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Csm in allarme per il "rinnovo parziale", la soluzione che piace a Cartabia PDF Stampa
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di Liana Milella


La Repubblica, 17 aprile 2021

 

Enrico Costa di Azione propone lo "spazza-correnti", il voto singolo trasferibile, lo stesso sistema che il costituzionalista Massimo Luciani, al vertice del gruppo di lavoro che in via Arenula studia la riforma, ha già definito come una soluzione "assai adatta". Al Csm stanno già facendo i conti di chi, tra di loro, potrebbe restare per altri due anni dopo il 2022 quando l'attuale Consiglio dovrebbe andare a casa. Perché da via Arenula giungono spifferi sempre più insistenti sull'ipotesi che la ministra Marta Cartabia faccia sul serio con l'idea del "rinnovo parziale" del Consiglio. Ne aveva parlato - come ipotesi - sia alla Camera che al Senato davanti alle due commissioni Giustizia prima di Pasqua. Ma adesso il tam tam si fa sempre più insistente. Nella ormai prossima riforma del Csm e del suo sistema elettorale - in calendario nell'aula della Camera già a giugno - si potrebbe concretizzare anche la soluzione di rinnovare solo parzialmente il Csm, perché la metà dei consiglieri resterebbe in carica per altri due anni, garantendo in questo modo una continuità rispetto al ricambio totale. E per questo gli attuali consiglieri, già in questi giorni, fanno ipotesi su cosa accadrà l'anno prossimo. Magari un sorteggio potrebbe stabilire chi, tra di loro, resta, e chi invece va via. In un Consiglio che ha visto tre elezioni suppletive dopo le sei dimissioni per via del caso Palamara, potrebbe restare in carica anche chi è stato eletto dopo la votazione principale del 2018 per raggiungere comunque i due anni di permanenza.

Certo è che l'argomento del "rinnovo parziale" è - al momento - tra i più gettonati a palazzo dei Marescialli. Proprio perché chi ritiene di essere bene informato garantisce che il gruppo di lavoro istituito da Cartabia al ministero per studiare la riforma e gli emendamenti al testo dell'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede starebbe lavorando anche in questa direzione. Parliamo della commissione - ma Cartabia l'ha battezzata "gruppo di lavoro" - presieduta dal costituzionalista Massimo Luciani che, nel massimo riserbo, sta studiando le soluzioni possibili.

E neanche a farlo apposta, ecco un'altra coincidenza che sta creando scompiglio tra le correnti della magistratura sempre a proposito del Csm. Perché il responsabile Giustizia di Azione Enrico Costa, particolarmente vivace nel presentare proposte (suoi gli ordini del giorno sulla presunzione di innocenza, sul via libera del gip per i tabulati, nonché l'emendamento sulle intercettazioni per imporre il decreto di sequestro per agenda, foto e filmati nel cellulare spiato dal Trojan), stavolta ha calato la carta del "voto singolo trasferibile", un sistema elettorale che ha battezzato "spazzacorrenti". Perché, come spiega lui, "l'elettore non vota le liste, ma solo i singoli candidati indipendentemente dalla loro appartenenza, e può esprimere più preferenze in ordine di gradimento, ma quei voti non avranno tutti lo stesso valore". Varrà il primo in senso assoluto, mentre il secondo e il terzo varranno di meno ma potranno saldarsi con quello che resta del primo, scombussolando del tutto il risultato.

Sapeva Costa che quella del "voto singolo trasferibile" era proprio la proposta che piace a Massimo Luciani? Infatti, non l'appena l'ha depositata alla Camera, più di un deputato ha avvicinato Costa per dirgli, "ma lo sai che al ministero stanno lavorando proprio su questo?". Eh già, perché il noto costituzionalista Luciani - che adesso non risponde neppure al telefono e si trincera dietro il più assoluto riserbo - parlò del "voto singolo trasferibile" in un forum di giuristi organizzato da "Quaderni costituzionali" nell'ottobre del 2020, i cui atti sono poi stati pubblicati il 2 gennaio di quest'anno. Dove il giudizio di Luciani è netto: "Trovo che sia una soluzione assai adatta".

