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Napoli. Detenuto 38enne morto a Poggioreale, disposta l'autopsia PDF Stampa
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di Ciro Cuozzo


Il Riformista, 18 aprile 2021

 

Sarà l'autopsia a fare chiarezza sulle cause che hanno portato al decesso di Mariano Svetti, il 38enne deceduto venerdì 16 aprile nel carcere di Poggioreale. La salma dell'uomo, malato di Aids e cirrosi epatica, è stata trasferita al Secondo Policlinico di Napoli in attesa dell'esame autoptico. Svetti era ristretto nel padiglione Roma, quello riservato ai tossicodipendenti, e si era costituito presso la casa circondariale Giuseppe Salvia il 16 gennaio scorso.

Doveva rispondere di ricettazione e resistenza a pubblico ufficiale e nei prossimi giorni era attesa l'udienza con l'ipotetico trasferimento in comunità. Padre di tre figli di 10, 6 e 3 anni, Svetti era originario di Afragola ma viveva con la moglie a Boscoreale. Il giorno prima del decesso, giovedì 15 aprile, aveva parlato, in videochiamata, con la donna. Mercoledì aveva incontrato il suo avvocato e avuto una consulenza epidemiologica per i problemi al fegato. La famiglia, attraverso l'avvocato Francesco Paolo Chioccarelli, è pronta a nominare un perito di parte.

"In carcere non si muore soltanto di suicidio - sottolinea Samuele Ciambriello, garante campano dei detenuti - ma anche a causa delle condizioni delle stesse carceri carcere, dello stato di abbandono in cui si trova la sanità penitenziaria. Poi ci sono le storie di tossicodipendenza come in quest'ultimo caso e sono felice che ci sarà l'autopsia per far luce su questa morte". Ciambriello poi si dice "amareggiato come garante" per le misure alternative al carcere che non sempre vengono concesse, nonostante la pandemia in corso.

"Non voglio limitarmi a dare nomi e a dare numeri. Però proprio i numeri servono a far prendere coscienze anche in questo periodo eccezionale dove credo sia necessario, dove è possibile, adottare misure alternative al carcere". La vicenda è seguita anche da Pietro Ioia, garante del comune di Napoli, anche lui contattato dalla famiglia del detenuto.

 

 
Venezia. Carceri, focolaio Covid alla Giudecca e le vaccinazioni si sono bloccate PDF Stampa
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di Laura Berlinghieri


La Nuova Venezia, 18 aprile 2021

 

Il Garante dei detenuti Steffenoni: "Situazione complicata Attività e laboratori sono ormai bloccati da mesi". La loro unica finestra sul mondo è nei ritagli tra le inferriate. Vivono così, da oltre un mese, gli oltre duecento detenuti del carcere maschile di Venezia e le settanta della Giudecca. Chiusi nelle loro celle, la mascherina da indossare sempre, il sottofondo assordante della televisione come unica compagnia. I libri da leggere, quando il silenzio lo consente, qualche partita a carte, qualche parola, protetta da una mascherina da non togliere mai: nemmeno in cella, in quel microcosmo condiviso con le stelle persone. Di giorno, prima del Covid, le porte all'interno delle sezioni delle due carceri rimanevano sempre aperte. Da quando il virus è penetrato a Santa Maria Maggiore e al femminile, le due strutture si sono trasformate in un carcere nel carcere. In quei quadrati fino a sessanta metri quadri e impermeabili al mondo esterno vivono anche in otto. Lì cucinano, lì mangiano, lì dormono, lì trascorrono giornate che non sono mai state così uguali. Da quando c'è il Covid, tutti i laboratori esterni sono stati interrotti, le porte delle celle sono perennemente chiuse.

Immaginate un monolocale condiviso con altre sette persone. Sempre lì: il mattino, il pomeriggio, la sera, la notte, e poi ancora il mattino seguente, e poi il pomeriggio, e così per un mese e più. Sono conviventi a tutti gli effetti, eppure devono indossare la mascherina sempre. Anche in cella, condividendo gli spazi con i compagni che sono sempre gli stessi. Per uscire nel corridoio, i detenuti devono vestirsi come i medici di terapia intensiva: tuta, doppia mascherina, copriscarpe, guanti, visiera. "È una situazione insostenibile, che è giusto venga raccontata", sintetizza Sergio Steffenoni, garante dei detenuti di Venezia.

La situazione sembrava essere rientrata sabato, al carcere femminile, con gli esiti dei tamponi che mostravano a un passo lo spegnimento del focolaio. Le porte delle celle erano state riaperte. Sembrava la fine di incubo. Un nuovo giro di controlli, per prudenza, e poi la batosta: sei positivi tra le detenute e tre tra il personale penitenziario, responsabile della sicurezza. Al maschile, i contagiati sono rispettivamente tre e due. Qui il cluster non si è mai spento, e ai detenuti non resta che contare giorni sempre uguali, in quei quadrati di mondo che si ritrovano a calpestare. Fortunatamente i positivi sono tutti asintomatici.

