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"Noi, ragazzi dentro scontiamo in cella una doppia pena" PDF Stampa
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di Pietro Mecarozzi


L'Espresso, 18 aprile 2021

 

Con il Covid-19 il numero dei detenuti è calato ma due terzi sono in attesa di giudizio, la metà stranieri. Manca il personale e cresce la tensione. È stata come una seconda pena. All'inizio la paura era davvero molta ed era impossibile avere contatti con l'esterno per la mancanza di dispositivi e connessione. Poi è subentrata la sensazione di essere dimenticati, isolati nell'isolamento generale".

A metà febbraio Gaetano è uscito da uno dei due Ipm (Istituti penali per minorenni) della Campania, dopo aver scontato circa sei mesi di detenzione per furto a mano armata. Poco più che maggiorenne, Giovanni ha già commesso altri reati e ha scontato altre condanne ma mai come in questo periodo il carcere minorile lo ha segnato. Una piccola stanza, una brandina e intorno mura che con la pandemia sembrano essersi ispessite. All'ombra dei problemi degli istituti penitenziari per adulti, in questo periodo di emergenza sanitaria, anche la vita nelle carceri minorili ha subito un cambiamento traumatico.

Gli Ipm ospitavano al febbraio scorso poco più di 370 ragazzi, a fronte dei circa 13.000 che sono in carico al sistema. Un minimo storico. Oggi il numero dei ragazzi detenuti è ulteriormente sceso a meno di 300 a causa dell'emergenza sanitaria in corso. Secondo i dati raccolti dal rapporto Antigone, però, il 72 per cento di minorenni o giovani adulti entrati in Ipm è in custodia cautelare.

Solo il 17 per cento dei detenuti ha compiuto reati contro la persona, i più gravi, mentre il 62 per cento ha commesso illeciti contro il patrimonio: furti, rapine, estorsioni, riciclaggio. Come Gaetano, molti giovani si trovano dentro "perché nei quartieri da dove veniamo, se vuoi mangiare, o rubi o ti vendi alla criminalità organizzata", spiega il ragazzo. Il decreto legislativo n. 250/2018 che disciplina l'esecuzione delle pene nei confronti dei condannati minorenni ha comunque portato ottimi risultati: il principio di residualità su cui si basa ha come obiettivo limitare la carcerazione, e così molto spesso accade.

Insomma, il sistema cerca sempre di trovare alternative (tra cui la messa alla prova e il sistema delle comunità), e la permanenza media nelle carceri è di soli 102 giorni. Perciò dovremmo "andare fieri del nostro sistema di giustizia minorile, che risulta essere tra i migliori d'Europa", puntualizza Susanna Marietti, coordinatrice dell'osservatorio minori dell'associazione Antigone. Purtroppo nulla è perfetto. E la pandemia da Covid-19 ha acutizzato tutte le criticità che le mura degli Ipm avevano celato fino ad oggi. Manca un'equità nei trattamenti dei detenuti, in primo luogo. Nelle carceri minorili non ci si va solamente a causa della gravità del reato commesso, ma anche e soprattutto a causa della debolezza sociale e dell'assenza di legami sul territorio, che impediscono l'individuazione di percorsi alternativi per i ragazzi.

A conferma di ciò, l'alta percentuale di detenuti stranieri, che si aggira intorno al 50 per cento del totale. Mentre Gaetano verrà infatti reindirizzato verso una comunità di recupero, nei mesi di emergenza da Covid-19 il numero di detenuti stranieri è aumentato, dimostrando come, anche di fronte alla crisi sanitaria, questi ragazzi hanno potuto beneficiare in misura inferiore di collocazioni alternative al carcere. "Si tratta di una falla del sistema, perché anche un solo ragazzo in più in carcere è dí troppo", continua Marietti.

