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Perché è anacronistico il "fine pena mai" nato durante l'emergenza mafiosa PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi


Il Dubbio, 17 aprile 2021

 

Dopo la strage di Capaci è stato inasprito il 4 bis, mettendo la preclusione ai benefici per chi non collabora con la giustizia. L'ergastolo, pena perpetua, fu introdotto nell'ordinamento italiano con il Codice Zanardelli nel 1890 che, all'art. 12, prevedeva per i condannati a tale sanzione, la segregazione cellulare continua con obbligo di lavoro per i primi 7 anni, successivamente l'ammissione al lavoro insieme ad altri condannati, con obbligo del silenzio, pur sussistendo la misura della segregazione cellulare notturna.

In seguito, con il Codice Rocco, venne riformata la disciplina dell'ergastolo che fu spogliato del carattere intensamente afflittivo previsto dal precedente Codice mediante l'abolizione della segregazione cellulare continua. Prevedeva che i condannati scontassero la pena in uno stabilimento ad hoc, l'obbligo del lavoro, l'isolamento notturno e solo dopo l'espiazione di almeno 3 anni di pena l'accesso al lavoro all'aperto.

Con la legge n. 1634/1962 venne introdotta una modifica mediante l'inclusione dei condannati all'ergastolo tra i soggetti ammissibili alla liberazione condizionale, qualora avessero effettivamente scontato 28 anni di pena, in seguito ridotti a 26 anni con la legge n. 663/1986, nota come legge Gozzini. La stessa legge ha introdotto delle ipotesi in cui il detenuto potesse uscire temporaneamente dal carcere, tenuto conto dell'andamento del percorso rieducativo, per lo svolgimento di lavoro all'esterno e per permessi premio dopo aver espiato 10 anni di pena mentre, trascorsi 20 anni, poteva essere disposto l'accesso alla semilibertà.

Sempre la Legge Gozzini ha ammesso che l'ergastolano che avesse dato prova di partecipazione all'opera di rieducazione potesse fruire, come riconoscimento di detta partecipazione, di una detrazione di pena di 45 giorni per ogni semestre di pena scontata con conseguente riduzione dei termini per l'ammissione ai benefici penitenziari. Ma poi arriva l'emergenza mafiosa che oggi non esiste più. I corleonesi trucidarono carabinieri, magistrati, gente comune, figli piccoli dei mafiosi per vendetta.

Grazie a Falcone, nel 1991 il legislatore ha introdotto l'art. 4 bis, norma che detta la disciplina di accesso ai benefici penitenziari, con la quale si sono individuate due categorie di detenuti: quelli di prima fascia, condannati per delitti particolarmente gravi quali quelli di associazione di tipo mafioso, terrorismo ed eversione; quelli di seconda fascia, invece, rientravano gli autori di delitti che facevano presumere una minore pericolosità sociale del condannato, per i quali era richiesta l'assenza di elementi che facessero ritenere ancora sussistente il collegamento con la criminalità organizzata. Per entrambi le fasce, non c'era alcuna preclusione assoluta ai benefici penitenziari. A seguito della strage di Capaci, hanno inasprito il 4 bis, mettendo la preclusione ai benefici per chi non collabora con la giustizia. Venne fato in nome dell'emergenza stragista. Lo Stato vinse, l'emergenza finì, ma la legge è rimasta. C'è voluto l'intervento della Consulta affinché si ritorni sui binari dettati dalla Costituzione.

