammo ma avendone anche paura, per cui non esageravamo mai e ne acquistavamo solo il necessario per una o al massimo due serate. Finché successe che cambiò il nostro rifornitore ufficiale e il nuovo pusher con gli stessi soldi ce ne dava molta di più, tanto che fatte le due serate di venerdì e sabato, ce ne rimase anche per la domenica… Il lunedì mattina eravamo tutti presi con le bombe, e nessuno di noi ebbe la forza per andare a lavorare. Stavamo male e riuscimmo a convincere i nostri genitori che si trattava solo di un po’ di malessere, probabilmente causato da qualche cosa che avevamo mangiato o bevuto il giorno prima. Sapevamo che quelli erano i primi sintomi dell’astinenza e non c’impiegammo tanto per telefonarci e metterci d’accordo per recuperare in fretta un po’ di roba. C’andai io quella volta e le mie intenzioni erano di prenderne un po’ per riuscire a passare la giornata, giusto per non stare male, non per sballare, per poi aspettare i primi sintomi dell’astinenza successiva e assumerne ancora un po’… in pratica ero convinto che una “terapia a scalare” fosse il metodo migliore per levarsela di torno. Ma non andò così e da quel giorno iniziai ad usarla tutti i giorni, più volte al giorno.

Passò qualche mese, nel frattempo avevo conosciuto una ragazza “regolare” che non sapeva niente della mia dipendenza. Mi facevo di nascosto e avevo anche iniziato ad allontanarmi dal gruppo dei miei amici, perché un po’ alla volta il gruppo si era disgregato e sembrava che quasi tutti loro fossero riusciti, chi prima chi dopo, ad allontanare l’eroina dalla loro esistenza. Io avevo cambiato lavoro e avevo trovato un posto come cameriere in un hotel lontano da casa, avevo chiesto al direttore una stanza, e là mi trasferii. La ragazza, Roberta, abitava a poche centinai di metri dall’hotel dove lavoravo e vivevo. A casa dai miei c’andavo al massimo una volta a settimana, per qualche ora, giusto per un saluto. Ogni tanto passavo anche a salutare i miei vecchi amici e sembrava che per tutti loro le cose si fossero sistemate, andavamo a bere qualcosa assieme, ci si fumava una canna e ai loro occhi anch’io facevo credere di non aver più niente a che vedere con la roba. Poi tornavo in città e andavo prendermela e da solo, nel chiuso della stanza d’albergo, me la iniettavo. Per diverso tempo riuscii a tener nascosta a tutti la mia dipendenza: finito il lavoro, uscivo con la mia ragazza e una volta che l’avevo riportata a casa, che fossero le dieci, le undici o l’una di notte, partivo e andavo a prendermi la roba per il giorno dopo.

Per un periodo riuscii a gestire la situazione, nel senso che ero puntuale a tutti i miei impegni, lavorativi o affettivi, per cui nessuno avrebbe potuto sospettare qualcosa di strano. Anche economicamente riuscivo a cavarmela, ero costretto a rinunciare ad una birra o al cinema, ma alla fine del mese c’arrivavo.

Piano piano però, senza accorgermene stavo cadendo sempre più in basso. Quella dose quotidiana non mi serviva per sballare, ma solo per essere “normale”, per riuscire a lavorare e condurre un’esistenza ordinaria. Dovevo evitare l’astinenza, della quale avevo una gran paura. Non ne avevo ancora passata una, di astinenza vera e propria, ma avevo visto gente soffrire come cani randagi, e sapevo che quella che avevo provato io una volta era solo l’assaggio della vera e propria astinenza. Più il tempo passava e più la necessità di dosi maggiori e più frequenti aumentava. Questo mi portò ad essere sempre meno presente nella mia vita. Prima non mi sarei mai sognato di arrivare in ritardo al lavoro o di chiedere un’ora di permesso, o di non farmi vedere dalla mia ragazza per giorni interi, ma pian piano l’eroina era diventata un priorità assoluta, e lei veniva prima di qualsiasi altra cosa, lavoro, famiglia, affetti, amici…

Un giorno arrestarono il mio rifornitore ufficiale e fui costretto a rivolgermi ad altra gente, ragazzi che passavano gran parte della giornata in strada, a spacciare, a bivaccare tra le panchine del parco. Persone che dallo spaccio dovevano ricavarsi da vivere, oltre che le loro dosi quotidiane. Per cui con gli stessi soldi mi davano una quantità minore di roba, e anche più scadente. All’inizio mi lamentavo con loro e rifiutavo di comprarla. Ma ero io ad aver bisogno di loro, per cui ero io a cercarli, e se non mi andava bene, invece di lamentarmi avrei solo dovuto andare da un’altra parte. Ma non conoscevo ancora bene l’ambiente, per cui ero costretto a rivolgermi a loro.

I soldi non mi bastavano più e il deragliamento della mia esistenza era ormai inarrestabile. Ancora per un po’ di tempo riuscii a tenere saldi i pezzi della mia vita. Quando mi servivano soldi li chiedevo in prestito ai miei fratelli o alle persone che fino a quel momento si fidavano di me e mai avrebbero pensato che mi sarebbero serviti per quello scopo, e soprattutto mai si sarebbero aspettati di non rivederli mai più.

