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Milano. Quadri e street food, l'altra vita oltre il carcere PDF Stampa
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di Federica Venni


La Repubblica, 16 febbraio 2020

 

A 69 anni e dopo ventuno dietro le sbarre Gianni Marelli anima un'associazione alla Barona che aiuta ex detenuti e migranti. Gianni si è fatto ventuno anni di carcere. E mentre lo racconta davanti ad una classe di ragazzi e ragazze del liceo classico Tito Livio si commuove. "Essere qui con voi è la dimostrazione che non mi sono mai arreso", sorride.

Via Teramo, Barona: in uno spazio al piano terra di un caseggiato popolare di proprietà del Comune messo a bando la scorsa primavera, Giovanni Marelli a 69 anni sta costruendo la sua seconda vita, quella arrivata "dopo l'errore". La prima, nata nella Milano da bere di cui Gianni era uno dei protagonisti per aver lanciato locali alla moda come la Champagneria di via Clerici, finisce con un arresto per concussione nel 1990: pagava alcuni poliziotti amici per ottenere i permessi di soggiorno dei ragazzi cingalesi che lavoravano come camerieri nei suoi locali. "Il mio fu di fatto il primo arresto di "Mani pulite", ricorda.

Da lì, inizia il suo "inferno", un'escalation nera fatta di cocaina e reati contro il patrimonio. Nelle carceri di mezza Italia Gianni prova "a dare un senso al tempo". Inizia il suo "viaggio introspettivo" grazie al quale scrive decine di poesie che gli portano diversi riconoscimenti. Diventa anche pittore, "artista del disagio", ed espone, lavorando insieme con un artista giapponese e un canadese, al Manifesto della Quinta Dimensione.

Dopo vent'anni dietro le sbarre è libero, ma una volta fuori la montagna del riscatto si rivela difficilissima da scalare: le notti nei dormitori della città, la voglia di rimettersi in gioco spesso mortificata da una realtà che inchioda al proprio passato. Finché un paio d'anni fa decide di fondare "Ci sono anch'io", un'associazione di promozione sociale che aiuta ex detenuti, immigrati e persone disagiate a regalarsi un'altra possibilità.

In un anno, tra servizi di catering e piccoli lavori edili l'associazione cresce e si presenta al bando "Spazio Quartiere" con cui Palazzo Marino mette a disposizione a un canone ridotto alcuni locali ai piani terra delle proprie case popolari: Quarto Oggiaro, Chiesa Rossa, Barona. Ed è proprio qui, davanti al civico 10 e al parchetto di via Campari, in fondo a viale Faenza, che per Gianni e la sua associazione arriva la prima vittoria.

Due locali rimessi a nuovo, arredati con panche e un palcoscenico dove si suona musica dal vivo. Dentro queste mura ci sono mille progetti: "Stiamo facendo i salti mortali, ma ora ci mancano i soldi per finire la cucina che sarà il cuore delle attività. La prima cosa che vogliamo realizzare è il "Pollo Volante" per la consegna a domicilio di pollo e patate in tutta la zona 6".

Il girarrosto c'è, alcuni mobili pure, ma mancano un po' di attrezzi per aprire l'attività: "Per raccogliere fondi il 19 febbraio alle 20 organizziamo un'asta di beneficienza con i miei quadri". Gianni, abituato a quei "pochi metri quadri" del carcere che ha tanto descritto nelle poesie ora sogna in grande: "Vorrei un Pollo Volante per ogni municipio di Milano, così potrei dare lavoro a cento persone e vedere realizzato il mio sogno".

Tra le idee ci sono anche uno street food - l'"Hot Dog della Pace, fatto con il pollo così che possano mangiarlo tutti, sia i cristiani che i musulmani" - e un tendone- balera da montare nel parco come polo di aggregazione per il quartiere. Gli studenti del Tito Livio, arrivati qui per un progetto di alternanza scuola-lavoro, lo ascoltano curiosi. Uno di loro chiede: "Perché dipingi tutti questi triangoli, cosa rappresentano?". "Sono la vita", sorride Gianni.

 
Chi c'è dietro il nazista alla porta. Ecco le chat segrete della scuola dell'odio PDF Stampa
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di Giovanni Tizian


L'Espresso, 16 febbraio 2020

 

Una rete suprematista internazionale diffusa dagli Usa all'Europa e ramificata anche in Italia. Che su Telegram e altri canali incita a colpire ebrei e immigrati. Con aggressioni, minacce e svastiche sulle case. "Il tempo che perdi non è sprecato. Perché in quel tempo potevi uccidere un ebreo". "Cerchiamo terroristi e soldati".

"Combatti. Fino all'ultimo respiro, perché alla fine cosa ci rimane da fare?". Caccia a ebrei, immigrati, omosessuali. Ragazzini disposti a passare all'azione militare, fomentati da nuovi ideologi della razza bianca. Un fiume carsico gonfio di odio. Che scorre su chat riservate di Telegram, l'applicazione di messaggistica per cellulari considerata più sicura di whatsapp.

Prosegue la sua corsa su VKontakte, il social network russo diventato il buen retiro degli fondamentalisti ariani banditi da Facebook. Si nutre dell'anonimato garantito dai forum di discussione fondati con un preciso scopo: adescare nuovi adepti, indottrinarli, prepararli alla battaglia finale della rivoluzione nazionalsocialista. Camere oscure zeppe di insulti omofobi, antisemiti, xenofobi. Stanze virtuali dove la spinta a praticare la violenza è quotidiana. Popolate di ideologi che con i loro scritti definiscono i contorni del nazifascismo 4.0, che non riunisce le proprie truppe nei circoli e va oltre la creazione di un sito o di una pagina social.

Cresce, piuttosto, nel segreto dei forum o delle chat. Si alimenta di sermoni impregnati dell'ideologia suprematista. Il ritorno al concetto della razza ariana, da preservare dalle contaminazioni di "giudei" e "negri". Atomwaffen Division è un gruppo di suprematisti che negli Usa è considerato eversivo. E che ha fatto proseliti anche in Europa e guarda all'Italia. Nel video, pubblicato nelle chat nel giugno del 2019, la minaccia della divisione tedesca: "Siamo pronti all'ultima e lunga battaglia"

Insomma, null'altro che la teoria che ha ispirato i nazi-terroristi degli ultimi dieci anni: dal norvegese Anders Breivik al più recente Brenton Tarrant, il 28enne australiano autore il 13 marzo 2019 della strage in Nuova Zelanda che ha provocato 50 morti tra i musulmani, senza dimenticare l'italiano Luca Traini, che a Macerata ha ferito sei migranti e ha esibito il saluto romano quando i carabinieri lo hanno arrestato.

