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Carceri, e Covid. "L'errore della mancata trasparenza" PDF Stampa
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di Rosita Rijtano


lavialibera.it, 23 maggio 2020

 

"Se è stato commesso un grave errore nella gestione delle carceri durante l'emergenza coronavirus, si tratta della mancanza di trasparenza. Ancora una volta gli istituti penitenziari si sono rivelati carenti nel fornire informazioni".

Michele Miravalle, coordinatore nazionale dell'Osservatorio sulle condizioni detentive di Antigone, traccia il bilancio di questi mesi in occasione del nuovo report dell'associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale. Un dossier che fornisce un quadro delle condizioni degli istituti di pena italiani, sempre più sovraffollati, insalubri nonché over 60, e mette nero su bianco le carenze che ci sono state nel far fronte alla pandemia.

Prima di tutto, familiari e detenuti non sono stati informati su quanto stava accadendo rispettivamente all'interno e all'esterno delle carceri in modo adeguato. Poi è mancata chiarezza sulla controversa lista dei 498 detenuti al 41bis o in alta sicurezza a cui sono stati concessi i domiciliari per motivi di salute. Un'opacità che ha dato adito alla "falsa idea di una scarcerazione di massa dei boss della criminalità organizzata con il pretesto del Covid", spiega Miravalle.

E a cui, dati alla mano, ha corrisposto un'inversione di tendenza. Perché se in virtù delle misure adottate nel decreto Cura Italia per liberare spazi e tutelare le persone più a rischio, da marzo ad aprile la popolazione carceraria è scesa in media di 158 persone al dì, da aprile a maggio - ossia dopo le polemiche - il calo è stato di 77,3 persone al giorno: meno della metà di prima. Con il risultato che il tasso di affollamento medio delle carceri non è andato al di sotto del 107 per cento.

Assenza di informazioni e rivolte - Quella dell'emergenza coronavirus nelle carceri sembra una storia punteggiata da omissis. Il primo riguarda detenuti e parenti e risale allo scorso otto marzo, quando è stata stabilita la sospensione dei colloqui di persona all'interno degli istituti penitenziari. Una decisione presa per prevenire i contagi e che tuttavia, stando a quanto si legge nel report di Antigone, sarebbe stato previdente accompagnare "al contempo" da una serie di altre disposizioni: la comunicazione ai detenuti di quello che stava succedendo, sia fuori sia dentro, l'aumento della frequenza e della durata di telefonate e videochiamate, l'invio in detenzione domiciliare o in liberazione anticipata dei tanti a cui restavano pochi mesi da scontare.

"Alcune di queste cose sono state fatte, ma tardi", scrive Claudio Paterniti. Lo confermano i messaggi che l'associazione ha ricevuto in questi mesi da parte di madri, padri, sorelle, fratelli, mogli e mariti di detenuti preoccupati: "Vi chiediamo aiuto, in una cella ce ne sono 6-7, ognuno di loro soffre di una patologia grave. Se il virus dovesse entrare lì come si risolve?", ha domandato la compagna di uno di loro. "Mio marito prima di essere un detenuto è padre di 2 figli piccoli, che non vede da oltre un mese e che non vedrà per ancora molto tempo", fa eco un'altra.

"Mio fratello da una settimana si trova in isolamento in infermeria con la febbre alta, tosse, dolori e senso di vomito. Da quattro giorni non mangia. Ha appena chiamato al telefono e piangendo ci ha chiesto di aiutarlo. Da ieri pomeriggio nessuno gli misura la febbre", ha scritto una sorella.

"Ne sono arrivati circa 400: una mole enorme che in genere siamo abituati a gestire in un anno e che dimostra quanto sia stata carente l'informazione", precisa Miravalle. "Basti pensare che l'unico argine all'assenza di notizie sul numero di contagi e decessi è stato il Garante dei detenuti, Mauro Palma. Tra i familiari, che soffrono la pena al pari dei detenuti, si è spesso scatenato un panico genuino".

Non a caso, secondo Miravalle, le carceri dove sono esplose le rivolte più violente sono state quelle in cui "nessuno si era preso la briga di spiegare quanto stava avvenendo, nonostante la circolare del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria avesse prescritto il dialogo".

Il caso Modena - Un esempio citato è quello del Sant'Anna di Modena che scopriamo essere un carcere segnato da profondi problemi strutturali "con un rilevante sovraffollamento, la presenza di una popolazione reclusa in condizioni di estrema marginalità sociale ed economica", e di cui circa il 30 per cento ha problemi di tossicodipendenza.