Un altro dato che penalizza i giovani detenuti, e in particolare quelli stranieri, è il numero delle strutture: sono 17 gli Ipm sparsi per tutta Italia, da Caltanissetta a Treviso. Troppo pochi se si pensa che "per il detenuto minorenne la detenzione si traduce in un allontanamento coatto anche per migliaia di chilometri dal proprio territorio e dal nucleo familiare", precisa Elena Mattioli, psicologa e psicoterapeuta esperta di disturbi in età adolescenziale e dell'universo giovanile. I minorenni che delinquono "provengono da situazioni di grave disagio economico, i parenti spesso non hanno la possibilità di far loro visita o di accompagnarli lungo il processo rieducativo", continua Mattioli. Una separazione forzata può quindi influire negativamente sul reinserimento in società e sulla vita dentro il carcere.

"È difficile interagire con i detenuti stranieri: non conoscono la lingua, si coalizzano tra di loro e spesso sono protagonisti di risse con altre bande", spiega un poliziotto penitenziario in servizio a Milano. "Durante questi mesi di emergenza, però, ho visto solo dei ragazzi spaventati, ignari di quello stesse accadendo in quanto mancavano i mediatori culturali", continua il poliziotto. La condizione degli istituti varia poi di regione in regione. Soltanto due le situazioni di sovraffollamento, seppure lieve, a Bologna e a Milano, mentre in questi primi mesi dell'armo, per esempio, non c'è stata acqua calda nel carcere minorile di Airola, che ha 17 camere di detenzione e attualmente ospita 23 ragazzi.

"Gli spazi non sono adeguatamente attrezzati e mancano suppellettili. I materassi sono vecchi e in condizioni igieniche pessime, i problemi di gestione delle videochiamate rendono difficili i colloqui con i familiari. E così vengono meno i diritti dei ragazzi", svela il garante dei detenuti della regione Campania, Samuele Ciambriello. La pandemia ha creato "un totale isolamento per i ragazzi, accentuando problematiche già esistenti. E così i tempi lunghi per interventi e decisioni sono diventati tempi biblici e il personale già insufficiente si è ulteriormente ridimensionato", continua Ciambriello. Capita spesso: negli istituti penitenziari manca il personale. Fortunatamente il basso numero di detenuti consente una copertura equilibrata per la maggior parte degli Ipm. Ma il vero problema è un altro: cioè l'età dei poliziotti in servizio. Gli agenti nelle carceri minorili devono imparare a essere anche un po' psicologi ed educatori, e "a causa dell'invecchiamento delle forze dell'ordine, è difficile non avere un rapporto conflittuale con i detenuti quando come a Firenze, per esempio, l'intero personale è over 50", chiosa il poliziotto.

Il risultato di questo gap generazionale? In questo periodo di emergenza le violenze all'interno delle carceri sono aumentate. L'istituto penale per minorenni Ferrante Aporti di Torino, a fine 2020, è stato teatro di continue aggressioni ai danni di agenti di polizia penitenziaria. "Un collega è stato preso a pugni per il semplice fatto di svolgere il suo dovere richiamando all'ordine i detenuti", mentre nel carcere minorile Casal del Marmo di Roma e nel Beccaria di Milano "sono quattro gli agenti aggrediti senza motivo dai detenuti", aggiunge il poliziotto. Controllare non è così facile. Anche quando si tratta della salute dei detenuti. La pandemia si è abbattuta sugli istituti penali minorili con effetti ancor più deleteri dal punto di vista psicologico. Le proteste sono aumentate, così come la messa in isolamento dei detenuti.

In molti Ipm sono aumentati anche "i casi di autolesionismo, di tentato suicidio e di scioperi della fame", avverte Ciambriello. Dal primo lockdown i "detenuti non hanno mai smesso di avere paura", dice la psicologa Mattioli. E considerato il rischio che "l'ambiente carcerario abbia influssi negativi sulla psiche di chi vi è detenuto, farvi stazionare chi non è ancora stato condannato è un rischio troppo alto per dei ragazzi in un'età così delicata". Complicazioni che si sono riscontrate anche nell'assistenza medica, sia per i detenuti sia per il personale.