Parere che, per esempio, non è affatto condiviso da un magistrato come l'ex procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati, uno dei più esperti sui sistemi elettorali per il Csm, come dimostra l'analisi contenuta nel suo libro sulla Storia della magistratura (Laterza). Il suo giudizio è netto: "Intanto non è affatto una proposta nuova. È stata il cavallo di battaglia di Mario Cicala (toga di Magistratura indipendente, ndr.). L'ha proposta la commissione Balboni nel 1996. L'ha rilanciata Luciani. È un'ipotesi interessante. Anche se il sistema è contorto e di difficile prevedibilità. E poi io resto dell'idea che vanno evitati i sistemi che non sono stati sperimentati, perché sortiscono risultati opposti a quelli desiderati".

Bruti spiega che votare per il Csm è come votare in un paese dove ci sono 9mila anime, quanti sono i magistrati in Italia, "in cui tutti si conoscono". E senza fare una simulazione preventiva non si può prevedere l'esito di una nuova legge. La sua conclusione è netta: "Non si possono trasferire sistemi che valgono per milioni di persone su 9mila".  Secondo Bruti, i tentativi fatti finora per cambiare la legge del Csm, come quello dell'ex ministro leghista Roberto Castelli nel 2002, "hanno sempre prodotto risultati opposti a quelli voluti, per cui anziché eliminare le correnti, di fatto se ne possono creare delle altre".

Costa invece è convinto che la sua proposta "spazza-correnti" potrebbe destrutturare il sistema. Perché, sostiene, è "un meccanismo che fa prevalere la persona e il suo valore e non un voto delle correnti, e fa vincere il candidato più trasversale e più apprezzato". Le liste potrebbero anche esserci, "ma l'elettore non vota le liste, ma i singoli candidati indipendentemente dalla loro appartenenza. Chi vota può esprimere più preferenze in ordine di gradimento, ma non hanno tutte lo stesso valore". Infatti solo la prima ha un valore "pieno", mentre le altre valgono di meno. Costa spiega che ci sarà "un quoziente per vincere che deriva dal rapporto tra numero degli elettori e numero dei seggi". Ma alla fine è improbabile che un candidato vinca solo in base alla prima preferenza, saranno necessarie anche le seconde e le terze. Costa lo definisce come "un compromesso tra chi vuole il sorteggio e chi invece insiste su un sistema elettorale tradizionale". La cosa certa è che già le toghe storcono il naso. Ma Luciani la pensa come lui.

 

 
Caro Caselli, nessun attentato: indagare sulle toghe è doveroso PDF Stampa
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di Giovanni Guzzetta


Il Riformista, 17 aprile 2021

 

Il rapporto tra politica e magistratura è complesso: i costituenti ne erano consapevoli e cercarono un equilibrio, da preservare anche grazie all'art. 82 della Carta. Il legislatore ha il diritto di valutare. E di studiare correttivi.

Chissà cosa penserebbero Palmiro Togliatti, Giovanni Leone, Gaspare Ambrosini, Piero Calamandrei, Meuccio Ruini, Giorgio La Pira, Aldo Bozzi, Luigi Einaudi, Tomaso Perassi, Aldo Moro, Ferdinando Targetti, Oscar Luigi Scalfaro, Giuseppe Dossetti, Giuseppe Grassi, Giuseppe Bettiol, Orazio Condorelli, Egidio Tosato, Francesco Dominedò e gli altri costituenti che dibatterono della disciplina della magistratura nella Costituzione italiana se leggessero le preoccupazioni di chi ritiene che il legislatore non possa occuparsi dello stato della giustizia con una commissione d'inchiesta parlamentare.

L'argomento autorevolmente sostenuto da ultimo da Gian Carlo Caselli si fonda sull'assunto che un'indagine parlamentare, di per sé solo, costituirebbe un attentato all'indipendenza della magistratura. Una motivazione piuttosto sorprendente, alla quale si sarebbe tentati di rispondere come spesso ci è accaduto di sentire da parte di esimi esponenti del giustizialismo nostrano per giustificare iniziative giudiziarie clamorose: "Male non fare, paura non avere".