 
"Nessuna pena abbia il termine finale 'mai', perché altrimenti è inutile cercare di rieducare" PDF Stampa
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di Giulio Meazzini


Città Nuova, 17 aprile 2021

 

Elvio Fassone è stato magistrato e senatore della Repubblica. Nel corso della sua carriera di giudice, un giorno ha incontrato Salvatore, mafioso, autore di 15 omicidi. Dopo averlo condannato all'ergastolo, ha iniziato con lui uno scambio epistolare durato oltre 30 anni, grazie al quale Salvatore ha iniziato in carcere un lento ma progressivo cammino per cambiare vita. Nel momento in cui finalmente aveva la possibilità di essere ammesso alla semi-libertà, però, una banale infrazione lo ha ricacciato nella pena senza fine, nell'eternità senza sbocco. Per cui a un certo punto ha tentato il suicidio. Un agente è intervenuto in tempo e lo ha salvato, ma la porta del carcere potrebbe non riaprirsi più per lui. La corrispondenza tra il magistrato e l'ergastolano è descritta nel libro "Fine pena: ora" (Sellerio).

 

Come è iniziato questo rapporto con Salvatore?

Nel 1985 a Torino si celebrava un maxi-processo alla mafia catanese. Un processo particolare, perché per il numero degli imputati è durato quasi due anni. Di solito, in un processo normale il giudice vede e parla con gli imputati per un'ora, due ore, un giorno, non di più, per cui non c'è tempo per instaurare un rapporto. Invece in quel caso siamo stati di fronte per 20 mesi. In più, essendo io responsabile della gestione di ben 242 persone e relativi familiari, mi sentivo responsabile anche sul piano delle relazioni umane: ero una specie di sindaco di un piccolo paese. Per esempio se un detenuto doveva farsi estrarre un dente e non sapeva come fare perché il carcere non gli procurava l'intervento, o se una convivente, arrivata da lontano proprio nel giorno in cui non c'erano colloqui, chiedeva di non tornare a casa a mani vuote, ero io che dovevo cercare di rimediare. Piccole cose che però costituivano lo sfondo umano della piccola comunità che si era venuta a costituire.

 

Il momento storico non era dei più sereni...

Esatto. C'era un fortissimo clima di antagonismo. Il processo riguardava la più sanguinaria delinquenza della Sicilia orientale, quindi Catania e dintorni. C'era il gotha della criminalità e si giudicava qualcosa come 60 omicidi. Il clima era di guerra dichiarata, soprattutto agli "infami" che collaboravano con la giustizia e alle loro famiglie: infatti nel corso del processo si verificarono 7 episodi di sangue. Sia per svelenire questa atmosfera, sia per una qualche empatia con queste persone che mi erano affidate, introdussi una prassi anomala: dichiarai in pubblica udienza che dopo la fine dell'udienza mi sarei trattenuto 15 o 20 minuti, insieme al giudice togato, per eventuali problemi e istanze di quel genere, purché non avessero nulla a che vedere col processo.

 

Un gesto distensivo...

Questo svelenì moltissimo l'atmosfera e indusse in particolare Salvatore, che era il capo dei capi, a instaurare un rapporto non più antagonista con la Corte, in particolare con me. Rapporto che culminò, in una delle ultime udienze, nella sua richiesta di venirmi a parlare proprio in quei 15 minuti. Tra le altre cose mi chiese: "Presidente, lei ce l'ha un figlio?". Risposi che ne avevo tre, e che il più grande aveva più o meno la sua età. "Lo so. Volevo dirle che se suo figlio nasceva dove sono nato io, magari a quest'ora lui era nella gabbia al posto mio, e se io ero nato dove è nato suo figlio a quest'ora facevo l'avvocato". In questa frase lessi quasi una nostalgia di non essere mio figlio.

 

A quel punto prese l'iniziativa?

La corte lo condannò, come era inevitabile in base agli atti, all'ergastolo. Ma mi rimase dentro una domanda: come farà un giovane di 27 anni come lui a passare tutta la vita in una cella, come potrà resistere? D'impulso gli mandai una lettera facendogli coraggio. Fu un gesto un poco temerario, perché avrebbe potuto mandarmi a quel paese, invece mi rispose con affetto e di lì nacque la corrispondenza descritta nel libro.

 

Una corrispondenza durata 30 anni. Come l'ha vissuta?