A mancare sono le visite specialistiche: "Molti ragazzi hanno dovuto attendere mesi prima poter vedere un dermatologo, un oculista, un chirurgo. Nelle carceri minorili della Campania si sono riscontrati una quindicina di casi di tossicodipendenza, che si sono rivelati molto difficili da gestire sotto l'aspetto clinico", chiosa ancora Ciambriello. La possibilità di accedere facilmente ai medicinali è, quindi, indispensabile. Così come è prioritaria la vaccinazione anti-Covid-19 per personale e detenuti (al momento prevista per i primi ma non per i secondi). A pesare sulla vita nelle carceri è stata anche l'interruzione dei laboratori e delle lezioni scolastiche.

La privazione dello spazio ricreativo e di socialità ha penalizzato gli istituti con minori spazi e disponibilità di servizi, dando vita a forme di ghettizzazione nei confronti dei detenuti stranieri. Almeno in un caso, però, si è riusciti a correre velocemente ai ripari.

"A parte le prime fasi iniziali, il nostro istituto ad oggi ha ripreso la formazione dei detenuti attraverso la Dad e abbiamo riattivato anche alcuni laboratori creativi", racconta Antonia Bianco, direttrice del carcere minorile di Firenze, una delle realtà più virtuose del Paese dove al momento sono presenti 15 detenuti. Dopo una prima fase di attuazione delle procedure di distanziamento e di protezione del personale e dei detenuti, "le attività sono riprese grazie a una suddivisione in piccoli gruppi dei ragazzi e all'utilizzo contingentato degli spazi. E nel 2021 l'anno scolastico è ricominciato in presenza", continua la direttrice.

L'obiettivo del reinserimento, detto ciò, si raggiunge comunque meglio fuori dal carcere. L'ultimo report tracciato dal Dipartimento per la giustizia minorile sottolinea che più tempestiva è la presa in carico da parte dei servizi sociali, tanto più diminuisce il rischio di recidiva. In generale, il 69 per cento dei minori non commette altri reati. Invece il 31 per cento dei ragazzi torna a delinquere. Significativo sembra essere il peso psicologico della condanna: un minore condannato cade in recidiva molto di più (63 per cento) di un minore con la misura della sospensione del processo e messa alla prova (22 per cento).

 
Minori in carcere. Chi si è lasciato la galera alle spalle ora corre il rischio di tornare tra le sb PDF Stampa
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di Sabrina Pisu


L'Espresso, 18 aprile 2021

 

Il reinserimento sconta lo stop al lavoro. E senza occasioni il pericolo recidiva è concreto. Il cappellano di Nisida: "Hanno perso tutto, sono disperati e la malavita è in agguato". "Tanti giovani hanno perso il lavoro e sono finiti di nuovo nelle reti criminali": Luca, nome di fantasia, 27 anni, per "un bel po'" è stato nell'Istituto penale minorile Malaspina di Palermo. Ora è aiuto cuoco, si è messo alle spalle quel "brutto sogno" che è la sua vita di ieri.

"A salvarmi è stata una formazione in carcere che poi è diventata un lavoro all'esterno che per fortuna ho ancora", racconta. Se è vero che il Covid-19 ha aperto una crisi epocale, distrutto imprese e reso più fragili e disorientati i giovani, per quelli usciti dal carcere l'impatto è stato ancora più drammatico. Durante il periodo pandemico gli ingressi negli istituti penali minorili italiani "hanno subito un'apprezzabile diminuzione, considerata anche l'impossibilità di movimento", dice Claudio Giovanni Scorza, vice capo dipartimento per la giustizia minorile e di comunità del Ministero della Giustizia.

La dinamica è quella di un arco che si tende indietro per poi tirare con più violenza le sue frecce. Lo conferma Clara Pangaro, direttrice dell'Istituto minorile del capoluogo siciliano: "A Palermo in questi primi mesi del 2021 è aumentato il numero dei ragazzi nei centri di prima accoglienza". Si teme una recrudescenza dei reati: "Il rischio recidiva ora è più elevato. Sono tanti ad aver perso un impiego e a chiederci sostegno. Servono più risorse per offrire opportunità adeguate a questi giovani che sono soprattutto maggiorenni e spesso già con figli. Una borsa di formazione-lavoro di 400 euro al mese non basta".

