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Per la responsabilità dei Magistrati PDF Stampa
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di Leonardo Sciascia*


Il Dubbio, 13 gennaio 2021

 

Un rimedio, paradossale quanto si vuole, sarebbe quello di far fare ad ogni magistrato, una volta vinto il concorso, almeno tre giorni di carcere fra i comuni detenuti, e preferibilmente in carceri famigerate come l'Ucciardone. Su questo giornale, discutendo con Pieroni dei mali d'Italia, all'incirca tre mesi fa, la campagna elettorale appena cominciata, mettevo al primo posto le carenze e disfunzioni dell'amministrazione della giustizia.

Speravo - e credevo, e mi aspettavo - che un tal male trovasse priorità programmatica fra quelli che la compagine governativa venuta fuori dalle elezioni dovrebbe e deve affrontare. Ma mi pare sia stato non contemplato, e come accantonato: forse appunto perché si presentava come il più spinoso. Il che non mi pare un buon segno. L'espressione ' rimandare a miglior tempo' non fa davvero al caso. Se si rimanda, si rimanda a peggior tempo. Un simile problema non può trovare nel tempo attenuazione: può soltanto aggravarsi. E si aggraverà se non si trova rimedio.

Mi rivolgo perciò, come cittadino, come amico, come persona che con lui di questo problema si è trovato a parlare con concorde accoramento, al presidente del consiglio: a chiedergli che il problema non venga accantonato, che lo si affronti con serenità, con equilibrio, con criterio. A rassicurare i cittadini, a restituire quella fiducia nella giustizia che si va perdendo, se non si è addirittura perduta.

Il caso Tortora è l'ennesima occasione per ribadire la gravità e l'urgenza del problema. Un mese fa, alla televisione francese, ho dichiarato le mie perplessità e preoccupazioni relativamente alla massiccia operazione contro la camorra promossa dagli uffici giudiziari di Napoli e la mia personale convinzione che Tortora sia innocente. Non mi chiedo: "E se Tortora fosse innocente?": sono certo che lo è.

Il fatto di conoscerlo personalmente e di stimarlo uomo intelligente e sensibile (non l'ho mai visto in televisione), può anche essere considerato elemento secondario e magari fuorviante; ma dal giorno del suo arresto io ho voluto dare astrazione dal rapporto di conoscenza e di stima e ho soltanto tenuto conto degli elementi di consapevolezza che i giornali venivano rilevando. Non ne ho trovato uno solo che insinuasse dubbio sulla sua innocenza. Sono tutti elementi 'esterni', che non trovano riscontro alcuno, non dico in quel che conosciamo della personalità e del modo di vivere di Enzo Tortora, ma che non trovano convalida alcuna in un solo indizio che possa dirsi oggettivo o probante.

Trovare nell'archivio di un camorrista una lettera diretta a Tortora come complice o confratello (ma è stata trovata?) non comporta certezza che Tortora l'abbia mai ricevuta. Il solo riscontro, la sola e vera prova, sarebbe il trovare un documento simile presso Tortora, in casa di Tortora o negli ambienti da lui frequentati e in cui gli sarebbe stato possibile nasconderlo. E lasciamo stare le squallide mitomanie che casi come questo accendono (e basterebbe, da parte del magistrato inquirente, una telefonata al commissariato di quartiere qualche giorno o qualche ora prima di andare a raccattare la testimonianza), ma il mancato riscontro di quello che possiamo chiamare 'voto sanguinario' (nessuna cicatrice è stata trovata ai polsi di Tortora; e se ne avesse avuta una per essersi imbattuto in un bicchiere rotto?), non era già motivo per metterlo - almeno provvisoriamente in libertà?

Stiamo parlando del caso capitato a un uomo che gode di tanta popolarità e simpatia.

E qui insorge la domanda: i guai gli sono venuti appunto per la popolarità e simpatia di cui godeva - e nel senso che alla spettacolarità dell'operazione, la sua inclusione conferiva ulteriore spettacolarità - o un caso simile può capitare a qualsiasi cittadino italiano? Purtroppo, credo non ci sia alternativa: la risposta è affermativa, per l'una e per l'altra ipotesi. Le accuse dei camorristi pentiti a Tortora non sono state, prima dell'arresto, accuratamente e scrupolosamente vagliate, perché gli ottocentocinquantasei mandati di cattura trovavano apice, davano misura della vastità e intransigenza dell'operazione, proprio in quello contro Tortora.

