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Situazione di sofferenza nelle carceri italiane PDF Stampa
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di Anna Lisa Antonucci


L'Osservatore Romano, 23 maggio 2020

 

Il carcere in Italia è lo specchio del Paese, sempre più anziani, una popolazione detenuta tra le più vecchie d'Europa, dove crescono gli analfabeti, gli stranieri sono in diminuzione e, a differenza di quanto viene sbandierato, commettono reati generalmente meno gravi e vengono condannati a pene meno severe. Un'istituzione, dove si rimane in media più che negli altri Paesi europei, molto costosa perché assorbe 3 degli 8,7 miliardi di euro che nel 2020 l'amministrazione della giustizia costa allo Stato, esclusi i finanziamenti per fronteggiare il coronavirus.

Un costo giornaliero per detenuto che si aggira intorno ai 134,50 euro. Un luogo dove ci si toglie la vita 13,5 volte di più che all'esterno, dove l'anno passato si sono uccise 53 persone e più di un detenuto su quattro è in terapia psichiatrica. Con alcuni record come quello del carcere di Spoleto dove risulta in terapia psichiatrica il 97 per cento dell'intera popolazione detenuta.

Il XVI rapporto annuale dell'associazione Antigone, che si batte per i diritti dei detenuti, fotografa una realtà di sofferenza che in tempi di pandemia ha rischiato di diventare una bomba batteriologica. All'inizio dell'emergenza coronavirus infatti i detenuti nelle carceri italiane erano 61.230 a fronte di una capienza di 50.931 posti, con un tasso di affollamento del 130,4 per cento.

In 25 delle 98 carceri visitate da Antigone nel 2019 non era rispettato il criterio dei 3 mq per detenuto stabilito dalla Corte europea. In 14 istituti le celle ospitavano 5 detenuti ma a Poggioreale, Pozzuoli e Bolzano si arrivava fino a 12 persone per cella. A marzo le misure adottate dal Governo per contrastare la diffusione del virus in carcere hanno permesso di abbassare il tasso di affollamento al 112,2 per cento. I detenuti presenti ad oggi sono 52.679 con una diminuzione di 8.551 persone rispetto a fine febbraio scorso. Le detenzioni domiciliari concesse tra il 18 marzo e il 15 maggio sono state 3.282 e hanno riguardato persone condannate per reati non gravi, con meno di 18 mesi da scontare. Sono stati inoltre 4 i detenuti al 41bis cui è stata concessa la detenzione domiciliare per motivi di salute. Infine sono stati scarcerati 494 reclusi in alta sicurezza di cui 253 erano in attesa di giudizio.

Negli istituti di pena la paura del virus ha causato, all'inizio di marzo, 49 rivolte e 13 morti per ingestione di metadone e avvelenamento da farmaci. Il contagio, invece, ad oggi, ha riguardato 119 detenuti e 162 operatori penitenziari, le vittime sono state 4 tra i detenuti e 4 tra gli operatori (due agenti e due medici). Contagi limitati anche nelle Rems (Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza) con solo una vittima.

"Dunque possiamo dire che, anche grazie al grande lavoro degli operatori penitenziari - ha detto Patrizio Gonnella presidente di Antigone presentando il rapporto - le carceri non si sono trasformate in luoghi di contagio e morte". "Ma la pandemia - ha aggiunto Gonnella - ha evidenziato l'importanza di ridurre i numeri della popolazione detenuta, rivedere i reati punibili, modificare la legge sulla droga che pesa enormemente sul numero dei reclusi (un terzo del totale è in carcere per aver violato la legge sugli stupefacenti), consentire smartphone e collegamenti a distanza per intensificare i rapporti con le famiglie, le attività trattamentali ed educative, dunque investire nelle tecnologie, aumentare l'informazione ai detenuti, migliorare la sanità in carcere, con la presenza di medici e operatori sanitari stabili ed incrementare il personale penitenziario carente sia tra i direttori che tra gli educatori".

 

 

 

 

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