Non posso dire di essere cambiato radicalmente lungo gli anni della corrispondenza, ma mi ha cambiato la stesura e poi l'uscita del libro. Da tempo avevo una sensazione di solidarietà umana, chiamiamola pietà, verso i condannati, e soprattutto i condannati a pene molto lunghe. Intuivo che doveva essere una sofferenza terribile, soprattutto perché con l'ergastolo ti è tolta la speranza. Dieci anni di carcere sono lunghi, ma sai che ogni giorno togli un pezzettino di pena, per cui prima o poi uscirai. Ma quando sulla tua cartella c'è scritto "fine pena: mai", sei portato alla disperazione.

 

Si diventa pazzi?

Gli studiosi di psicologia affermano che la sofferenza senza speranza innesca una sorta di processo di autodifesa che toglie la ragione ai cervelli più vulnerabili. Diventa una vera e propria patologia. Infatti sono molti i detenuti che si tolgono la vita o tentano di togliersela. Se togli la speranza a un carcerato, gli togli la ragione di vivere.

 

Ritorniamo all'uscita del libro...

Il libro è uscito nel 2015 e ha avuto un'accoglienza incredibile: 13 edizioni. Ho girato l'Italia perché mi chiamavano da tutte le parti, università, associazioni, scuole. Sono passati tre anni e ancora ricevo inviti ad andare, non tanto a presentare il libro, quanto ad illustrare la situazione carceraria, soprattutto quella degli ergastolani. Questo mi ha cambiato, mi ha coinvolto enormemente nel problema. Sono diventato, in qualche modo, un punto di riferimento per questa problematica.

 

C'è anche gente che la accusa di non essere obiettivo perché si lascia prendere dall'empatia per il detenuto?

È accaduto molto raramente e non con atteggiamento polemico. Mi hanno detto soprattutto questo: nessuno uccida Caino, va bene, ma ricordiamoci anche di Abele, cioè delle vittime. Ho risposto che nel processo la Corte ha condannato gli imputati all'ergastolo, non si è limitata a pochi anni per pietà. Abbiamo applicato la legge senza sconti. Poi però subentra un altro campo di azione, in cui si può moderare la durezza della legge con un accompagnamento di tipo umano. Nessuno mi ha potuto rimproverare per aver fatto questo.

 

Nel libro lei ricorda che anni fa è stato bocciato un referendum sull'ergastolo.

È stato bocciato fragorosamente, con il 78% di "no". Ma il referendum era più radicale di quel che sostengo io, che sono contrario al solo ergastolo "ostativo", perché la domanda era: "Volete abolire l'ergastolo?". Io stesso ho votato "no". Secondo me, di fronte a casi di estrema gravità, come una strage o l'omicidio di un bambino, non possiamo subito dire: "Beh, siamo buoni, anche lui è un uomo, chissà quali condizionamenti ha subìto". Oltre alla vittima e ai familiari della vittima, tutta la comunità è profondamente ferita dal crimine nei suoi sentimenti più profondi e deve avere il tempo di elaborare il lutto. Una sentenza di condanna "giusta" aiuta a elaborare il lutto, perché conferma la comunità nella fiducia in certi valori: non si ammazza, non si stupra, non si deruba, non si spaccia. Ecco perché ritengo che a caldo sia sbagliato andare dai parenti della vittima e chiedere: "Lei è disposto a perdonare?". Lasciamo che elaborino il loro lutto.

 

C'è un tempo per tutto...

C'è il tempo del delitto, che esige una elaborazione da parte di tutti, del reo e della comunità. E poi c'è il tempo dell'espiazione, quello che comincia dopo che le luci si sono spente. Purtroppo il processo interessa solo fino alla sentenza, poi l'attenzione dei media finisce. Invece lì comincia il vero dramma. È lì che la comunità deve, con equilibrio e prudenza, ma anche con generosità, accompagnare il detenuto. Accompagnare non vuol dire metterlo fuori dalla prigione, ma aiutarlo nel percorso di maturazione.

 

Quindi esattamente cosa propone?

