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L'assassinio di Giulio Regeni chiama in causa tutti noi PDF Stampa
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di Ernesto Galli della Loggia


Corriere della Sera, 12 luglio 2020

 

La partita con l'Egitto sul caso del ricercatore ucciso è stata resa disperata dalla scarsità e debolezza dei mezzi di pressione di cui l'Italia può disporre. Un Paese serio sa dire la verità: principalmente su sé stesso. Non s'illude con infondate speranze, non millanta capacità che non ha e che sa di non avere. Un Paese serio non tratta una vicenda come quella di Giulio Regeni nel modo come l'ha trattata l'Italia, a cominciare dal suo governo per finire con la sua opinione pubblica (stampa compresa, se posso aggiungere).

Che Giulio Regeni - incautamente mandato a svolgere un'inchiesta sul sindacalismo in uno Stato ferocemente dittatoriale come l'Egitto da una sciocca (e vogliamo credere che si sia trattato solo di un caso di superficialità accademica) insegnante di Cambridge - che Giulio Regeni, dicevo, fosse stato trucidato dagli sgherri dei servizi segreti del governo egiziano è stato chiarissimo fin dall'inizio. La ridicola messinscena organizzata dai suddetti servizi di attribuire il suo assassinio a una banda di malfattori puntualmente fatti fuori dagli stessi servizi non ha ingannato nessuno. Anzi: è' stato una sorta di indiretta ma clamorosa ammissione di colpa.

A quel punto però - dopo il primo doveroso richiamo del nostro ambasciatore, destinato naturalmente a non avere alcun esito apprezzabile - a qualunque persona con una minima conoscenza delle cose è apparso chiaro che la partita con il Cairo era una partita disperata. Per due ragioni evidenti. Innanzi tutto perché il potere di Al Sisi, il dittatore egiziano, ha nei servizi segreti un suo piedistallo essenziale.

È solo grazie al loro implacabile e feroce lavoro, infatti, che egli riesce a tenere a bada la vasta opposizione che agita il Paese e in specie quelle dei Fratelli musulmani, la quale altrimenti lo travolgerebbe in un attimo. È dunque impensabile, letteralmente impensabile, che egli possa mai consegnare alla giustizia italiana (e quindi presumibilmente ad anni ed anni di galera) qualcuno dei caspi di quei servizi che lo tengono in piedi. È impensabile che in nome del diritto Al Sisi possa fare questo affronto ai suoi più importanti alleati.

La seconda ragione che fin dal primo momento ha reso disperata la partita dell'Italia con il Cairo è consistita nella scarsità e debolezza dei mezzi di pressione di cui l'Italia stessa può disporre. Detto in altre e più crude parole, è il fatto che noi contiamo troppo poco perché il governo egiziano si senta spinto ad acconsentire alle nostre richieste di giustizia; è il fatto che serve molto di più l'Egitto all'Italia che non l'Italia all'Egitto.

Noi, ad esempio, abbiamo bisogno del ben volere di Al Sisi perché l'Eni possa continuare non solo ad estrarre dal suo Paese l'ingentissima quantità d' idrocarburi e di gas che estrae ogni anno (rispettivamente 129 milioni di barili e 15 miliardi e mezzo di metri cubi), ma anche continuare a svolgere ricerche ancora più promettenti nel Delta del Nilo e altrove.

Davvero possiamo/vogliamo rischiare l'eventuale ritiro delle concessioni? Non mi pare che nessuno lo abbia proposto. È vero che da noi l'Egitto acquista cose importanti come le due fregate di cui si parla in questi giorni. Ma se non gli vendiamo noi le fregate in questione ci sono almeno altri due o tre Paesi, c'è da giurarci, che sono sicuramente pronti a prender il nostro posto.

La verità è che l'Italia ha ben poche vere armi di pressione nei confronti del governo egiziano, e che anzi esiste un'importante ragion di Stato (l'Eni di cui sopra) che invita ad evitare una rottura con l'Egitto. Né in questo momento l'Italia dispone sulla scena internazionale di alleati potenti e volenterosi che possano darle una mano decisiva con il Cairo.

È assai doloroso dirlo, ma che valgono dunque, se le cose stanno così, le invocazioni "Giustizia per Giulio Regeni" e altre analoghe che meritoriamente tante persone per bene non si stancano da anni di elevare verso il governo italiano?

Valgono molto poco, ahimè, dal momento che esse non sono mai state accompagnate dall'indicazione di alcun mezzo concreto capace di mutare la situazione. In tutto questo tempo, insomma, nessuno è stato in grado di indicare che cosa si possa fare realmente per costringere il governo egiziano a rendere giustizia a Giulio Regeni.

Anche la rinnovata richiesta di ritirare il nostro ambasciatore dopo l'ennesimo rifiuta da parte della magistratura egiziana di accogliere le domande italiane, a quale risultato si pensa che possa mai condurre? Nei rapporti tra gli Stati quello che in ultimo conta sono i rapporti di forza: dirlo può essere sgradevole e impopolare, ma è così.

Proprio per quanto ho detto finora, tuttavia, l'Italia ha contratto un enorme debito verso i genitori di Giulio. Come suo cittadino la vita di Giulio Regeni era sotto la protezione della Repubblica, ma questa protezione si è dimostrata impossibile. Proprio perché come Paese non siamo stati e non siamo in grado di ottenere giustizia per la sua morte atroce, e perché siamo anzi costretti a far prevalere la ragion di Stato (una ragion di Stato che torna a vantaggio di noi tutti, non dimentichiamolo) sulle ragioni della giustizia, questa morte chiama in causa direttamente la responsabilità di noi tutti in quanto collettività nazionale.

Alla memoria di Giulio e al dolore della sua famiglia l'Italia deve dunque un risarcimento simbolicamente significativo. È da questa necessità che è nata la mia proposta di intitolare al suo nome una via o una piazza in tutti i comuni della Penisola, a cominciare da quelle dove hanno sede le rappresentanze diplomatiche del governo egiziano.

Assai significativo mi sembrerebbe intitolare sempre al nome di Giulio Regeni un certo numero di borse di studio (magari chiamando l'Eni a contribuire al loro finanziamento) da riservare a giovani ricercatori egiziani desiderosi di venire a specializzarsi in Italia in materie affini a quelle di cui si occupava Giulio. Sarebbe un modo evidente, tra l'altro, per dimostrare che l'Italia sa distinguere bene tra il governo dell'Egitto e il suo popolo.

Si tratta, come si vede, di proposte i banalissimi ma che almeno vogliono dire qualcosa, significano se non altro un impegno collettivo, la volontà da parte del Paese di farsi carico della memoria di un'ingiustizia. Meglio, forse, di proteste inevitabilmente destinate a farsi sempre più rituali, sempre più tenui e a finire in un nulla.

 

 

 

 

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