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Bonafede è salvo ma ridimensionato: "Ora scelte condivise" PDF Stampa
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di Claudia Fusani


Il Riformista, 22 maggio 2020

 

Missione compiuta. Il Senato ha salvato il soldato Bonafede rimasto prigioniero nella palude amica del giustizialismo. Le truppe alleate sono intervenute, i senatori di Italia Viva lo hanno tecnicamente esfiltrato e lo hanno riportato in salvo. Senza i voti dei renziani Bonafede sarebbe stato sfiduciato e Conte sarebbe già salito al Colle.

Il ministro della Giustizia è però malconcio e commissariato. Se nella prima parte del suo intervento ha rivendicato il suo operato e la sua "anti-mafiosità" buttando la croce su "leggi fatte quando non era al governo", nella seconda ha preso atto di essere ministro di una coalizione e che d'ora in poi, ogni ulteriore passo, sarà "concordato in una Commissione con tutte le anime della maggioranza rispettando due principi fondamentali: il diritto alla difesa e la certezza dei tempi del processo". Finisce così la golden share grillina sulla giustizia. E tutto, a cominciare dalla prescrizione, sarà nuovamente discusso.

Erano due le mozioni di sfiducia individuale: la 230 firmata da Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia molto politica, delle serie facciamo fuori un ministro inadeguato per far fuori tutto il governo; la 235 a prima firma Emma Bonino e a cui hanno aderito pezzi di Forza Italia, i Socialisti e Richetti (Azione di Calenda) molto più di merito e che, presentata domenica, ha fatto oscillare Italia viva. "Come si fa a non votare questo documento?", è stato il tormentone in questi giorni. L'imbarazzo è stato tolto di mezzo dal premier Conte. "Se Bonafede sarà sfiduciato, cade il governo e si va a votare", ha chiarito il premier. Una difesa a testuggine ieri mattina plastica nel banco del governo nell'aula di palazzo Madama dove Bonafede era seduto tra il premier Conte e il capodelegazione Pd nonché ministro dei Beni culturali Dario Franceschini e poi Di Maio, Boccia, Bellanova, Gualtieri.

L'esito non era scontato ma prevedibile. "Se non fosse caduto il governo avrei votato la mozione Bonino", ha confessato il capogruppo di Italia viva Davide Faraone. Il leader di Italia Viva non ha perso una parola dell'intervento di Emma Bonino quando ha accusato Bonafede di "pagare una tangente ideologica al populismo penale" e quando lo ha definito "sintomo e non rimedio della giustizia italiana". Non ha ovviamente perso una parola dell'intervento del ministro, quella prima parte quasi irritante ("io sono l'antimafia"; "il piano di prevenzione nelle carceri ha funzionato"; se i boss sono usciti "lo hanno deciso i giudici di sorveglianza") che è stato però solo lo zucchero per buttare giù il boccone amaro: "D'ora in poi ci sarà una Commissione per monitorare tutte le riforme e il confronto sarà costante, approfondito e di reale collaborazione". È il segnale atteso. Il ramoscello d'ulivo frutto di ore e ore di limature e incontri di cui lo stesso Conte si è fatto garante.

Quanto tocca a Renzi la strada è ormai segnata. "Le mozioni che la sfiduciano - dice il leader di Italia viva - hanno posto questioni vere, non strumentali. Ma non le voteremo perché Conte avrebbe tratto le conseguenze politiche di quel voto. Quando il Presidente del Consiglio parla si rispetta istituzionalmente e si ascolta politicamente, osserviamo quindi la ragion di Stato".

Ciò detto, Renzi non rinuncia a levarsi parecchi sassi dalle scarpe. "La verità è che per tutto quello che è successo lei dovrebbe andare a casa signor ministro, così come chiese di farlo all'onorevole Boschi, Lupi, Guidi, Lotti, all'allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Certe sue posizioni giustizialiste ci hanno fatto male e mai avremmo potuto immaginare una vendetta così perfetta". Ma la politica "non è vendetta" e "la cultura del sospetto è l'anticamera non della verità ma del khomeinismo". Quindi, d'ora in poi, "faccia il ministro della Giustizia e non dei giustizialisti". Renzi ha smentito ogni tipo di baratto con posti al governo. "Noi non vogliamo strapuntini ma sbloccare le opere", ha detto al premier Conte. Più probabile, semmai, che a metà luglio Italia viva possa avere tra Camera e Senato qualche presidente di Commissione di peso ora a guida Lega: Bilancio, Trasporti, Giustizia. Si fanno i nomi di Marattin, Paita, Boschi e Migliore.

Se la durezza di Renzi era nelle cose, Bonafede ha accusato la severità del Pd che chiede "la Fase 2 della giustizia". Franco Mirabelli e Anna Rossomando hanno chiesto "più cultura delle garanzie". Quella della prescrizione e delle intercettazioni sono riforme che non sono piaciute.

E finalmente lo hanno detto pubblicamente. Il voto fotografa la realtà: senza i sedici senatori renziani il governo Conte non ha la maggioranza. La prima mozione ha ottenuto 131 voti a favore e 160 contrari. Maggioranza ancora più risicata (158 voti) per respingere la mozione Bonino.

 

 

 

 

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