Una spirale di violenza che non sembra sopita. Anzi, negli ultimi tempi è sospinta dal vento nazionalista. Legittimata da leader politici che hanno messo in cima alla lista nera dei veri patrioti i migranti, che inneggiano alla tradizione. E poi ci sono altri che non rinnegano il passato fascista, quello trascorso insieme agli ultras nazisti. La manovalanza che si muove nell'ombra non teme più la condanna della destra istituzionale. Il clima politico e sociale si è fatto corrosivo, si cercano casa per casa gli stranieri per scacciarli dalla casa popolare occupata per diritto. Si dileggiano gli ultimi, la società raccoglie i cocci della guerra tra poveri, bacini di consenso dei nazionalisti.

Ecco che non devono sorprendere le intimidazioni mirate di questo primo mese e mezzo del 2020. Le ultime due a Pomezia, provincia di Latina, il 12 febbraio scorso: "Anna Frank brucia", vergato con una bomboletta spray sul muro dell'istituto superiore Ipsia dove quel giorno era atteso Gabriele Sonnino, memoria della Shoah; in una seconda scuola della città, il Liceo Pascal (dove si era svolto un incontro sulla memoria), gli studenti hanno trovato sull'asfalto, all'entrata dell'edificio, la frase "Calpesta l'ebreo", accompagnata da una croce celtica e una stella di David. Un'escalation che ha prodotto in Italia una sequenza di azioni dimostrative nei confronti di obiettivi strategici per i seguaci di Hitler.

Le svastiche, le ingiurie antisemite e le scritte "qui abita un ebreo", apparse nei giorni precedenti e successivi alla giornate del ricordo delle vittime della Shoah, hanno preso di mira case vissute da chi ha collegamenti familiari con i deportati nei campi di concentramento o con la lotta partigiana. Testimoni, insomma, di un'epoca che sembrava chiusa per sempre. Eppure questi segnali, insieme alla crescente marea nera virtuale, ci confermano che non è così. Sono episodi da non sottovalutare, spiegano all'Espresso gli esperti dell'antiterrorismo. Così come destano allarme gli arsenali ritrovati nei mesi scorsi dalla polizia di Stato a disposizioni di neofascisti italiani, in collegamento con il network europeo dei suprematisti.

La saldatura tra "ideologia estrema e l'utilizzo di internet quale strumento di veicolazione e propaganda" è estremamente pericoloso, rivelano i carabinieri del Ros in alcune recenti analisi sul fenomeno suprematista. I detective dell'antiterrorismo del Ros osservano i movimenti della galassia nera con attenzione. Hanno firmato importanti inchieste come quella denominata "Banglatour" (il processo è iniziato a gennaio) sui alcuni militanti neofascisti di Forza Nuova nella quale erano emerse aggressioni a cittadini bengalesi. O come l'indagine "Aquila Nera" sul movimento Avanguardia Ordinovista, che aveva l'obiettivo eversivo di colpire le istituzioni. Senza dimenticare l'operazione sui mercenari italiani neofascisti andati a combattere in Donbass con i separatisti filorussi: per alcuni di loro sono arrivate le prime condanne, mentre in tre sono ancora latitanti protetti dalla rete internazionale che li ha portati fin lì.

E quella su "Azione Europea", che come emerso dall'indagine del Ros, è un enclave in Trentino-Alto Adige di fanatici hitleriani che sognavano la restaurazione del Terzo Reich e la soppressione della democrazia parlamentare. Adesso, tuttavia, le attenzioni sono rivolte a un fenomeno nuovo: l'atomizzazione della militanza, più fluida e meno irregimentata in regole di partiti o movimenti. Il che vuol dire meno prevedibilità e luoghi di ritrovo quasi sempre virtuali. Un po' come per l'Isis che ha colpito spesso in Europa avvalendosi di soldati radicalizzati sul web oltreché nelle carceri. Lupi solitari, appunto. Termine che ritorna nei rapporti delle polizie europee e del Ros sul pericolo suprematista.

L'ideologo della guerriglia solitaria ha un nome: James Mason, 67 anni, americano dell'Ohio. La sua raccolta di scritti, "Siege", è diventato un testo di riferimento nei discepoli moderni del nazi-fascismo. Mason è stato negli anni '80 l'ideologo del suprematismo bianco. E neppure lui, duro e puro della rivoluzione ariana, mai si sarebbe aspettato che potesse tornare in auge nel 2020. Finché un gruppetto di giovani non l'ha pescato dall'oblio in cui era caduto. Le teorie di Mason, hitleriano di ferro e ammiratore del serial killer Charles Manson, sono state il concime ideologico sul quale è germogliata la "Atomwaffen Division", la divisione delle armi nucleari. Un gruppo paramilitare, considerato dalle autorità americane una formazione terroristica.

Tanto che alcuni dei suoi membri, molti giovanissimi, sono sospettati di aver commesso omicidi a sfondo razziale. "AtomWaffen" è nato sul web nel 2015 sulle pagine del forum "Iron March". Chiuso nel 2017 dagli stessi fondatori - tra cui un russo dal profilo misterioso - contava oltre 2 mila membri. La banda nera della "Atomwaffen" resta però alla costante ricerca di nuovi adepti, meglio se giovanissimi. "Unisciti ai nazisti locali" è il claim dell'organizzazione comparso in alcuni college americani. Ci sono poi i militanti più esperti, chi con un passato nell'esercito, altri ancora in servizio.

Con la chiusura di Iron March, l'attività di proselitismo è proseguita e oggi esistono due canali Telegram, entrambi non pubblici. L'8 giugno scorso è stato pubblicato l'annuncio della nascita della sezione tedesca del gruppo: il video si apre con un militante che indossa la maschera raffigurante un teschio, il cappuccio in testa, alle sue spalle fa da sfondo una svastica nera su sfondo bianco; è armato, carica una pistola e avverte che il battaglione è pronto "per l'ultima e decisiva battaglia". In un video successivo, sempre su Telegram, un altro militante in mimetica si allena con un fucile da guerra in un luogo non identificato. Gente pericolosa, insomma. Che ha valicato i confini statunitensi per approdare con proprie cellule in Europa. L'Fbi l'ha messa nel mirino da tempo, ritenendola tra le minacce più serie nell'ultimo periodo.

Un militante di Atomwaffen Division è un gruppo di suprematisti che negli Usa è considerato eversivo. E che ha fatto proseliti anche in Europa e guarda all'Italia.

Del resto tutto il fenomeno del suprematismo è una priorità in questo momento per i detective americani. Lo ha spiegato Christopher Wray, il direttore dell'Fbi, in commissione giustizia della Camera: la violenza politica di estrema destra, motivata dall'odio razziale, è una "minaccia prioritaria per la sicurezza nazionale". Pericolosa, ha sottolineato Wray, quanto l'Isis. E Atomwaffen è una formazione liquida, post gerarchica, dove l'emulazione è il fine della violenza stessa. Lupi solitari del nazismo, che assomigliano per metodo a quelli dell'Isis, capaci di paralizzare l'Europa con il terrore.