Del resto - come è stato detto, ripetuto e non smentito - se su ottocentocinquantasei ordini di cattura ben duecento erano sbagliati e le persone arrestate per errore sono state rimesse in libertà nel giro di pochi giorni (ma si consideri: svegliate all'alba con le loro famiglie, le abitazioni perquisite, ammanettate, portate in carcere, tenute fino a quando non si è avuta cognizione dell'errore; cose che lasciano il segno per una vita intera), è facile immaginare che in tanta fretta e confusione il nome di Tortora, fatto con sicurezza dai pentiti, appunto sia apparso come il più sicuro, oltre che il più eclatante. Non c'era possibilità di equivoco, rischio di omonimia: il presentatore televisivo, l'uomo che milioni di spettatori conoscevano.

Ma sono stato impreciso nel dire che non c'è stata smentita del fatto che duecento cittadini sono stati arrestati per errore. Ne è stata fatta circolare una subdola, incredibile, allarmante: che molti dei rilasciati rientreranno in carcere. Giustamente Biagi commenta: "Come dire che si può sbagliare fino a tre volte: arresto, scarcerazione, altra cattura. Ma qual è la buona?".

Non credo nell'infermità mentale quando viene invocata o riconosciuta nei processi di mafia. Ma nella camorra e nei camorristi qualcosa di simile all'infermità mentale si intravede. Se vi piace potete anche chiamarla immaginazione, fantasia: io continuerò a considerarla infermità, criminale follia di criminali. Una follia, si capisce, non priva di metodo: e consiste il metodo nel confondere, nell'intorbidire, nel seminare sospetti e accuse, nel coinvolgere quante più persone è possibile. Un costruire, insomma, uno di quei castelli di carte che basta poi toglierne una, alla base, perché tutta la costruzione crolli.

E ho l'impressione che la carta Tortora sia stata messa proprio a chiave di tutta la costruzione: una volta che si sarà costretti a toglierla, l'intera costruzione crollerà e tutto apparirà sbagliato e privo di credibilità. E resterà il problema del come e del perché dei magistrati, dei giudici, abbiano prestato fede ad una costruzione che già fin dal primo momento appariva fragile all'uomo della strada, al cittadino che soltanto legge o ascolta le notizie. E qui entriamo nel vivo.

Ogni cittadino, quale che sia la sua professione o mestiere, ha l'abito mentale della responsabilità. Che faccia un lavoro dipendente o che ne eserciti uno in proprio e liberamente, sa che di ogni errore deve rendere conto e pagarne il prezzo a misura della gravità e del danno che, alle istituzioni da cui dipende e alle persone cui ha prestato opera, ha arrecato, a parte l'amor proprio che ciascuno mette nel far bene il proprio lavoro. Ma un magistrato non solo non deve rendere conto dei propri errori e pagarne il prezzo, ma qualunque errore commesso non sarà remora alla sua carriera, che automaticamente percorrerà fino al vertice, anche se non con funzioni di vertice. E credo sia, questo, un ordinamento solo e assolutamente italiano.

Inutile dire che dentro un ordinamento simile che addirittura sfiora l'utopia, ci vorrebbe un corpo di magistrati d'eccezionale intelligenza, dottrina e sagacia non solo, ma anche, e soprattutto, di eccezionale sensibilità e di netta e intemerata coscienza. È altro che sfiorare l'utopia: ci siamo in pieno dentro. E come uscirne, dunque?

Un rimedio, paradossale quanto si vuole, sarebbe quello di far fare ad ogni magistrato, una volta superate le prove d'esame e vinto il concorso, almeno tre giorni di carcere fra i comuni detenuti, e preferibilmente in carceri famigerate come l'Ucciardone o Poggioreale. Sarebbe indelebile esperienza, da suscitare acuta riflessione e doloroso rovello ogni volta che si sta per firmare un mandato di cattura o per stilare una sentenza.

Ma mi rendo conto che contro un'utopia è utopia anche questa. Un rimedio più semplice sarebbe quello di caricare di responsabilità i magistrati senza preventivamente togliere loro l'indipendenza: e cioè di dare a ogni cittadino ingiustamente imputato, una volta che viene prosciolto per più o meno assoluta mancanza di indizi, la possibilità di rivalersi su coloro che lo hanno di fatto sequestrato e diffamato. Quanti casi non abbiamo visto di gravissime imputazioni dissoltesi nella formula dell'assoluta mancanza di indizi? Se non ricordo male, anche il dottor Sarcinelli, vicegovernatore della Banca d'Italia, è stato rimesso in libertà con tale formula. E senza possibilità di rivalsa. Il che non appartiene alla civiltà, al diritto, ma alla barbarie e alla giungla.

Bisogna però dire che in un caso come questo di Tortora e dei duecento cittadini arrestati per errore non ha giocato soltanto la condizione di potere della magistratura. Ha giocato anche, e forse principalmente, l'introduzione nella legislazione italiana della figura dei pentiti. Ma già più di una volta ne ho fatto discorso, e prima ancora che ad evidenza se ne verificassero i nefasti effetti.

 

*Articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 7 agosto 1983

 

 

 

 

 

 

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