Con la pandemia c'è stata, e c'è ancora, difficoltà nello strutturare progetti di tirocinio, formazione e lavoro: "Molte aziende hanno chiuso, molte altre hanno dovuto mettere i dipendenti in cassa integrazione, è complicato inserire i ragazzi in percorsi lavorativi", continua Pangaro. È più che mai necessario intensificare le politiche giovanili e creare progetti virtuosi di formazione e lavoro come "Cotti in fragranza", un laboratorio per la preparazione di prodotti da forno, nato nel 2016, senza fondi pubblici, all'interno del carcere Malaspina.

"Nel 2019 è nato anche Al Fresco, un bistrot nel cuore di Palermo", racconta Lucia Lauro, responsabile del progetto con Nadia Lodato. Un'impresa civile che ha inserito oltre trenta ragazzi. "La nostra cooperativa, che fa parte dell'Istituto Don Calabria, è stata costretta a mettere in cassa integrazione metà del personale. Siamo riusciti con grandi sacrifici a garantire un sostengo economico a tutti, ma per tanti altri con un'esperienza penale alle spalle l'impatto è stato terribile, avevano dei lavori stagionali, molti in nero, e quindi sono stati mandati a casa senza nulla in tasca. Siamo molto preoccupati".

A Napoli la storia si ripete. "In tanti hanno perso un lavoro che era in nero, altri avevano un contratto di lavoro per poche ore a settimana, quando invece lavoravano tutto il giorno. Sono disperati, mi cercano costantemente per chiedermi un lavoro, un aiuto, cerco di fare quello che posso, gli pago le bollette. Sono ragazzi che vivono in famiglie segnate dalla malavita", dice Don Gennaro Pagano, cappellano di Nisida dal settembre del 2019. Ragazzi che oltre alla diffidenza delle imprese, subiscono anche l'indifferenza della politica: "Gli operatori sono soli, in trincea, a combattere, anche con i politici", dice Don Gennaro.

A questi giovani ha consacrato la vita Maria Franco, per 35 anni insegnante di italiano a Nisida. Per loro è ancora un punto di riferimento: "In tanti mi scrivono per dirmi che stanno vivendo un momento estremamente duro, è una tragedia che si consuma nel silenzio". L'inerzia delle istituzioni rischia ora di riconsegnare le storie di tanti giovani alla penna criminale. Lo stesso grido di allarme si leva dal carcere minorile di Torino.

"C'è ora un aumento di arresti, un'importante recrudescenza della delinquenza minorile con derive inquietanti. C'è tanta rabbia sociale", dice Simona Vernaglione, direttrice del Ferrante Aporti. "Questi giovani sono i più colpiti e penalizzati, prima riuscivamo a trovare delle opportunità di lavoro in cooperative o associazioni, ora è molto più difficile". Tante voci a chiedere ascolto, a partire da quelle di questi ragazzi a cui il Covid-19 sta togliendo le parole della loro nuova storia, a fatica conquistate.

 

 
Ipotesi di reato e gogna mediatica possono uccidere PDF Stampa
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di Gian Domenico Caiazza


Il Dubbio, 18 aprile 2021

 

Il dramma di Giovanna Boda e l'ipocrisia della libertà di stampa. Una stimata funzionaria del Miur apprende di essere indagata dalla Procura della Repubblica di Roma per una ipotesi di corruzione. Avrebbe intascato più di 600mila euro per una serie di appalti. Va ad incontrare l'avvocato ma, nell'attesa, cede alla disperazione e si lancia giù dalla finestra. Ora lotta tra la vita e la morte.