Pericolosità, del resto, che emerge dai dati hackerati a novembre 2019 dal forum Iron March. La fuga di notizie riconduce all'Italia. Una decina di profili fanno riferimento al nostro Paese. Gli italiani sono stati localizzati tra Napoli, Roma, Torino, Milano, Firenze. Hanno quasi tutti nomi di fantasia. Di certo su Iron March avevano trovato un luogo sicuro dove radicalizzarsi. Scorrendo le discussioni del forum troviamo continui riferimenti al nazismo, alle figure del fascismo combattente, a Mussolini. E soprattutto prevalgono le liturgie xenofobe e antisemite. Con più di qualche riferimento all'acquisto armi da guerra.

È il caso di due utenti che contrattano l'acquisto di fucili d'assalto e pistole: un francese chiede il prezzo di un Kalashnikov Ak47 a un camerata serbo, il costo di mille euro, è ritenuto eccessivo per l'acquirente, che spiega come "in Francia lo pagherebbe 600-700 euro e che conviene quindi comprarlo in patria così da evitare dogane e frontiere". C'è un altro utente, invece, sempre europeo, che "diffida degli intellettuali" e crede che l'unica cosa di cui aver paura sono "i colpi dell'Ak47 nella guerra razziale".

I messaggi, analizzati dall'Espresso, si fermano al 2017. I riferimenti al nostro Paese non mancano: "La situazione dell'immigrazione in Italia è disgustosa. Un governo tecnocratico non eletto prende letteralmente le persone dai barconi e li porta in Italia... Quando dovrebbero affondarli tutti fuori da Lampedusa. Quest'anno hanno già "salvato" oltre 60.000. Matteo Renzi e tutti i suoi servi devono essere sparati e gettati nel Mediterraneo. Le persone ne sono stufe, indipendentemente dalla loro politica, c'è il 40 per cento di disoccupazione giovanile. Ora l'Ue sta costringendo altre nazioni dell'euro ad assumersi alcuni degli oneri italiani. È davvero la prima linea dell'Europa e dove inizierà la rivoluzione".

Iron March non è un sito di partito. È una galassia che aggrega schegge neonaziste sparse per il mondo. Diventato in poco tempo il riferimento culturale di altri spazi virtuali dove la violenza verbale si mescola a progetti di azioni militari sul territorio. Anche in Italia è diventato un modello. Per esempio su Telegram, confusi tra milioni di dati e utenti, si sono moltiplicati i gruppi nazisti e suprematisti. Alcuni accessibili da chiunque, altri vietati agli intrusi.

"Il suono del nazionalsocialismo", "Sole Nero", "Fascio littorio", "Hyperborean worldview", "Fascismo V2-Lgbt shit", "Avanguardia nazionalsocialista", "Meridiano Zero". Queste sigle sono solo la punta dell'iceberg nero che emerge da Telegram. Una platea di migliaia di utenti. Quelle più seguite e create in Italia ne raccolgono quasi 2mila. Poi ci sono quelle internazionali, a cui partecipano camerati di tutto il globo. L'Espresso ne ha scoperte diverse. C'è la chat "Sole Nero", 475 iscritti, in cui è forte il misticismo nazista: ritratti del Fuhrer, illustrazioni di svastiche che sorgono da dietro le montagne, un'iconografia che ricorda il signore degli anelli di Tolkien. Qui alcuni degli iscritti pubblicano veri e propri manifesti della guerra razziale.

Tra queste conversazioni, L'Espresso ha rintracciato un breve testo dal titolo evocativo "L'Apocalisse" pubblicato il 3 dicembre 2019: "Create terrore, create panico, create l'Apocalisse. Coloro che sopravviveranno al collasso, alla furia dei guerrieri del sole nero, potranno ricostruire un mondo nuovo. Cosa aspettate? Fategli assaggiare le radiazioni, fateli bruciare, fateli soffrire e pentire di tutto ciò che hanno fatto. È tempo di eliminare, di purificare". Lo stesso autore ha pubblicato su Telegram anche un ebook dal titolo "Il Vento bloccato", il manifesto della rivoluzione nazionalsocialista: "Camerati è tempo di imbracciare le armi e combattere contro il vero nemico.

Questo manifesto è una chiamata alle armi. Combattere fino all'ultimo respiro. Non abbiate pietà. Sieg heil!" Il testo è scaricabile dal canale Telegram "Meridiano Zero", che conta 640 iscritti. Su Meridiano Zero troviamo centinaia di post e pubblicazioni sul negazionismo dell'olocausto. Non ingiurie antisemite vaghe, ma una precisa campagna ideologica: "Il mito dello sterminio ebraico", è il titolo di un testo pubblicato sul canale; "La frode del diario di Anna Frank", si legge in un altro post; e, poi, ancora, "Il diario di Anna Frank, guida a una lettura critica... noi, come tutti gli storici revisionisti, siamo convinti della non autenticità del diario di Anna Frank e cercheremo di dimostrare che esso non è stato altro che uni strumento nelle mani dei sostenitori dell'olocausto".

Nell'elenco di canali nazifascisti su Telegram troviamo "FascismoV2-Lgbt Shit". In questa chat un piccolo gruppo di iscritti vomita minacce contro gay, neri ed ebrei: "Lo voglio fare davvero!, lo farò al prossimo gay pride nella mia città", si legge nei commenti a corredo della foto della bandiera arcobaleno che brucia. L'elenco dei canali è lungo. Tra questi c'è "Il suono del nazionalsocialismo", 220 membri, dove il tema più dibattuto è lo strapotere finanziario dei "giudei". E il canale "Avanguardia nazionalsocialista": ad accoglierci una foto di un campo di concentramento, a fianco una bimba cartone animato dai capelli fucsia, che esclama in inglese: "Nel tuo cuore sai che se lo sono meritato".

Alcuni suprematisti italiani oltreché su Telegram sono approdati sul social network russo VKontakte, isola felice di neonazisti banditi da Facebook. Qui troviamo profili antisemiti che si richiamo al fascismo: Ordine Ario Romano e Lictorii signo. I video pubblicati mostrano il nemico da combattere: gli ebrei. In uno di questi compare una donna intervistata mentre parla dell'antisemitismo, sulla sua fronte compare una stella gialla che la marchia come "Jude". Dalle parole ai fatti, il confine è sottile. Come accaduto con le scritte razziali apparse con una meccanica inquietante nell'ultimo mese, a ridosso della giornata della memoria per le vittime della Shoah.

