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Così si affondano aziende e uomini PDF Stampa
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di Sergio D'Elia


Il Riformista, 11 luglio 2020

 

Invece di punire lo Stato intende "prevenire" e in questo modo storce il diritto non garantendo le regole del processo. Dal 2014 al 2018, 2044 imprese sono state raggiunte da interdittiva.

La riabilitazione postuma di Rocco Greco, vittima a un tempo della mafia che lo ha infamato e dello Stato che lo ha "anti-mafiato", se restituisce l'onore all'imprenditore siciliano interdetto dal fare impresa, non cancella la vergogna di un sistema in teoria di prevenzione, di fatto di distruzione di alternative di vita economica, civile e sociale al potere mafioso.

Secondo un rapporto dell'Anac del luglio 2019, sarebbero 2.044 le aziende destinatarie di misure interdittive prefettizie dal 2014 al 2018. Mediamente, ogni santo giorno, 4 interdittive in più e centinaia di posti di lavoro in meno. La crescita è esponenziale e dilaga dal Sud al Nord. Dalle 122 interdittive del 2014 si passa alle 573 del 2018 (370% in più): nel Nord da 31 a 116; nel Centro da 16 a 34; nel Sud da 75 a 423. Dati sottostimati, perché riferiti solo a quelle imprese che nei 5 anni di riferimento hanno partecipato ad appalti pubblici.

Nella lotta alla mafia non vi può essere una terra di mezzo tra il potere criminale e il potere "democratico", tra la mafia che intimidisce e uccide e il suo eguale e contrario, lo Stato che reprime e, soprattutto, "previene". Perché, nella logica contorta, autoreferenziale, dell'accanimento anti-mafioso, prevenire è meglio, perché è peggio che reprimere.

La repressione presuppone che vi sia un rito processuale, un gioco delle parti e regole da rispettare: accusa, difesa, giudice, prove, controprove, sentenze e appelli fino all'ultimo grado di giudizio. Un lusso, quello del "giusto processo", che la lotta alla mafia non si può permettere, soprattutto in uno stato di emergenza. Meglio prevenire. Così il sistema di prevenzione nella lotta alla mafia si è progressivamente sostituito al sistema penale.

Una operazione colossale di vaccinazione obbligatoria e di massa volta a prevenire il contagio mafioso. Nella logica del sospetto che presiede al sistema delle misure interdittive e di prevenzione antimafia, non importa che vi sia prova di un reato specifico, di una partecipazione diretta o di un qualche concorso esterno riconducibili a una associazione mafiosa, è sufficiente che il prefetto intraveda il rischio eventuale o faccia una sua personalissima prognosi di condizionamento o infiltrazione mafiosa in una azienda per decretarne la morte.

Dallo Stato di Diritto allo Stato del Prefetto, questo è avvenuto nel nostro Paese, celebrato come la culla del diritto, divenuto la tomba del diritto. Il potere della prevenzione in capo al prefetto ha effetti salvifici immediati e ultimativi. Luigi Einaudi è stato il primo, dopo di lui anche Marco Pannella, a chiedere l'abolizione dei prefetti, protesi in ogni territorio del potere accentratore e di occupazione manu militari dello Stato, soprattutto nelle regioni del Sud.

Un provvedimento indispensabile e sempre più attuale che i democratici fasulli dello Sato di Diritto e i finti federalisti si guardano bene dal proporre. Dominus assoluto e incontrastato, il Prefetto di fatto decide sulla libertà di fare impresa, sul diritto al lavoro, sulla vita degli imprenditori e dei lavoratori, in definitiva sulla vita del Diritto nel nostro Paese.

Dell'armamentario speciale monumentale della lotta alla mafia costruito a partire dai primi anni Novanta, il potere dei prefetti è risultato quello più "efficace" se il parametro è quello dello stato di emergenza, ma anche quello più distruttivo per chi ha cuore lo Stato di Diritto. Propone e dispone che un Comune sia sciolto per mafia senza contraddittorio e per via di relazioni di commissioni d'accesso da lui istituite. Decide, a sua discrezione, chi sta dentro e chi sta fuori la black-list degli interdetti dal lavoro con la Pubblica Amministrazione.

Si dice: la misura interdittiva è temporanea, puoi ricorrere al Tar e poi al Consiglio di Stato. La realtà è che nella stragrande maggioranza dei casi, se l'azienda lavora solo con la pubblica amministrazione, il provvedimento "provvisorio" è comunque una condanna a morte dell'impresa, un ergastolo bianco che sancisce la sua scomparsa dal mercato e dal consorzio economico, civile, sociale.

Con il provvedimento in atto e, in attesa del Tar e del Consiglio di Stato, sei comunque condannato all'estinzione: non puoi portare a compimento i lavori già assegnati, non puoi partecipare a nuove gare d'appalto. Dopo l'eventuale, improbabile revoca della interdittiva prefettizia, la tua impresa sconta un'ipoteca negativa che graverà per sempre sul tuo nome e il nome della tua azienda: una pena d'infamia, il marchio indelebile con la scritta "interdetto" che segnerà per sempre il tuo nome e il nome della tua azienda. Quel marchio che Rocco Greco, suicidandosi, ha voluto cancellare per sempre, non lasciarlo in eredità ai suoi figli, quale condanna pendente sul loro futuro.

 

 

 

 

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