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Negli occhi dei pazzi: viaggio nei luoghi della malattia mentale PDF Stampa
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di Daniele Mencarelli

 

Corriere della Sera, 18 aprile 2021

 

I pazzi fanno paura. Perché colgono i precipizi dell'esistenza, perché li affrontano, per come lo può fare un essere umano, senza armi, difese. I pazzi fanno paura. Da sempre. Per sempre. Guardano quello che gli altri, i normali, non riescono a sostenere con lo sguardo. E alla fine si bruciano. Dal troppo dolore. Ma la malattia mentale non può essere una narrazione sempre uguale a sé stessa. Nulla che appartenga all'umanità è veramente immutabile, figuriamoci i suoi mali, visceralmente intrecciati a tempi e luoghi del vivere. L'arte, quando è vera, sa cristallizzare l'umano all'infinito. Lo eterna. Ognuno di questi scatti vibra di esistenza.

Un milione di persone per una Asl - I malati che vedrete vi rimarranno addosso, incastrati negli occhi, continueranno a parlarvi per giorni. Partiamo dall'arena. Asl Roma 1. L'azienda sanitaria locale che copre quasi interamente tutta Roma Nord. Una popolazione residente di oltre un milione di persone, pari al trentasei per cento dell'intera Capitale, quasi duecentomila immigrati regolari, il quaranta per cento e oltre dell'intero bacino dell'area metropolitana.

Nel territorio della Asl Roma 1 insistono due carceri, la Casa circondariale di Regina Coeli, con ottocento reclusi e un turn over di circa cinquemila detenuti l'anno, e l'Istituto di pena minorile di Casal del Marmo, settanta detenuti di età compresa tra i 14 e i 25 anni. Ecco la scena di questa perlustrazione per immagini e parole. Nella lotta contemporanea alla malattia mentale gli acronimi la fanno da padroni. Uno per ogni luogo di cura, creato con precise finalità. I luoghi non sono disposti in un ordine orizzontale, non sono tutti uguali. A luogo corrisponde gravità, momento, fase della vita del paziente.

Gli acronimi del disagio mentale - Procediamo in ordine di gravità. SPDC. Servizio psichiatrico diagnosi e cura. Sono i reparti ospedalieri, quelli che accolgono i TSO, cioè i pazienti sottoposti a trattamento sanitario obbligatorio. Il TSO, introdotto dalla legge Basaglia, viene comminato con un iter giuridico molto preciso che prevede anche il coinvolgimento del comune di residenza del soggetto. Ma gli SPDC non accolgono solo TSO, più in generale servono come primo contrasto alla fase acuta della malattia, nel momento di crisi, quando un malato può essere pericoloso per sé e per gli altri. Per fortuna, le fasi acute non sono la norma. Il paziente psichiatrico viene preso in cura, attraverso il coinvolgimento della ASL di appartenenza, in quelli che oggi vengono chiamati CSM. Centri di salute mentale. Ex CIM. Centri di igiene mentale. "Spdc, Csm, Rems... nella lotta contemporanea alla malattia mentale gli acronimi la fanno da padroni. Uno per ogni luogo di cura, creato con precise finalità"

Nel CSM i pazienti strutturano cure e terapie, attività di reinserimento sociale, di convivenza e relazione con gli altri pazienti e la comunità. In un certo senso, gli SPDC sono una prima linea del conflitto, mentre i CSM rappresentano l'ordinaria attività di cura del paziente. A queste due strutture se ne aggiungono altre, come le comunità, le case-famiglia, strutture che accolgono stabilmente il paziente psichiatrico, a cui offrono oltre al vitto e all'alloggio tutte quelle possibilità di scambio e relazione utili al suo miglioramento terapeutico. In un altro ambito ci sono i REMS, ovvero le residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza. Quelli che una volta erano i manicomi criminali, dunque, i luoghi dove curare i pazienti che stanno scontando una condanna per reati di vario genere. La vita di un malato mentale trascorre dentro questi luoghi.

I luoghi di eccellenza e le realtà devastate - E va detta una cosa per amore di verità, che vale per la Asl Roma 1 come per tante altre sparse sul territorio del nostro Paese. Esistono luoghi d'eccellenza, dove il paziente è in primis un individuo, dove l'empatia è la pratica terapeutica fondamentale, il primo farmaco, medici e personale assistenziale dedicati realmente alla loro professione.

Di contro, esistono realtà totalmente devastate, nei luoghi e nelle persone che le animano, dove il malato è in buona sostanza il proprio male, non una persona che ha sviluppato una patologia ma che rimane innanzitutto degna d'ascolto e attenzione. Purtroppo, come spesso capita nelle narrazioni dominanti, è il brutto, il malfunzionante, a essere portato come norma, a diventare nell'immaginario collettivo la verità definitiva.