L'offensiva ideologica lanciata nei circuiti social sembra, dunque, aver trovato terreno fertile nella realtà. Dall'inizio dell'anno, infatti, si sono ripetuti gli attacchi a bersagli precisi. Il 13 gennaio a Torino, una svastica sulla porta dell'abitazione di una artigiana quarantaquattrenne di Torino. Il 24 gennaio a Mondovì, provincia di Cuneo, la scritta antisemita "Juden hier"(qui abita un ebreo) e una stella di David disegnata sulla porta di casa del figlio di una staffetta partigiana deportata nel 1944 nel campo femminile di Ravensbruck. Il 27 gennaio, sempre in Piemonte, una nuova minaccia, "Crepa sporca ebrea", sul pianerottolo dell'appartamento della figlia, di origine ebraica, di una staffetta del Partito d'Azione attiva a Torino nei primi anni '40. Il 30 gennaio, gli adesivi con il saluto nazista "Sieg heil" e alcuni simboli delle "SS" tedesche incollati sul citofono dell'abitazione di una donna iscritta all'Anpi(figlia di un partigiano). E poi altri episodi simili, verificatisi nelle settimane precedenti, senza però che le vittime denunciassero il fatto.

Un gennaio nero, insomma. Non solo a Torino e in Piemonte. Negli stessi giorni a Rezzato, provincia di Brescia, è stato distrutto un bar di proprietà di una cittadina italiana di origini marocchine. Sul pavimento il marchio di fabbrica del blitz: una svastica e la scritta "negra". Di certo, come spiega a L'Espresso il comandante del Ros Pasquale Angelosanto, ad allarmare è la scelta degli obiettivi da colpire.

Non sono scritte su muri scelti a caso o su panchine dei parchi pubblici delle città. Ma prendono di mira persone che hanno legami familiari con chi in qualche modo è stato testimone dell'olocausto o della lotta partigiana. C'è, quindi, uno studio del territorio, l'anamnesi della storia familiare dei target da colpire. Il frasario è quello che ancora oggi, mentre scriviamo, circola liberamente sulle chat di Telegram, nei profili social di Vkontakte e nei forum d'area radicale. Proclami che potrebbero aver trovato nuove reclute pronte all'azione.

Anche per emulare i "lupi" suprematisti che hanno già imbracciato i fucili: dal nazista norvegese Anders Breivik al leghista Luca Traini fino a Stephen Balliet, l'ultimo in ordine di tempo, che in Germania ha ucciso due persone vicino a una Sinagoga nel giorno della celebrazione ebraica dello Yom Kippur.

Balliet, aveva postato un documento nel quale preannunciava l'attacco al luogo di culto, mostrando le armi e lanciando il proclama del guardiano della razza :"Gli stati hanno l'obiettivo di uccidere il maggior numero di possibile di anti-bianchi, meglio se ebrei". Un lessico che ritroviamo spesso nelle chat e nei forum analizzati da L'Espresso. I luoghi di ritrovo virtuale dei miliziani ariani. Dove l'indottrinamento può tramutare in miscela esplosiva il rancore e la solitudine delle giovani leve.

 
Dallo schiavismo nei campi alla nostra tavola: dove fare la spesa per non essere complici PDF Stampa
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di Antonello Mangano


L'Espresso, 16 febbraio 2020

 

Da trent'anni nelle cronache leggiamo di caporalato e sfruttamento nelle campagne italiane. Ma esistono alternative per non appoggiare tutto questo. Un estratto del libro inchiesta "Lo sfruttamento nel piatto. Quello che tutti dovremmo sapere per un consumo consapevole". Dalle campagne italiane arrivano cronache drammatiche: incidenti in cui muoiono centinaia di lavoratori; ghetti che bruciano ; donne sfruttate sessualmente tra le serre che assicurano ortaggi fuori stagione; braccianti ridotti in schiavitù dal Piemonte alla Sicilia.

In realtà, la questione risale ad almeno trent'anni fa: nel 1990 fu ucciso a Villa Literno il rifugiato sudafricano Jerry Masslo, che passò dalla negazione dei documenti alla raccolta dei pomodori. Anche se a fatica, oggi cominciano a emergere le cause. I passaggi dal campo al bancone del supermercato sono numerosi e poco tracciati; non esiste una etichetta trasparente; gli strumenti di contrasto adottati dalle aziende (ispezioni, liberatorie, certificazioni) appaiono insufficienti. La "Grande Distribuzione Organizzata" non è l'unica responsabile, ma appare poco intenzionata a prendere provvedimenti risolutivi. Quindi cosa possono fare i consumatori per evitare di essere complici di un sistema che non vuole auto-riformarsi? In sintesi, dove facciamo la spesa?

Trovare un'alternativa non è difficile. È possibile acquistare prodotti etici e di qualità superiore, senza necessariamente spendere di più. Per fortuna l'Italia, nonostante l'attacco della globalizzazione, è ancora un paese ricco di diversità. Esistono diverse opzioni: evitare il cibo "a rischio" trovando produttori alternativi; sostituire tutta la spesa associandosi con altri consumatori oppure incontrando i contadini in un mercato rionale; ma, soprattutto, occorre superare l'ideologia trentennale del "consumerismo".

Può essere impegnativo sostituire tutta la spesa. Ma non è detto che lo sia per i prodotti più "critici". Chi non ha la possibilità di un consumo radicalmente alternativo, per ragioni economiche o di tempo, può comunque iniziare un boicottaggio intelligente di alcuni prodotti. In Italia esistono situazioni estreme e le peggiori riguardano la produzione di arance e pomodori. Quindi, un primo passo per non essere complici può essere sostituire questi due prodotti cercando aziende che offrano garanzie sull'etica.

Ecco due esempi. In seguito alla rivolta del 2010, alcuni attivisti calabresi insieme ai migranti, decisero di fare qualcosa di concreto. Nacque "Sos Rosarno". "Tutti i produttori sono piccoli proprietari, singoli o associati in cooperative, assumono regolarmente la manodopera impiegata nella raccolta, per oltre il 50% immigrata, e sono interni al circuito della solidarietà con gli africani di Rosarno, che nell'assoluta insufficienza delle politiche istituzionali d'accoglienza possono sopperire ai bisogni più elementari solo grazie al sostegno delle realtà associative della società civile", si legge nel sito ufficiale.

Da allora l'unione di alcuni produttori della Piana di Gioia Tauro permette la produzione di arance, in particolare clementine; poi olio, grano, formaggi e insaccati. I prodotti sono acquistabili dai "Gruppi di Acquisto Solidali" (Gas) in Italia e all'estero, ma anche nei punti di distribuzione della rete "Fuori Mercato".