Non so nulla, ovviamente, di questa signora e della sua vicenda. Conosco invece perfettamente, come ogni avvocato penalista, le dinamiche sempre drammatiche che si innestano nella mente di una persona che, d'improvviso, raggiunta da un grave sospetto, diventa preda del branco. Perché di questo si tratta. In nome di un malinteso, anzi di un pretesto: il diritto-dovere di informare i cittadini, dicono. Io invece dico che qui l'informazione non c'entra nulla. Come fai a dare informazione di qualcosa che non conosci? Come puoi rivendicare il diritto di diffondere una notizia geneticamente parziale e unilaterale, che non sei in grado di verificare nella sua fondatezza?

Un avviso di garanzia non fornisce informazioni sufficienti nemmeno all'indagato, figuriamoci a chi non sa nulla della vicenda. Per non dire che, di per sé, quella notizia è (non a caso) coperta dal segreto investigativo. Non è divulgabile la notizia della pendenza di una indagine su qualcuno, non dovrebbe. Ma le sanzioni sono ridicole, anzi inesistenti. Ovviamente, se divulghi la notizia di una indagine in corso, non potrà che essere una notizia tutta modellata sulla ipotesi accusatoria. Una notizia parziale rispetto alla quale le persone coinvolte sono disarmate, prive di un qualsivoglia diritto di replica. Cosa dovrebbero dire? Sono innocente? Certo, come no, pensa che notiziona.

L'ipocrisia e la viltà intellettuale che ruota intorno a questa malposta rivendicazione del diritto-dovere di informazione mi è davvero intollerabile. Cosa urge, intorno alla apertura di una indagine? Cosa sottrarremmo alla conoscenza pubblica, vietando la diffusione di quella che è in realtà una non-notizia? Un pm riceve notizia di un fatto che egli reputa potrebbe avere rilievo penale, iscrive l'indagato nell'apposito registro e inizia la sua attività di verifica e di approfondimento investigativo. In nome di quale diritto, e del diritto di chi soprattutto, deve essere lecito rendere pubblico questo fatto, che per sua natura è lontanissimo dall'aver raggiunto connotazioni non dico di certezza, ma nemmeno di ragionevole plausibilità? Si tratta di una ipotesi, ripeto, unilaterale, che ancora non si è nemmeno misurata con una seppur sommaria confutazione difensiva.

L'ipocrisia e la viltà intellettuale di cui dicevo si inverano nella dolosa indifferenza ai costi enormi, ingiustificabili e del tutto sproporzionati, che la pubblicazione della non-notizia qualcuno pagherà inesorabilmente. Sappiamo tutti perfettamente come la notizia di una incriminazione, ma anche solo di un'ipotesi investigativa, è dotata di una forza devastante e già invincibile. L'interesse della pubblica opinione è ovviamente attratto dal disvelamento di un reato, non certo dalla infondatezza della ipotizzata accusa. E l'ipotesi accusatoria, promanando da soggetti assistiti da una presunzione assoluta di affidabilità, attendibilità e imparzialità, si presuppone fondata.

Vi è poi una fortissima prevalenza culturale, nella politica e nella informazione, del più becero populismo giustizialista, secondo cui se un personaggio pubblico -politico, pubblico amministratore- viene raggiunto dal sospetto, ciò merita perciò stesso la massima diffusione notiziale, ovviamente accompagnata dalla presunzione di fondatezza della ipotesi accusatoria. Il costo che la persona raggiunta da una ipotesi accusatoria -questo è l'indagato, null'altro- dovrà pagare è incongruamente sproporzionato rispetto al preteso diritto di informazione che vorrebbe giustificalo. Vita professionale, politica, familiare travolte spesso in modo irreparabile, reputazione personale inesorabilmente compromessa. Solo chi vive sulla propria pelle -insieme alle persone che gli sono vicine- i morsi feroci della pubblica gogna che inopinatamente irrompe nella sua vita, è in grado di comprendere la furia devastatrice e la brutale violenza di una simile esperienza.

