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Una festa di quartiere “accogliente” con chi esce dal carcere PDF Stampa E-mail
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Il Mattino di Padova, 13 settembre 2011

 

Quando si parla di reinserimento dei detenuti forse non si immagina neppure quanto in questi percorsi per rientrare nella società siano importanti delle cose normali, semplici come può esserlo una festa di quartiere, una sagra in parrocchia. Le cooperative e le associazioni che lavorano nelle due carceri padovane sono spesso impegnate in iniziative di questo genere, dove accompagnano persone detenute in permesso e cercano così di ricucire un rapporto tra chi ha commesso un reato e sta scontando una pena e quella società che, alla fine, dovrà riaccoglierlo.
Nel racconto di una operatrice della cooperativa AltraCittà e di due detenuti, coinvolti nella sagra di Montà, si può così ritrovare tutto il senso di una piccola esperienza di vero reinserimento.

 

È importante far partecipare i detenuti alla vita gradualmente, dopo tanto isolamento

 

La sagra di Montà raccontata dal mio punto di vista, sì perché ho un punto di vista ben preciso: lavoro per AltraCittà Cooperativa Sociale, che si occupa di reinserimento sociale di detenuti ed ex - detenuti attraverso il mondo del lavoro, e siamo stati di recente invitati a partecipare alla sagra di Montà potendo esporre, in uno spazio della parrocchia, i nostri manufatti: libri, scatole quaderni fatti a mano dai detenuti artigiani della Casa di reclusione, una autentica esperienza “dal carcere al territorio”. Montà è il quartiere in cui si trovano le due carceri di Padova e dove da due anni abbiamo il nostro negozio di “cose di carta”.
Don Massimo ci ha aperto le porte di un evento che non potevamo immaginare ci potesse dare così tanto. Il nostro “tanto” cos’è? Abbiamo fatto affari? Niente di tutto questo: abbiamo avuto il permesso, dalle istituzioni che gestiscono il carcere, di portare con noi alla festa alcuni detenuti in un’ottica appunto di reinserimento sociale.
Io che lavoro in questa cooperativa mi sono sempre trovata a muovermi in un ambiente “fuori” fatto di frenesia, di superfluo, di varietà e assortimento di ogni cosa; e in un ambiente “dentro” fatto di limiti e privazioni come è la detenzione.
Luoghi comuni dipingono il carcere come un albergo, dove si sta anche troppo bene perché c’è perfino la televisione! Pochi considerano che per esempio la Tv in una cella di pochi metri quadrati, da condividere con altri due o tre compagni, è solo una piccola distrazione dalla mancanza di affetti, interessi, spazi… I soliti discorsi dicono anche che è giusto così; ma, andando oltre, sarebbe utile osservare che creare degli interessi, dei percorsi, come fare partecipare alla sagra questi ragazzi, farli uscire per brevi permessi, impegnarli nel lavoro, farli partecipare alla vita gradualmente dopo tanto isolamento, crea in queste persone una speranza e la voglia di impegnarsi, di riprovare, di ricominciare (e non ripetere l’errore che li ha portati al carcere).
I nostri ragazzi hanno visto persone gentili, giovani, meno giovani, tutti impegnati affinché la sagra riuscisse al meglio (e così è stato); e poi musica, balli, la pesca e i premi e profumo di cucina casalinga. Queste cose sono il “tanto” che abbiamo trovato in questa festa. Come dice don Massimo, è anche di cose semplici che abbiamo bisogno. Non solo di discorsi e riflessioni complesse.
Un’altra cosa che ho osservato è che nella sagra si sono incontrati due mondi. Il mondo “dentro” è, se si può dire, fatto di “guardie e ladri”, persone che convivono insieme con ruoli, compiti e aspettative molto diversi, accomunati però dalla sofferenza e dai disagi del sovraffollamento. Nella sagra di Montà erano presenti molti agenti di polizia penitenziaria e queste due parti del “dentro” si sono trovate faccia a faccia fuori.
È stato come se quel mondo di “guardie e ladri” si fosse fermato per qualche istante per condividere un piatto di pasta ad un tavolo, il tavolo della festa, della vita insieme, delle piccole cose che ci fanno sentire accettati e parte di qualcosa.
Gli agenti a volte erano sorpresi, i detenuti imbarazzati e timidi, un rapportarsi diverso, forse difficile ma che portava a piccoli gesti spontanei.
Sono piccoli passi per tutti, perché ho capito che il reinserimento è fatto di persone (detenuti) che ritornano nella società, e la società è fatta di tutte le altre persone con le quali devono imparare a convivere e a confrontarsi.

