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Sui presunti piani di rivolte all'interno delle carceri italiane PDF Stampa
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di Enrico Sbriglia


Il Riformista, 23 maggio 2020

 

Mentre il mondo dell'informazione sembra voler mostrare interesse su cosa accaduto in marzo nelle nostre carceri, non sembra però in grado di raccogliere informazioni dagli stessi operatori penitenziari, cioè da quanti hanno, concretamente, fronteggiato la pandemia delle proteste dei detenuti, rivolgendosi innanzi tutto ai direttori degli istituti.

La spiegazione è forse dovuta al fatto che da anni a questi dirigenti dello Stato è fatto divieto di comunicare d'iniziativa o su domanda con il mondo dell'informazione, dovendo essere previamente autorizzati.

Questo però non sembra che accada nelle altre amministrazioni "securitarie", dove con profuso di conferenze stampa si descriveranno le vicende, consentendo all'opinione pubblica il diritto alla conoscenza.

Il persistere del bavaglio, però, favorisce il formarsi di pericolose opacità.

La poca chiarezza alimenta il senso di insicurezza nella collettività, esaltandone le paure, offrendo ai "bracci violenti della legge", consentendo agli stessi di fomentare il risentimento sociale, nonché di praticare il mantra delle pene esemplari, sempre più ricalco della vendetta di Stato, piuttosto che misure equilibrate e rispettose della nostra Carta, che auspica il recupero delle persone detenute ed esige che le pene non possano consistere in trattamenti contrari al senso di umanità.

Infilare il sasso in bocca ai dirigenti penitenziari potrebbe pure essere un'azione intesa come astuta modalità di sviamento delle responsabilità politiche e di alta amministrazione, evitando il rischio che si sappiano, con obiettività, fatti e circostanze semmai perfette conseguenze di gravi deficit decisionali governativi, dimostrevoli di una reiterata scarsezza di competenza, aggravata dalla miseria di risorse umane e strumentali disponibili.

Uguale bavaglio è pure condiviso con i livelli dirigenziali più elevati, provenienti dalla stessa carriera dei direttori e non da quelle extra-moenia dei magistrati, per cui anche i Provveditori Regionali Penitenziari, responsabili del coordinamento delle attività amministrative delle carceri in vaste aree geografiche, nonché dirigenti generali dello Stato, non potranno interloquire con gli organi dell'informazione.

È pur vero che le OO.SS. della Polizia Penitenziaria, attraverso i loro comunicati, parzialmente compensano il vulnus della conoscenza pubblica, ma altro sarebbe se le informazioni fossero frutto delle dichiarazioni ufficiali di un Direttore o un Provveditore: in molti non dormirebbero sonni tranquilli, pertanto il pericolo di una informazione fastidiosa andrà assolutamente tombato.

Che si sappia poco o male del carcere lo si può ricavare anche dall'ignoranza, palese, che pure importanti organi istituzionali mostrano allorquando si riferiscano ad esso.

In questi giorni di dialettica parlamentare, spesso si è sbagliato perfino nel tradurre l'acronimo del Dap (Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria), ribattezzato come Dipartimento degli Affari Penitenziari, confuso, forse, con altri pensieri di poltrone ministeriali; così come ancora si insiste nell'indicare il Ministero quale di "Grazia e Giustizia", dimenticando che la Grazia è stata da decenni depennata, perché propria delle attribuzioni del Presidente della Repubblica: ma sono evidentemente dettagli che non interessano taluni neo-legislatori; la pertinenza dei termini è dettaglio superfluo di fronte alla figata del tele-processo e all'auspicata realizzazione di mega-carceri, per migliaia di detenuti (vedasi il costruendo carcere di Nola), allo scopo di ridurne i costi di funzionamento, per quanto le norme penitenziarie, su cui sorvolare, indichino il perfetto contrario.

Da fonti autorevoli è stata insinuata la circostanza che le rivolte scoppiate nel marzo scorso sarebbero state ordite dalle criminalità organizzate; inducendo l'opinione pubblica che potesse essere un messaggio rivolto verso chi intendesse semmai inasprire il regime detentivo dell'alta sicurezza e del 41bis.

Si è pure dubitato sulla obiettività di quanti, giudici, con le proprie decisioni, avessero consentito, esclusivamente per motivi di salute, la possibilità ai detenuti di fruire di misure diverse dal carcere, di fatto inducendo, senza dirlo, che i provvedimenti non costituissero l'esito di una seria disamina.

Da qui, di tutta fretta, l'imporsi di un pre-controllo da parte della Procura Nazionale Antimafia e delle Procure distrettuali sull'operato di altri magistrati.

I detenuti beneficiari dei provvedimenti politicamente contestati, quindi facendo strame dell'indipendenza ed autonomia del giudice, sarebbero state oltre 400, forse, di cui alcuni, tre, quattro, boh ! del circuito del 41bis, quello definito inopportunamente, anche da molti procuratori e loro sostituti, come "carcere duro", favorendo così il rischio di ulteriori contenziosi innanzi alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, perché tale "durezza carceraria" risulterebbe in evidente contrasto con i principi informatori delle regole penitenziarie europee, oltre che della nostra Carta Costituzionale la quale, per inciso, non lo contemplava neanche nei tempi del Fascismo: nomen omen, sarebbe opportuno ricordarselo!

Ma, in fondo, siamo anche lo Stato che appella i Presidenti delle Giunte Regionali quali Governatori, benché tale "qualifica" non sia immaginata dalla Costituzione né prevista dalle leggi ordinarie finora emanate.