Eppure le vaccinazioni, nelle due carceri, erano iniziate, salvo poi venire interrotte bruscamente, con il cambio di rotta della regione, che ha deciso di puntare sul criterio anagrafico. Al maschile, su oltre duecento detenuti, una cinquantina ha già iniziato la profilassi e altrettanti sono immuni, perché in passato positivi. Alla Giudecca, sono circa quaranta ad avere ricevuto la prima dose di AstraZeneca. Poi, a metà marzo, l'accensione del focolaio, con oltre venti positivi, ha costretto a interrompere tutto. La percentuale di adesione alla vaccinazione, tra i detenuti, era stata elevatissima. E dei buoni numeri si erano registrati anche tra il personale penitenziario. Del resto, nessuno meglio di chi vive le carceri sa cosa voglia dire isolamento.

Bloccate le visite, vietato ricevere pacchi dall'esterno, la concessione dovuta al Covid consiste in una video chiamata in più a settimana. Per il resto, è un mondo che si è interrotto. "Al femminile, c'è una persona che va nell'orto a dare da bere alle piante, perché non muoiano. Poi ci sono le detenute che escono per fare le pulizie, per gettare la spazzatura, per fare la spesa, costrette a vestirsi come fossero medici di ospedale. Pochi pomeriggi fa ho visto tantissimi rifiuti speciali, pronti a venire gettati dopo essere stati usati. Nelle carceri ora è tutto bloccato ed è una situazione pesantissima", spiega Steffenoni.

"Prima del Covid, i detenuti erano abituati ad andare a lavorare la mattina, prendevano parte ai laboratori, frequentavano la scuola, facevano volontariato. Le celle delle sezioni erano sempre aperte, dalla mattina al pomeriggio, e i detenuti potevano andare in biblioteca, in chiesa, in profumeria. Ora è un mondo che si è capovolto. Tutto è stato sospeso ed è una situazione molto dura, per i detenuti e per gli agenti.

Senza contare che questo è anche periodo di Ramadan". Con le sue parole, Steffenoni restituisce dignità e una "individualità" a persone altrimenti "accatastate", private della loro singolarità. "Nel carcere femminile, il comandante è presente tre giorni a settimana, la direttrice praticamente non c'è, le assistenti sociali non ci sono più ed è rimasta una sola educatrice. Non si può più pensare di continuare a queste condizioni", conclude Steffenoni, dipingendo un quadro di una drammaticità che va oltre il Covid. Macerie a partire dalle quali costruire ciò che verrà dopo.

 
Bologna. Covid e carcere, il Garante: "Vaccini snodo fondamentale per la sicurezza" PDF Stampa
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di Antonella Scarcella


bolognatoday.it, 18 aprile 2021

 

Antonio Ianniello, Garante per i Diritti delle persone private della Libertà personale del Comune di Bologna, lancia un appello: "Fate presto". Mentre fuori si ricomincia a parlare di riaperture, dentro, nelle carceri, di ritorno alla normalità e vaccini sembra non se ne occupi ancora nessuno. La denuncia arriva per voce del Garante per i Diritti delle persone private della Libertà personale del Comune di Bologna, Antonio Ianniello, che lancia un appello: "Fate presto".

La vaccinazione, infatti, vista la mancanza di spazio e il conseguente sovraffollamento, alla Dozza oltre 200 detenuti in più, è fondamentale per prevenire la diffusione del contagio ma, perché no, propone il Garante, anche valutare di ridurre la pena detentiva in relazione al periodo trascorso in carcere durante la pandemia potrebbe essere una soluzione.

"La specificità del locale contesto penitenziario in cui l'emergenza sanitaria ha fatto irruzione è nota: una preesistente e cronica condizione di sovraffollamento (attualmente presenti oltre 700 persone a fronte di una capienza regolamentare di 500) per la quale l'impossibilità strutturale di poter instaurare quel distanziamento fisico necessario alla tutela della salute delle persone può incidere sull'aggravamento del rischio sanitario, anche potendo evidentemente fungere da acceleratore della diffusione del contagio", scrive il Garante.

"Manca quella risorsa essenziale e preziosa che (anche) nella situazione data è lo spazio, e di conseguenza la saturazione degli spazi detentivi può essere all'ordine del giorno proprio perché la disponibilità di spazio è la condizione necessaria per riuscire a garantire l'attivazione degli interventi di prevenzione e contenimento della diffusione del contagio, restando ferma, in questa ottica, la necessità di deflazionare la popolazione detenuta".