 

Sabrina Galiazzo, cooperativa AltraCittà

 

Mi sentivo un ragazzo normale

 

Scrivo queste poche righe per tenere impresso il ricordo dei cinque giorni che ho trascorso in permesso premio alla festa di S. Bartolomeo. È stata un’esperienza unica, quelli che per molti sono fatti banali e di poco conto, hanno avuto per me un significato che non mi aspettavo.
Ero lì con la cooperativa che da quattro anni mi ha dato la possibilità di imparare un lavoro e mi ha insegnato a stare con la gente. Avevamo un piccolo stand, nel quale mettevamo in mostra e vendita prodotti costruiti da noi detenuti. È stato veramente bello vedere le facce della gente comune, i sorrisi e la loro curiosità. Mi sentivo un ragazzo normale e ho capito che la vita mi può riservare qualcosa di nuovo. Sto imparando a farmi accettare. Grazie per questa opportunità, la sfrutterò al meglio.

 

Anatolie Macarie

 

Un permesso premio è una vera boccata di ossigeno

 

Io sono Aldo, mi è stato chiesto di scrivere ciò che ho provato in seguito alla mia partecipazione alla Sagra Patronale di San Bartolomeo. Premetto: sono un detenuto “permessante” assunto all’interno dell’istituto sito in via Due palazzi dalla cooperativa AltraCittà. Attraverso il mio impegno giornaliero mi sono conquistato un minimo di fiducia e seguito dagli operatori ho iniziato un percorso che da circa un anno mi porta a uscire dall’istituto ogni due mesi per qualche giorno.
Ogni permesso, per un sessantenne quale io sono, è una vera boccata di ossigeno, non tanto per i miei polmoni, quanto per ricaricare lo spirito di una persona che conosce solo il sopravvivere quotidiano all’interno di quattro mura.
La coincidenza ha voluto che la sede della nostra piccola cooperativa si trovi in via Montà, che io mi trovassi in permesso presso l’Oasi (comunità di accoglienza dei Padri Mercedari) e il dottor Pavarin, Magistrato di Sorveglianza, mi abbia concesso per tre serate di potermi recare nei locali, posti sotto la chiesa, dove come cooperativa era allestito un banco con esposti gli oggetti che si fanno nel laboratorio dell’istituto e presso il negozio di via Montà.
Una volta i militari la chiamavano “libera uscita”: ore 20,30, con rientro ore 24 all’Oasi. Uno spasso, dopo tanta galera, anche solo la preparazione della bicicletta che da Chiesanuova doveva condurmi in via Montà, attraverso via della Biscia, fanali e fanalino più freni; tutto in ordine. Ore 20,25, avviso i Padri dell’Oasi e parto. Tutto normale? Non credo proprio: è la prima volta, dopo circa 10 anni, che mi faccio una corsetta in bici e quasi al buio.
Come arrivo mi reco a salutare la nostra presidentessa, che sta chiacchierando con un ispettore del nostro istituto. Da quel momento in poi, sino alle 23,30, ora di rientro all’Oasi, credo di essermi sentito come se veleggiassi in un mare calmo con una lieve brezza composta dal vocio di ragazzi, dal correre di bambini sorridenti, da persone che ti passavano accanto in un andirivieni continuo.
Sono un nonno, purtroppo costretto a reprimere le proprie emozioni vivendo in un contesto quotidiano come quello del carcere, in cui, per autodifesa, porti avanti una facciata che spesso non ti permette di essere te stesso. Così invece ho potuto passare tre serate sull’allegro senza bere, o quasi, trasportato da ciò che mi circondava, con un minimo di entusiasmo personale gradevole.
Un grazie di cuore a coloro che hanno permesso tutto ciò, compreso l’Ispettore con quel “Mi raccomando” sussurrato sottovoce.

 

Aldo Selan

 

 

 

 

 


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