Propongo che nessuna pena abbia il termine finale "mai", perché altrimenti è inutile cercare di rieducare. Cosa mi rieduco a fare se tanto marcirò qui per sempre?

 

Quindi lei dice: diamo l'ergastolo, ma durante il tempo della detenzione controlliamo se la rieducazione sta funzionando. È così?

È già così, a parte l'ergastolo ostativo. Il nostro ordinamento non è sordo e non è reazionario. Ha recepito, a partire dalla legge Gozzini dell'86, l'istanza del cosiddetto "regime progressivo": tu condannato mi dai qualcosa in termini di maturazione nel modo di guardare il mondo e rapportarti con gli altri, e io-Stato, io-ordinamento dopo un certo numero di anni ti concedo dei permessi, se li hai guadagnati. Dopo un numero ulteriore di anni, se continua la rieducazione, ti do la semilibertà: esci durante il giorno per lavorare e poi rientri. Dopo altro tempo ti do i benefici ancora più estesi: la liberazione condizionale, una sorta di libertà vigilata. Infine, ti do la libertà piena, se hai sempre camminato nella stessa direzione.

 

Per Salvatore questo progresso si è interrotto...

Purtroppo Salvatore ha avuto qualche deviazione di percorso: i permessi li aveva avuti, il lavoro all'esterno l'aveva avuto, era stato dichiarato idoneo per la semilibertà, poi ha fatto una sciocchezza e ha dovuto rinunciarvi.

 

Ma gli psicologi sono in grado di capire se effettivamente il detenuto si è rieducato?

Leggere nell'anima non è possibile. Ma la competenza, la sequenza dei rapporti periodici sulla personalità, e l'esperienza offrono una buona probabilità di capire.

 

Con la rieducazione migliora la sicurezza della società?

Sì, perché il detenuto che esce, poi raramente delinque. Il 97% dei detenuti rientra migliore, perché ha visto la compagna o la moglie, i figli, il mondo. La semilibertà è preziosa perché esci per lavorare, cioè esci per assumere in pieno la qualità di cittadino. Il cittadino è tale proprio perché è immerso in una serie di relazioni sociali positive, tra le quali primeggia il lavoro. Poi se ci sono degli abusi bisogna sanzionarli. L'importante è non sbarrare mai la porta in modo definitivo.

 

Invece l'ergastolo ostativo?

Questo è il problema che rimane da affrontare. È stato introdotto nel '92, dopo gli assassini Falcone e Borsellino. Lo Stato non poteva non dare un giro di vite alla criminalità di tipo mafioso. Per i condannati a causa di delitti di questo tipo i benefici non sono più ammissibili, a meno che i detenuti accettino di diventare collaboratori di giustizia. Questo ha permesso formalmente alla Corte costituzionale, quando fu investita della questione sulla base dell'articolo 27 della Costituzione (che recita che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato), di dire che anche nel caso di "ergastolo ostativo" il condannato ha comunque una via di uscita, quella di diventare un collaborante con lo Stato. La Corte ritenne allora di non poter smantellare quello che lo Stato aveva fatto sotto l'onda dell'emozione di quei due episodi tragici del '92. E quindi sentenziò: una via di uscita c'è ed è la collaborazione. Sta al detenuto guadagnarsela.

 

Funziona?

No. Quasi nessuno dei condannati ha accettato di farsi "pentito", quindi gli ergastolani in larga parte sono di nuovo diventati "fine pena: mai". Al momento gli ergastolani ostativi in Italia sono circa 1600. Queste persone vivono con il "fine pena: mai". La mia riserva sulla legislazione attuale è solo su questo punto, ma su questo è forte e netta.

 

Cosa mi dice delle vittime?