L'altro prodotto critico è sicuramente il pomodoro. Per alcuni è il simbolo della dieta mediterranea, per altri è sinonimo di caporalato. Negli ultimi anni, tuttavia, sono nate diverse esperienze per proporre un'alternativa al consumatore. "Funky Tomato" è probabilmente la più conosciuta. È nata tra Puglia, Basilicata e Campania, nel 2005, dopo la morte della bracciante Paola Clemente. A partire da Taranto, un gruppo di agricoltori, attivisti e ricercatori ha deciso di costruire una filiera partecipata e di creare un'alternativa al caporalato del pomodoro.

Come comprare i pelati e le passate di Funky Tomato? Il modello è quello del pre-acquisto sul sito, a cui si affianca la distribuzione in alcuni ristoranti e punti vendita. Conoscendo in anticipo l'ammontare degli acquisti, la filiera può essere organizzata fin dalla piantumazione. Agricoltori, braccianti e trasformatori sanno di poter contare su un reddito certo e non vivono in balia delle fluttuazioni del mercato. Il barattolo di Funky Tomato vuole essere la passata realmente conservata in cantina per l'inverno, come nella tradizione italiana, e non un consumo d'elite. Un cibo "coltivato localmente e artigianalmente".

All'inizio degli anni 90 le ideologie novecentesche arretrano e la fuga nel privato prende il sopravvento. In tanti non vogliono rinunciare all'impegno politico e lo spostano nella quotidianità. Si diffondono idee come "si vota anche facendo la spesa", "piccolo è bello" e "i grandi cambiamenti sono la somma di piccole scelte individuali".

In tutta la penisola nascono le botteghe del "commercio equo e solidale" che vogliono connettere consumatori del Nord del mondo e produttori del Sud, assicurando a questi ultimi un compenso giusto e sottraendoli allo sfruttamento delle multinazionali. Un modello che inizialmente riguarda contadini africani e latinoamericani, ma che oggi può essere tranquillamente applicato anche gli agricoltori italiani.

Nel 1994, a Fidenza, in provincia di Parma, nasce il primo "Gruppo di Acquisto Solidale". Nel 1997, i Gas si uniscono in rete per scambiarsi informazioni sui produttori. Ma come funziona un gruppo? Il Gas può essere un'associazione costituita a norma di legge oppure un gruppo informale. Durante le assemblee, si prendono le decisioni fondamentali: i criteri di scelta dei prodotti, la lista dei fornitori, la gestione degli ordini, lo scarico delle merci e infine il ritiro.

I Gas verificano il rispetto di tutti i criteri attraverso un legame diretto col produttore: visite periodiche nei campi e rapporti consolidati nel tempo. Si crea spesso una rete fiduciaria che genera una specie di "certificazione partecipata".

Si tratta di una galassia molto articolata. Il sito "Eventhia" traccia oggi oltre 500 gruppi, la maggior parte dei quali si trova nel Centro Nord. Grandi aree sono ancora scoperte, paradossalmente nelle zone rurali del Mezzogiorno; ma nelle città medio grandi c'è in genere almeno un Gas.

I mercati rionali sono centri della cultura e della vita popolare delle città italiane. Soltanto a Roma ce ne sono 127, per un totale di oltre cinquemila esercenti. Il caso della capitale è esemplare: sarebbero un migliaio i "posteggi" chiusi, cioè spazi non assegnati. A oggi, resistono circa 120 contadini "storici" dietro i banchi dei mercati rionali romani. Gli altri sono venditori che di solito all'alba acquistano all'ingrosso al Car (Centro Agro Alimentare) di Guidonia. Sono alcuni tra i dati contenuti in un rapporto dell'associazione "Terra!". L'agro romano, il territorio agricolo collegato all'area metropolitana, potrebbe rifornire quasi completamente i mercati nella capitale ma non esiste una politica efficace che connetta gli agricoltori del circondario ai banconi dei mercati rionali. Un'altra criticità è il ricambio generazionale, sia nelle vendite che nei consumi. Nella maggior parte dei mercati si aggirano pensionati per cui è normale un'apertura solo mattutina e venditori che si tramandano da generazioni il bancone della frutta, senza una prospettiva per il futuro. La prima questione è appunto quella degli orari: è difficile essere concorrenziali coi supermercati se è possibile acquistare soltanto da lunedì a sabato dalle 8 alle alle 14,30. I mercati hanno grandi potenzialità (stagionalità dei prodotti, qualità, prezzo conveniente perché senza intermediazioni) ma al momento molte carenze: orari, servizi, luoghi fatiscenti, parcheggi. E su etichette e trasparenza sono persino più indietro dei supermercati.

Inserire l'origine in etichetta, pratica oggi trascurata all'interno dei mercati, sarebbe un primo passo verso la fidelizzazione dei clienti. Il paradosso è che i mercati di quartiere non comunicano qualcosa che è molto richiesto dai consumatori. Anche passando per il Car, l'ortofrutta del territorio romano e laziale non impiega più di 24 ore a raggiungere i banchi del mercato. Ma questo enorme punto di vantaggio non viene comunicato: c'è ma non si vede. Possiamo trovare nello stesso bancone zucchine raccolte appena il giorno prima e pomodori che hanno viaggiato dalle serre siciliane.

Come si vede, i mercati non hanno soltanto bisogno di una boccata d'ossigeno: è necessario ripensarne globalmente la funzione sociale. I mercati romani sono spesso posizionati in centro, in siti storici che potrebbero diventare luoghi di incontro, di educazione alimentare, oltre che aperti alla ristorazione con prodotti freschissimi. Ma al momento i meccanismi di autorizzazione, mappatura, rotazione dei banconisti non più attivi sono iper-burocratizzati e lenti. A volte sembra che ci sia un vero abbandono da parte della politica. Come se i mercati dovessero funzionare da sé fino alla naturale estinzione dei suoi protagonisti, dal vecchio fruttarolo che ha ereditato il bancone dal padre al pensionato che non rinuncia alle sue abitudini. Oggi nessuno ha il polso dei mercati rionali, nessuno sa con esattezza quante postazioni siano attive e quante no. L'ultimo censimento è stato effettuato ormai tre anni fa, nel marzo del 2015. Il Comune, dal canto suo, non favorisce la ripresa del settore: ha lanciato l'ultimo bando nel 2013, finendo di assegnare le postazioni nell'autunno 2017.

Per quanto la situazione romana sia unica, la tradizione del mercato in strada è diffusa in tutta Italia. Dalle "Piazze delle Erbe" in gran parte delle città medievali del Nord fino ai "suk" di origine araba della Sicilia, come la celebre Vucciria immortalata da Guttuso. Anche queste realtà in crisi che meriterebbero un intervento: sono un concentrato di storia e cultura così come infrastrutture di distribuzione già esistenti. Con poco, potrebbero diventare un valido sbocco per un'agricoltura diversa.

