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Reggio Emilia. "Troppi positivi in carcere, serve un garante delle persone detenute" PDF Stampa
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Gazzetta di Reggio, 17 aprile 2021


La situazione della Pulce spinge l'assessore Tria il consigliere regionale Amico e il garante Marighelli a formulare questo appello. "Bisogna istituire una figura che ancora manca sul territorio di Reggio Emilia, il garante delle persone private della libertà personale".

Lo affermano Federico Amico (presidente della commissione regionale Parità e diritti delle persone), Nicola Tria (assessore comunale a Legalità e coesione sociale) e Marcello Marighelli (garante delle persone private della libertà personale per la Regione Emilia-Romagna) in una nota congiunta. A preoccuparli è la situazione nel carcere di Reggio, dove si contano ancora più di cento detenuti positivi, di cui cinque ricoverati in ospedale.

"Uno scenario complesso a causa del sovraffollamento e dell'isolamento legato all'epidemia, che mina la dignità delle persone recluse e può diventare esplosivo", dicono i tre. Ecco perché, sostengono, è necessario intensificare il presidio delle istituzioni: "In questo contesto - spiegano - appare evidente la necessità di pensare all'istituzione di una autorità indipendente a tutela di chi è detenuto, che garantisca la corretta esecuzione della custodia secondo le norme nazionali e internazionali".

Il garante, per come è definito dall'ordinamento nazionale, esercita il potere di visita senza autorizzazione nelle carceri, può effettuare colloqui con i detenuti e ricevere da loro corrispondenza privata. "Un agevolatore di relazioni e di progetti - concludono - e un'opportunità per l'intera provincia, che entrerebbe così a far parte di una rete nazionale e internazionale a tutela della dignità, salute e incolumità delle persone detenute".

 
Alessandria. Alice Bonivardo nuova Garante comunale dei detenuti PDF Stampa
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ansa.it, 17 aprile 2021


"Con la nomina della nuova garante dei detenuti del Comune di Alessandria torna a completarsi la rete dei garanti comunali piemontesi nelle 12 città sede di carcere". Lo annuncia il garante regionale Bruno Mellano all'indomani della nomina, da parte del sindaco Gianfranco Cuttica di Revigliasco, di Alice Bonivardo.

"Il Comune di Alessandria - continua Mellano, che oggi ha incontrato la neogarante - è l'unica città piemontese ad avere due strutture detentive per reclusi adulti, la Casa circondariale 'Don Soria' e la Casa di reclusione 'San Michele', recentemente unificate con la denominazione 'Istituti penali riuniti Cantiello e Gaeta'.

Dopo Davide Petrini, garante nel biennio 2017-2018, e Marco Revelli, dimessosi il 26 febbraio scorso, Bonivardo, da tempo tutor del Polo universitario di Torino presso le carceri 'Lorusso e Cutugno' di Torino e 'Rodolfo Morandi' di Saluzzo (Cuneo), è la terza garante comunale indicata dal Comune di Alessandria, il cui mandato coincide con la durata di quello del sindaco.

"Prossimamente - conclude Mellano - si aprirà il bando pubblico per la selezione del nuovo garante per la Città di Cuneo, a seguito delle dimissioni di Mario Tretola, recentemente eletto presidente delle Acli regionali, che sta operando in proroga in attesa dell'avvio delle procedure di sostituzione".

 
Invasori e qualche terrorista dell'Isis: "sentimenti" d'Italia sui migranti PDF Stampa
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di Roberto Saviano

 

Corriere della Sera, 17 aprile 2021

 

Minniti, ministro degli Interni di un partito ritenuto di centrosinistra, ipotizzò miliziani del califfato sui barconi. Oggi la rinnega quell'"ipotesi". Ma ha fatto danni incalcolabili. Invasori e qualche terrorista dell'Isis: "sentimenti" d'Italia sui migranti Un lavoratore stagionale arrivato dal Mali raccoglie mandarini nella piana di Gioia Tauro. La raccolta è in novembre, la paga tra 15 e 25 euro a giornata.

Questa foto ci ritrae tutti perché - e forse alcuni tra noi non se ne sono neppure accorti - in un dato momento ci sono state raccontate dinamiche che non corrispondevano a verità, per convincerci che i flussi migratori andassero bloccati, che fossimo vittime di una invasione incontrollata e - addirittura - che tra i disperati che dall'Africa tentavano la traversata per l'Europa, via Italia, ci fossero anche miliziani dell'Isis, terroristi.