Quando vado in giro a raccontare la mia esperienza, incontro molte persone che manifestano solidarietà con Salvatore, il quale ha raggiunto il livello di 35 anni in carcere, credo sia un record in Italia. Ne trovo anche qualcuna, però, che mi ricorda che pure i parenti delle vittime hanno il "fine pena: mai", in compagnia del proprio dolore. Allora rispondo che mi è ben chiaro il problema di Abele, infatti nel mio libro una delle ultime frasi è: "Nessuno tocchi Caino e nessuno dimentichi Abele". Un'eventuale riforma sarà tanto più accettata se si farà carico anche di Abele, ad esempio con provvidenze a favore dei congiunti delle vittime, a favore di quelli che soffrono a causa del delitto in generale. Non deve trattarsi necessariamente di un omicidio, anche una coppia di anziani depredata in casa andrebbe risarcita. Ci dovrebbe essere un fondo di solidarietà per queste persone. Questo le aiuterebbe ad accettare che nessuno uccida definitivamente Caino. Se una riforma metterà insieme entrambi questi obiettivi, sarà molto più facile farla accettare.

 
Errori giudiziari, come cancellare la vergogna degli innocenti in carcere PDF Stampa
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di Viviana Lanza


Il Riformista, 17 aprile 2021

 

La mancata riforma della giustizia, i tempi eccessivamente lunghi del processo. E poi, il ricorso talvolta eccessivo che alcuni pm fanno della misura cautelare e la gogna mediatica che inesorabilmente scatta ogni volta che un sospetto investigativo si accompagna all'applicazione di una misura cautelare personale. Eccoli i nodi del sistema giudiziario, le origini di molti drammi degli innocenti in carcere. Eccoli i quattro temi da affrontare.

Da giorni Il Riformista ha puntato l'attenzione sul fenomeno degli errori giudiziari e delle ingiuste detenzioni, raccogliendo opinioni e riflessioni fra esponenti del mondo giudiziario, accademico, ecclesiastico. La somma delle considerazioni ha portato a stilare una sorta di elenco dei punti più critici del sistema giustizia. Che visti da un'altra ottica, quella più riformista, quella più attenta alle proposte per migliorare il futuro che alle lamentele per come si è sempre fatto in passato, possono anche essere viste come quattro possibili aree di intervento per trovare soluzioni al problema, ridurre il numero annuale degli errori giudiziari e fare in modo che sempre meno innocenti finiscano in carcere e alla gogna mediatica prima ancora di subire un processo vero e proprio. Quattro punti, dunque. Per definire lo scenario e trovare una possibile soluzione al dramma di chi finisce in cella senza aver commesso alcun reato.

Un primo punto riguarda l'uso della misura cautelare personale. La custodia cautelare è materia sulla quale il legislatore, negli anni, è più volte intervenuto per mettere paletti alle cosiddette "manette facili", eppure il problema continua ad essere uno dei nodi irrisolti del sistema. Sbaglia chi crede che sia una questione di nicchia, troppo marginale per richiedere una seria attenzione da parte dell'opinione pubblica. L'associazione Errorigiudiziari.com raccoglie da 25 anni i numeri sulle ingiuste detenzioni: i casi sono centinaia ogni anno e tra le città maglia nera Napoli è in cima alle classifiche ormai da anni. La custodia cautelare finisce per essere un'anticipazione della pena e quando al termine del processo si stabilisce che l'imputato è innocente, il periodo in carcere a cui lo si è condannato prima del tempo diventa uno sbaglio al quale è difficile rimediare.

Se a questo si aggiungono le lungaggini giudiziarie, cioè i tempi lunghi del processo - che è poi il secondo punto critico del sistema giustizia -, si possono immaginare le proporzioni drammatiche del fenomeno. Immaginate un innocente che finisce in carcere, con la carriera e spesso anche la vita personale irrimediabilmente segnate da questa esperienza. E immaginate che per dimostrare la propria innocenza questa persona dovrà aspettare la fine dell'iter processuale che in media in Italia può arrivare a durare anche dieci e più anni. È palese, come del resto dicono da tempo immemore tutti fra avvocati e magistrati, che un primo serio intervento deve riguardare i tempi del processo, quei tempi che sulla carta dovrebbero essere "ragionevoli" ma nella realtà sono quasi sempre biblici. Occorre dunque una riforma del sistema giustizia: e qui andiamo direttamente al terzo punto critico.