Pazzia è restare fedeli a certe narrazioni - Già. Le narrazioni. Spostiamoci dai luoghi alle nuove cause scatenanti, quelle maggiori, che tanto impattano sulla proliferazione delle patologie psichiatriche. Non solo per la malattia mentale, cambiare il racconto di certi fenomeni della nostra vita diventerà fonte di sopravvivenza vera e propria. Perché rimanere fedeli a certi racconti vuol dire, questo sì, essere veramente pazzi. Due sono i temi che hanno oggi enorme influenza nell'esplosione della patologia psichiatrica. Il primo è l'uso di sostanze. Il secondo l'immigrazione. Il rapporto tra uso di sostanze e lo sviluppo di patologie è vicino all'uno su uno.

Dipendenze, i pazienti "doppia diagnosi" - I pazienti definiti Doppia diagnosi, quelli che presentano contemporaneamente patologia e dipendenza, sono sempre più numerosi. Chi vive e lotta sul campo della malattia mentale sconta le tante narrazioni mendaci. Novecentesche. Droghe leggere e pesanti. Legali e illegali. Il presente racconta un'altra storia. Una storia di adolescenti che iniziano a frequentare le sostanze rubando magari lo Xanax della madre, per poi passare alla Ketamina, mischiarla con il Viagra per avere la performance sessuale che si vede in rete. "Storie di adolescenti che iniziano a frequentare le sostanze rubando lo Xanax alla madre, per poi passare alla ketamina. Il rapporto fra uso di sostanze e patologie è vicino all'uno a uno"

Quel che si dice sugli effetti della droga - Riformulare totalmente la narrazione sulle sostanze. Questo sarà uno dei grandi compiti del prossimo futuro. Mettere al centro il soggetto, partendo da un dato banale per quanto vero. Non esistono sostanze leggere o pesanti. Date una nocciolina a un allergico alle arachidi e rischierà di morire davanti ai vostri occhi. Lo stato dell'arte della malattia mentale oggi fa dell'immigrazione una causa scatenante seconda giusto alle dipendenze. Sembra lo scherzo di un Dio bizzarro.

Dopo tanto penare, dopo aver ingoiato ogni genere di sofferenza, arriva la malattia, come una cicatrice sulla pelle che ricorda a queste persone tutto il passato, divenuto patologico presente. Cambiano le cause e cambiano le terapie, gli obiettivi della cura. La moderna psichiatria punta a normalizzare il malato mentale. Per anni il concetto è stato quello della riserva indiana. Costruire aree sostanzialmente isolate, al di fuori delle comunità dei sani, dove far vivere e interagire i pazienti fra loro, una specie di sub-umanità autoriferita, con le proprie regole sociali. Non è più così.

Reintrodurre il paziente nel contesto territoriale - Oggi la scommessa è di reintrodurre progressivamente il paziente nel proprio contesto territoriale, farlo vivere in autonomia, in appartamenti creati con queste finalità, non ultimo il reinserimento nel mondo del lavoro. Un lavoro vero, retribuito, non le tante attività, nobilissime ma poco remunerative, che per anni hanno svolto i malati.

I "normali" che evitano dolori inutili - Anche in questo caso le narrazioni intervengono eccome. Facile riempire di bisogni un uomo che naviga a vista, privo di una vera relazione con la sua identità. L'uomo normale evita i temi che dal suo punto di vista non solo non troveranno mai risposta, ma che danno come unica certezza la produzione di un dolore al dunque inutile. Facendo questo si convincono di aver debellato il dolore e, cosa ancora più grave, di dominare la propria natura. I pazzi fanno il contrario. Vivono in feroce devozione della propria natura, come falene che non riescono a controllare l'attrazione per la luce, con l'unica certezza di bruciarsi. Ma tra un uomo troppo fedele a sé stesso, al punto d'impazzire, è un altro totalmente distaccato da ciò che è nel profondo chi scegliere? Può esistere una mediazione sana? Sì. Certo. Ma per arrivare a questo compromesso non possiamo pensare che la psichiatria sia l'unica materia da utilizzare, l'unica disciplina possibile.

L'uomo contemporaneo ha dismesso lingue fondamentali, che servivano proprio a quell'esercizio mai del tutto realizzato che si chiama conoscenza di sé. La letteratura, in particolare la poesia. La filosofia. Le religioni. Sterminati campi del sapere dove dare sfogo alla propria ricerca esistenziale. Invece di censurarla, negarla, entrare davvero in ascolto della nostra natura, natura come limiti con cui convivere, fragilità da rispettare anziché combattere. Ma per farlo occorre togliere dalla teca della storia le lingue di cui sopra, pompare nelle loro vene sangue fresco.

Oggi l'automatismo tra malessere e patologia psichiatrica è diventato assolutamente naturale. Il ricorso alle cure mediche non arriva più dopo aver percorso tutte le altre vie per così dire ordinarie, ma è il primo a cui approdare di fronte al malessere. Il primo e l'unico possibile. A riprova della progressiva patologizzazione delle nostre vite basta dare ascolto alla lingua oggi in uso e alla quantità di termini medici, in particolare psichiatrici, che hanno preso il posto di altre parole totalmente disperse. Passate qualche ora ad ascoltare i vostri figli. Fobia, ansia, paranoia, panico, sono termini che ne hanno soppiantati altri, come paura, timore, preoccupazione. Parliamo per come viviamo.