"Così - continua - proprio nel momento in cui per la società esterna s'iniziano a intravedere prospettive concrete di riapertura, l'auspicato e graduale ritorno alla normalità in carcere resta per il momento ancora al palo e incerto. Perché, lo si torna a ricordare, l'emergenza sanitaria ha comportato l'accentuazione del profilo meramente custodiale della detenzione, avendo le attività trattamentali (e gli ingressi della società esterna, compresi i contatti in presenza con i congiunti) risentito di (necessarie) sospensioni e riduzioni, anche connesse all'andamento del contagio all'interno. In tale dimensione anche l'irrigidimento delle condizioni detentive, seppur necessariamente correlato a esigenza sanitarie, ha davvero raggiunto profili piuttosto accentuati".

"In un simile contesto - ragiona Ianniello - avrebbe un significato particolare se nelle sedi competenti s'iniziasse a valutare l'opportunità di concedere una riduzione della pena detentiva correlata al periodo trascorso in carcere durante il tempo dell'emergenza sanitaria, nella misura che si riterrà concretamente più adeguata.

La campagna di vaccinazione resta lo snodo fondamentale per mettere in sicurezza la locale comunità penitenziaria così che possa davvero partire un percorso verso un graduale ritorno alla normalità, anche per le persone detenute. Sin dal principio la campagna di vaccinazioni aveva interessato le professionalità sanitarie che operano all'interno del carcere e nei mesi scorsi aveva riguardato anche gli operatori penitenziari (e anche parte dei volontari), in questo caso non ancora completata".

"Le recenti indicazioni della struttura commissariale hanno individuato le attuali priorità vaccinali nelle fasce d'età e nelle categorie fragili (over 80, persone estremamente fragili, disabili gravi). Anche a livello regionale si resta in attesa di ulteriori indicazioni da parte della struttura commissariale per capire come organizzare il piano d'intervento vaccinale per le persone detenute, restando ovviamente ferma la necessità di adeguate forniture di dotazioni vaccinali. L'auspicio - conclude il Garante - in ragione dei profili accennati, è che si possa fare presto".

 
Torino. Il Tribunale lo condanna a 4 mesi di carcere, ma nessuno sa quale sia il suo nome PDF Stampa
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Il Fatto Quotidiano, 18 aprile 2021


L'uomo non ha mai declinato le proprie generalità durante i controlli della polizia, al punto che negli atti consegnati al suo avvocato d'ufficio per questo processo, dove era imputato per resistenza a pubblico ufficiale, è stato indicato come "sconosciuto".

È stato condannato a 4 mesi di carcere dal Tribunale di Torino, ma nessuno sa quale sia il suo nome, né quanti anni abbia o dove sia nato: di fatto, un fantasma. L'uomo infatti non ha mai declinato le proprie generalità durante i controlli della polizia, al punto che negli atti consegnati al suo avvocato d'ufficio per questo processo, dove era imputato per resistenza a pubblico ufficiale, è stato indicato come "sconosciuto".

Il "fantasma" è stato arrestato lunedì 15 marzo, in via Cernaia a Torino da una volante della Questura. "Gli avevamo solo chiesto - ha raccontato l'assistente di polizia intervenuto - di mettere la mascherina, visto che non la stava indossando. È diventato aggressivo e violento. Capiva l'italiano, ma ci insultava in francese.

Un atteggiamento inspiegabile, perché con sé non aveva armi, droga o cose del genere. In Questura ha dato ancora in escandescenze e non ha voluto dirci chi era. Sembrava che vivesse in un mondo tutto suo e non volesse essere disturbato. Uno arrabbiato con il sistema". L'uomo non è nuovo a fatti analoghi, come è emerso dalle analisi delle impronte digitali. "Non mi era mai capitato niente del genere - ha commentato il suo avvocato, Paola Giusti - avessi avuto contatti con lui forse avrei gli elementi per chiedere una perizia psichiatrica, ma è un fantasma".

 
Bergamo. Il carcere intitolato a don Resmini, cappellano morto di Covid PDF Stampa
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di Davide Dionisi


L'Osservatore Romano, 18 aprile 2021

 

"C'è molta trepidazione, ansia, ma anche tanta gioia. Don Fausto era una persona eccezionale. Nella notte tra il 22 e il 23 marzo 2020 è venuto a mancare non solo un uomo, un religioso, limpido esempio di umanità evangelica, ma una risorsa per l'intera istituzione penitenziaria, per l'amministrazione, un punto di riferimento per tutti i soggetti che a vario titolo interagiscono con la nostra comunità".