La mancata riforma degli ultimi anni è una delle cause all'origine di molti errori giudiziari: ora, guardando al futuro, è la riforma, quella organica della Giustizia, la chiave per snellire la selva di norme, alleggerire la burocrazia delle procedure e definire i casi giudiziari in tempi ragionevoli riducendo arretrati ed errori. Infine c'è la gogna mediatica: è il quarto nodo critico. Non fa parte delle disfunzioni interne al sistema giudiziario, ma ne è una diretta conseguenza. Basti pensare a quanto la presunzione di innocenza sia stato un principio troppo a lungo dimenticato quando, di fronte alla notizia di un arresto, seppure in fase cautelare e seppure sulla base di sospetti ancora non suffragati da alcuna prova, i giornali si sono fiondati a descrivere i dettagli più nascosti scovati tra le righe di intercettazioni trascritte e stralci di testimonianze, sbilanciando l'informazione sempre più a favore delle ricostruzioni investigative iniziali.

Occorre dunque uno sforzo collettivo per risollevare le sorti della giustizia e dei diritti di tutti. Intanto, la prossima settimana, sarà discussa alla Camera la proposta di legge presentata dal deputato di Azione Enrico Costa: "Si introduce una nuova e specifica ipotesi di responsabilità disciplinare per chi abbia concorso, per negligenza o superficialità, anche attraverso la richiesta di applicazione della misura della custodia cautelare, all'adozione di provvedimenti di restrizione della libertà personale per i quali sia stata disposta la riparazione per ingiusta detenzione". Si vedrà.

 
Risorto l'asse giallo-verde. La difesa del "fine pena mai" riunisce Salvini e 5 Stelle PDF Stampa
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di Rocco Vazzana


Il Dubbio, 17 aprile 2021

 

L'ergastolo ostativo spacca la maggioranza e ridisegna la geografia delle alleanze. Lega e Movimento 5 Stelle tornano a marciare insieme contro la modifica della norma. La Consulta spacca la maggioranza e ridisegna la geografia delle alleanze. Almeno su un tema, quello dell'ergastolo ostativo, su cui la Corte costituzionale ha concesso al Parlamento un anno di tempo per rimettere mano alle norme in vigore, considerate incostituzionali. E così, nel governo di tutti e di nessuno i partiti si posizionano liberamente sull'argomento in base alle proprie sensibilità: sull'ergastolo ostativo non c'è ragionamento di opportunità politica che tenga. L'alleanza tra Pd e M5S, ad esempio, può anche andare in malora, la differenza tra dem e grillini su argomenti legati alla giustizia è troppo profonda per essere colmata in pochi mesi: convinti della necessità di assecondare la Corte i primi, mossi dalla fede nella pena severa i secondi.

Così, potere della Consulta, risbocciano all'improvviso vecchi amori che il rancore sembrava aver sepolto, come quello tra Lega e Movimento, i coniugi del primo governo Conte finiti a scagliarsi l'argenteria addosso dopo il "tradimento" del Papeete. L'ergastolo ostativo potrebbe ridistendere gli animi. O così sembra ad ascoltare il punto di vista intransigente dei vecchi alleati. Anche se con sfumature e toni diversi, salviniani e contiani si schierano sulla stessa parte della barricata: l'ergastolo ostativo non si tocca.

"La nostra legislazione antimafia è la migliore al mondo, ed è stata scritta con il contributo di persone che hanno sacrificato la loro vita per servire il Paese", dice l'ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, prima di annunciare: "Subito dopo il deposito delle motivazioni della decisione della Corte costituzionale, il Movimento cinque stelle presenterà una proposta di legge per proteggere e salvaguardare quell'impianto normativo che ha consentito di fare passi avanti enormi nella lotta alle mafie".