Confondere anche l'amore per disturbo - Anche sotto questo aspetto, non abbiamo altra scelta che tornare alle tante e meravigliose lingue che ci hanno condotto per mano lungo tutta la nostra storia. Senza di esse, l'uomo procederà sempre di più verso una condizione di malattia generalizzata, un malato cronico che confonde anche l'amore per disturbo. Perché un approccio terapeutico, per quanto illuminato, così come il farmaco più giusto, non bastano a fare di un individuo un individuo sano. E nel profondo di ognuno di noi, questa consapevolezza resiste. Basta guardare gli occhi dei pazzi che vivono in queste fotografie. Oltre l'apparente bruttura, l'emarginazione, i corpi segnati dalla sofferenza, ci raccontano un dolore che vive anche dentro di noi. Basta avere il coraggio di guardarlo.

 
La transizione ecologica non è un lavoro per pochi PDF Stampa
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di Dante Caserta*


Il Manifesto, 18 aprile 2021

 

Pnrr, chi l'ha visto? È fondamentale garantire il dibattito pubblico su tutte le opere importanti, comprese quelle della transizione ecologica, attraverso una procedura che permetta di stabilire tempi certi e, al contempo, assicuri il diritto dei cittadini a essere informati, a confrontarsi sui contenuti progettuali, ad avere risposte sulle preoccupazioni ambientali e sanitarie.

Da un lato la scarsa trasparenza, l'opacità delle procedure e le carenze dei progetti. Dall'altra la sindrome di "nimby" (not in my backyard, ossia non nel mio giardino) o di "nimto" (not in my terms of office, non nel mio mandato). Questo dualismo micidiale, a volte reciprocamente giustificante, è una delle ragioni del blocco di tante opere nel nostro Paese. E il rischio che ciò si verifichi anche per gli interventi finalizzati alla transizione ecologica è reale.

Per evitarlo non occorrono procedure straordinarie o riduzioni di tutele, ma trasparenza delle informazioni, partecipazione e qualità dei progetti, al fine di garantire un confronto serio per affrontare e risolvere i problemi, ridimensionando lo spazio delle conflittualità sterili o di comodo. Con questa consapevolezza Acli, ActionAid, Arci, Casa Comune, Cittadinanzattiva, Fridays for future, Greenpeace, Gruppo Abele, Legambiente, Libera, Link Coordinamento Universitario, Rete della Conoscenza, Unione degli Studenti e Wwf Italia hanno promosso il "Manifesto per il dibattito pubblico sulle opere della transizione", un segnale chiaro inviato al Presidente Mario Draghi e ai ministri che lavorano al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza a partire da Roberto Cingolani (ministro della transizione ecologica) ed Enrico Giovannini (ministro delle infrastrutture e della mobilità sostenibili).

È fondamentale garantire il dibattito pubblico su tutte le opere importanti, comprese quelle della transizione ecologica, attraverso una procedura che permetta di stabilire tempi certi e, al contempo, assicuri il diritto dei cittadini a essere informati, a confrontarsi sui contenuti progettuali, ad avere risposte sulle preoccupazioni ambientali e sanitarie. Per questo va rivista la normativa sul Dibattito pubblico (Dpcm 76/2018, Allegato 1) e sull'Inchiesta pubblica (articolo 24-bis, Decreto Legislativo 152/2016) e, inoltre, va rafforzata la macchina amministrativa di determinati settori per essere in grado di istruire ed esaminare nel dettaglio e con competenza i progetti, nonché di relazionarsi con i portatori di interesse.

Oggi in Italia l'informazione dei cittadini e la partecipazione ai processi decisionali per l'approvazione dei progetti non è garantita. Nella scorsa legislatura è stata approvata la procedura di dibattito pubblico per le nuove opere pubbliche, ma l'iter di attuazione, completatosi solo da pochi mesi, prevede soglie dimensionali talmente elevate da escludere persino autostrade, centrali a gas, elettrodotti o gasdotti. Non solo, il Decreto semplificazioni dello scorso anno, con la "scusa" dell'emergenza pandemica (che dovrebbe spingere a rafforzare la tutela ambientale e non certo a ridurla), ha pure introdotto una deroga fino al 2024.

Pensare che la partecipazione rallenti l'iter delle opere è sbagliato. I lunghi tempi di approvazione in Italia dipendono spesso dalla scarsa qualità di molti progetti presentati. L'iter di valutazione ambientale è rallentato per l'inadeguatezza tecnica degli elaborati o per la mancanza di analisi costi/benefici anche dal punto di vista ambientale e sociale.

I progetti fatti bene hanno tutto da guadagnare da un confronto pubblico che consentirebbe di spiegare le scelte, rispondere a dubbi e domande, approfondire gli aspetti ambientali e paesaggistici. Realizzare questo confronto prima dell'inizio della procedura permetterebbe di affrontare le questioni aperte, chiedere ai proponenti di dare seguito alle richieste di analisi più approfondite o presentare alternative. La sfida va accettata: se il Governo veramente vuole accelerare nella direzione della decarbonizzazione del proprio sistema energetico e della gestione circolare delle risorse naturali, oltre a semplificare l'iter autorizzativo dei progetti realmente sostenibili, dovrà essere in grado di coinvolgere sempre più i territori nelle scelte da compiere.

