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Droghe "leggere", ingente quantità da definire PDF Stampa
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di Patrizia Maciocchi


Il Sole 24 Ore, 20 settembre 2019

 

Saranno le Sezioni unite a sciogliere i dubbi sula quantità minima necessaria a far scattare l'aggravante dell'ingente quantità nel caso delle droghe leggere. La Cassazione, (ordinanza 38635) chiama in causa il Supremo consesso, consapevole di un contrasto sul punto segnalato anche dal massimario già nel 2016. Alla base del rinvio il ricorso di un imputato - condannato per aver coltivato 1087 piante di cannabis - al quale era stata contestata l'aggravante dell'ingente quantità.

La sentenza impugnata aveva, infatti, applicato il criterio affermato dalle Sezioni unite con la sentenza 36258 del 2012, secondo la quale l'aggravante non c'è quando la quantità è inferiore a 2 mila volte il valore soglia determinato per ogni sostanza nella tabella allegata al Dm 11 aprile 2006. La difesa del ricorrente sosteneva che quel il principio è stato più volte superato dalla giurisprudenza di legittimità che ha spostato l'asticella del valore soglia dalle 2 mila unità alle 4 mila. Una "correzione" giustificata, ad avviso dei giudici di legittimità che hanno aumentato il valore massimo, dall'effetto della sentenza della Corte Costituzionale che nel 2014 ha mandato in soffitta la legge Fini- Giovanardi.

La sezione remittente dà atto dei due diversi orientamenti. Secondo una prima tesi l'impostazione delle Sezioni unite, che si poggia sul sistema della tabella unica del 2006, deve considerarsi archiviata, dopo il colpo di spugna della Consulta, in seguito al quale sono state introdotte, con il Dl 36/2014, quattro nuove tabelle con distinzione tra droghe pesanti e leggere. Un nuovo quadro normativo dal quale non si può prescindere. Secondo un diverso indirizzo invece il principio affermato dalle Sezioni unite resterebbe valido, nella misura in cui può essere utilizzato come semplice criterio orientativo individuato in seguito a un'indagine condotta su un numero cospicuo di sentenze di merito.

Ora alle Sezioni unite si chiede, se la modifica al sistema tabellare del 2014 imponga una nuova verifica per affermare l'esistenza dell'aggravante dell'ingente quantità "in considerazione dell'accresciuto tasso di modulazione normativa" oppure restino validi, per l'espressa reintroduzione della nozione di quantità massima detenibile, i criteri affermati dalle Sezioni unite nel 2012 basati sul rapporto tra quantità di principio attivo e valore massimo tabellarmente detenibile.

 
Dare dell'"animale" a un uomo è reato PDF Stampa
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di Claudio Tadicini


Corriere del Mezzogiorno, 20 settembre 2019

 

Offendere qualcuno definendolo "animale" costituisce reato e va perseguito penalmente. A maggior ragione se il destinatario dell'appellativo in questione è un fanciullo. E sia pure se quest'ultimo si sia reso responsabile di un'aggressione ai danni di un'altra bambina dopo averci bisticciato. Lo ha stabilito nelle scorse settimane la quinta sezione della Corte di Cassazione.

La stessa Corte di Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza di un giudice di pace di Lecce, con la quale un condomino salentino - S.G. le sue iniziali, accusato di diffamazione - era stato assolto per insussistenza del fatto, perché la parola incriminata (seppure considerata dal giudice inappropriata od eccessiva) non era stata ritenuta dallo stesso spregiativa della reputazione del minorenne al quale era riferita. Di diverso avviso sono stati gli ermellini che, invece, hanno accolto il ricorso contro la sentenza di assoluzione emessa dal giudice di pace leccese, valutando come offensiva la disumanizzazione della vittima.

La vicenda riguarda un messaggio pubblicato dall'imputato nella chat condominiale di Whatsapp, in cui l'uomo, rivolgendosi al genitore del bambino e agli altri vicini di casa, per informarli circa l'aggressione subita dalla figlia, scriveva: "Volevo solo far notare al proprietario dell'animale ciò che è stato procurato al volto di mia figlia. Domani al rientro del turno lavorativo prenderò le dovute precauzioni".

I giudici della Corte di Cassazione (presidente Vessichelli, relatore Morosini), infatti, hanno rilevato un immediato contenuto offensivo espresso dalla parola "animale" riferita ad un bambino, nei confronti del quale sarebbe opportuno adottare maggiori cautele espressive proprio perché minore, considerando inoltre che alcune espressioni "presentano ex se carattere insultante", nonostante la recente giurisprudenza di legittimità abbia mostrato alcune aperture verso un linguaggio più diretto e "disinvolto".