Ho scelto questa foto perché ci ritrae tutti. Sì, certo, vedete un immigrato che raccoglie mandarini e non riuscite a capire perché io in questa foto ci vedo tutti noi. In Italia la terra la coltivano gli immigrati: sono loro a raccogliere la maggior parte della frutta e degli ortaggi che finisce sui banchi dei supermercati e nelle nostre case. Molti sono senza contratto, vivono in baracche dove capita che muoiano, arsi vivi da incendi divampati da malmesse stufe o bracieri improvvisati. Questa foto ci ritrae tutti perché - e forse alcuni tra noi non se ne sono nemmeno accorti - in un dato momento ci sono state raccontate dinamiche che non corrispondevano a verità, per convincerci che i flussi migratori andassero bloccati, che fossimo vittime di una invasione incontrollata e - addirittura - che tra i disperati che dall'Africa tentavano la traversata per l'Europa, via Italia, ci fossero anche miliziani dell'Isis, terroristi.

Bisognava costruire il nemico perfetto con un duplice scopo: da un lato legittimare il finanziamento da parte dell'Italia alla Guardia costiera libica (nel panorama più vasto dei rapporti Italia-Libia con riferimento agli stabilimenti di petrolio di cui bisognava e bisogna garantire la sicurezza) per bloccare migranti in partenza, dall'altro compattare l'elettorato italiano sul tema della paura: ti voto perché prometti di liberarmi da un sentimento di insicurezza e inquietudine.

Non dimenticherò mai quando Marco Minniti, da ministro degli Interni, definì la sicurezza "un sentire, qualcosa di vicino al sentimento" e disse che "dove si ragiona con le statistiche non c'è sentimento".

Il sentimento gli fece insinuare una cosa gravissima, che nei barconi dei migranti potevano arrivare anche terroristi: "Un'ipotesi", disse, "che non possiamo scartare". Oggi la rinnega quell'"ipotesi". Ma ha fatto danni incalcolabili. In quella foto ci siamo anche noi, perché quando ci fu detto che i migranti andavano bloccati, che sui barconi potevano arrivare anche terroristi, abbiamo iniziato a guardare con sospetto qualunque straniero, a provare diffidenza e a legittimare la mancanza di diritti nelle loro vite. E così è avvenuto che il ministro degli Interni di un partito ritenuto di centrosinistra abbia dato la stura all'istinto razzista più bieco, pavimentando la strada alla peggiore destra dal secondo dopoguerra. È in questa Italia che avviene quello che io definii un attentato terroristico di matrice fascista.

Il 3 febbraio 2018, a Macerata, Luca Traini con una pistola semiautomatica ferì sei persone, tutti immigrati di origine sub-sahariana. Fu un attentato terroristico di matrice fascista, non facendo Traini mistero del suo orientamento politico. Ogni tentativo di edulcorare o rendere neutra la notizia, dissi, è connivenza. E in effetti ci fu chi tentò di edulcorare.

Sempre Marco Minniti definì i fatti di Macerata una "iniziativa individuale" e disse anche: "Ho fermato gli sbarchi perché avevo previsto Traini". Sui media, incredibilmente, prevalse la linea del gesto di un folle motivato dall'invasione di migranti. Fu bloccata ogni possibile empatia quando il sindaco di Macerata, appoggiato da Minniti (e non solo da lui) chiese la sospensione del corteo nazionale antifascista del 10 febbraio 2018. Ci fu comunque, 20 mila persone a sfilare, ma non gli fu data rilevanza mediatica. Di quei fatti si occupano Marcello Maneri e Fabio Quassoli in Un attentato "quasi terroristico".

Macerata 2018, il razzismo e la sfera pubblica al tempo dei social media edito da Carocci, libro che consiglio. Dopo il 3 febbraio 2018, gli immigrati nel nostro Paese, milioni di persone che qui vivono e lavorano da anni, bambini e ragazzi nati e cresciuti in Italia, si sono sentiti in pericolo. Guardiamola bene questa foto perché ci ricorda che, in un attimo, l'azione di qualche politico spregiudicato può farci ripiombare indietro di decenni e perdere diritti che davamo per scontati.