 

*Vicepresidente Wwf Italia

 
Migranti. Caso Open Arms, il gup ha deciso: Salvini va processato PDF Stampa
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di Alfredo Marsala


Il Manifesto, 18 aprile 2021

 

Processo al via il 15 settembre. Il giudice accoglie le motivazioni dell'accusa. L'avvocato Bongiorno: "Non è una condanna". Ne avrà di tempo Matteo Salvini per guardare l'orizzonte dalla spiaggia sabbiosa e passeggiare nel lungomare di Mondello. Adora il 'capitano' questa borgata, ci va spesso quando si trova a Palermo. Anche ieri, prima di andare nel bunker dell'Ucciardone per l'udienza preliminare, Salvini aveva deciso di fermarsi un po' per osservare in solitario le onde, godersi il profumo di sale mentre gustava una pizzetta con le acciughe, con il gruppetto di dirigenti di partito che lo guardava da lontano. Il cielo sopra di lui era però cupo, presagio di una giornata storta per il leader del Carroccio. Tre ore di arringa dell'avvocato Giulia Bongiorno, che ha letto le 110 pagine della memoria difensiva, non sono servite a convincere il gup, Lorenzo Jannelli.

Salvini va a processo per avere impedito, nell'agosto di due anni fa, l'attracco della Open Arms nel porto di Lampedusa, col suo "carico" di 147 migranti. Il prossimo 15 settembre salirà sul banco degli imputati davanti alla Corte d'assise: dovrà rispondere all'accusa di rifiuto di atti d'ufficio e sequestro di persona. In poco meno di due ore di camera di consiglio, il gup ha accolto la richiesta della Procura di Palermo di rinvio a giudizio dell'ex ministro dell'Interno, respingendo così la tesi della difesa, che aveva chiesto il non luogo a procedere perché il fatto non sussiste o, in subordine, per insindacabilità del fatto.

Un duro colpo per Salvini: il processo, con i suoi tre gradi di giudizio, rischia di minacciare seriamente la sua corsa verso Palazzo Chigi, per il post-Draghi. Ma anche la sua leadership del Carroccio. Lui glissa: "Fortunatamente i giudici non decidono chi vince le elezioni e chi guida i partiti, almeno in Italia funziona così, in Turchia non lo so". Tenta un affondo: "È una decisione dal sapore politico più che giudiziario". Ma il suo volto è tirato. "Mi spiace per i miei figli, ma non torno a casa preoccupato", assicura, anche se "passare per sequestratore proprio no, è ridicola l'idea, stiamo facendo ridere il mondo". E poi "quanto costerà questo processo politico agli italiani? Chi pagherà il conto? Sono domande che mi faccio da libero cittadino". Non è il solito show, comunque.

Il Gup ha chiarito in aula che lo scopo dell'udienza preliminare non è quello di valutare se sussiste o meno la responsabilità penale dell'imputato, ma se ci sono elementi sufficienti a sostenere l'accusa in giudizio o elementi per decidere un proscioglimento. Per il giudice ci sono tutti, dunque, gli elementi raccolti prima dal Tribunale dei ministri che chiese l'autorizzazione a procedere e poi dalla Procura di Palermo, rappresentata in aula dal procuratore a Francesco Lo Voi, dall'aggiunto Marzia Sabella e dal pm Gery Ferrara. Usa il tecnicismo legale, per tamponare l'onda d'urto, l'avvocato Bongiorno: "Questa è una udienza filtro, non c'è stata una sentenza di condanna, non c'è stata una valutazione negativa".

"Il gup ha precisato che la sua, come prevede la Corte Costituzionale, non è una valutazione di responsabilità penale", sottolinea il legale. Che anticipa le prossime mosse difensive: "Io riproporrò in tribunale quanto ho detto in udienza preliminare, ho documentato che ci sono errori oggettivi anche nel capo di imputazione perché nessuna limitazione della libertà c'è stata. La nave poteva andare ovunque. Aveva centomila opzioni".

Per la penalista "ci sarà solo una dilatazione di tempi, ma alla fine emergerà la verità", annunciando che in giudizio, come ha fatto a Catania nell'udienza per il caso Gregoretti (la Procura in questo caso ha chiesto l'archiviazione), citerà l'ex premier Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio per dimostrare che il divieto di sbarco fu frutto di una valutazione politica dell'intero governo. "Perché così facendo - osserva - si sta portando a processo una strategia di governo, una linea condivisa nel contratto di programma". Salvini anticipa l'atmosfera che ci sarà nell'aula di della Corte d'Assise: "La Open Arms ha fatto una battaglia politica sostenuta da alcuni partiti. In tribunale ci confronteremo su questo, perché io i voti li ho presi dagli italiani, il comandante della Open Arms non è stato eletto da nessuno".

