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Libia, l'escalation militare e l'Italia PDF Stampa
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di Alessandro Orsini


Il Messaggero, 12 luglio 2020

 

L'interesse nazionale dell'Italia nel Mediterraneo è in pericolo. La guerra tra Turchia ed Egitto in Libia, che si profila all'orizzonte, avrebbe un impatto negativo per tutti gli italiani. Ci auguriamo che una simile guerra non scoppi, ma i fatti inducono al pessimismo. Prima di ragionare sul governo Conte, è necessario fornire un resoconto degli eventi importantissimi avvenuti in questi giorni, ponendoli in ordine di successione, per mostrare che sono concatenati nel rapporto di causa-effetto tipico dell'escalation militare.

In primo luogo, il presidente dell'Egitto, al-Sisi, ha invitato l'esercito a prepararsi per una guerra fuori dai confini nazionali. Due giorni dopo, il governo di Tobruk ha richiesto l'intervento dell'Egitto per essere difeso dall'attacco che il governo di Tripoli, sorretto dalla Turchia, sta per sferrare contro Sirte. Erdogan ha risposto inviando a Tripoli il ministro della Difesa, Hulusi Akar, che ha arringato i soldati turchi affinché siano pronti alla guerra con l'Egitto. Due giorni dopo la visita di Hulusi Akar, alcuni caccia Rafale hanno condotto un bombardamento contro la base aerea di al-Watiya, dove la Turchia ha concentrato i propri armamenti.

Nessun governo ha rivendicato il raid aereo. Tuttavia, in Libia, i caccia Rafale sono in dotazione soltanto alla Francia e all'Egitto. Questa rubrica non ha dubbi sul fatto che il bombardamento contro i turchi ad al-Watiya sia stato condotto dai piloti di Macron, da quelli di al-Sisi o da entrambi. Macron è infatti furiosamente schierato contro la penetrazione della Turchia in Libia ed è un alleato di ferro dell'Egitto.

Dopo avere subito l'attacco ad al-Watiya, Erdogan ha inviato a Tripoli l'ammiraglio Adnan Ozbal, comandante della Marina turca, e ha annunciato un'esercitazione militare al largo delle coste libiche per le prove generali della guerra con l'Egitto. L'esercitazione si chiamerà "Naftex" e coinvolgerà 17 aerei e 8 navi da guerra. La ragione è semplice: Sirte si trova sulla costa e, per strapparla al trio Haftar-Macron-al Sisi, Erdogan dovrà combattere in mare.

Proviamo adesso a calcolare una piccola parte dei danni che l'Italia subirebbe a causa di una guerra tra Turchia ed Egitto. Innanzitutto, l'Italia e la Turchia sono alleate. Entrambe difendono il governo di Tripoli. Questa alleanza è stata ribadita tre giorni fa, durante la visita del ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, ad Ankara.

Che il ministro della Difesa italiano si rechi dal ministro della Difesa turco, in un contesto di guerra tra Turchia ed Egitto, dice molto sui rapporti tra Erdogan e Conte. Il problema è che anche i rapporti dell'Italia con l'Egitto sono ottimi, al punto che l'Italia, pochi giorni fa, ha addirittura venduto alcune eccellenti navi da guerra all'Egitto prodotte da Fincantieri.

A meno che non si tratti di una scaramuccia di un giorno, cosa che tendiamo a escludere, una guerra tra Turchia ed Egitto costringerebbe l'Italia a prendere una posizione: o il governo Conte rinuncia alla Turchia o all'Egitto, ma questo è contrario alla logica strategica dell'Italia e, quindi, non va bene. Maggiore è la durata di una guerra, maggiore è il numero di Stati che finisce per essere coinvolto. È facile per l'Italia rimanere neutrale in una guerra di ventiquattro ore tra Egitto e Turchia; molto più difficile in una guerra di un anno.

Arriviamo al punto: la guerra tra l'Egitto e la Turchia non dev'essere combattuta perché è contraria all'interesse dell'Italia. Inoltre, se una guerra turco-egiziana si concludesse con un vincitore netto, anche questo non sarebbe vantaggioso per l'Italia. Una Libia sotto il controllo completo della Turchia, o del blocco Egitto-Francia, costringerebbe l'Italia a un ruolo troppo subalterno rispetto ai vincitori, mentre una Libia divisa in aree di influenza, Tripolitania e Cirenaica, accrescerebbe gli spazi di manovra per l'Italia.

Un equilibrio di questo tipo andrebbe bene nel medio periodo perché lascerebbe all'Italia il tempo di lavorare per recuperare le posizioni perdute in questi anni. L'Italia è un Paese forte quando regna la pace, I suoi commerci e la sua diplomazia scorrono nel sottosuolo come un fiume carsico. La guerra, invece, esclude il governo Conte dalle dinamiche che contano. Siccome l'Italia non può fare niente per la guerra, la guerra non può fare niente per l'Italia. Quando lavora per la pace, l'Italia lavora per sé stessa.

 

 

 

 

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