 
"Io, spiato al telefono col mio avvocato e indagato per aver tentato di aiutare i migranti" PDF Stampa
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di Simona Musco


Il Dubbio, 17 aprile 2021

 

Parla Don Mussie Zerai, il parroco che aiuta la gente in fuga. "Il numero di padre Zerai è scritto sui muri delle prigioni libiche, nei capannoni dei trafficanti, sulle pareti dei cassoni dei camion che attraversano il deserto", si legge nel libro "La frontiera", dell'indimenticato Alessandro Leogrande.

Ed è forse questo il motivo per cui la Procura di Trapani aveva iscritto il nome di don Mussie Zerai - prete cattolico e attivista impegnato a salvare i migranti nel Mediterraneo - nel registro degli indagati nell'inchiesta sulla nave Iuventa, finita nell'occhio del ciclone per le intercettazioni che hanno coinvolto diversi giornalisti e avvocati, questi ultimi "spiati" mentre svolgevano la propria funzione difensiva. Per don Zerai la procura ha chiesto l'archiviazione. L'ipotesi d'accusa, gravissima, era di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.

Un'ipotesi, a quanto pare, infondata, basata sulle chiamate che don Zerai riceve da anni da parte di persone in situazioni di pericolo. "Ogni volta che qualcuno mi chiama - ha spiegato al Dubbio - avviso le autorità competenti, chiedendo un loro intervento per salvare quelle persone. Sia che si tratti di persone in mare, sia nei casi di centri di detenzione, ho sempre informato l'Unhcr e chiunque potesse intervenire in quella zona".

Zerai, ovviamente, è stato intercettato. Anche quando parlava al telefono con il proprio difensore, Arturo Salerni, o con il senatore Luigi Manconi, all'epoca presidente della Commissione straordinaria diritti umani, al quale si rivolgeva per tutelare i migranti vittime di gravissime violazioni.

"Hanno trascritto le intercettazioni con il mio avvocato, conversazioni che non erano utili al processo - ha spiegato. Mi chiedo perché conservarle, perché trascriverle, perché non sono state distrutte". Nel corso delle indagini, Zerai ha contattato Salerni, chiedendo di prendere contatto con la procura di Trapani, dando la propria disponibilità per essere sentito e chiarire la sua posizione. Ma il punto, spiega il parroco, è un altro: "La funzione difensiva è protetta - ha sottolineato. In quelle telefonate avremmo potuto discutere di come impostare la difesa. Se anche quel momento viene violato è un gioco ad armi impari".

Zerai è stato registrato nell'agosto 2017, quando al telefono tentava una via, assieme al proprio difensore, per dimostrare la propria innocenza. Sottolineava anche la sua convinzione che alcuni media stessero tentando di screditare il lavoro delle Ong nel Mediterraneo. Al telefono con Manconi, invece, Zerai aveva chiesto un intervento per aiutare centinaia di eritrei sfrattati da un edificio a Roma, sui quali la polizia si era accanita anche con gli idranti.

"Ho chiesto che intervenisse per tutelare i loro diritti. Quelli di persone che lo Stato italiano, sulla carta, dice di accogliere e alle quali sostiene di riconoscere una protezione internazionale - ha aggiunto -. Ma la protezione non può tradursi in un abbandono totale".

Zerai venne intercettato anche al telefono con Mario Morcone, all'epoca capo gabinetto del ministero dell'Interno, al quale chiedeva aiuto per i migranti lasciati per strada. La richiesta era semplice: trovare un'alternativa per sistemare quelle persone prima di procedere allo sgombero. "C'erano donne e bambini, molte famiglie, persone di una certa età, invalidi. Qando ho visto che venivano cacciati con gli idranti ho mandato un sms, anche quello trascritto, al prefetto, al capo gabinetto del ministro, dicendo: almeno trattateli umanamente", ha aggiunto.

Zerai conosce le condizioni dei migranti in Libia, dove ci sono vari tipi di lager. Luoghi di detenzione e di tortura che rimangono sconosciuti alle delegazioni europee, che una volta sul posto vengono guidate in un tour tra i centri meno degradanti o tirati a lucido per l'occasione. Ma la realtà, spiega il parroco, è molto diversa. Il contesto è chiaro: sia l'Italia sia il resto dell'Ue, secondo l'attivista, si sforzano di impedire l'arrivo di queste persone. E poco importa in quali condizioni si trovino a "casa loro": i loro diritti "non interessano a nessuno".