Ci sono tante alternative per i consumatori, ma le due più "consistenti" appaiono i Gas e i mercati rionali. Sono esperienze con una storia alle spalle (breve i primi, pluridecennale i secondi). Entrambi hanno bisogno di essere rafforzati oppure rivitalizzati. Ma sono diffusi sul territorio e coinvolgono una rete ampia di consumatori, rivenditori e produttori. Nei casi migliori, i passaggi dal produttore al consumatore sono rapidi e diretti. L'etica non è garantita solo da etichette e certificazioni, ma da un rapporto immediato e quotidiano.

Per rendere queste esperienze molto più forti e sfondare la quota del 30% (la percentuale di consumi alimentari sottratta ai supermercati) è fondamentale non abbandonare la sfera pubblica e dare meno rilevanza al punto di vista del consumatore.

In altre parole, fare la spesa è un atto collettivo mascherato da scelta individuale. Negli ultimi anni, le scelte politiche sono state decisive: dalla liberalizzazione delle licenze e degli orari dei negozi alle aperture dei festivi, fino al sostegno ai grandi centri commerciali. Parallelamente, le politiche del lavoro hanno creato consumatori con poco tempo a disposizione, senza alcuna educazione alimentare, bombardati dalla pubblicità e dal marketing del sottocosto. Certo, comprare una cosa anziché un'altra è una scelta che in ultima istanza compete all'individuo. Ma l'individuo è inserito in un contesto, indirizzato e guidato. Alla fine la sua scelta è sempre un gesto "sociale".

Il consumatore deve risolvere il paradosso della scissione con sé stesso ("sono contento di trovare un prezzo basso anche se danneggio un altro lavoratore") e vedersi anche come produttore. Confrontarsi con le istituzioni e con le aziende, attraverso boicottaggi mirati. Chiedere tempo, diritti, potere di acquisto, dignità sul posto di lavoro e non solo cibo sano sul bancone.

 

 
Migranti. "Il Dl sicurezza arricchisce le maxicoop", il ritorno del Mondo di mezzo PDF Stampa
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di Alessandra Ziniti


La Repubblica, 16 febbraio 2020

 

Indagine Openpolis-Actionaid: il 73% degli stranieri vive in Centri da cento o più posti. "Mai più", avevano detto in coro in Parlamento dopo l'inchiesta Mondo di mezzo. "Basta con le megastrutture", aveva promesso Matteo Salvini. Mai più grandi Centri di accoglienza, con i migranti stipati a centinaia in condizioni indecenti, merce preziosa per far arricchire chi aveva fiutato l'affare, criminalità organizzata in prima fila.

E invece ci risiamo: un anno e mezzo di decreto sicurezza è bastato per demolire l'esperienza virtuosa dell'accoglienza diffusa, degli immigrati distribuiti sul territorio in numeri tali da rendere più facile l'integrazione. La chiusura del Cara di Mineo è stata solo uno specchietto per le allodole. Le grandi strutture, da cento posti in su, sono tornate.

E soprattutto sono tornati loro: gli enti profit, le società immobiliari e commerciali, i grandi gruppi che nulla sanno e fanno di accoglienza, gli unici in grado, con economie di scala, di gestire, come carceri o alberghi di infima categoria, i rinati centri di accoglienza straordinaria aggiudicandosi quei bandi che le associazioni del terzo settore hanno dovuto disertare, licenziando centinaia di persone. La mangiatoia, per ricordare le parole sprezzanti di Matteo Salvini, è appannaggio dei soliti noti.

E poco importa se nell'oligopolio di quello che (privato di ogni obiettivo di integrazione) è il vero business dell'accoglienza spicca in posizione dominante Medihospes, colosso del settore che ha condiviso esponenti di vertice, sedi e appoggi politici, con il gruppo La Cascina, cooperativa commissariati per infiltrazioni mafiose nell'inchiesta Mondo di mezzo.

Alla vigilia del tavolo di maggioranza di governo che dovrà trovare il punto di caduta sulle modifiche ai decreti sicurezza, un rapporto di Openpolis e Actionaid fotografa con precisione come le aggiudicazioni dei bandi con i nuovi criteri (dal taglio dei rimborsi a migrante, passati da 35 a 19-26 euro al giorno, al ridimensionamento dell'assistenza e all'azzeramento delle attività di integrazione) abbia drasticamente modificato la struttura del sistema di accoglienza: insomma grandi centri per grandi gestori.

La riduzione della spesa 11 numero dei migranti in accoglienza si è dimezzato rispetto a tre anni fa, scendendo dai 180.000 del 2017 sotto i 90.000, grazie anche all'esclusione di chi aveva la protezione umanitaria. E la spesa, da 1,7 miliardi del 2017, è calata sotto il miliardo. Ma a fare la parte del leone, lasciando solo le briciole alle associazioni del terzo settore, sono i grandi gruppi che si sono aggiudicati la gestione dei Cas: nati come strutture di emergenza, oggi sono tornati a contenere oltre il 70% dei posti.

Medihospes, le mani su Roma - Dopo la presentazione del nuovo capitolato d'appalto con i prezzi al ribasso, i bandi di gara sono stati orientati verso le grandi strutture che oggi sono 1'83 per cento del totale. Dei circa 4.000 posti disponibili, solo 200 sono rimasti in unità abitative. E dei 17 gestori che fino a un anno fa si dividevano i centri, sette sono stati costretti ad abbandonare lasciando campo libero ai colossi.

Medihospes, nella Capitale, lavora oggi in una condizione di quasi monopolio, gestendo il 63 per cento di tutti i posti in accoglienza. E il suo fatturato è triplicato negli ultimi tre anni. Dimenticati gli intrecci con il Gruppo La Cascina, dimenticato lo scandalo delle condizioni disumane della gestione del Cara di Borgo Mezzanone, a voler cercare la rendicontazione delle spese la cui pubblicazione è obbligatoria per legge, non si trova assolutamente nulla.

Milano, cede il no profit - L'ex caserma Mancini, il Cas Aquila e altri centri da 300 posti hanno subito supplito all'abbandono di ben Il associazioni del terzo settore. E il 64 per cento dei posti in accoglienza, oltre 2.200, è finito in mano a due grandi gruppi che hanno incassato in un anno cifre superiori ai 12 milioni a testa: anche qui Medihospes e la Versoprobo che si è aggiudicata anche la gestione del contestato centro di via Corelli, destinato di nuovo a centro per il rimpatrio, dunque dove non si fa accoglienza ma detenzione amministrativa.

Il rischio dei bandi in deroga - E la recente circolare con la quale il Viminale consente una deroga ai prezzi medi (con un potenziale aumento di 2-3 euro a persona), secondo Openpolis e Action Aid, "propone una soluzione peggiorativa. Invece di reintrodurre servizi fondamentali per la salute e per l'inclusione sociale dei nuovi arrivati, i bandi delle prefetture sembrano favorire operatori economici profit e non certo i bisogni delle comunità accoglienti e la tutela dei diritti delle persone".

