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Droghe. Ma perché la destra idolatra il proibizionismo? PDF Stampa
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di Dimitri Buffa


L'Opinione, 7 aprile 2021

 

A New York hanno legalizzato la cannabis per uso ricreativo. Cioè quella che, volgarmente parlando, usano coloro che "si fanno le canne". Sono quindi sedici gli Stati, di quella che un giorno era stata la patria della guerra alla droga, ad avere cambiato verso. Almeno altrettanti Stati americani consentono di usare la marijuana per scopo terapeutico, cioè per "farsi le canne con ricetta", e questo sempre nella patria del proibizionismo più duro. In Italia invece? Idolatria del proibizionismo e nostalgia di San Patrignano.

Oltre al discorso sulla libertà personale, questa scelta ha molto a che vedere con l'economia: in Paesi stravolti dalla depressione economica conseguente alla pandemia, che senso ha rinunciare a un "income" statale in termini di imposte dirette, che in certi casi può calcolarsi in miliardi di dollari? Che senso ha negare tanti posti di lavoro nell'agricoltura come nella distribuzione? E, soprattutto, che senso ha lasciare alla criminalità organizzata queste entrate miliardarie, che comunque ci sono, ci sarebbero e ci saranno visto che la domanda è di massa?

Questi ragionamenti, insieme all'evidenza scientifica della quasi irrilevanza tossica dell'erba, hanno portato pure l'Onu a togliere almeno la canapa indiana dall'elenco delle droghe pericolose, dove inopinatamente era finita nel 1961, anno in cui questa guerra al consumo di droghe ebbe la sua consacrazione. In America, anche nella destra repubblicana è sempre più numerosa l'ala dei "libertarian", cioè coloro che considerano il proprio essere di "destra" come una questione di liberismo e non di proibizionismo su alcunché. Insomma, vivi e lascia vivere o perlomeno lascia morire. E, se del caso, combatti le mafie transnazionali colpendole nel portafoglio, non distruggendo lo Stato di diritto come abbiamo fatto in Italia.

In tutto questo c'è però una domanda che salta agli occhi: come mai in Italia le destre, post-fasciste o meno che siano, si comportano con la marijuana con la stessa logica con cui alcuni soldati giapponesi si ostinavano a non riconoscere che la Seconda guerra mondiale fosse finita, rifugiandosi nella giungla? Lo si vede anche per episodi insignificanti, come la contestazione della nomina di un ex ministra grillina, Fabiana Dadone, al dipartimento Antidroga. E la contestazione non è al fatto che si tratti di una grillina - cosa che avrebbe un senso - ma alla circostanza che si sia dichiarata antiproibizionista almeno sulla marijuana. Cioè forse all'unica cosa intelligente che abbia detto nella sua vita politica. Perché la destra italiana continua a rimpiangere un'epoca - come quella finita assai ingloriosamente - della propaganda politica da comunità terapeutica?

Qualcuno parla di "call of the wild", cioè di richiamo della foresta. A bene vedere però sembra più il "rutto liberatorio" di tanti Fantozzi che corrono nella foresta, per sfogare un riflesso psicologico ormai inspiegabile e che aliena tantissimi voti - forse milioni - ai partiti del centrodestra italiano. Tantissima gente che, ragionando dal lato del portafogli, voterebbe a destra ma che poi si trova costretta ad abbozzare a una pseudo-ideologia come il proibizionismo - che oltretutto è complice, oggettivamente, delle mafie che si ostina a combattere, distruggendo il diritto - cui invece non ha alcuna voglia di abbozzare. Pseudo-ideologia che anzi - non volendo questi potenziali elettori di destra supinamente subire - costringe molti milioni di persone a fare altre scelte politiche? "Usque tandem - per citare Cicerone - abutere patientia nostra?".

 

 

 

 

 

 

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