Ed è così che le norme internazionali risultano valide solo sulla carta. "Convenzioni e trattati - ha aggiunto - valgono solo per chi è nato da questa parte, non per chi nasce lì. I diritti sono trasformati in privilegi. E allora non dobbiamo più chiamarli diritti: è elemosina".

Gli esempi non mancano e Zerai classifica tra questi anche le parole di Mario Draghi in Libia, nonché la visita del presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e del presidente del Consiglio europeo Charles Michel in Turchia. "Che ci sono andati a fare lì? - si è chiesto Zerai. A chiedere ad Erdogan di continuare a chiudere i confini e trattenere i siriani. Ma come vengono trattenuti, in che condizioni vivono, che futuro ha quella gente? Anche loro hanno diritto alla sicurezza, ad un futuro, a vivere in condizioni dignitose".

In questo panorama, si inserisce il lavoro della magistratura. Che, con le proprie inchieste, contribuisce a riscrivere le vicende, assegnando alle Ong il ruolo dei "cattivi". "Io spero che la magistratura, che si dice indipendente, non abbia tentato di riscrivere la storia e mettersi al servizio della politica, ma abbia agito per indagare seriamente e cercare di colpire chi ha commesso un reato - ha concluso Zerai.

Le ong, che io sappia, non assecondano alcun traffico. Hanno salvato migliaia e migliaia di persone. Basta considerare solo che, da quando è stata chiusa l'operazione Mare Nostrum, se non ci fossero state le tante ong oggi i morti non sarebbero solo 40mila ma il doppio, come minimo. Il vuoto che le istituzioni hanno lasciato nel Mediterraneo, sapendo che la gente sarebbe partita comunque, è immenso. Non è colpa delle Ong se le persone partono: lo facevano anche prima.

Il problema sono gli incendi, le guerre, la fame e le persecuzioni che ci sono a casa loro. L'Europa, anziché spendere miliardi per bloccare queste persone, avrebbero dovuto spenderli per bloccare le persecuzioni. E chi investiga avrebbe dovuto farlo sulle omissioni di soccorso nel Mediterraneo".

 
Così la Guardia costiera libica lascia affogare i migranti PDF Stampa
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di Giovanni Tizian e Andrea Palladino

 

Il Domani, 17 aprile 2021

 

Dal 2017 l'Italia finanzia e addestra i libici per gestire i salvataggi, ma quando Roma prova a coinvolgerli nelle emergenze arrivano risposte come "non so l'inglese" o "oggi non lavoro".

È l'alba del 24 maggio 2017. La giornata appena trascorsa è stata un susseguirsi di chiamate di emergenza dai telefoni satellitari, usati dai migranti in viaggio verso l'Europa, al centro di coordinamento italiano della Guardia costiera (Imrcc): "Siamo partiti da Sabratha su un barchino, 600 persone a bordo". Cade la linea. L'allarme mette in moto i soccorsi, la posizione satellitare del "barchino" indica che la zona di competenza, secondo gli accordi Italia-Libia siglati pochi mesi prima dal governo Gentiloni, è della Guardia costiera libica, che tuttavia tra il 22 maggio e il 24 mattina non risponde a nessuna delle oltre 50 chiamate effettuate dalla centrale di Roma.

Domani, in collaborazione con il quotidiano britannico Guardian e RaiNews, ha ottenuto i brogliacci delle comunicazioni di quel giorno e di molti altri eventi che coincidono con altrettanti naufragi in cui hanno perso la vita centinaia di persone, bambini inclusi. Questi documenti rivelano l'inerzia della Guardia costiera libica, che già all'epoca beneficiava del sostengo italiano ed europeo per la formazione e la fornitura di mezzi, come le motovedette, per bloccare il flusso dei migranti.

Oltre alla passività dei militari libici c'è un contorno opaco di relazioni con i trafficanti. È tutto scritto nelle 30mila pagine di atti depositati nell'inchiesta di Trapani sulle navi umanitarie delle ong, accusate dai magistrati siciliani e dalla polizia di aver stretto un accordo con i trafficanti di uomini. La stessa massa di carte nelle quali sono contenute le intercettazioni dei giornalisti e degli avvocati che si occupano di diritti civili e migrazioni. Il ministero della Giustizia sta verificando se sono state commesse violazioni del codice che disciplina le intercettazioni telefoniche.