Anche perché le vicende penali - come ogni vicenda umana, d'altronde-non sono quasi mai segnate da una linea di demarcazione netta che separa il bianco dal nero, la colpevolezza dalla innocenza. Nessuna vicenda umana può affidarsi a simili semplificazioni. Tra l'innocenza e la colpevolezza si dipanano comportamenti del più vario segno (imprudenze, equivoci, coincidenze, gravi azzardi) che ciascuno di noi deve poter avere il diritto di chiarire e spiegare, a sé stesso ed agli altri, prima di essere trascinato nel fango, e nella disperazione; alla quale ha ceduto questa signora. Qualunque cosa possa aver fatto o non fatto, ha semplicemente capito di non avere già più il tempo per spiegare.

 
Ombre e veleni dietro l'inchiesta su Giovanna Boda: invidie, ipotesi e sospetti PDF Stampa
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di Aldo Torchiaro


Il Riformista, 18 aprile 2021

 

Quello che è accaduto a Giovanna Boda, la dirigente Miur indagata che dopo un volo dal secondo piano lotta tra la vita e la morte, "è molto più che un atto scellerato", ci mette in guardia dagli uffici del terzo piano del Ministero uno dei suoi più stretti collaboratori. È l'atto deliberato che mette inusitatamente in luce, per la gravità del gesto drammatico e inatteso con cui è culminato, un sistema. Un sottofondo che forse nessuno voleva smuovere. Ma che adesso si è smosso e rivela rapporti, relazioni e interessi contrastanti.

Giovanna Boda "è sempre stata la persona più in vista di quel Ministero, con la maggiore proiezione esterna. Ma non è stato un attacco ad personam", ci dice Marco Campione, che era nella segreteria tecnica di Faraone al Miur e conosce i meandri delle segrete stanze. Una dirigente iperattiva, fortemente connessa con il mondo cattolico, impegnatissima sul fronte dell'antimafia (a sua particolare regia le "Navi della Legalità", e tutte le iniziative dei giovani in memoria di Giovanni Falcone), particolarmente vicina a Maria Stella Gelmini e a Paola Severino ma ancora più in alto, saldamente legata al Quirinale. Prima con Napolitano e poi con Mattarella, ha stretto a doppio filo le agende dei due presidenti della Repubblica con quelle degli impegni Miur a sua firma: le inaugurazioni degli anni scolastici, le visite alle scuole, soprattutto in Sicilia, le manifestazioni antimafia, le scolaresche ricevute nei saloni del Quirinale e ancor più spesso, di recente, l'apertura dei giardini: Giovanna Boda era anche il saldo e costante trait-d'union tra Colle e giovani. Una dedizione appassionata ricambiata negli anni con le due onorificenze quirinalizie assegnatele: Ufficiale all'ordine del merito della Repubblica nel 2010, Commendatore dell'Ordine al merito "di iniziativa del Presidente della Repubblica" nel 2014.

Sulle carte, si legge di una inchiesta asimmetrica dai numeri inverosimili, condita sui giornali dai brogliacci passati ad arte: intercettazioni che in verità parlano di innocenti incroci di date per le riunioni con Luca Palamara. Ma le si fanno uscire in un momento in cui il solo citare Palamara mette in difficoltà l'intercettato. Ed ecco che l'operazione-show, con le tre visite degli agenti in divisa che le sequestrano oggetti personali, entrandole in casa, le fanno evidentemente balenare l'idea che sia arrivato da chissà dove un certo input. "Nel palazzo c'era una ostilità forte da parte di alcuni, e una notevole invidia, perché da direttore ha sempre dovuto gestire budget importanti", ci dicono dal suo staff.