"A mio avviso sul banco degli imputati dovrebbe esserci qualcuno che gioca sulla pelle degli esseri umani mettendone veramente a rischio la vita - afferma - Perché se qualcuno gira, non per sei giorni, il tempo del mio presunto sequestro, ma per 13 giorni per il Mediterraneo in attesa di raccogliere altri immigrati, chi è il sequestratore? Chi gioca sulla pelle di questi poveri ragazzi? Sono contento perché al processo sono convinto emergeranno delle verità: ora sopporto cristianamente la decisione".

Fu la procura di Agrigento a sbloccare il caso Open Arms. Dopo avere accertato con un'ispezione a bordo le gravi condizioni di disagio fisico e psichico dei profughi trattenuti sull'imbarcazione, il procuratore Luigi Patronaggio ordinò lo sbarco a Lampedusa. All'udienza preliminare si sono costituite 21 parti civili: oltre a 7 migranti di cui uno minorenne, Asgi (associazione studi giuridici immigrazione), Arci, Ciss, Legambiente, giuristi democratici, cittadinanza attiva, Open Arms, Mediterranea, AccoglieRete, Oscar Camps, comandante della nave e Ana Isabel.

Alcuni attivisti e militanti hanno inscenato un piccolo presidio davanti al bunker dell'Ucciardone, tenuti a distanza dalle forze dell'ordine che hanno blindato l'area attorno al penitenziario. "Non ho sequestrato nessuno, anzi ho dissequestrato milioni di italiani lavorando per fare riaprire bar e ristoranti il 26 aprile", dice Salvini prima di salire in auto. Direzione aeroporto. Tornerà il 15 settembre a Palermo, questo è certo.

 
Nelle fosse comuni della Libia il mattatoio del Nordafrica PDF Stampa
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di Francesca Mannocchi


L'Espresso, 18 aprile 2021

 

Migranti e detenuti hanno scavato 17 sepolcri. Lì sono spariti i nemici delle milizie di Haftar. Un potere costruito sul terrore che ora rappresenta un'ipoteca per la ricostruzione alla quale partecipa l'Italia. Il vortice di vento alza una polvere rossa che copre le case, le strade, la moschea che si affaccia su un pendio. Il lembo di terra che si estende dalla moschea alla fine della piccola valle è della famiglia di Hamza Abdullah.

Hamza procede a passi lentissimi, al tramonto, le sue parole si confondono col sibilo del vento, via via più forte, via via più acuto. Ripete sempre le stesse parole, rimestate col vento sembrano una preghiera, ma non lo sono: "Era la sua terra. Era casa sua. Lui voleva essere sepolto qui", dice Hamza. Lui era suo padre e quel frammento di terra all'estremità della città era il suo angolo di riposo. Oggi è il sepolcro privato di cinque persone. Il padre di Hamza, i suoi tre fratelli e un cugino. Portati via una notte d'inverno e uccisi.

La casa di famiglia è diventata una casa di sopravvissuti. Lui si è salvato perché non era in Libia, ma in Scozia per un dottorato di ricerca. Hamza è un ingegnere civile. O almeno lo era. Quando hanno rapito gli altri uomini della sua famiglia è tornato a casa a prendersi cura di quello che restava: le donne e gli interrogativi sulla scomparsa. Mentre varca la porta di ingresso evoca i movimenti di quella notte: le macchine nere ferme all'esterno ad aspettare, un gruppo di uomini armati che si arrampica sul tetto e gli altri che entrano buttando giù le porte di ogni stanza e portando via gli uomini, uno dopo l'altro.

I sepolcri della nuova Libia - Hamza conosce ogni dettaglio perché lo raccontano, ogni giorno, la madre e le sorelle che si muovono ancora come fantasmi, tra i panni stesi ad asciugare e i resti di una vita infranta. "Mio padre era un manager al ministero dei Trasporti, un giorno gli hanno chiesto di firmare dei documenti per approvare dei progetti, appalti affidati illegalmente a "loro". Mio padre si è rifiutato. Gli hanno detto solo: ti facciamo saltare la testa. Ha preso le sue cose, ha lasciato l'ufficio e ha cominciato a temere per la vita di tutti. Li hanno portati via prima che riuscissero a lasciare la città". Quando dice "loro" Hamza intende la milizia al-Kani, lo spietato gruppo armato che ha gestito ogni aspetto di Tarhouna per anni. "Tutti sapevano cosa accadeva qui, il governo precedente di Sarraj, il governo attuale. È stato sempre noto a tutti eppure nessuno li ha fermati".