La voce della direttrice della Casa circondariale di Bergamo, Teresa Mazzotta, è rotta dalla commozione nel ricordare la figura di don Fausto Resmini, cappellano per oltre trent'anni dell'istituto lombardo, scomparso poco più di un anno fa per le complicanze causate dal covid-19, all'età di 67 anni. Al sacerdote, lunedì prossimo, verrà intitolato il carcere alla presenza del ministro della Giustizia, Marta Cartabia, e del capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Bernardo Petralia.

"La sua capacità di entrare in empatia con i detenuti non aveva eguali" racconta la direttrice, sottolineando che don Fausto: "Era il padre spirituale con cui rivedere in senso critico una condotta censurabile o consolidare la fede in un momento di difficoltà. L'amico a cui confessare ansie e timori o su cui contare per far fronte a situazioni di indigenza. Diventava supporto anche per le famiglie delle persone private della libertà personale".

Nato a Lurano, un piccolo centro in provincia di Bergamo il 7 aprile del 1952, frequenta il patronato di San Paolo d'Argon fin da piccolo e qui comincia il suo percorso formativo, proseguito poi presso il Centro di Sorisole. Poi la scelta della Cattolica di Milano, frequentando la facoltà di giurisprudenza e dopo circa un anno i corsi di Teologia nel seminario di Bergamo. Ordinato sacerdote nel 1978, fonda la comunità Don Lorenzo Milani grazie all'aiuto di alcuni ragazzi che aveva seguito come assistente educatore e che lo affiancheranno per tutti gli anni successivi.

Nel 1987, la prima volta come volontario nel carcere di Bergamo. Entra così in contatto con il mondo penitenziario degli adulti, incontrando persone che avevano sbagliato ma che, al tempo stesso, mostravano fragilità ed erano bisognose di conforto. "Quei poveri di spirito protagonisti del Discorso della montagna ai quali avrebbe dedicato tutta la sua vita" riprende la direttrice.

Don Resmini è stato ricordato anche dal presidente del Consiglio dei ministri Mario Draghi, il 18 marzo scorso, in occasione della cerimonia in ricordo delle vittime del Covid tenutasi proprio a Bergamo. Il presidente del Consiglio lo inserì a pieno titolo nelle figure "simbolo di resistenza civile", definendolo "prete degli ultimi". "Con lui rendiamo omaggio ai sacerdoti della diocesi bergamasca deceduti per il virus" ha detto Draghi nell'occasione.

Cappellano a Bergamo dal 1992, il sacerdote si è molto adoperato nell'accompagnamento dei detenuti, durante la fruizione dei permessi premio con un lavoro, di raccordo con la magistratura di sorveglianza "esplicitando chiaramente gli obiettivi del suo operato, cioè favorire le relazioni tra genitori e figli minori". In questo, continua Mazzotta "ha lavorato per sostenere i momenti di aggregazione familiare anche all'interno del carcere". Quanto al rapporto con i ristretti, don Fausto credeva nel recupero individuale e sociale delle persone private della libertà personale. "Attraverso un dialogo costante e prendendo le mosse dal trauma conseguente all'ingresso in istituto, senza voler influire sulla libera scelta dell'individuo, interagiva con lui alla stregua della maieutica socratica, ne sollecitava un'autonoma presa di coscienza di eventuali errori e delle conseguenze pregiudizievoli che ne erano derivate in un'ottica di liberazione dal peso della sofferenza. Trasmetteva valori che partivano dal rispetto verso sé stessi e verso gli altri, alleviando così la sofferenza nella prospettiva del futuro reinserimento sociale".

La sua missione guardava con attenzione anche a chi lavorava in carcere (agenti di Polizia penitenziaria e personale amministrativo): "Costruiva un secondo rapporto di collaborazione fondato sulla fiducia, sul rispetto, sulla stima" rivela Mazzotta. "Era un punto di riferimento anche per progettualità specifiche sul benessere del personale stesso. Una presenza costante in manifestazioni ufficiali. Ricordo, ad esempio le feste della Polizia penitenziaria officiate all'esterno della struttura dove pronunciava sempre parole che davano lustro e prestigio al corpo. Costruiva rapporti con i singoli, oltre che con le loro famiglie. Aveva sempre per tutti parole di conforto ed incoraggiamento".

La direttrice, infine, ricorda il suo rapporto di stretta collaborazione con don Resmini: "All'ingresso in istituto era solito passare sempre dal mio ufficio e oggi ho la sua foto che mi sorride e avverto il suo sostegno e il suo conforto, anche se confesso che mi mancano veramente i suoi saggi consigli. Mi manca l'impossibilità di condividere con lui un'idea, un progetto. Tutti noi oggi condividiamo il ricordo di un grande uomo, di un grande sacerdote. Egli ha voluto massimamente tra queste mura mettere a profitto il suo impegno a favore del prossimo. La prospettiva della realizzazione della dignità della persona è stata la finalità che ha contrassegnato la vita e la sua opera".

 
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