Eppure le accuse di cui si è a conoscenza sono fumose, vanno a insistere su due affidamenti sotto soglia: spiccioli che sempre si ritrovano per mille voci di acquisto nella Pubblica amministrazione; quelle cose che se si vogliono far emergere, si possono trovare un po' ovunque si cerchi. E che per quanto siano legittime, stendono il mattarello sul dubbio fino a farlo diventare sospetto. Dunque la domanda è oggi chi aveva interesse ad attaccare e far cadere un pilastro del Ministero così apprezzato. E c'è da guardare meglio alla rete delle relazioni che riguardano non solo Giovanna Boda ma quella di suo marito Francesco Testa, Procuratore capo a Chieti. Il suo secondo marito. Della cui nomina si era occupato il Csm nel 2016. Pare che della sua promozione si fosse interessato Legnini, pur dietro le quinte. L'ex vice presidente Csm, abruzzese, aveva detto: "Per quella Procura dovete scegliere il migliore, dev'essere una nomina inoppugnabile". Tant'è. Chi tifava per Testa ha citato i 12 anni che ha passato a Catania come pm tra inchieste di mafia ed esperienza sulla digitalizzazione.

Poi la chiamata a Roma, al ministero della Giustizia, ai tempi del Guardasigilli Paola Severino dove tiene i rapporti con il Csm. Infine l'Onu a Vienna. E Testa è arrivato a Chieti, negli stessi anni in cui a Roma Giovanna Boda veniva prestata dal Miur alla Presidenza del Consiglio. Con Renzi, o meglio con Maria Elena Boschi. Tanto che qualcuno attribuisce a quel passaggio la fonte delle inimicizie cresciute negli ultimi tempi. "Al Miur era dirigente di prima fascia, è andata alle Pari Opportunità con Boschi, diventando Capo dipartimento", ci dettagliano dagli uffici di viale Trastevere. E ha iniziato a essere più che invidiata, invisa inconfessabilmente a molti. Ieri a lei ha dedicato un pensiero Matteo Renzi: "Un Paese civile oggi si farebbe delle domande: come si può permettere che la gogna mediatica stritoli la vita delle persone, indipendentemente dall'accertamento della verità che come sappiamo è sempre lungo e complicato? Non ho letto nessuna riflessione su questo tema, in questi giorni, e me ne dolgo".

Anche Maria Elena Boschi ha reso noto su Facebook il suo dolore: "Quello che è successo è assurdo, violento, ingiusto. Il cuore e la mente sono a fianco di Giovanna". Che al momento di lanciarsi giù dalla finestra era nello studio legale di Paola Severino, cui era legata e che aveva collaborato a lungo con suo marito. Quali intrecci stavano cercando di ricostruire quando Giovanna Boda ha deciso all'improvviso di tentare di togliersi la vita? Forse è da lì che si può ripartire per capire meglio chi tira i fili.

 
Il Covid spinge l'usura: aumentano arresti, denunce e sequestri PDF Stampa
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di Marco Ludovico


Il Sole 24 Ore, 18 aprile 2021

 

I numeri Gdf. Da marzo a dicembre 2020 emersi oltre 2mila contesti a rischio. Nei primi sei mesi dell'anno scorso i blocchi di beni sono più che raddoppiati. Con il Covid-19 dilaga l'usura. Dopo gli allarmi, ecco i primi dati: dal 2019 al 2020 i denunciati passano da 100 a 130, gli arrestati da 80 a 100.

E nel 2021 si sono già concluse alcune indagini di polizia giudiziaria. I numeri sono della Guardia di Finanza al comando del generale Giuseppe Zafarana. Le denunce sono sempre troppo poche, gli usurai restano nell'ombra di un mondo sommerso. Ma gli investigatori adesso intravedono uno scenario molto più ampio. In base al sistema antiriciclaggio, sotto la lente degli analisti Gdf c'è una massa enorme di segnalazioni di operazioni sospette. Dove balzano all'occhio i cosiddetti "indici di anomalia".

Spunta così un altro dato nella caccia della polizia economica e finanziaria. Da marzo a dicembre 2020 sono emersi oltre 2mila "contesti" già sviluppati o in corso di approfondimento. Obiettivo: accertare i tentativi di infiltrazione della criminalità nell'economia. Secondo i finanzieri in questi "contesti" potrebbero emergere anche pratiche usurarie. Il modello criminale, del resto, è collaudato. Vale a maggior ragione con la crisi di liquidità di migliaia di imprese e famiglie a causa della pandemia.