Motivando l'accoglimento del ricorso presentato dalla procura leccese, i magistrati romani sottolineano difatti che "sono obiettivamente ingiuriose quelle espressioni con le quali si disumanizza la vittima, assimilandola a cose o animali. Paragonare un bambino ad un animale, inteso addirittura come "oggetto" visto che il padre ne viene definito "proprietario", è certamente locuzione che, per quanto possa essersi degradato il codice comunicativo e scaduto il livello espressivo soprattutto sui social media, conserva intatta la sua valenza offensiva". Cancellata la sentenza, gli atti sono stati quindi rinviati ad un altro giudice di pace di Lecce, che dovrà adesso emettere un nuovo pronunciamento tenendo conto di quanto stabilito dall'organo supremo della giustizia italiana e del suo "avviso ai litiganti": dando dell'"animale" a qualcuno adesso si infrange la legge.

 
L'etilometro non revisionato rende sempre nullo il test PDF Stampa
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di Maurizio Caprino


Il Sole 24 Ore, 20 settembre 2019

 

Corte di cassazione - Sentenza 38618/2019. Ora non ci sono più dubbi: se l'etilometro non è stato sottoposto alla revisione periodica, le misurazioni effettuate non sono valide. Quindi la difesa non deve più dimostrare eventuali malfunzionamenti dell'apparecchio, cosa quasi sempre impossibile. Una svolta nella giurisprudenza penale, impressa dalla Quarta sezione penale della Cassazione con la sentenza 38618 depositata ieri. Finora, invece, questo principio valeva solo in campo civile. Cioè, in sostanza, quando il tasso alcolemico è compreso tra 0,51 e 0,8 grammi/litro: è la fascia di violazione meno grave, punita con sanzioni amministrative e non penali.

Il principio era stato adottato dopo la sentenza della Corte costituzionale 113/2015, che aveva imposto l'obbligo di taratura per i misuratori di velocità, non previsto espressamente né dal Codice della strada né da altre norme. In materia di alcol, nonostante l'articolo 379 del Regolamento di esecuzione del Codice imponesse "verifiche di prova" periodiche, aveva sempre prevalso il principio secondo cui spettava al trasgressore dimostrare l'esistenza di vizi dell'apparecchio, anche quando non era revisionato.

In sostanza, la Consulta aveva recepito nel più alto livello della giurisprudenza una verità tecnica ormai acquisita: "qualsiasi strumento di misura, specie se elettronico, è soggetto a variazioni...dovute ad invecchiamento...e ad eventi quali urti, vibrazioni, shock meccanici e termici, mutamenti della tensione di alimentazione". È per questo che serve una verifica periodica e appare irragionevole e contraddittorio imporre all'interessato di fornire una prova del vizio dell'apparecchio.

La Cassazione civile si era adeguata alla Consulta (si veda, per esempio, l'ordinanza 1921/2019), quella penale non ancora. Ora la sentenza 38618 riallinea gli orientamenti, ridimensionando quelle "esigenze di tutela della sicurezza stradale" che avevano giustificato quello più rigido e riconoscendo che il cittadino dovrebbe fornire una prova "pressoché diabolica", visto che l'etilometro è nella disponibilità del corpo di polizia. La Quarta sezione nota che, mantenendo criteri diversi in campo penale rispetto al civile, si arriverebbe alla "conseguenza irrazionale" che la stessa fattispecie (cioè lo stato di ebbrezza) punita con sanzioni amministrative o penali secondo la sua gravità potrebbe costituire solo un illecito penale.

Ciò contrasterebbe col principio secondo cui lo strumento penale va utilizzato solo come extrema ratio. Il problema della mancata verifica periodica è molto frequente: per anni la Motorizzazione ha di fatto avuto un solo laboratorio, con arretrati di mesi e mesi. Da poco è stato riaperto quello centrale di Roma e personale ausiliario è stato assunto a tempo, per cui l'arretrato è stato azzerato. Occorrerà vedere se i fondi disponibili consentiranno di tenere le apparecchiature sempre in efficienza e di avvalersi ancora degli ausiliari esterni.

 
Non va rinnovato il dibattimento in appello per ribaltare la lettura del consulente tecnico PDF Stampa
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di Paola Rossi


Il Sole 24 Ore, 20 settembre 2019

 

Corte di Cassazione - Sezione IV - Sentenza 19 settembre 2019 n. 38615. Il dentista che - in assenza di somministrazioni ed esami preparatori all'intervento - proceda all'estrazione dei denti del paziente sostituendoli con protesi corre il rischio di pagare, anche a distanza di qualche anno, per gli eventuali danni alla salute, che sia possibile comunque mettere in relazione con l'impianto. Nel caso concreto la Cassazione (sentenza n. 38615 di ieri) ha respinto il ricorso del dentista che era stato riconosciuto responsabile, ai fini civili, dal giudice penale d'appello ribaltando l'assoluzione di primo grado. La Cassazione ora conferma la rilettura delle risultanze probatorie e delle relazioni dei consulenti fatta dalla sentenza di II grado che ha ritenuto la responsabilità del medico dentista insita nell'assenza di somministrazioni di antibiotici, di esami radiologici e di una Tac nell'imminenza dell'oneroso intervento che comportava l'estrazione di ben 7 denti e la fissazione di un impianto osseo da canino a canino. Un intervento altamente invasivo che il dentista aveva realizzato sulla base di esami radiografici eseguiti un anno prima.

