Il "caso giustizia" e il bene perduto Stampa

di Giuseppe Tesauro

 

Il Mattino, 11 luglio 2019

 

 

 

Molti anni e ben tre edizioni (1935, 1954. 1989) di sicuro successo dell'"Elogio dei giudici scritto da un avvocato" hanno offerto a lettori non necessariamente di cultura giuridica uno spaccato importante del sistema Giustizia.

Non era un avvocato qualunque, ma Piero Calamandrei, giurista raffinato e libero. La sua monografia del 1936 sulle Misure cautelari ha contribuito ad ispirare nel 1990 la giurisprudenza della Corte di giustizia Ue su quel tema. Impegnato nelle iniziative di riforma del processo civile ed anche penale già negli ultimi anni del ventennio, è stato membro protagonista e autorevole dell'Assemblea Costituente e della prima legislatura, per dieci anni, fino alla morte nel 1956, Presidente del Consiglio Nazionale Forense.

Il libro è di agevole lettura, contiene una serie di aneddoti sul quotidiano rapporto di un avvocato con i giudici, tra il serio e l'ironico, ma sempre coglie nel segno; soprattutto, riesce a fare emergere l'elemento umano e al contempo rigoroso di una funzione complicata, svolta nella non beata solitudine di decisioni non facili, spesso demandate al giudice ma più correttamente da demandare al legislatore.

In breve, ne consiglio vivamente la lettura, anche per arricchire il senno di poi e valutare al giusto accadimenti recenti. In queste settimane, infatti, il sistema Giustizia ha sofferto non poco, su due versanti. Quello dell'etica professionale dei magistrati, che per elezione si occupano della carriera e del comportamento dei colleghi, ha destato qualche malumore tra gli addetti ai lavori, soprattutto però tra i non addetti. La verità è che il compito non facile di quei magistrati investiti di una funzione rilevante non può non implicare scambi di punti di vista, di idee e di valutazioni, ivi comprese quelle comparative.

E la circostanza che ciò accada fuori dalle stanze istituzionali o attraverso brevi o lunghe telefonate non mi pare di per sé un peccato grave, qualche volta è anzi necessario proprio per raggiungere dei risultati supportati da un consenso quanto più possibile largo. Semplificare tutto predicando che tali scambi di idee non sono a farsi o che addirittura non sono stati mai fatti è quasi ridicolo, in definitiva un'ipocrisia bella e buona.

Peggio ancora è quando se ne fa un argomento della dialettica politica. Il male è semmai altrove: nel condizionamento dei meriti all'appartenenza a questa o quella consorteria o corrente che dir si voglia, nello scambio di favori giudiziari, peggio ancora nell'accompagnare i favori addirittura con qualcosa di inconfessabile o comunque di illecito.

Ma questo male, tra l'altro tutto da verificare in concreto con i dovuti accertamenti rispettosi del principio di legalità, è limitato ad una percentuale davvero minima di magistrati: che vanno emarginati e all'occorrenza mandati via, ma che non possono e non devono essere confusi con la stragrande maggioranza di magistrati che lavorano bene e molto per la Giustizia con la G maiuscola e che soffrono anche, in particolare quanto alla irragionevole durata dei processi, soprattutto per ben altre responsabilità e colpevoli ritardi, principalmente un aggiornamento delle strutture, del personale, delle risorse dedicate.

Il secondo versante di sofferenza del sistema sbattuto in prima pagina mi pare collegarsi alla critica o addirittura all'intolleranza che viene manifestata pubblicamente per sentenze che non piacciono. La critica del comune cittadino rispetto ad una decisione, magari per l'esito di un processo indiziario che occupa le prime pagine dei giornali per lungo tempo, rientra nell'abitudine, non solo italiana, di giudicare senza conoscere e comunque da inesperto.

D'altra parte, il giurista operativo, avvocato o giudice non vanesio ma saggio e prudente, sa molto bene che il diritto lo si conosce veramente quando si apre, si legge e si digerisce il fascicolo. Viceversa, come siamo tutti commissari tecnici della nazionale di calcio e stiliamo la formazione ideale, così siamo tutti giudici del processo per l'omicidio efferato di Tizio o di Caio. E magari accettiamo anche l'invito di qualche trasmissione alla moda in Tv per scimmiottare i giudici del processo, quelli veri, trasmissione che per questo sarebbe meglio fosse vietata.

La critica non del semplice cittadino ma del governante, quella di sicuro ha una valenza diversa, specie quando diventa solo l'occasione per scoprire l'esigenza di una urgente riforma della Giustizia. Che, si badi, va riformata, ma non certo nel senso di inventare un sistema per rivedere le sentenze non gradite o censurare chi le ha rese, magari un giudice che ha potuto anche sbagliare decisione, ma rispetto alla quale l'ordinamento contiene i rimedi per verificarne la fondatezza. Invocare la riforma solo per una sentenza che si ritiene sbagliata, in quanto contraria ad una posizione politica, è cosa non buona e giusta, ma fonte di sospetto: che cioè si ha voglia di toccare l'indipendenza dei giudici.

E di questo c'è da preoccuparsi non poco, anche mettendo insieme non pochi tasselli che gli scenari attuali ci propongono con sempre maggiore evidenza e perfino senza giochi di parole. Vale la pena di segnalare anche una sentenza dello scorso giugno della Corte di giustizia dell'Unione Europea, resa all'esito di una procedura d'infrazione per violazione del principio della tutela giurisdizionale effettiva e dell'indipendenza dei giudici, dove si legge che la Repubblica di Polonia, prevedendo, da un lato, l'abbassamento dell'età per il pensionamento dei giudici della Corte suprema, e attribuendo, dall'altro, al presidente della Repubblica il potere discrezionale di prorogare la funzione giudiziaria dei giudici di tale organo oltre l'età per il pensionamento di nuova fissazione, è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in base al Trattato sull'Ue. E torno ad una frase di Calamandrei, scritta non ricordo dove: "La libertà è come l'aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare". Anche noi napoletani ben conosciamo questo detto, che generalizziamo: "Tanno se chiagne o'bbene, quann'è perduto".