Hamza continua ancora oggi a ricevere minacce, anche a distanza. Mostra il telefono: "Ti prenderemo", gli scrivono utenti anonimi a nome degli al-Kani. Continua a non dormire, come le sue sorelle e i bambini. Come sua madre che da quella notte parla a stento, a stento mangia, a stento esce di casa. "Ci difenderanno dagli assassini prima o poi, o lasceranno per sempre il paese in mano alle milizie?", lo dice Hamza più a sé stesso che alle persone presenti nella stanza, lo dice pensando alla sua paura degli al-Kani che invece sono in salvo, fuggiti a est, in Cirenaica e lì protetti dalle forze di Haftar. Ad aspettare, forse, che il vento cambi ancora. A capire, forse, come riposizionarsi, per l'ennesima volta. Basterebbe la storia di Tarhouna a raccontare cosa è stata la Libia, cosa è oggi, cos'è il timore di quella che sarà. Basterebbe la storia recente della città e i segreti sepolti nelle fosse comuni, finora diciassette, scoperte dopo la fine dell'ultimo conflitto, la scorsa primavera.

Tarhouna è stata dominata dalla tribù al-Kani, sette fratelli - Abdul-Khaliq, Mohammed, Muammar, Abdul-Rahim, Mohsen, Ali e Abdul-Adhim - che per otto anni hanno imposto a migliaia di persone un regime di terrore. Gheddafiani e dunque controrivoluzionari nel 2011, gli al-Kani hanno saputo riposizionarsi ogni volta che è cambiato il vento. Hanno organizzato una potente brigata militare che contava migliaia di combattenti e preso il controllo della città. Come la maggior parte delle milizie hanno beneficiato dell'accesso ai fondi statali e costruito il consenso sul potere delle armi. L'altro volto del potere seguiva le regole della vendetta tribale e dell'estorsione. Hanno sugellato la propria autorità seminando terrore, a Tarhouna ricordano la sfilata di un convoglio dei loro veicoli militari, nel 2017. Un camioncino bianco trasportava sul tetto due leonesse come simbolo della paura che i fratelli al-Kani intendevano ispirare.

Raccontano qui, a voce bassa, che per sfamarle i sette fratelli usassero i corpi dei nemici. Gestivano ogni aspetto della vita civile, uno stato nello stato. Controllavano la polizia, hanno rilevato il cementificio e lo stabilimento della fabbrica di acqua minerale di Qasr Ben Ghechir e tutte le altre società situate nel sud di Tripoli fino a Tarhouna, hanno costruito un impero commerciale imponendo ai negozianti di intestare loro ogni attività, e hanno costruito un tesoretto con i rapimenti.

Ricevevano segnalazioni dalle filiali delle banche sui titolari di conti correnti e li prelevavano a casa di notte. Tenevano in vita i rapiti per fargli ritirare tutti i risparmi dai conti correnti e poi li uccidevano, lasciando il corpo esposto all'incrocio stradale all'ingresso della città che da allora si chiama "il triangolo della morte". Si facevano pagare anche dai trafficanti di uomini e dai contrabbandieri di carburante, perché Tarhouna è sul tragitto che dal deserto conduce alla costa. Chi passava per la città doveva pagare il pedaggio, cioè una tangente.

Hanno usato i soldi raccolti per rafforzare il loro arsenale militare e per portare mercenari locali e stranieri, anche ciadiani e sudanesi. In questa città-stato ogni fratello ricopriva un ruolo, Abdul Rahim per esempio era a capo dell'apparato di sicurezza, Moshen era il responsabile della milizia armata. È suo il volto che campeggia sul muro di una caserma. Era un murale celebrativo. Oggi è crivellato di colpi.

Nel 2016 gli al-Kani hanno sostenuto (e, nei fatti, sono stati sostenuti anche economicamente) il governo di Fayez al Sarraj. Allora Khalifa Haftar li definiva una milizia legata a Lifg, cioè i qaedisti locali, poi, all'inizio della guerra di Tripoli, con l'ennesimo riposizionamento, sono diventati i principali alleati di Khalifa Haftar, hanno cambiato casacca e hanno appoggiato chi fino al giorno prima era stato loro nemico. Sono stati celebrati dai media di Haftar come "forze militari delle unità d'elite" e hanno combattuto la guerra di Tripoli con esecuzioni esemplari, come quella di dodici prigionieri delle truppe di Sarraj, li hanno rapiti, torturati, hanno tagliato loro i genitali, hanno brutalizzato i loro corpi, smembrandoli.

Haftar ha trasformato la città, ottanta chilometri a sud est di Tripoli, in un punto strategico per attaccare la capitale, prendere Tarhouna poteva significare lanciare attacchi cruciali per conquistare la capitale, perdere Tarhouna significava perdere la guerra. E infatti quando lo scorso anno i turchi hanno esteso la presenza di uomini e mezzi in difesa del governo di Tripoli, gli al-Kani hanno lasciato la città e sono fuggiti a est, in Cirenaica, dall'alleato Haftar, senza combattere una battaglia che sapevano già persa. Ma dietro di loro hanno lasciato una scia di sangue e morte che porta dritta alle campagne della città, alle diciassette fosse comuni. Ai duecento corpi ritrovati. Ai cinquanta riconosciuti. Alle centinaia che mancano ancora all'appello.