 

La mia vita era diventata una doppia esistenza


Da tempo ormai la mia era una doppia esistenza, dovevo lottare, raccontare bugie, ingannare tutti per riuscire a portare avanti le due facce di quella stessa vita, da una parte all’apparenza normale, e dall’altra costretto a mantenere contatti con ambienti degradati e degradanti dove gli unici valori conosciuti erano quelli strettamente legati alla droga, ai soldi e all’illegalità. Passavo sempre più tempo in quegli ambienti e pian piano ero diventato anch’io uno di “loro”. Ero interessato solo ad avere la roba… di conseguenza, ero interessato principalmente ad avere i soldi per comprarla…

Un giorno un amico di famiglia mi vide, strafatto, seduto su una panchina del parco. Il giorno dopo i miei genitori vennero a prendermi di peso sul posto di lavoro e mi riportarono a casa, per curarmi. Non avevano la più pallida idea di come affrontare il problema ed erano convinti che fosse sufficiente rivolgersi ad un medico, farsi fare una ricetta, seguire la terapia giusta e il problema sarebbe stato risolto.

Purtroppo debellare la dipendenza da una sostanza come l’eroina non è un problema che si risolve così facilmente. I miei genitori seguirono le istruzioni di un esperto del Ser.T. Da un momento all’altro io mi ritrovai praticamente costretto agli arresti domiciliari: senza lavoro, senza macchina, senza ragazza (che mi lasciò appena compresa la situazione), privato totalmente della mia indipendenza, ma soprattutto ero privato dell’eroina, che purtroppo in quel periodo era la cosa più importante per me.

Avevo solo 21 anni e sino a quel momento quello fu in assoluto il periodo più brutto della mia esistenza. L’astinenza fisica era una cosa insopportabile, mi procurava dei dolori atroci, c’erano momenti in cui non riuscivo nemmeno a stare in piedi, e parlavo a fatica. La temperatura corporea cambiava totalmente da un momento all’altro. Era estate e in certi momenti ero costretto a coprirmi con due o tre coperte, poi d’un tratto buttavo tutto all’aria. Non dormivo, ero esasperato e in uno stato mentale assurdo, indefinibile… e sapevo che l’unica cosa che mi avrebbe fatto stare meglio era la roba e odiavo profondamente tutte quelle persone che mi impedivano di averla. Pensavo solo al modo per scappare al controllo dei miei e andare a procurami la roba. A volte riuscivo a sottrarmi al loro controllo e arrivavo a procurarmela, scappando di casa, o con una telefonata facevo venire il tipo sotto casa… Non me ne importava più niente della vita, né della mia, né tantomeno di quella degli altri. Ero convinto di aver vissuto già abbastanza ed ero pronto a tutto purché quelle sofferenze finissero. Di quello che sarebbe successo un’ora o un giorno dopo, me ne fregavo altamente… In quei momenti sarebbe potuto succedere veramente di tutto. Di tutto… E infatti, fu proprio in quel periodo che, sottrattomi al controllo dei miei famigliari, scappai di casa e finii per commettere il reato per il quale oggi sto ancora pagando. Uccisi una persona, che non c’entrava niente con la mia esistenza, che non aveva assolutamente alcuna colpa.

Non mi sembra il caso in questo momento di raccontare altri particolari collegati a quei fatti, so solo che, pur trovandomi in uno stato mentale assurdo, mi resi conto quasi subito della drammaticità dell’accaduto. Cercai di scappare e di sottrarmi così alle mie responsabilità, ma quello era un peso troppo grande, una cosa enorme, un macigno che non sarei riuscito a portare… Per qualche giorno girovagai sperduto per le strade della provincia, sino al momento in cui fui fermato e costretto a rispondere delle mie azioni…

I miei famigliari, purtroppo, dopo aver combattuto con me e per me per riuscire a tirarmi fuori dalla droga, alle 7 del mattino di un giorno qualunque furono travolti dalle parole di un carabiniere che dava loro la tragica notizia. Non credo sia quantificabile il loro dolore, non so neppure dove la mia famiglia abbia trovato il coraggio e la forza di reagire. Forse fu proprio l’unione a dar loro le energie per opporsi ad un dolore così grande. Nonostante tutto, tre giorni dopo il mio arresto, mio fratello maggiore venne a trovarmi in carcere e si occupò sin da subito di ogni questione, sia legale che umana.

L’impatto con la galera non fu facile, né per me, né per loro. Nella sala colloqui del carcere di Padova ho visto piangere per la prima volta nella mia vita mio padre.

Tutto ciò che era successo era una cosa inconcepibile, incomprensibile. Ricordo le ore passate in silenzio in quella sala colloqui con l’eco di quelle domande che non riuscivano a trovare risposte. Ricordo lo sguardo di mio padre e quello che quegli occhi riuscivano a comunicarmi…

Erano tante le cose da chiarire e da capire, e non solo per loro, ma anche per me che, dopo una prima fase “narcotizzante”, iniziai a farmi una gran quantità di domande. Non riuscivo a capire come era potuto succedere. Una cosa era certa, però, anche se a volte avevo l’impressione di aver vissuto in un film, ero comunque consapevole del male causato e conscio del fatto che essere incarcerato, di tutta quella storia, era solo la parte marginale, la cosa minore che potesse succedermi. Tanto che per diverso tempo ho vissuto con passività tutto ciò che mi accadeva attorno ed ho accettato in silenzio qualsiasi cosa mi fosse imposta e inflitta (interrogatori, processi, condanne).

Ho passato ore, giorni, settimane, mesi e poi anni a chiedermi come fosse stato possibile per me arrivare a tanto, ed era difficile riuscire ad accettare l’idea che quello che aveva compiuto quel terribile gesto ero proprio io. Io, che in vita mia non avevo nemmeno mai fatto a botte con i compagni di giochi o di scuola. Io, che quando vedevo un animale maltrattato mi opponevo per difendere i suoi diritti di essere vivente. Io, che ho sempre rifiutato ogni forma di violenza.

 

 

 

 

 


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