 
Migranti. Asgi: "Il nuovo memorandum Italia-Libia? Bozza contraria ai diritti umani" PDF Stampa
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Vita, 16 febbraio 2020


La nota dell'Asgi (Associazione per gli Studi Giuridici sull'Immigrazione): "Il Governo ritiri il testo di revisione dell'intesa del 2017 e interrompa ogni forma di collaborazione con le autorità libiche nell'ambito delle operazioni di intercettazione o soccorso di migranti in mare".

Il 2 febbraio 2017 è stato firmato da Fayez al Serraj per il Governo di Riconciliazione Nazionale dello Stato di Libia e da Paolo Gentiloni per il Governo Italiano un Memorandum of Understanding, con lo scopo di rafforzare la cooperazione nella gestione delle frontiere libiche, "per garantire la riduzione dei flussi migratori illegali".

Lo stesso Memorandum prevede una validità triennale e il suo rinnovo tacito alla scadenza - il 2 febbraio 2020 - per un periodo equivalente, salvo il parere contrario di una delle Parti, da esprimere almeno tre mesi prima. Il 12 febbraio 2020, da fonti di stampa veniva reso pubblica la bozza di rinegoziazione del Memorandum inviata dal Governo italiano alla controparte libica: il testo, ad una prima lettura, appare sconcertante.

Sin dalle premesse, il Governo italiano afferma "la comune determinazione a collaborare nel rispetto dei trattati e delle norme internazionali e consuetudinarie di diritto umanitario e di diritti umani inclusi i principi e gli scopi della Convenzione di Ginevra del 1951 sullo statuto dei rifugiati", quest'ultima tuttavia mai ratificata dalla Libia.

Con l'art. 1, lett. c) della bozza viene ribadito l'impegno dell'Italia a fornire supporto tecnico e tecnologico al Governo di Accordo nazionale libico - come ha già fatto in passato con i finanziamenti stanziati all'interno del c. d. "Fondo Africa" - per " prevenire e contrastare l'immigrazione irregolare e a svolgere attività di ricerca e salvataggio in mare": si continuerà, perciò, a fornire motovedette e soldi pubblici alla Guardia costiera libica nonostante ad oggi risultino chiaramente coinvolti anche ex trafficanti di esseri umani.

Alla successiva lett. e) dell'art. 1 della bozza si legge che il Governo libico si impegnerà a sostenere le misure adottate dall'Unhcr e dall'OIM nel quadro del piano d'azione per l'assistenza dei migranti in Libia. Viene da domandarsi come possa il Governo libico adempiere a tali obblighi, considerato che la Libia non dichiara di voler recepire nel proprio ordinamento interno la citata Convenzione di Ginevra e altre norme internazionali e le stesse agenzie Unhcr e OIM operano in Libia senza precisi accordi internazionali con il Governo di Tripoli. Certamente, non può una trattativa tra due Stati comportare obblighi per altri soggetti di diritto internazionale, sicché questa parte della bozza di accordo rimane di fatto inapplicabile senza alcun miglioramento della condizione giuridica (e quindi della protezione effettiva) dei migranti e dei rifugiati presenti in Libia e alle sue frontiere terrestri e marittime.

Del resto, come è noto, poco più di due settimane fa l'Unhcr ha ufficialmente dichiarato di non controllare più la situazione dei centri di detenzione libici e ha annunciato l'inizio della chiusura dei propri centri: in particolare, dalla sede principale di Ginevra è stata ufficializzata l'interruzione delle operazioni nel centro di transito di Tripoli nel quale, nel corso delle ultime settimane, avevano trovato rifugio oltre 1700 migranti. La decisione, come è stato in più sedi spiegato dall'agenzia ONU, è stata presa a causa dei timori per la sicurezza e la protezione delle persone ospitate nella struttura, del suo staff e dei suoi partner, in considerazione anche dell'aggravarsi del conflitto civile in atto in Libia.

Si pensi soltanto all'obbligo che il Governo libico avrebbe ai sensi dell'art. 2, par. 2, lett. b, ossia il rilascio immediato di donne, bambini e altre persone vulnerabili dai centri di detenzione per migranti. Ebbene, le Nazioni Unite - sin dal mese di settembre del 2018, a voce del proprio Segretario Generale Guterres - hanno evidenziato come nelle carceri libiche i migranti detenuti siano vittime di gravi torture ed abusi; spesso per ragioni meramente burocratiche, il Governo libico impedisce al personale delle Nazioni Unite l'accesso alle carceri per visionare lo stato di detenzione e verificare la sussistenza di abusi e torture nei confronti dei migranti prigionieri. Si tratta di luoghi di detenzione sotto la gestione e la sorveglianza del Ministero dell'Interno libico dove i cittadini stranieri (senza alcun distinguo) sono trattenuti sine die in condizioni di gravissima prostrazione fisica e psicologica.

Del resto, il rapporto Unismil documenta come i migranti e i rifugiati trattenuti nelle prigioni del Ministero dell'Interno, siano sottoposti a torture, trattamenti disumani, lavoro forzato, isolamento prolungato, violazioni sistematiche dei propri diritti fondamentali. La situazione non è mutata ad oltre un anno dal citato rapporto: proprio nello scorso mese di gennaio 2020, infatti, le Nazioni Unite hanno continuato a registrare denunce per torture e stupri nei centri di detenzione libici, in particolare da parte delle donne detenute, mentre il 31 dicembre 2019 l'Associated Press - con una dettagliata inchiesta giornalistica - ha denunciato che almeno sette milioni di Euro stanziati dall'UE per la sicurezza delle carceri libiche sono stati intascati dai capi delle milizie armate che controllano i centri detentivi.

Lo scorso 25 gennaio, il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha denunciato per l'ennesima volta come i migranti presenti nei centri di detenzione libici vengano sistematicamente sottoposti a detenzione arbitraria e tortura da parte di funzionari governativi, mentre i profughi catturati in fuga nelle acque antistanti Tripoli vengono intercettati dalla Guardia costiera libica e portati in centri di detenzione ufficiali e non, dove si hanno notizie di "omicidi illegali".

Ciò nonostante, in nessuna parte della bozza si parla di evacuazione e di chiusura immediata di tutti i centri di detenzione libici in cui vengono rinchiusi i migranti presenti sul territorio: sulla base della normativa interna libica, così come riscontrato fattualmente dai numerosi report internazionali e dalle inchieste giornalistiche susseguitesi nel corso degli ultimi mesi, i soccorsi via mare della Guardia costiera si concludono tutti con il trattenimento nelle carceri libiche dei migranti "salvati". Questo trattenimento per legge è senza termine, né risulta che venga garantito un qualche passaggio giurisdizionale a tutela della libertà personale dei detenuti (circostanza questa che, di per sé sola, determina un grave vulnus dei loro diritti fondamentali, pur essendo stati "salvati" dalla Guardia costiera libica).