Muhammad Ali Kosher, è il sindaco ad interim di Tarhouna. La sua tribù è stata storicamente antagonista degli al-Kani, per questo casa sua è stata distrutta e gli uomini della sua famiglia fatti sparire. Il suo ufficio è un viavai di persone, sono i membri dell'associazione delle persone scomparse, gli sfollati che fanno ritorno a casa, i soldati che tornano dalle campagne a riferire il lavoro delle squadre che lavorano nelle fosse comuni. "Hanno trovato tre corpi anche oggi, per fortuna uomini, adulti", dice. Si imbarazza per quelle due parole "per fortuna" ma lo dice perché i suoi occhi hanno visto corpi di donne, una incinta, corpi di bambini torturati e "corpi seppelliti con le maschere di ossigeno, i dispositivi medici. Prelevati dagli ospedali e portati in mezzo ai campi, chissà. Forse sepolti vivi".

La maggior parte delle fosse comuni è in un'area chiamata Machrou al Rabt, a una decina di chilometri dalla città, sono state scoperte alla fine della guerra, la scorsa primavera. Gli abitanti di Tarhouna hanno cominciato a chiamare le forze dell'ordine, raccontare cosa avevano udito - il rumore delle scavatrici, di notte - e visto - intere famiglie trascinate via alle prime luci dell'alba e poi scomparse. Così da sette mesi la terra rossastra di Tarhouna ha cominciato a parlare, hanno cominciato a parlare i rettangoli ordinati segnati dal nastro rosso e bianco, hanno cominciato a parlare le donne sole, le superstiti della città fantasma.

"Le fosse sono state scavate dai migranti, abbiamo trovato le prove nelle loro prigioni": Farj Ashgheer è un membro dell'Associazione delle famiglie degli scomparsi, racconta come un miliziano degli al-Kani abbia confessato che i migranti detenuti sono stati usati per scavare le fosse comuni e caricare le munizioni. Ne hanno trovato prova sugli archivi delle prigioni. Gli al-Kani segnavano la data in cui i migranti venivano prelevati e portati via. Il giorno della liberazione ce n'erano decine, chiusi a chiave nel centro di detenzione illegale, terrorizzati, affamati. Non mangiavano da giorni. È passato un anno dalla liberazione della città e i fantasmi continuano a uscire dalle prigioni. Parla l'aria stantia che esce dalle celle. E parlano i sopravvissuti.

Tarek Mohammed Dhaw al-Amri è stato detenuto nella struttura militare di Da'am per sette mesi, insieme ad altre settanta persone. Gli al-Kani sospettavano che fosse un traditore, che inviasse informazioni alle truppe di Sarraj. I primi dieci giorni l'hanno torturato, due persone lo tenevano fermo e altre due lo bastonavano con i tubi di plastica o lo frustavano, contemporaneamente. Poi l'hanno chiuso nella cella numero uno. Tre metri per due, la dividevano in dieci, dormivano a turni. Cinque in piedi e cinque stesi. Era buia e fredda ma, avrebbe capito col passare delle settimane, almeno non era la cella dei destinati a morire, la numero 2, quella con niente luce e poca aria.

"Ogni giorno prelevavano qualcuno dalla cella n. 2, lo bendavano e dopo due, tre minuti sentivamo uno sparo, in poco tempo abbiamo capito che quella era la cella dei condannati".

Quando gli al-Kani hanno capito che la guerra era persa hanno cominciato a uccidere a caso, senza motivo e brutalmente. "Ogni giorno pensavo che sarebbe arrivato anche il mio turno, ogni volta che aprivano la porta della cella pensavo: tocca a me". Il suo turno non è arrivato, la città è stata liberata prima. Farj è vivo ma ha visto morire parenti e amici, come Ezzedine Bouzwaida. Quando ricorda le sue ultime parole, "chiedi alle donne rimaste di perdonarmi", Farj piange, le sue lacrime scorrono sul viso, e cadono sulla divisa. Le asciuga col pudore del sopravvissuto, di chi conserva la memoria. E insieme alla memoria trattiene il desiderio di vendetta. Oggi Farj fa parte delle forze di sicurezza della città. Ma la parte del protagonista, a Tarhouna, oggi, la gioca un'altra milizia. Uscita di scena la brigata al-Kani, non è ancora il turno delle forze governative, ammesso che questa parola abbia un senso, in Libia. È la volta di un'altra milizia, la 444. Sono loro, incappucciati e armati, a presidiare l'entrata e l'uscita dalla città.

A marzo i ministri degli Esteri dell'Unione Europea hanno imposto sanzioni per gravi violazioni dei diritti umani ai fratelli al-Kani. C'era già il nuovo governo della Libia finalmente unita.

Ma l'unità nazionale era ed è ancora solo sulla carta. La Libia resta un paese spezzato, gli al-Kani vivono indisturbati e al sicuro a Bengasi, ancora sotto il controllo di Haftar, e continuano a minacciare anche a distanza chi è rimasto a Tarhouna, aspettando forse di tornare, aspettando di capire in quale direzione cambierà il vento e come posizionarsi. Aspettando di capire come ricompattare il gruppo armato, nel balletto, nella staffetta delle milizie. Farj sull'uscio di quella che è stata la sua cella dice: "La nostra religione ha come obiettivo la pace ma la pace con gli assassini non è possibile. Nessuna riconciliazione con chi ha sterminato Tarhouna. Nessun perdono per gli uomini di Haftar".