Bonafede è sicuro che in Parlamento il M5S riuscirà a trovare ampia convergenza sulla proposta pentastellata "in quanto la battaglia contro la criminalità organizzata di stampo mafioso è patrimonio comune a tutte le forze politiche". L'ampia convergenza auspicata dall'ex Guardasigilli, al momento si esaurisce però alle forze della destra. E neanche tutta, visto che Forza Italia esprime una posizione molto diversa dagli alleati. Salvini in compenso è perentorio: "Per mafiosi e assassini l'ergastolo non si tocca, dicano quello che vogliono. E basta", twitta senza giri di parole il leader della Lega. La Corte costituzionale, in altre parole, può dire ciò che vuole, con chi non collabora bisogna buttare la chiave, è il messaggio neanche troppo velato dei sostenitori della galera fino alla morte.

"Le indicazioni della Consulta vanno tenute nel doveroso conto ma con altrettanta chiarezza va riaffermato che la lotta senza quartiere a mafie e criminalità organizzate non può tradire incertezze o passi indietro", scrivono in una nota i parlamentari in commissione Antimafia del Carroccio. "Chi sceglie la via dell'illegalità e non sente alcuna necessità di pentimento, non può vedersi riconosciuti benefici", aggiungono, assicurando il contributo della Lega per rispondere alla Consulta, senza però mettere in discussione le proprie convinzioni: nessuno "spazio o ambiguità verso chi delinque impunemente".

Parole che sembrano rubate di bocca ai colleghi del Movimento impegnati in commissione Giustizia alla Camera, che a loro volta scrivono: "L'unico modo che il mafioso ha per ravvedersi è collaborare con la giustizia". Dare invece "la possibilità di accedere a benefici penitenziari e liberazione condizionale, in assenza di collaborazione, significa indebolire principi e capisaldi nella lotta alle mafie voluti, tra gli altri, da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino".

L'intransigenza pentastellata si scontra però con l'atteggiamento "laico" del Pd, convinto che non si possano ignorare le indicazioni della Corte costituzionale su un tema così delicato. "Il Parlamento non può rimanere ostaggio di chi pensa di dovere affrontare una questione così delicata con frasi superficiali del tipo "l'ergastolo non si tocca" o "la sentenza è una vergogna", dice il deputato dem Carmelo Miceli, componente delle commissioni Giustizia e Antimafia. Bisogna invece trovare il "giusto bilanciamento tra la funzione emendativa della pena e l'aspettativa di giustizia delle vittime, tra la tutela del principio di uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge e la necessità di interrompere la pericolosità sociale che deriva dal carattere permanente del vincolo associativo mafioso", aggiunge Miceli. Tutto questo si può fare, conclude l'esponente Pd, "basta avere il coraggio e la determinazione di affrontare il dibattito senza cedere alla demagogia spicciola e al populismo sconsiderato".

 
"Processo giusto e breve". Cartabia dà la linea sulla riforma penale PDF Stampa
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di Errico Novi


Il Dubbio, 17 aprile 2021

 

Con l'intervento di stamattina al webinar organizzato dall'Unione Camere penali, la guardasigilli ha anticipato la forma che ritiene necessario dare al ddl in discussione alla Camera nei prossimi giorni: la speditezza andrà ottenuta "nel rispetto dell'articolo 111", il giusto processo appunto, "e dell'articolo 24", il diritto di difesa. Che non potrà essere la vittima da sacrificare in nome dell'efficienza.

Ricordate il dilemma giustizia? "Sia rapida, prima di tutto", intimano i benpensanti dell'efficientismo. Può quindi non essere innanzitutto giusta? Ieri Marta Cartabia ha rassicurato tutti: "È la Costituzione a richiedere che il processo sia giusto" oltre che "breve", ha ricordato al webinar intitolato appunto dall'Unione Camere penali "Di ragionevole durata soltanto se giusto". Cosa se ne può dedurre? Che nella riforma penale destinata a cambiare con gli emendamenti in arrivo la prossima settimana, Cartabia intende fare della rapidità non uno schiacciasassi con cui abbattere le garanzie difensive, ma una effettiva attuazione degli articoli 111 e 24.