In realtà il tema merita un approfondimento, anche per l'indiscussa autorevolezza del suo sostenitore. Il rapporto tra politica e magistratura è naturalmente un rapporto complesso. Una complessità di cui i costituenti, che ho sopra citato, erano assolutamente consapevoli. Le loro scelte, alcune delle quali volutamente provvisorie (come quella relativa alla mancata separazione delle carriere in attesa della trasformazione in senso accusatorio del processo penale), mossero, infatti, dalla constatazione dell'esistenza di una irriducibile tensione tra due obiettivi egualmente fondamentali: da un lato assicurare che la magistratura, in particolare quella giudicante, non fosse condizionata e influenzata da interferenze dell'esecutivo e, più in generale, degli altri poteri; dall'altro, però, evitare che essa divenisse un corpo separato, chiusa in se stessa e autoreferenziale.

Tutti i costituenti, dunque, anche se ciascuno a proprio modo, consideravano centrale l'esigenza di assicurare l'indipendenza della giurisdizione, prevedendo allo stesso tempo dei meccanismi di raccordo con gli altri poteri, per evitare che l'ordine giudiziario si estraniasse completamente dalla vita della nazione. Come ebbe a rilevare Giovanni Leone, che fu anche uno dei relatori nella Commissione dei 75 e rappresentante della Commissione stessa nel dibattito in Assemblea costituente, "lo scopo da raggiungere è quello di sganciare il potere giudiziario dagli altri poteri dello Stato, per evitare qualsiasi ingerenza, ma nello stesso tempo di impedire il crearsi di una casta chiusa della Magistratura".

In presenza di tale duplice rischio il dibattito costituente non fu affatto ideologico, ma ispirato a una consapevolezza laica della complessità e all'approccio pragmatico, fatto di approssimazioni progressive. Ad esempio, per la composizione del Csm il progetto di Costituzione prevedeva una composizione paritaria di membri laici e togati (proposta, tra gli altri da Calamandrei e Dossetti) sulla base della motivazione "di sottrarre la carriera dei magistrati all'influenza del Governo, e, poiché non si può farne una casta chiusa, di ammettere un controllo popolare".

Fu solo in Assemblea, in forza di un emendamento di Scalfaro e Nobile, che si introdusse la soluzione attuale, per altro, con una votazione molto risicata. Peraltro, come si sa, a fronte della garanzia di indipendenza della magistratura quegli stessi costituenti previdero un sistema di equilibrio fondato sulla previsione dell'immunità parlamentare.

 
Il sonno del delatore PDF Stampa
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di Concita De Gregorio


La Repubblica, 17 aprile 2021

 

Della tragedia di Giovanna Boda, la dirigente del Miur che si è buttata dalla finestra dell'ufficio in cui stava aspettando il suo avvocato - giù prima di parlare con lui - c'è un dettaglio ripugnante. Gli investigatori, si legge in un inciso, erano "probabilmente ispirati dall'interno del ministero". Cioè esiste qualcuno, in questo momento, da qualche parte, magari seduto a tre porte dalla stanza vuota della dottoressa Boda, che ha "ispirato" l'indagine sulla dirigente: con una denuncia anonima, una telefonata confidenziale, un passa parola arrivato a chi doveva.

Probabilmente, non se ne ha certezza. Ma certo c'è almeno un'altra voce, un'altra mano che ha fatto filtrare ai giornali che le cose potrebbero essere andate così. Indipendentemente dai fatti, che la giustizia accerterà speriamo con maggiore rapidità del consueto, toglie il fiato e leva il sonno sapere che nel luogo dove lavoriamo insieme ci sia qualcuno che lavora contro di noi.

Tutti ne abbiamo fatto esperienza, in gravi o minori occasioni: di chi per invidia, antagonismo, antipatia, rivalsa ci tende una trappola. Sorride, incrociandoci, e di nascosto pugnala. Che poi i fatti contestati siano reali, da questa prospettiva, è secondario.

Molto spesso non lo sono e la gogna, il processo, il sospetto sono già da soli una condanna - specie per chi è innocente. C'è chi è in grado di sopportare la battaglia, anzi persino si esalta. C'è chi soccombe. La delazione è ignobile, e non basta pensare che chi di soffiata ferisce prima o dopo di dossier perisce. Dopo è sempre tardi. Chissà come sarà, in queste notti, il sonno dell'anonimo che ha pensato, un giorno: ora quella la sistemo io.