Nei radar dei militari al terzo reparto del Comando generale Gdf, guidati dal generale Pino Arbore, ci sono tracce e segnali ripetuti. "La minaccia è concreta e sempre più attuale - spiega il generale Arbore - vista la capacità delle organizzazioni criminali di fornire liquidità istantanea alle imprese in difficoltà. Salvo poi richiederne la restituzione applicando tassi non sostenibili".

I casi giudiziari, dunque, vanno riletti. Sono indice di fatti più ampi. Documentano l'evoluzione delle strategie malavitose. Più raffinate, più spietate. A Bari, per esempio, i finanzieri hanno scoperto "l'usura di prossimità". In due procedimenti penali sono emersi oltre ioo soggetti. L'usura e l'estorsione hanno colpito piccoli imprenditori e famiglie in stato di bisogno. Certo, si ritrovano criminali riconducibili ai sodalizi mafiosi storici del capoluogo e dell'area metropolitana pugliese. Ma l'organizzazione malavitosa era più estesa. La Gdf ha scovato soggetti in campo per proporre offerte "porta a porta" di prestiti illegali a persone impossibilitate ad accedere a forme di credito legale. Difficile accada soltanto a Bari.

I tassi applicati dagli usurai hanno percentuali che fanno orrore. Il nucleo di polizia economico finanziaria di Napoli l'anno scorso ha messo le manette a tre soggetti indiziati, a vario titolo, di usura ed estorsione ai danni di nove imprenditori in attività tra Campania, Toscana, Lombardia e Veneto. I prestiti usurari raggiungevano il 275% su base mensile. A Firenze, in pieno lockdown, per cifre modeste è arrivata una richiesta di interessi del 300% insieme a minacce e intimidazioni.

A Como tre criminali agivano in modalità separata: approfittavano dell'esposizione finanziaria di un imprenditore e prestavano con tassi a strozzo di intensità variabile, dall'8o% fino al 600%. E di nuovo a Bari: un'anziana donna, in gravi difficoltà economiche, ha denunciato alla Guardia di Finanza di essere stata vittima di usura da parte di diversi aguzzini.

La ricostruzione del giro di prestiti usurari ha fatto scoprire l'incredibile: gli interessi lievitavano fino al 5000% della somma corrisposta. La lista delle città dove le Fiamme gialle sono intervenute per l'usura non si ferma qui. Sono già segnate Bergamo, Catania, Reggio Calabria, Torino, Palermo, tutte sedi di operazioni di polizia giudiziaria con le procure della Repubblica. Ne spunteranno altre. Non c'è dubbio. L'allerta così ha assunto connotati politici. Paolo Lattanzio, deputato Pd in commissione Antimafia, mette un punto fermo sul fenomeno nella recente relazione intermedia del comitato "per la prevenzione e la repressione delle attività predatorie della criminalità organizzata durante l'emergenza sanitaria".

Lattanzio nota come in base ai dati Gdf "nei primi sei mesi del 2020 il valore dei sequestri è più che raddoppiato rispetto all'analogo arco temporale del 2019 - si legge nel documento - in non pochi casi l'usura è maturata in un contesto molto prossimo se non contiguo ad ambienti di criminalità organizzata".

La relazione di Lattanzio sottolinea "il rischio di vedere accrescere nei confronti delle mafie il consenso sociale da parte delle persone prive di effettive fonti di reddito". Un pericolo "indotto dal c.d. "welfare criminale" caratterizzato - ricorda il testo parlamentare - da vere e proprie forme dí sostegno materiale ed economico di "prossimità". Martedì prossimo alla Giornata della Legalità promossa da Confcommercio, presente il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese, sarà presentato un nuovo report sull'usura. Sottolinea il generale Arbore: "Stiamo moltiplicando i nostri sforzi. Il pericolo delle infiltrazioni criminali è incombente".

 
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