Perché la guardasigilli ha tenuto a ricordare subito che il processo "breve" in quanto "giusto" è imposto "chiaramente dall'articolo 111 e, non dimentichiamolo, già dell'articolo 24". E l'articolo 24 della Costituzione riguarda appunto il diritto di difesa. Quindi, processo "di ragionevole durata" vuol dire sì giusto processo, ma a condizione che il diritto di difesa, l'articolo 24 appunto, non venga tradito. Un chiarimento utile alla vigilia della settimana di fuoco, quella che culminerà nel termine degli emendamenti alla riforma, fissato per venerdì prossimo. Cartabia sa cos'attende lei e la maggioranza. E sa che tutto sarà ancora più difficile ora che la Corte costituzionale ha imposto alla politica di occuparsi pure dell'ergastolo ostativo.

Allo stesso modo degli articoli 111 e 24, ha ricordato la guardasigilli al webinar dei penalisti, "i principi europei, specie quelli elaborati dalla Corte di Strasburgo, chiedono una tutela giurisdizionale effettiva e allo stesso tempo ragionevole nella sua durata". Di nuovo: se di irragionevole durata, il processo non può essere giusto. "La Costituzione", ha aggiunto Cartabia, "letta nella cornice europea, non potrà che essere, in ogni momento, punto di riferimento certo e sicuro per la nostra navigazione verso l'approdo delle necessarie riforme". Chiarissimo.

Anche quando a breve si parlerà di prescrizione, la rotta sarà già indicata dalla Carta: un giudizio d'appello potenzialmente infinito, com'è quello disegnato dalla norma Bonafede, non potrebbe mai essere giusto. "Mettere mano a una macchina tanto complessa quanto delicata come la riforma del processo penale", ha avvertito la ministra della Giustizia, "richiede pacatezza, approfondimenti, capacità di soppesare ogni proposta senza nascondersi dietro bandiere, slogan, richieste unilaterali. Il dialogo tra tutte le parti è", dunque, "indispensabile" e "in questo ministero ci sarà sempre un ascolto attento". Sulla necessità di evitare gli slogan e lasciarsi guidare dal diritto, Cartabia si dice d'accordo con l'Ucpi, che ne ha parlato nel documento con le proposte di modifica sul ddl penale inviato due giorni fa a via Arenula. Ma non tutto può essere risolto dalla procedura. Vale di sicuro per il civile, e il penale non fa eccezione: l'obiettivo di un processo più giusto ma anche più efficiente può essere raggiunto, ricorda la guardasigilli, "solo se si ricorre anzitutto a importanti interventi sul piano organizzativo". Altra notizia: "Chiederò al futuro capo dell'Ispettorato di essere veicolo di condivisione delle tante buone prassi già in atto in molti uffici giudiziari". Un preavviso a chi perseverasse, pur a fronte di statistiche favorevoli, nell'ignorare le best practices altrui.

Le parole della guardasigilli sono pesanti per i magistrati ma innanzitutto per i partiti. Non le commenta quasi nessuno. Uno dei pochissimi è il presidente della commissione Giustizia di Montecitorio, e deputato M5S, Mario Perantoni, cioè l'arbitro della contesa che sta per iniziare: "Spero che le forze parlamentari soprattutto di maggioranza facciano tesoro delle parole della ministra", dice. Non ci si deve nascondere "dietro slogan", servono "approfondimento, ragionamento", non "provocazioni". Perciò Perantoni chiede di evitare "un inutile scontro politico". Incontestabile. Dal monito non potranno sentirsi esentati, d'altronde, i compagni di partito dello stesso Perantoni: il processo potrà essere non solo efficiente ma anche giusto, se con la prescrizione abolita rischia di diventare eterno?

 
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