 
Omicidio Fortuna. Lo Presto (in sedia a rotelle) torna in carcere, lo chiedono i giornali PDF Stampa
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di Valerio Esposito


Il Riformista, 17 aprile 2021

 

Il Tribunale del Riesame ha accolto l'appello della Procura e ha ripristinato la custodia cautelare in carcere per Vincenzo Lo Presto, ritenuto responsabile in primo grado dell'omicidio di Fortuna Bellisario. L'uomo, costretto sulla sedia a rotelle, dopo due anni di detenzione era stato scarcerato il 23 febbraio scorso e per lui erano scattati i domiciliari. Non abbiamo alcun dubbio che la decisione del Riesame sia stata ponderata e anche sofferta.

L'auspicio sincero è che l'eco mediatica che ha avuto la vicenda non abbia inciso più di tanto sulla decisione. Sul punto - e al di là del singolo caso - è indiscutibile che, quando il processo fuoriesce in modo così prepotente dalle aule di giustizia finendo e diventa un "processo popolare", è difficilissimo per tutti i protagonisti mantenere il distacco e la serenità necessaria che costituiscono la pre-condizione per l'esercizio di ogni attività decisionale.

Riteniamo doveroso ribadirlo: parenti e amici di Fortuna sono stati ammirevoli, hanno manifestato il loro dolore con compostezza e sobrietà. Non è certo a loro che ci riferiamo quando parliamo di "processo popolare", anche perché essi sono evidentemente protagonisti di un processo in cui si accertano le responsabilità per la perdita di una persona da loro amata.

Il caso di Fortuna è, per molti versi, particolare e indubbiamente diverso da tanti altri casi in cui, partendo da tragiche vicende processuali, si sono imbastiti cinici show mediatici. In questo caso - è questa la nostra convinzione - i professionisti dei media non hanno cavalcato strumentalmente un'onda.

Rispetto a questa vicenda, noi riconosciamo l'onestà intellettuale di chi ha pensato di partire da un tragico caso di cronaca per dar vita a un'operazione di sensibilizzazione dell'opinione pubblica su un tema indubbiamente centrale, quale la condizione della donna nel nostro Paese. Ed è probabilmente per questo che anche taluni protagonisti della giustizia, di solito non adusi alla spettacolarizzazione del processo, si sono lasciati andare ad alcune esternazioni che non abbiamo condiviso perché potenzialmente lesive dell'indipendenza e dell'autonomia del Gup che aveva assunto la decisione.

Tuttavia, riteniamo che una simile operazione - per quanto mossa dalle migliori intenzioni - sia sbagliata. Occorre, infatti, aver chiaro che la risoluzione dei problemi non avverrà mai attraverso il ricorso al diritto penale. Nel processo penale si accerta un singolo fatto, lo si interpreta e poi si condanna o si assolve. Attraverso i processi non si riscrive la storia, non si debellano i fenomeni, difficilmente si cambia la società. Nessuna pena esemplare potrà avere efficacia dissuasiva di condotte spesso irrazionali; solo una nuova struttura materiale e culturale della società consentirà davvero alle donne di allontanarsi in tempo dai propri aguzzini.

E allora, fare di un singolo caso un paradigma, illudersi che una pena esemplare salverà altre donne in futuro rischia di produrre solo un'altra colossale ingiustizia; scaricare sulle spalle del malcapitato imputato (parte debole, per antonomasia, qualunque sia il reato contestato) un ulteriore peso: fungere da capro espiatorio, da simbolo di un vasto e stratificato problema che attanaglia la nostra società da secoli.

 

 
Napoli. Detenuto muore nel carcere di Poggioreale a pochi mesi dall'arresto PDF Stampa
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anteprima24.it, 17 aprile 2021


Un detenuto di 38 anni è deceduto oggi nel carcere di Poggioreale. A renderlo noto è il garante dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello. Ancora non si conoscono le cause che hanno portato al decesso dell'uomo. "Si continua a morire in carcere e di carcere. Un detenuto di 38 anni è morto oggi a Poggioreale, per cause ancora da accertare. Era ristretto, da gennaio, nel reparto Roma, per tossicodipendenti. Riposa in pace. Condoglianze alla famiglia", commenta Ciambriello.

 
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