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La giudice scrive al ragazzo separato dalla mamma: "Se sbagliamo, è in buona fede" PDF Stampa
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di Silvia Ferreri


La Repubblica, 21 novembre 2020

 

Il carteggio tra F., 16 anni, e la magistrata che ha firmato il decreto per consentire al padre, accusato di abusi sessuali sui figli, di incontrarli. "Perché devo vedere chi ci ha fatto del male? A volte penso che mia madre abbia fatto male a denunciare". La risposta: "Decidiamo nella speranza di farvi stare meglio".

Scrive a nome di tutti F., il più grande dei quattro fratelli di Cuneo. Scrive al ministro della giustizia, Alfonso Bonafede pregandolo di rivolgere gli occhi verso la loro vicenda che è diventata un calvario. Il ragazzo sedicenne, insieme alla sorella di 14 anni, a luglio aveva fatto uno sciopero della fame, per chiedere di tornare a casa dalla madre insieme ai suoi fratelli, dopo che un decreto del tribunale dei minori di Piemonte e Val d'Aosta, il 10 luglio, li aveva traferiti coattamente in comunità, con un blitz dei carabinieri che, di mattina presto, mentre i ragazzi erano ancora nei loro letti, erano entrati dalla finestra per impedirgli la fuga. Destinazione, per i più grandi tre comunità differenti, per la piccola una famiglia affidataria.

Una battaglia legale tra i genitori, dopo una separazione consensuale, che comincia nel 2018, quando tre dei quattro bambini raccontano abusi sessuali del padre. La madre denuncia e chiede l'affidamento esclusivo dei figli, ma il tribunale dei minori li colloca prima presso i nonni paterni, poi in comunità tutti divisi. Questo su richiesta del padre, perché i ragazzi smettano di influenzarsi a vicenda e ritrattino finalmente le accuse a lui rivolte, che i suoi legali negano fermamente, per le quali è fissata oggi l'udienza per il rinvio a giudizio.

Come se non bastasse, all'atto del prelevamento coatto, ai più grandi vengono requisiti telefoni e pc, per non comunicare tra loro e con la madre. Facendo trasparire il dubbio che le accuse di abuso siano frutto di condizionamento. Sono passati più di 4 mesi e i ragazzi sono ancora lì. Quattro mesi in cui non hanno mai smesso di chiedere di tornare a casa dalla madre.

Intanto, però, la corte d'Appello il 21 ottobre ha rigettato il ricorso del legale della donna, Domenico Morace, e ha confermato che i bambini debbano restare in comunità e inoltre che debbano riprendere a vedere il padre in incontri protetti. Cosa che i tre più grandi si rifiutano di fare, e si domandano perché debbano essere costretti a incontrarlo.

Lo chiede F. in una lettera che scrive alla giudice onoraria Raffaella Taricco che è parte di quel collegio che ha firmato il primo decreto.

Perché? "Se io e i miei fratelli glielo abbiamo detto in tutte le lingue che non vogliamo più avere a che fare con lui?"

E comincia un carteggio tra il ragazzo e la sua giudice, in cui lei risponde che "ascoltare i minori, non significa poi fare tutte le cose che i ragazzi chiedono o desiderano. (...) Spesso i ragazzi non sanno da soli individuare le scelte migliori per loro, anche se ne sono convinti".

Ma lui, che ha 16 anni, dice di sapere quello che è bene per lui e per i suoi fratelli. E le domanda perché dopo aver subito quello che raccontano di aver subito, "i giudici, gli avvocati, gli assistenti sociali ci stanno infliggendo altro dolore?"

Non si spiegano, loro, nella logica lineare e rigorosa degli adolescenti che la colpevolezza è un fatto di sentenze, non capiscono che il buon senso degli adulti delle volte si perde nelle maglie del diritto. E aggiunge: "Lei dovrebbe prima vedere se è vero ciò che diciamo, e in attesa tenermelo lontano e consolarmi e sostenermi e proteggermi, da lui e dai brutti ricordi". Una riflessione impietosamente pura la sua, su un'istituzione che dei minori dovrebbe essere protettrice ma che finisce per tutelare prima i diritti degli adulti. Che ha perso il principio per cui, in caso di dubbio, il gesto supremo è farsi scudo per il bambino.

Una riflessione alla quale la giudice risponde, apparentemente abbassando la guardia: "Quando i giudici decidono per i ragazzi lo fanno sempre nella speranza e con l'obiettivo di farli stare meglio e risolvere le difficoltà che hanno: non sempre ci riescono e a volte si possono sbagliare come tutti, ma non c'è nessuna cattiva fede".

Ma se errare humanum est, due sentenze non dovrebbero lasciare spazio a dubbi. E lo capisce anche un ragazzo di 16 anni che le risponde. "Mi dice che lavorate in buona fede, e che se sbagliate non c'erano cattive intenzioni. Ma quando la verità verrà fuori lei semplicemente dirà che ha lavorato in buona fede? E tutta la vita schifosa che mi state facendo fare?".

È sufficiente avere buone intenzioni? E poi affonda, alla richiesta della giudice di ricominciare a frequentare la scuola:

"Mi ricorda che noi ragazzi abbiamo diritti e doveri come quello di andare a scuola. E i suoi doveri di tutelare i minori dove sono? Di tutelare mia madre che con coraggio ha denunciato?".

Ed è commovente l'immagine di un ragazzo di 16 anni, metà uomo e metà bambino, che si alza per proteggere sua madre, dalle stesse istituzioni che avrebbero dovuto proteggere lui e lei. Come F. scrive amaro al ministro Bonafede e in copia alla senatrice Valeria Valente, presidente della commissione d'inchiesta per il femminicidio: "A volte penso che sarebbe stato meglio se mia madre non avesse denunciato, o meglio se non avessimo raccontato nulla su nostro padre, perché forse a quest'ora saremmo a casa con la nostra famiglia".

 

 

 

 

 

 

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