Nessuna risposta - Torniamo al 24 maggio 2017. Alle 5 di mattina cinque chiamate in un'ora e mezzo, dagli uffici libici non rispondono, tranne una volta ma il militare è sbrigativo: "Non parlo inglese" e riattacca. Dall'Italia provano a ricontattare più volte il satellitare dal quale hanno chiamato i migranti, ma non risponde più nessuno. Nelle stesse ora arriva una nuova chiamata di emergenza: 700 persone partite da Sabratha. Anche di questa si perderanno le tracce rapidamente. L'Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (Unhcr) nelle giornate successive comunica: "Circa 33 persone hanno perso la vita tra cui 13 donne e 7 bambini. L'incidente è avvenuto la mattina presto del 24 maggio". Tra il 22 e il 24 la Guardia costiera di Tripoli non ha risposto alle oltre 50 chiamate di Roma.

Il giorno libero - Il 16 giugno 2017 accade qualcosa di simile, come mostrano le telefonate intercettate dalla polizia nell'ambito dell'indagine di Trapani sulle ong. L'ufficiale della Guardia costiera libica, Massoud Abdalsamad, ne riceve una alle 8 e 18 da un collega italiano. "Ci sono dieci gommoni alla deriva in difficoltà in acque territoriali libiche", il comandante di Tripoli non si scompone: "Cercherò di aiutarli ma oggi è giorno libero...forse domani". Il colonnello italiano insiste, è urgente, e chiede di autorizzare una nave ong a entrare nelle loro acque di competenza. Massoud risponde: "No, loro no, nessun permesso per entrare in acque libiche".

I contatti con Massoud proseguiranno fino alle 12 e 38, per quattro lunghe ore, solo alla fine a Roma ottengono un contatto di Jamal l'ufficiale in servizio quel venerdì. Ecco il bilancio di quel weekend: 126 tra donne, bambini e uomini sono morti annegati nel tratto di mare libico. Agli atti dell'inchiesta di Trapani c'è un documento in cui gli investigatori affermano che Massoud non è collaborativo, riferendosi all'autorizzazione negata alla nave umanitaria nonostante "i gommoni alla deriva".

Il 29 marzo Unhcr ha annunciato altri naufragi avvenuti nei giorni precedenti. La conferma è nelle comunicazioni, tra il 22 e il 28 marzo, tra centro di coordinamento di Roma e le navi ong, Golfo Azzurro e Iuventa (sotto inchiesta a Trapani).

Comunicano di aver trovato dei cadaveri in mare al confine della zona libica. Anche in quelle ore i colonnelli libici rispondono a stento alle chiamate e quando finalmente rispondono impiegano ore a coordinare gli interventi, come emerge dalle comunicazioni ufficiali. Contattato da Domani, il colonnello Massoud ha risposto che è "difficile ricordarsi di eventi così passati".

Ha poi confermato che le comunicazioni con la centrale di coordinamento di Roma "sono difficoltose e frequentemente interrotte". Perché? "La Libia è un paese distrutto dalla guerra". Dunque l'Europa e l'Italia hanno finanziato la formazione della Guardia costiera libica senza grande successo e hanno legittimato i respingimenti in un territorio in guerra di chi fugge dalla miseria e dai conflitti.

I contatti coi trafficanti - I documenti ottenuti svelano anche strani contatti con i trafficanti. In un'informativa su un salvataggio del 23 maggio sono allegate alcune foto di una motovedetta libica che dialoga con i criminali a bordo dei motoscafi, lasciandoli poi andare via. La stessa Guardia costiera libica si avvicina all'imbarcazione dell'ong e inizia a sparare in aria. L'episodio è raccontato anche nei brogliacci della sala di coordinamento.

"Motovedetta libica con uomini armati, hanno sparato in aria per spaventare i migranti", denunciano via radio dalla nave Von Hestia (una delle accusate nell'inchiesta di Trapani) alla sala di coordinamento italiana, che tenta invano di mettersi in contatto con gli omologhi libici. Oltre al danno la beffa: la polizia scriverà che il comandante di Von Hestia non ha riportato l'episodio nel report della missione, omettendo di dire, però, che la Guardia costiera italiana era stata avvertita in diretta. Il comandante Massoud alla nostra domanda ha risposto: "Ci possono essere stati spari in aria perché le persone nelle barche a volte se si muovono possono cadere in acqua. Serve per farli tornare alla tranquillità". Questo è il metodo libico che l'Europa finanzia.

 
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