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Roma. Nel carcere di Rebibbia i contagiati ospitati in lavanderia PDF Stampa
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di Franco Giubilei


La Stampa, 22 novembre 2020

 

La madre di un detenuto: la situazione peggiora, fatemelo uscire. Una mamma racconta la paura del figlio, condannato ad un anno ma ormai a fine pena: "Il medico passa a visitarli una volta alla settimana" e la sensazione generale è "di abbandono". Nelle carceri italiane cresce il malessere legato alla paura del contagio.

"I detenuti sono abbandonati a loro stessi, bisogna dare voce anche a loro", denuncia Lorena Ruggiero, madre di un ospite del nuovo reparto G8 di Rebibbia, a Roma, teatro qualche giorno fa di una protesta pacifica dei reclusi: molti di loro si sono rifiutati di rientrare nelle loro celle "per problemi legati alla positività al coronavirus", spiega Maurizio Somma del sindacato autonomo di polizia penitenziaria Sappe. La situazione poi si è risolta senza tensioni particolari, ma il malcontento e la preoccupazione per i ritmi di diffusione dell'infezione restano. Ritmi alti, come testimoniato dai dati diffusi ieri dal Garante dei diritti dei detenuti: i positivi nell'ultima settimana sono cresciuti del 28% su scala nazionale e mancano gli spazi dove isolarli all'interno degli istituti.

Il figlio di Lorena Ruggiero ha trent'anni, gli mancano quattro mesi prima di finire di scontare una pena di un anno, condizione che gli permetterebbe di passare quanto gli resta ai domiciliari, come previsto dall'ultimo decreto emanato proprio per allentare la pressione della pandemia sulle carceri (chi ha una pena sotto i diciotto mesi può godere della misura alternativa, ndr). Eppure niente, è ancora a Rebibbia: "Quindici giorni fa abbiamo fatto l'istanza al giudice via mail certificata, ma non abbiamo avuto risposte, allora il nostro avvocato è andato di persona in cancelleria a depositare la cartella per cercare di velocizzare la pratica".

Lo stato delle cose dentro Rebibbia, così come descritto alla madre dal giovane recluso, è problematico: "I detenuti trovati positivi al Covid sono stati messi in isolamento, ma la conseguenza, visto che hanno dovuto sistemarli nella lavanderia del carcere, è che non cambiano più le lenzuola da tre settimane perché non possono più lavarle".

Questo però è solo un effetto collaterale, perché la vera fonte di ansia per ospiti e familiari è il virus e l'efficacia delle contromisure per contenerne la diffusione dietro le sbarre: "Mio figlio ha fatto il tampone tre giorni fa ma non ha ancora avuto risposte, e intanto le persone continuano a restare a contatto fra loro, col rischio che il contagio cresca".

Il medico, aggiunge Ruggiero, "passa a visitarli una volta alla settimana" e la sensazione generale è "di abbandono". Condizione condivisa, fa notare la madre del detenuto, anche dal personale degli istituti, agenti di polizia penitenziare ed educatori. Una nota del Sappe ricorda che "sono positivi al virus 866 poliziotti penitenziari e 758 detenuti, quasi tutti seguiti e gestiti internamente dagli istituti, 70 sono i positivi fra i dipendenti civili. "Probabilmente, se fossero state raccolte le nostre grida di allarme lo scorso gennaio, avremmo potuto fronteggiare l'emergenza con i quantitativi necessari di dispositivi".

 

 

 

 

 

 

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