Anche volendo mettere in disparte la circostanza che nelle carceri libiche si consumano sistematiche violazioni dei diritti fondamentali dei detenuti migranti, che subiscono trattamenti inumani e degradanti quotidianamente, resta il dato di fatto che esse sono un obiettivo sensibile e primario nello scenario di guerra in atto nel Paese.

Il conflitto armato in corso in Libia, del resto, integra un mutamento fondamentale delle circostanze nel quale il trattato è stato concluso e costituisce il presupposto fattuale per l'immediata sospensione unilaterale degli accordi di cooperazione in vigore tra Italia e Libia, ai sensi della regola codificata nell'art. 62 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969.

In ogni caso, tanto il testo originario del Memorandum quanto questa bozza di proposta di revisione hanno natura politica e comportano oneri alle finanze pubbliche: ciò nonostante, in palese violazione dell'art. 80 della Costituzione, entrambi non sono, ad oggi, mai stati sottoposti a preventiva discussione e autorizzazione alla ratifica da parte del Parlamento italiano.

Si ricorda, infine, che l'accordo Italia-Libia del 2017 è stato dichiarato illegittimo dalla sentenza del Gip del Tribunale di Trapani del 23 maggio 2019 in quanto non è stato mai ratificato a seguito di legge di autorizzazione alla ratifica come esige l'art. 80 Cost., non rispetta la Convenzione Sar sui salvataggi in mare e viola i fondamentali i diritti umani dei profughi in fuga da un Paese che certo non può essere considerato sicuro.

Qualora un simile accordo fosse firmato si sporgerà denuncia sia alla Corte dei conti perché non registri atti del Governo comportanti spese derivanti da accordi stipulati in violazione dell'art. 80 Cost. e non previste nella legge di bilancio, sia alla Procura della Repubblica presso la Corte dei conti per danno erariale contro chiunque darà materialmente ordine di spesa di fondi dello Stato fuori dai casi e dai modi consentiti dalle norme legislative in vigore.

Alla luce di quanto sin qui esposto, Asgi ribadisce che:

Il rafforzamento delle autorità libiche tramite finanziamenti italiani ed europei sono contrari alle norme nazionali e comunitarie. Gli interventi di equipaggiamento, supporto tecnico e di cooperazione nella gestione dei confini, sia per le modalità pratiche con cui è stato disposto, sia per i soggetti a cui è rivolto, finisce per rafforzare pratiche e politiche di controllo dei flussi migratori contrarie ai diritti fondamentali, in quanto a sostegno delle autorità libiche che hanno commesso e continuano a commettere gravissimi crimini contro i migranti e i rifugiati in totale spregio della normativa in materia di diritti umani fondamentali e del diritto di asilo in palese violazione dell'art. 3 della Convenzione Europea dei diritti dell'Uomo, rafforzando al contrario autorità che commettono gravi crimini internazionali.

Tramite il sostegno alla Guardia costiera libica, il Governo italiano ricerca un' immunità da pesanti responsabilità di tipo giuridico: la delega alle autorità libiche della conduzione delle operazioni di soccorso in mare tramite la fornitura di supporto logistico, non esime lo Stato italiano da responsabilità per i c.d. respingimenti delegati e per la violazione degli obblighi di soccorso, laddove si rifiuta sistematicamente di assumere il coordinamento delle operazioni di soccorso lasciandole alle autorità libiche, le quali o non intervengono o riportano i migranti nei centri di detenzione della terraferma dove i loro diritti sono violati.

L'intervento delle Organizzazioni internazionali e delle Organizzazioni Non Governative non può più essere strumentalizzato dall'Unione europea e dagli Stati membri per continuare a supportare le autorità libiche nella gestione del blocco dei flussi a fronte dell'apparente miglioramento delle condizioni dei centri di detenzione. Le condizioni all'interno dei centri di detenzione, nonostante gli interventi umanitari effettuati, sono tuttora caratterizzate da un altissimo livello di violenza. L'uso indiscriminato della detenzione in Libia, conseguenza delle politiche europee di esternalizzazione dei confini, comporta gravi violazioni dei diritti umani e impedisce l'esercizio del diritto di asilo. Alla chiusura dei centri di detenzione non può sostituirsi la creazione di centri gestiti da Oim ed Unhcr per una sorta di ordinaria gestione dei flussi migratori in assenza totale, come sopra evidenziato, di qualsivoglia quadro giuridico di protezione, ma solo interventi mirati ad organizzare nel minor tempo possibile il trasferimento dei migranti verso paesi sicuri e a far sì che i migranti possano facilmente raggiungere, in sicurezza, i paesi dell'Unione Europea dove possono presentare domanda di asilo o essere ammessi ad altre forme di tutela dove possibile.

Per questo ASGI chiede al Governo italiano:

l'immediata dichiarazione di sospensione del Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione del 2008 e di tutti i suoi supplementi applicativi e integrativi (comunque denominati), per mutamento fondamentale delle circostanze;

l'immediato annullamento del c.d. Memorandum d'intesa con la Libia del 2017 ed il ritiro della bozza di revisione ;

l'immediata interruzione di ogni forma di collaborazione con le Autorità libiche nell'ambito delle operazioni di intercettazione o soccorso di migranti in mare;

l'immediata interruzione di ogni attività a sostegno del sistema di centri di detenzione per migranti in Libia;

l'immediata evacuazione di tutti gli stranieri richiedenti protezione fuori dalla Libia in luoghi sicuri preferibilmente europei;

di sottoporre qualsiasi accordo internazionale con la Libia - in quanto di natura politica e comportante oneri alle finanze - alla preventiva legge di autorizzazione alla ratifica ai sensi dell'art. 80 Cost.;

l'immediata evacuazione di tutti gli stranieri richiedenti protezione fuori dalla Libia in luoghi sicuri preferibilmente europei;

di sottoporre qualsiasi accordo internazionale con la Libia - in quanto di natura politica e comportante oneri alle finanze - alla preventiva legge di autorizzazione alla ratifica ai sensi dell'art. 80 Cost.;

l'immediata evacuazione di tutti gli stranieri richiedenti protezione fuori dalla Libia in luoghi sicuri preferibilmente europei;

di sottoporre qualsiasi accordo internazionale con la Libia - in quanto di natura politica e comportante oneri alle finanze - alla preventiva legge di autorizzazione alla ratifica ai sensi dell'art. 80 Cost.

 
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