 
Egitto. Zaki, ora il governo si muove: "Avanti sulla cittadinanza" PDF Stampa
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di Andrea Carugati


Il Manifesto, 18 aprile 2021

 

Letta in pressing. Il sottosegretario Della Vedova: saranno avviate le verifiche necessarie. All'assemblea Pd spazio ai militanti. Il segretario: patto sociale come Ciampi nel 1993. Dopo la gaffe del premier Draghi, ieri qualcosa si è mosso sulla vicenda di Patrick Zaki. A palazzo Chigi hanno riconsiderato la posizione di distanza presa venerdì, e dato mandato al sottosegretario agli Esteri (con delega ai diritti umani) Benedetto Della Vedova di dare un segnale: "Il governo darà seguito all'impegno preso in Parlamento, avviando le verifiche necessarie per il conferimento della cittadinanza a Patrick Zaki". Tradotto, la settimana prossima Della Vedova contatterà il Viminale per dare il via all'iter, che potrebbe non essere breve.

Un risultato che piace al Pd. "Parole che sgombrano il campo da freddezze ed equivoci. Ora bisogna andare avanti rapidamente", twitta Filippo Sensi. "Si lavori con impegno per questo e per ogni altra azione di pressione che porti al più presto alla liberazione di Patrick", insiste la responsabile esteri Lia Quartapelle. Enrico Letta ieri aprendo l'assemblea nazionale del Pd aveva insistito sul punto: dare seguito alla decisione presa all'unanimità dal Senato. Un'assemblea diversa dal solito: pochissimi big sul palco virtuale di Zoom ma tanti militanti, quasi 60 interventi in 5 ore di discussione. Che ha preso il "la" dal corposo documento che riassume le risposte dei militanti (circa 40mila coinvolti) ai 20 punti presentati a metà marzo da Letta: con una serie di priorità molto chiare, dal lavoro, al sud alla questione femminile che va ben oltre la presenza di donne ai vertici della politica.

"Il partito esiste, è vivo ed è molto vivace", dice Letta nella sua relazione. "Un mese fa abbiamo rischiato di buttare via un partito che ha una grande ricchezza, ma grazie alla nostra base siamo in grado di superare una crisi di vertici". E ancora: "Non si vincono le elezioni con costose squadre di comunicazione, magari americane, ma con 100mila militanti. Il rapporto centro-base non deve essere di controllo, ma di ascolto e protagonismo".

Risvegliati i militanti, ora Letta punta a andare oltre con l'esperimento delle Agorà che partirà il primo luglio. "Deve essere un processo interno e esterno al Pd, faccio un appello a tutti quelli che ci guardano da fuori o sulla porta e a tutti quelli che hanno un impegno culturale e civico: questo semestre è per voi. Non è per guardarci l'ombelico o per risolvere i nostri problemi interni, quelli li risolveremo solo se guarderemo fuori". Un concetto che sta diventando un cardine della nuova segreteria: bypassare le faide tra correnti aprendo le porte. L'obiettivo, ambizioso, è quello di creare un nuovo modello di partito: non leaderistico e digitale, senza scivolare nel modello Rousseau, che anche il M5S sta archiviando.

Quanto ai temi, il segretario ha ribadito la sua scelta di tenere insieme la lotta alla crisi economica e alle disuguaglianze con le battaglie sui diritti civili. "Dopo questo mese sono ancora più convinto che i diritti e come arrivare alla fine del mese sono temi che si possono tenere insieme", spiega Letta. Sul Recovery, ha ribadito le priorità illustrate a Draghi: sud, donne, giovani. "Vorrei proporre al governo, alle parti sociali, ai partiti, che si faccia un grande patto per la ricostruzione del Paese, come Ciampi nel luglio del '93. Sono convinto che Draghi abbia la legittimazione e la forza per un grande patto europeo che sta dentro il Next Generation Eu".

"Dobbiamo toccare con mano, condividere la disperazione sociale che c'è", avverte il tesoriere Walter Verini. "Nel rapporto col governo non stare col freno a mano tirato, ma con la nostra identità di sinistra". "Il rimbalzo che ci sarà non porterà ad una ripresa occupazionale, quindi dovremo respingere il rischio che si possa dire '"torniamo a forme di precarizzazione"", ha avvertito il ministro del lavoro Andrea Orlando. "Saremo misurati su quanto saranno cresciute le diseguaglianze al termine della pandemia. Nel contrasto alla povertà è ora di smetterla con la retorica che colpevolizza i poveri". Giovanni Crisanti, 21 anni, il delegato più giovane, ha chiesto di fare come Macron: "C'è molta sofferenza tra i ragazzi, bisogna garantire 10 sedute da uno psicoterapeuta gratis". Il piemontese Raffaele Trudu, citando Letta, ha chiesto: "Perché dobbiamo usare il cacciavite e non la falce e il martello?".

 
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