Questione procedurale dibattuta - Il ricorrente in Cassazione lamentava la violazione dell'obbligo di rinnovazione dibattimentale della prova e quindi l'illegittimità della sentenza d'appello di condanna. Il ricorso respinto dai giudici di legittimità in realtà riapriva una questione che è stata oggetto di storici precedenti della Cassazione come la sentenza "Dasgupta" del 2016, invocata dal ricorrente, e "Patalano" del 2017. In realtà in questo caso il giudice di appello non ha messo in discussione il contenuto della consulenza, ma ha stigmatizzato l'errata lettura da parte del giudice di primo grado dei dati tecnici che la stessa mette in luce (in questo caso l'assenza di consenso informato, di esami preparatori all'intervento e la mancata protezione antibiotica prevista dalle specifiche linee guida). In questo caso i giudici sottolineano che non era stata messa in dubbio l'attendibilità di un teste, in questo caso il consulente, ma il fatto che il primo giudice avesse travisato le conclusioni peritali incorrendo in errore: ciò che - nel rispetto dei principi di economia processuale - non obbliga il giudice di appello alla rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale ossia alla riacquisizione della prova. In conclusione è il differente apprezzamento della prova che fa scattare l'obbligo di rinnovazione che invece non sussiste se il giudice opera una diversa complessiva valutazione probatoria delle risultanze processuali.

 
Lombardia. Patto tra Pirellone e Corte d'Appello: un percorso per i detenuti malati psichici PDF Stampa
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di Fabio Rubini


Libero, 20 settembre 2019

 

L'obiettivo del protocollo firmato nei giorni scorsi da Regione Lombardia, Corte d'Appello di Milano e altri enti, è quello di permettere ai malati psichici che hanno commesso reati di poter essere reinseriti nella società dopo adeguate cure. Quelle cure che spesso le carceri italiane non sono in grado di garantire. Con l'aggravante di un rilascio del detenuto, senza garantirne la non pericolosità. "Con questo importante accordo vogliamo prenderci carico di quelle persone che hanno sì commesso crimini, ma lo hanno fatto a causa dei loro problemi psichici e che, se non adeguatamente curati, potrebbero tornare a delinquere", spiega l'assessore regionale al Welfare, Giulio Gallera.

Per raggiungere questo obiettivo il protocollo d'intesa prevede due possibili strade da seguire. "Da una parte, per i casi più gravi, c'è il ricorso ai Rems (residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza) - racconta Gallera - e poi, per i casi più gestibili c'è il ricorso al ricovero nelle comunità o strutture adibite presenti sul territorio". In entrambi i casi Regione Lombardia, attraverso il proprio sistema sanitario garantirà "un percorso di recupero per provare - nei limiti della malattia, ndr - a mettere il malato in condizione di reinserirsi nella società".

Una necessità, quella del recupero dei detenuti per motivi psichici, che è stata evidenziata anche dal Comitato della Salute Mentale e Dipendenze di Regione Lombardia, che si è insediato pochi giorni fa, del quale fanno parte eccellenze negli ambiti della salute psichica. Il tutto, ovviamente, garantendo la sicurezza di tutti. Questo, sottoscritto con Corte d'Appello di Milano, Procura Generale di Milano, Presidenti dei Tribunali Ordinari, Procuratori presso i Tribunali di Distretto, Provveditore Amministrazione Penitenziaria e Direzione dell'Uiepe (Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna), ha come altro obiettivo quello di fissare un modello operativo in grado di superare quello degli ospedali psichiatrici giudiziari (la cui progressiva chiusura si è conclusa nel 2017).

L'accordo non è il primo che viene siglato dalla Regione, che lo scorso anno aveva siglato un analogo protocollo con la Corte d'Appello di Brescia che, spiegano da Regione Lombardia che "sta dando ottimi risultati: gli psichiatri si sono fortemente impegnati e sono riusciti a coniugare le cure e il rapporto fiduciario con i pazienti, con le esigenze della tutela". Ovvio, esportare questa esperienza su un'area ben più vasta come quella della Città Metropolitana, appare molto più complessa, ma "la certezza e la determinazione di operare nel senso giusto, porteranno sicuramente i risultati auspicati".

 
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