È però il momento di fare alcune considerazioni. Perché, partendo da un altro punto di vista, non potrebbe affermarsi che buona parte se non tutte le manifestazioni di protesta e le rivolte nelle carceri siano state la prevedibile conseguenza, la perfetta reazione o tempesta, conseguente all'applicazione, all'incirca nelle stesse ore e giornate, di disposizioni promanate dagli organi di governo i quali, nello spregio del buon senso e del diritto, comprimevano in modo disumano, percepito come provocatorio dall'uomo in gabbia, quel nugolo di diritti riconosciuti in capo ai detenuti (ed ai loro familiari), per cui una reazione, dentro e fuori le carceri, sarebbe stata d'attendersi?

Era corretto, con atto d'imperio unilaterale, senza temerne conseguenze anche tragiche, vietare e/o limitare i colloqui visivi ai detenuti, in particolare quelli con i familiari, indifferenti al fatto che numerosi di quest'ultimi si sobbarcassero sacrifici pesanti per incontrare, per poche ore, i congiunti ristretti, spesso smistati, come pacchi postali, a causa di provvedimenti di trasferimenti, emessi negli ultimi tempi "a nastro", in carceri anche lontanissime dai luoghi di origine e di residenza, trasportando semmai pure bambini, genitori anziani e malandati, parenti disabili?

Era "umano" vietare perfino l'ingresso dei minori, dando insignificanza alla responsabilità genitoriale di una madre o un padre che si rechi ai colloqui del parente imprigionato, senza neanche che ci si fosse assicurati di assicurare in contestualmente un'accoglienza protetta e temporanea dei minori, anche al fine di esonerare da ogni responsabilità gli adulti per la durata del colloquio visivo, evitando il rischio che fossero abbandonati per strada? Si poteva, così superficialmente, impedire gli incontri ai detenuti, che vivono l'asperità del carcere, contando i giorni che li separano dai colloqui con i familiari, minacciando un tanto anche per un tempo indeterminato?

Possibile che non se ne comprendesse il significato, intuibile oggi anche da parte dei profani, dopo aver provato Noi tutti, sulla nostra pelle, il lockdown del Covid-19?

È perciò auspicabile che si faccia chiarezza.

Ma anche sulle paure per le scarcerazioni di canuti, ma pare ancora temibili, figuri della criminalità organizzata, occorrono spiegazioni.

Diversi di loro avrebbero, infatti, terminato tra qualche tempo la loro pena; altri, invece, ancora sotto processo, sarebbero stati probabilmente scarcerati in sede di giudizio di cognizione, come le statistiche impongono; ma fermandoci ai condannati, davvero possano considerarsi, a distanza di 20, 30 e passa anni, ancora in grado di esercitare azioni di particolare rilevanza criminale: se dopo tutto il tempo trascorso, in regime del 41bis o quello dell'Alta Sicurezza, sono così pericolosi, l'esame della personalità compiuto dagli specialisti del trattamento e della polizia penitenziaria, e tutto l'insieme, numeroso e costoso, degli apparati di sicurezza esterni, operanti in sede di contrasto, di prevenzione e di intelligence, avrebbero clamorosamente mancato il bersaglio.

Come altrimenti spiegare la preoccupazione verso detenuti di regola anziani ed ammalati, semmai prossimi al giudizio finale, ancorché emeriti criminali? Così certifichiamo che allo Stato non sono bastati decenni di pene detentive e di processi per renderli innocui, mentre nel frattempo si sarebbero pure insediate nuove leve criminali sui territori: è davvero così?

Ma noi mica finanziamo da anni una sicurezza di facciata, un castello di carte bollate e di verbali che fibrilla innanzi al ritorno, in lettiga e con le flebo nelle vene, di delinquenti puniti, almeno, dalla pena naturale del tempo, ma quantomeno questa non incide sulle tasche del contribuente.

E poi, a dirla sommessamente, quale migliore occasione di approfondimento investigativo può esserci dalla possibilità di puntare intelligentemente, usando tutte le tecniche di controllo di cui pur si è fatti sfoggio verso i cittadini comuni, nei tempi del Covid-19, gli occhi allenati e gli apparati tecnologici su un soggetto sì scarcerato ma, comunque, tenuto a soggiornare in luoghi (abitazioni, ospedali, etc.) pre-determinati, non sarebbe questa una ghiotta opportunità per approfondire la conoscenza sull'eventuale mantenimento di reti, connivenze e complicità criminali? Boh, forse sono altre le tecniche ed i misteri delle nuove scienze d'indagine.

E, infine, visto che ci siamo, il Ministro Bonafede espliciti, con chiarezza, su chi sia il dominus della sicurezza in carcere nel caso di rivolte di detenuti. Sì, perché neanche questo, negli ultimi tempi, paradossalmente, risulta ancora definito e le norme, arrugginite, pur presenti, rischiano di essere considerate "liquide".

Nella mia esperienza pluridecennale, come Direttore, non ho mai permesso che altri ingerissero nella gestione della sicurezza in caso di proteste e rivolte, pur chiedendo aiuto alle forze di polizia per il controllo esterno, né mai ho autorizzato che entrassero all'interno delle aree detentive, o prossime alle stesse, agenti muniti di armi da fuoco. Infatti, ove i detenuti avessero avuto, pure per un solo un attimo, il sopravvento perché forti nel numero e semmai facendosi pure scudo con degli ostaggi, avrebbero avuto l'ulteriore vantaggio dell'utilizzo delle armi sottratte.

Ma negli ultimi tempi le cose pare che non siano più così chiare, talché si impone assoluta certezza per le contestuali assunzioni di responsabilità: ai disordini, incendi, devastazioni, non devono aggiungersi ulteriori rischi di interferenze e sovrapposizioni, perché questo può ingenerare soltanto confusioni e morte.

 

 

 

 

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