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Benefici e misure alternative
Giustizia: il Papa, il carcere e i "pesci grossi" PDF Stampa E-mail
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di Marco Politi

 

Il Fatto Quotidiano, 24 ottobre 2013

 

"Facile punire i deboli, mentre i pesci grossi se la cavano". Se ne esce così, con candore, papa Francesco e non sa (o forse sa benissimo) che in Italia c'è un pesce grosso, grossissimo che - in barba alle condanne e a una legge che ne esige "l'immediata" decadenza dal Parlamento - continua a galleggiare alla grande e fa pure la voce grossa, nonostante che ci siano suoi reati e comportamenti colpevoli accertati senza ombra di dubbio e persino da sentenza di terzo grado. Papa Francesco, che è umano, ma non caduto dal pero, come si dice in campagna, parlava ieri ai cappellani delle carceri e mentre li incoraggiava a tenere duro su un fronte così difficile - dove si tratta di portare quotidianamente il segno della "vicinanza di Cristo a fratelli che hanno bisogno di speranza" -ha dato voce a una riflessione generale, che i poveracci conoscono da tempo: "È facile punire i deboli, ma i pesci grossi nuotano liberamente nelle acque".

In Italia, dove dai tempi descritti dal Manzoni nei Promessi Sposi (che Bergoglio conosce benissimo) i prepotenti e i bravacci hanno sempre mille spanne di possibilità in più per aggirare la legge, il re dei pesci ha un nome: Silvio Berlusconi.

Ed è talmente privilegiato che il presidente della Repubblica gli ha dedicato una nota l'agosto scorso per sancire che è legittimo manifestare "riserve" davanti a una sentenza della Cassazione (?) ed è "comprensibile" manifestare "turbamento e preoccupazione" (??) per la condanna a pena detentiva di un ex capo del governo. Si traduca in una qualunque lingua occidentale il testo della nota e la si troverà incomprensibile e inedito a Berlino, Londra, Parigi, Washington, Ottawa e via di questo passo. Paesi dove il leader politico, anche votatissimo, sparisce dalla circolazione appena infrange la legge.

Se poi si aggiungono le tortuose manovre per un'amnistia e un indulto a favor di Cavaliere, quando si potrebbero svuotare le carceri con provvedimenti limitati ad alcune fattispecie e per il resto con un largo ricorso ai domiciliari, che non cancellano il reato e non concedono sconti futuri ai mascalzoni, si capisce bene l'abissale distanza

tra le fresche parole di Bergoglio e le tortuose dichiarazioni di tanti leaderini nostrani. Quanto distanti dal sentire comune siano gli inghippi per amnistiare B. e una bella fetta di delinquenti, magari in colletto bianco, lo si rileva dall'ultimo sondaggio sulla rivista Famiglia cristiana. La legalità è tra le massime priorità del mondo cattolico. Secondo i dati di Demopolis, il 75 per cento degli intervistati considera prioritario "legalità e senso morale della politica". È la richiesta n. 2. In testa con l'83 per cento delle risposte si trova solamente la domanda di "garantire il futuro dei giovani". Al terzo posto (70 per cento) sta la difesa della famiglia. A conoscere Bergoglio, che legge molto i giornali e sa bene ciò che accade in Italia, l'accenno ai pesci grossi (più d'uno naturalmente), l'accenno ai pesci profittatori non appare affatto sfuggito per caso.

Rivolgendosi ai cappellani, papa Francesco ha raccontato che la domenica a volte chiama al telefono dei carcerati argentini di sua conoscenza. "Faccio una chiacchierata. Poi quando finisco penso: perché lui è lì e non io che ho tanti e più motivi per stare lì? Pensare a questo mi fa bene" . Spiega Francesco di provare la consapevolezza che le debolezze, che lo accomunano a tante persone, sono le stesse. Se chi sta in carcere, è "caduto" e Bergoglio no, ciò "per me è un mistero che mi fa pregare e mi fa avvicinare ai carcerati".