Nell'istituto penitenziario modenese si trovavano nove dei tredici detenuti deceduti a seguito dei tafferugli, anche se quattro di loro sono morti dopo essere stati trasferiti in istituti di pena a oltre duecento chilometri di distanza. Secondo le prime ricostruzioni ufficiali, la causa sarebbe stata overdose da metadone (un farmaco utilizzato nella terapia di sostituzione da eroina), o da altri farmaci, presi durante il saccheggio delle infermerie degli istituti penitenziari.

"La più grande morte collettiva avvenuta negli ultimi trent'anni - prosegue Miravalle. L'episodio ha scoperchiato l'enorme tema irrisolto della tossicodipendenza in carcere e lasciato sospesi molti interrogativi: se i detenuti trasferiti sono morti per overdose, come è stato gestito il trasferimento? C'era un medico con loro? Ci si è fermati prima in un pronto soccorso e, se no, perché? Anche in questo caso c'è stata una mancata trasparenza".

Il secondo grande omissis riguarda l'elenco dei "boss scarcerati" che non solo ha scatenato polemiche costate le dimissioni a Francesco Basentini, ex capo del Dipartimento di amministrazione penitenziaria, e su cui il pentastellato ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha rischiato la sfiducia, ma ha anche avuto ripercussioni sulle condizioni dei detenuti.

È ormai noto che dei 498 detenuti al 41bis o in alta sicurezza a cui sono stati concessi i domiciliari durante l'emergenza coronavirus solo quattro erano reclusi al 41bis, ovvero lo 0,5 per cento del totale delle persone che al 6 novembre 2019 era al carcere duro, pari a 747 individui (di cui 735 uomini e 12 donne).

Solo una persona proveniva dalla cosiddetta alta sicurezza 1 (l'ergastolano siracusano Antonio Sudato), in cui vengono collocati i detenuti a cui non è stato rinnovato il decreto di applicazione del regime 41bis. Mentre tutti gli altri erano reclusi nei reparti dell'alta sicurezza 3, dove si trovano le persone condannate o accusate di associazione di stampo mafioso, ma anche di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, sequestro a scopo di estorsione, tratta di essere umani, e di alcuni gravi reati sessuali.

"Si tratta di reati che non necessariamente presuppongono l'affiliazione a un'organizzazione mafiosa - precisano gli autori del report -. E anche quando la presuppongono, non in ruoli di vertice". Insomma, non possono essere definiti "boss". Inoltre, la maggior parte di quei provvedimenti (253) riguardava persone detenute "in attesa di giudizio".

Eppure, il polverone ha determinato quello che Miravalle definisce "un mutamento di narrazione repentino". Un cambiamento che ha imposto "il tema della sicurezza su quello della salute" e si riflette in una flessione delle scarcerazioni post polemiche. La conseguenza è il mancato raggiungimento degli obiettivi richiesti dalle associazioni.

Come riferisce il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale sul suo sito istituzionale, il 15 maggio i detenuti presenti erano 52.679: oltre ottomila in meno rispetto a febbraio, ma pur sempre troppi a fronte di una capienza regolamentare che al 30 aprile era di 50.438 posti. Restano critiche situazioni come quelle di Latina con un tasso di sovraffollamento medio del 179,2 per cento, Taranto (187,6 per cento) o Larino (194,7 per cento) ed anche nelle regioni più a rischio ci sono carceri come Como (161,4 per cento), Pordenone (156,8 per cento), Vigevano (148,7 per cento), Busto Arsizio (148,3 per cento) o Tolmezzo (148,3 per cento) che "destano ancora grande preoccupazione".

Una questione non di poco conto considerato che in 25 delle 98 carceri visitate da Antigone nel 2019 sono state trovate celle in cui non era rispettato il criterio dei tre metri quadri per detenuto. In 45 c'erano celle senza acqua calda per lavarsi e in 52, ben più del 50 per cento, c'erano celle senza doccia, cosa che costringe i detenuti a usare docce comuni. Inoltre, in otto istituti tra quelli visitati c'erano celle in cui il wc era a vista, anziché in un ambiente separato.

Condizioni di igiene precarie che costituiscono l'ambiente ideale per la diffusione del coronavirus. A ciò si aggiunge che alla fine del 2019 le persone con più di 40 anni erano oltre il 50 per cento, mentre la percentuale di quelle con più di 60 anni è più che raddoppiata rispetto al 2009, passando dal 4,1 all'8,6 per cento. "Tutti problemi che il coronavirus ha messo in luce, da cui dovremmo imparare", conclude Miravalle.

 

 

 

 

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