Il papa ha esortato i cappellani a continuare a impegnarsi per una "giustizia di riconciliazione, giustizia di speranza, di porte aperte... Non è un'utopia, si può fare". Ma soprattutto li ha invitati a rendere presente ai carcerati che Dio non sta fuori dalla loro cella. "Il Signore è dentro con loro... anche lui è un carcerato... carcerato dei nostri egoismi, dei nostri sistemi, di tante ingiustizie". Anche nella Chiesa, peraltro, ci sono pesci grossi abituati a fare e disfare. In questi giorni Francesco si è occupato del caso del vescovo di Limburg Tebartz van Elst, accusato di avere sperperato 31 milioni per la sua nuova residenza. In passato non gli sarebbe successo praticamente nulla. Ora l'opinione pubblica è molto più forte. La Conferenza episcopale tedesca ha istituito una commissione d'inchiesta. Il papa ha ascoltato il presidente dei vescovi tedeschi, mons. Zollitsch, poi ha ricevuto l'accusato. Un primo segnale di punizione è arrivato ieri: mons. Tebartz van Elst per due mesi sarà esiliato dalla diocesi, privato dei poteri di governo. Quando sarà pubblicato il rapporto della commissione d'inchiesta, Francesco prenderà la decisione finale. Quello che vuole il papa argentino è chiaro: una "Chiesa povera e per i poveri", in cui a nessun costo si sprechino soldi utili all'assistenza. Ma non è un mistero che una parte delle gerarchie freni rispetto a misure drastiche contro chi sbaglia e sia pronta a fare sorda resistenza.

 
Giustizia: la parola del Papa, i detenuti, le nostre vite PDF Stampa E-mail
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di Riccardo Maccioni

 

Avvenire, 24 ottobre 2013

 

L'omo, ogni uomo, è come diviso in due. Sa dove abita il bene e spesso sceglie il male, parla di libertà e poi finisce per costruirsi prigioni di rabbia e solitudine. Il credente non fa eccezione. Dieci, cento, mille volte si è sentito ripetere che Dio ama gli ultimi, i più poveri tra i poveri, i rifiutati da tutti. Eppure deve sforzarsi ogni volta per andare oltre la sofferenza, per vedere in fondo a uno sguardo spento il volto di un amico, il sorriso di un fratello, l'immagine di Gesù stesso. Invece il Signore abita proprio lì, è nelle piaghe del malato incurabile, nella rabbia sconfitta del detenuto, nella solitudine dell'anziano dimenticato in un ospizio. Lo ha ricordato con delicata chiarezza il Papa ieri. Parlando ai cappellani delle carceri italiane, Francesco ha sottolineato che nessuna cella è così isolata da escludere il Signore, che Dio non rimane fuori dalle prigioni, che il suo amore paterno e materno arriva dappertutto. Anche nella cella sovraffollata, persino nell'istituto di massima sicurezza, tra i pluriomicidi in regime di 41 bis. Tina presenza, la sua, che non esclude il nostro impegno ma al contrario lo fa più urgente, ci richiama al dovere di rendere il sistema carcerario tollerabile, l'apparato detentivo, umano. Perché dietro le sbarre non ci sono persone di serie B ma animate dalla speranza che è quella della "gente per bene", la medesima voglia di felicità, lo stesso spirito di libertà. In fondo, ha ricordato ancora Bergoglio, al posto loro potevamo esserci noi, perché le debolezze sono di tutti, e se noi non siamo caduti, è perché abbiamo avuto maestri saggi, famiglie capaci di farci crescere, madri che hanno pregato per noi, amici con cui confidarci. Relazioni buone, insomma. Non basta allora chiedere, com'è doveroso, la punizione del colpevole, il suo pentimento. Occorre accompagnarlo nel cammino di liberazione, offrirgli opportunità di riscatto, braccia da afferrare, spalle su cui piangere. Giustizia di riconciliazione, l'hanno chiamata i cappellani nel loro convegno, e l'immagine richiama speranza, porte aperte, orizzonti spalancati sul domani. Da questi sacerdoti «segno della vicinanza di Cristo» ai detenuti, come li ha definiti il Papa, viene l'esempio e insieme un monito. Un invito alla vicinanza, alla comprensione, alla preghiera. La sollecitazione a visitare quei luoghi di sofferenza che sono le prigioni, per imparare la difficile arte del perdono, l'amore verso chi sembra non meritarlo, la forza di donarsi a chi non sente neppure il dovere di dire grazie. Gli stessi difetti, le medesime miserie, che percorrono la vita di chi sta fuori, spesso ostaggio di una sterile autosufficienza, incapace di lasciarsi amare, poco o nulla disponibile a ringraziare. In fondo guardare con benevolenza a chi sta in cella, piangere, lavorare con loro, è anche un modo per uscire dalle nostre personali prigioni, segare le sbarre che ci siamo costruiti giorno per giorno. Un carcere interiore che si chiama egoismo, bramosia di potere, insofferenza verso chi è più povero e debole. Però la chiave per uscirne c'è, si trova lungo il sentiero ripido e stretto dell'umiltà, nella forza dell'ascolto, nella disponibilità a mettersi in fondo alla fila.

Perché chi cammina in coda ha più tempo per alzare gli occhi al cielo, per sperimentare l'amore di Dio e la sua misericordia. Forza che libera, finestra che regala aria nuova, luce che resta accesa anche nella notte più nera, vissuta nel buio di una cella.

 
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